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Autore: Liza Inverse    14/11/2022    0 recensioni
"Note: gli errori grammaticali nei dialoghi sono intenzionali"
Juno ha vissuto tutta la vita sotto l'egida di una nonna fortemente rigida e matriarcale che ha creduto per lungo tempo essere l'angelo del focolare.
Con la morte di questa, quando lei ha quindici anni, sua madre decide di abbandonare il marito, esasperata dalla distanza di quest'ultimo dalla situazione familiare.
Da Seattle alla Florida, la ragazzina si trova catapultata a vivere a casa del fratellastro della madre, del quale era sempre stata tenuta all'oscuro.
Oltre a dover iniziare una nuova vita in una nuova scuola, Juno dovrà anche confrontarsi e convivere con quello che non sa essere suo cugino: un ragazzo di sette anni più grande di lei, solitario e studioso, che affibbierà alla ragazza il soprannome di "fangirl" a causa della sua fissa verso un gruppo rock.
© PATAMU
Genere: Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Aprii gli occhi. Ogni cosa era del colore di cui si lamentava Michael, palloncini, bicchieri, piatti e persino i cocktail.
«Sì.» rispose Nate «E i dolcetti rosa sanno di fragola, quelli azzurri di frutti di bosco e quelli bianchi di vaniglia».
«Ma è tutto rosa. E azzurro. E bianco.» insistette secchione sbuffando e passandosi una mano tra i capelli.
Erano così occupati a discutere che non si erano nemmeno accorti che eravamo lì.
David invece, mi squadrò. Una riga si formò tra le sue sopracciglia e si morse le labbra rivolgendo a Lucy un'occhiata lunga, ma non si mosse dalla sua posizione. Indossava jeans e un maglione leggero: tenuta con la quale non ero abituata a vederlo.

Mi addentrai verso il giardino traballante, osservando le decorazioni sulle pareti della casa, attaccate ai tavoli apparecchiati dove sopra c'erano vassoi strapieni, insieme a grosse boules di liquidi colorati.
Persino il sole e il cielo sembravano voler festeggiare: non c'era nemmeno una nuvola in giro.
C'era anche un cartonato di EL davanti a un piccolo palco, che sembrava fatto apposta per suonare.
Quasi mi girava la testa a forza di guardarmi intorno: più fissavo le decorazioni più ne trovavo di nuove.
«È una festa a tema EL, cosa pensavi?» continuò Nate, che non si era accorto che ero vicina.
«Grazie! È tutto bellissimo!» esclamai.

I ragazzi si girarono contemporaneamente, ma la reazione fu inaspettata.
Si irrigidirono, senza commentare. Chip e Cole erano a bocca aperta, Nathan era impallidito con un "porca puttana", mentre secchione, con gli occhi fuori dalle orbite fissò sua madre. La zia arrossì e chinò la testa.
Mi mancò il fiato mentre lui mi superava e andava verso Lucy.
«Pensavo almeno di essere carina.» sospirai.
«Certo che lo sei, scricciolo!»
Cole e Chip mi stavano girando intorno mormorando una fila di "oh mio Dio" insensati, coprendosi la bocca con le mani e toccandosi le guance, come la sera prima.
Michael aveva trascinato sua madre in casa e lo zio li aveva raggiunti e chiuso la finestra. La mamma non era ancora scesa.
«Cosa succede?»
Nate mi prese il viso e attirò la mia attenzione girandomi verso di lui.
«Tu come ti senti?» mi sorrise come sempre.
Io arricciai le labbra e mi venne fuori un mugolio di disagio.
«Sai, credo che Lucy abbia esagerato, col trucco.» mi fece l'occhiolino.
Strinsi le labbra e con la testa gli feci capire che aveva ragione.
«Non volevo dirlo alla zia.»
Dai jeans tirò fuori un fazzoletto e iniziò a passarmelo sul viso con movimenti delicati. Aveva un profumo più delicato di quello di Michael. Durante tutto il tempo fissai la maglietta che diceva "sei nel posto sbagliato con la persona sbagliata".
«Ecco, ne togliamo solo un po', così non sembri una ventenne!» rise. «Mia sorella più piccola per gioco si truccava sempre. E a me toccava pulirla.»

Lo zio ci raggiunse. Dietro di lui c'era secchione con i capelli arruffati, mentre la zia era tutta arrossata.
«Noi andiamo a fare un giro con tua madre. La portiamo a Epcot, così voi ragazzi potrete stare tutto il giorno a fare festa.» Sorrise.
Intrecciai le dita.
«Solo che io non so cosa si fa a una festa.» rimasi immobile attendendo una risposta.
«Oh, non è difficile», il primo a rispondere fu Nate. «Si balla, si socializza, siccome siete minorenni, non si beve, però lì dietro c'è sempre l'aranceto in cui si può-»
Venne interrotto da un coro di "Nate" degli altri tre prima di finire la frase.
Dave si lasciò scappare una risata di naso e si rivolse a lui.
«Vedo che siamo in buone mani.» Si girò verso mia madre, che era finalmente uscita di camera. «Vieni, Sharon.»
Non capii subito l'ultima frase di Nate, ma in seguito realizzai che Nate aveva davvero pensato a quello quando iniziarono ad entrare i ragazzi.

Si mise davanti al cancello, sequestrando qualsiasi bottiglietta di superalcolico e prendendo qualcosa da un vaso in vetro opaco, che teneva su un tavolino accanto. Mi avvicinai per guardarci dentro. Era pieno di buste di preservativi e Nate in quel momento ne stava dando uno a un ragazzo al posto della bottiglietta che gli aveva tolto.
Andai da Michael e un po' nervosa e riferii.
Sospirò e scosse la testa.
«Non si può dire di no a Nate.»
Mentre guardavo i miei compagni di scuola entrare, mi domandavo che cosa pensassero di quella specie di benvenuto, ma non davano l'impressine di essere del tutto dispiaciuti.

Quando Janine e Juliet arrivarono, mi si precipitarono addosso senza passare da Nate.
Allargai le braccia pronta ad abbracciarle ma loro si fermarono, squadrandomi a occhi sgranati come avevano fatto Chip e Cole.
«Che c'è?» domandai imbarazzata.
«Questo è un modello Versace.» mormorò Janine a mezza bocca.
«E le scarpe sono delle Blahnik.» aggiunse Juliet.
«Versace.» ripetei. Ricordavo chi era. Quando facevano vedere i suoi vestiti la nonna diceva sempre "le donne non dovrebbero andare in giro con abiti così colorati o gli uomini avrebbero ogni il diritto di toccarle perché sono più vistose dei semafori." Già.
Quel vestito era vistoso, ma era anche molto bello. Mi piacevano le paillettes. Brillavano come le stelle di cui parlava EL nelle sue canzoni.
«E quindi? Non è brutto, vero?»
Janine alzò le sopracciglia.
«Brutto? Ti sta un incanto! Ma hai presente quanto costa? Te lo ha affittato tuo zio?»
Alzai la mano per indicare secchione, invece qualche ragazza che passava me la strinse. Io salutai di ricambio, anche se in realtà non conoscevo quasi nessuno.
«Quanto hai detto che costano?» domandai ancora, per assicurarmi di ciò che stavano dicendo.
Juliet scosse la testa.
«Quell'outfit non costa meno di settemila dollari.»
Mi si piegarono le ginocchia e mi appoggiai a un tavolino lì di fianco. Non trovai il coraggio di dire loro che Michael lo aveva comprato.
«Settemila?»
Per me, che ero abituata ad andare avanti a paghetta per la mensa, era una cifra enorme.

La musica attaccò dietro di me e mi distrassi per un momento. Mi girai, Juliet mi superò e andò a sedersi su una sedia accanto al piccolo palco che avevano allestito i ragazzi per suonare. Che tra l'altro sembravano persone normali e non topi di biblioteca, ed erano anche bravi a suonare.

Mi girai verso Janine e presi un lungo respiro, tentando di non farmi influenzare troppo da quella cifra stratosferica che stavo indossando.
«Allora? Che ne pensi?»
Lei annuì.
«Credo che si parlerà di questa festa per molto tempo, Jun. Guarda qui!» Gesticolò guardandosi intorno. «Orchestra, piscina, torta, snack, aperitivi. Analcolici.».
Quell'ultima parola la pronunciò con voce più profonda, scuotendo la testa.

Passeggiai un po' con Janine per il giardino, mentre molti mi salutavano.
«Che agenzia hai chiamato?» domandò interessata.
«Agenzia Nate and Company.» scherzai.
Richard aveva pensato di attivare il wi-fi e mettere il mio portatile in giardino per chiamare Rita e farle vedere la festa tramite Skype.
Rita mi mancava, e in quel momento ancora di più. Sarebbe stato bello stare anche con lei, che non aveva mai partecipato a una mia festa di compleanno.
Portai Janine davanti al laptop.
«Janine, questa è Rita, Rita, Janine.»
Mi faceva piacere che le mie due amiche che avevano conosciuto due parti così differenti della mia vita, facessero conoscenza.
Mentre le stavo guardando chiacchierare, una mano si appoggiò sulla mia spalla. Mi girai: era quel Harris che sembrava avere un interesse per me.
Mi sorrise.
«Ciao, bella festa. E bel completo.»
«Grazie. È un vestito, non un completo.» risposi cercando di risultare distaccata.
«No, io intendevo quello della mensa.»
Spero che questa storia non vada avanti per molto.
«Certo. Capisco.»
Lui indossava con disinvoltura un costume da bagno e aveva l'accappatoio addosso, come molti dei ragazzi e delle ragazze che in quel momento facevano il bagno.
Lo studiai da capo a piedi. Le spalle erano larghe, ma le gambe facevano capire che era senza dubbio uno che faceva più affidamento alle braccia.
In ogni caso, anche se è più magro, è meglio il fisico di secchione.
Mi bloccai sui miei pensieri.
Juno! Non è il caso di fare paragoni!
Esitai guardandomi intorno per distrarmi.
«La tua ragazza?» domandai sperando che non fosse da solo.
Alzò le spalle, indifferente.

«Lei non voleva venire. Sembra che tu non le stia molto simpatica, mi dispiace.»
Non immagino il perché!
Avrei voluto dirglielo, ma risolsi con un "peccato." Poi, come la prima volta dagli armadietti, ci fu silenzio tra noi due. C'erano le grida degli altri ragazzi, mio cugino e i suoi amici che cantavano, le risate, sì, ma in quel momento se avessi potuto lo avrei gettato in piscina a pedate pur di toglierlo da davanti ed evitare quell'imbarazzo.
Per mia fortuna Janine mi salvò dalla situazione.
«Jun, vieni che ti presento gli altri!»
Mi tirò per un braccio allontanandomi da Harris. Gli sorrisi prontamente e feci "ciao-ciao-con-la-manina", non del tutto dispiaciuta.

Nel frattempo, i ragazzi si erano presi una pausa e Nate si affiancò a noi, mentre Chip e Cole ci salutarono di sfuggita.
«A proposito, quelli chi sono?» domandò Janine. «Sembrano carini! Sono impegnati?»
«Janine!» la sgridai passando lo sguardo da lei a Nate, imbarazzata.
«Sì, sono impegnati.» rispose invece Nate. «Chip sta con Cole e Cole sta con Chip.»
I suoi occhi brillarono, ridenti. Si mise in bocca con un tramezzino e buttò giù un bicchiere di acqua ghiacciata poi, lo porse a Janine.
«Ora se mi volete scusare, dolci donzelle, non capita spesso che Mick mi faccia suonare la Les, per cui ne approfitto finché posso. Grazie scricciolo!»
Mi spettinò i capelli e si diresse a passo svelto verso il piccolo palco.
«È pazzo.» Fu l'unica cosa che riuscì a dire Janine, ridendo.

Juliet, invece, ancora non si era mossa dalla sua posizione.
«Senti, ma tua sorella deve proprio stare sulla sdraietta a guardare secchione? Non si annoia?»
«Vuoi scherzare? Contava le ore per venire al tuo compleanno! Oh, non che non ci tenesse al fatto che fosse il tuo compleanno, ma sembra che abbia proprio perso la testa per tuo cugino. dice che è proprio un gran figo.»
Guardai secchione, che suonava serio la chitarra.
Figo.
Non riuscivo a vederlo come figo. Meglio di Dana, sì. Carino, sì. E poi quelle notti precedenti, mi aveva impressionato come si muoveva, come parlava, la sua sensibilità. La sua fragilità, quando aveva pianto.
Janine mi colpì col gomito.
«Ehi, su di morale! Adesso ti presento gli invitati.»

A Seattle conoscevo a malapena i nomi di metà dei ragazzi con cui andavo a lezione e quelli della mia squadra di curling. Arrivai a sera che non solo non ne avevo memorizzati di nuovi, ma mi sembrava anche di confondere quelli che già conoscevo.
Quando ormai stava facendo buio e molti avevano iniziato ad andare a casa, Harris si avvicinò a secchione e gli parlò.
Michael fece una smorfia e subito dopo attaccò con un accordo di chitarra e gli altri gli andarono dietro.

Harris mi prese per mano.
«Mi permetti un ultimo ballo?» mi invitò.
Girai gli occhi verso mio cugino, per fargli intendere che non mi aveva fatto un piacere, ma lui non mi notò.
Mi avvicinai a bordo piscina nella speranza di evitare l'insistenza di Dana, ma non ebbi successo.
«Ma che canzone hai chiesto?»
Tentai di mettermi in posizioni che non gli permettessero di toccare troppo in giro.
«Ho solo chiesto un lento. In fondo, che importa? Oppure chissà, potrebbe essere la tua canzone. La nostra canzone.» mi fece gli occhi dolci.
Mi tirò verso sé facendomi appoggiare la testa sulla sua spalla, che sollevai all'istante.
Lui avvicinò il suo viso al mio.
Tirò le labbra sottili in un sorriso ingenuo e romantico, ma non mi fece tenerezza. Non aveva capito niente.
Secchione attaccò a cantare e mi scese un brivido lungo la schiena.
Girai la testa e guardai verso il palco: fino a quel momento non aveva aperto bocca. Aveva una voce straordinaria, molto meglio di quando canticchiava sul pianoforte.
Mentre Dana mi abbracciava, non potevo staccare gli occhi da Michael.
Lui invece guardava davanti a sé mentre passava le dita sulla chitarra. Poi spostò gli occhi su di me e Harris proprio mentre c'era il refrain: un "sì, ti amo" gridato in maniera disperata.
Mi si rizzarono i peli delle braccia: per un attimo incontrai i suoi occhi dietro il vetro degli occhiali, ed ebbi la sensazione che quel "ti amo" fosse per me. Le mie gambe smisero di muoversi e d'istinto le mie dita, che erano appoggiate alle braccia di Dana, si strinsero. Poi Nate si avvicinò a lui e iniziò a fare facce buffe. La sensazione svanì e cominciai a ridere.
«Perché ridi? È così buffo ballare con me? O stai pensando che ti diverti?» domandò Dana allegro.
«Veramente è Nate che mi fa ridere.» confessai.
Il suo sorriso si spense e guardò verso i quattro.
«Chi, il tizio alto?»
Annuii.
Dana mi guardò, serio, continuando a muovere i piedi: la sua espressione intensa mi metteva a disagio.
Voltai la testa cercando di nuovo secchione.
«Ehi, Juno, qualcosa non va?» domandò lui.
Trovai che fosse insistente. Janine e Juliet avevano ragione, forse era un po' tonto.
«Chi io? No.»
Alzai le spalle.
«E allora perché guardi da un'altra parte?»
Tolse un braccio dal mio fianco e mi appoggiò la mano sul collo.
Non c'è scritto da nessuna parte che se balli un lento con un ragazzo devi per forza guardarlo in faccia.
«Così...» rimasi sul vago, nella speranza che quell'eterna canzone prima o poi finisse.
«Non ti credevo timida. Per favore, guardami.» Fece pressione col pollice sulla mia mascella per farmi girare.
Alzai lo sguardo e lui si avvicinò col viso.
Ebbi un lampo: la sensazione che se non avessi fatto qualcosa, mi avrebbe messo la lingua in bocca in un futuro molto vicino.
Accidentalmente, uno dei miei tacchi andò a finire di peso su un suo alluce, lui si allontanò da me gridando e la mia gamba, per caso, cedette. Girai su di me, lasciando Dana Harris in bilico a faccia avanti verso la piscina.
E a lui capitò di precipitare dentro l'acqua.
«Oh scusa, mi dispiace, sono inciampata!»
Indietreggiai dal bordo in maniera casuale mentre usciva.
Tutti gli ospiti si fermarono a guardarlo. Sentii qualcuno che tratteneva una mezza risata.
«Ehi, certo che sei un po' maldestra.»
Riemerse dalla vasca e si avvicinò.
«Mi dispiace. Se vuoi puoi andare a vestirti, ormai è tardi, no?» Gli dissi.
«Sai, se non fosse che ballando ho capito che c'è qualcosa tra noi, direi che stai facendo la difficile.»
Mi sfiorò la guancia con la mano un attimo prima di andarsene, sulle note dell'ultimo "ti amo" di secchione.
Guardandolo, capii che sarebbe stato difficile fargli capire che no, non stavo facendo la difficile.

Quando ormai il sole era calato, gli ultimi ragazzi se ne andarono. Ci fu chi mi disse che si era divertito anche senza bere. Mi domandai quanti si fossero rifugiati nell'aranceto.
Andai a scuotere dall'incantesimo Juliet, che non si era ancora mossa.
«Ehi, mi sa che ormai mancate solo tu e tua sorella. Se hai notato è da un po' che secchione ha smesso di suonare e credo che anche loro andranno a letto.»
«Eh? Ah, sì.» mi rispose come se si fosse appena svegliata.
Nate e gli altri si avvicinarono.
«Allora, opinione della festeggiata?» domandò.
«Grazie Nate, siete stati tutti fantastici!» mi rivolsi a secchione. «Però non c'erano canzoni di EL. E tu hai cantato una canzone sola.»
«È bastata.» borbottò, togliendosi gli occhiali e guardando in piscina.
Senza occhiali, forse, è più che carino.
Ma quel suo atteggiamento di rifiutare EL mi irritava. Mi poteva regalare di tutto, però detestava cantare EL, anzi, detestava cantare per me.
«La prossima volta, se vuoi, puoi far cantare solo i tuoi amici e chiuderti in camera a continuare a fare l'eremita!»
Incrociai le braccia e mi misi a fissare la piscina anche io.
Juliet lanciò un gridolino.
«Cosa?»
«Cosa?» domandai.
«Scherzi?» indicò i ragazzi «Per me loro sono i "chi cavolo sono EL e gli altri"!»
Scoppiarono a ridere tutti e quattro. Secchione le mise una mano sulla spalla.
«Beh, grazie tesoro, questo è il miglior complimento che abbiamo mai ricevuto.»
Se EL mi avesse messo una mano sulla spalla in quella maniera avrei avuto la stessa reazione estasiata di Juliet. Se ne andò appoggiata a sua sorella, mormorandole all'orecchio e camminando come se ci fosse stato dell'alcool nei drink che non aveva bevuto.
«Almeno hai una fan, secchione», gli dissi. «Del resto, mica lei ha a che fare tutto il giorno con te.»
«Anche tu, sembra. Il tizio della piscina ci ha provato tutto oggi. Sei così stordita che non non te ne sei nemmeno resa conto?»
Mi guardò di traverso dall'alto, storcendo il naso e facendo una smorfia con le labbra.
Nate mi mise il braccio intorno al collo e intervenne.
«Io credo invece che siano state ottime tecniche per tenere lontano il tizio.»
Mi fece il solletico.
«Le conosco quelle tecniche, sai quante ragazze mi è toccato vedere, che evitavano uomini che hanno più tentacoli di una piovra? Non sei male!»
«Dai, Nate!» risi.
«Quindi vuoi dire che lo stavi allontanando? Allora magari potevo evitare di cantare il lento.» si lamentò Michael.
«Sì! Potevi evitare.» lo sgridò Nate.
Secchione gli rispose con un grugnito.
Nate riprese a farmi il solletico proprio mentre stavano tornando gli zii.

La mamma si guardò intorno: il giardino non era messo malissimo e la convincemmo che c'erano state appena una trentina di persone, tutte ragazze.
«Tutta quella roba da mangiare per trenta persone?» domandò rigida.
«Nathan è un tipo esagerato.» spiegai, sperando che lei non notasse il contenitore in cui Nate aveva messo i preservativi.
La mamma non volle sapere altro. Non domandò nemmeno se mi fossi divertita.

Mi rifugiai presto in camera: era stata una giornata molto intensa. Forse, la giornata più impegnativa della mia vita.
Mi tolsi le scarpe e riposi il vestito. Lo osservai bene: se ci fossero strappi o se si fosse sgualcito. Feci lo stesso con le scarpe.
Ripensai al prezzo che mi avevano detto le ragazze: proprio come con la maglia di Brad, sentivo che erano trofei che non volevo tenere, che non mi ero meritata davvero.

Spensi la luce e mi affacciai al balcone a stanza buia. Illuminati dai lampioni, i ragazzi stavano mettendo a posto il giardino.
Se fosse stata una favola, una di quelle che mi leggeva la maestra all'asilo, avrei potuto mettere una bella scritta "E vissero tutti felici e contenti".
Ma non c'erano tutti. Mancava qualcuno.

Andai verso la scrivania e accesi il laptop e scrissi una lunga lettera a mio padre. Gli domandai per l'ennesima volta, di rispondermi. Ma non gli chiesi di venire a prendermi per riportarmi a Seattle. Gli proposi invece di trasferirci tutti lì.

E per la prima volta, il correttore non segnò alcun errore, nella mia lettera.

  
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