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Autore: Giusy2105    19/11/2022    0 recensioni
Il tempo tiranno sedimenta dentro di lui rancore e rabbia sanguinaria verso chi lo ha privato di qualcosa talmente intimo da spogliarlo della sua identità. Una storia di demoni e angeli, e di un confine fragile come il riflesso della luna sul mare. Può l’amore mitigare un cuore in tempesta? Il mondo, così come lo conosciamo, poggia su un sottilissimo filo tra Luce e Ombra e il suo equilibrio è ormai precario. Il pericolo che Cielo e Terra collassino l’uno sull’altro è dietro l’angolo e solo Leon può evitare la catastrofe.
Genere: Guerra, Sentimentale, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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CAPITOLO 2

Uscito dal cancello a grandi falcate Leon raggiunse i due demoni maggiori, che adesso discutevano animatamente. Zeela aveva lo sguardo un po’ perso tra pensieri intricati, e il ragazzo si chiese quanto potesse scavare davvero a fondo a quei gomitoli stretti come nodi. I demoni, e ormai ne aveva conosciuti davvero tanti, di solito erano come tavolozze di colore: mostravano una sfilza infinita di coloriture umane d’emozioni, ma erano tutte piatte e temporanee. Non c’era niente più di impulsi emotivi violenti e travolgenti, niente sentimenti, niente relazioni, niente legami.
Era come se il loro cervello riuscisse a processare poche informazioni alla volta, e spesso si fermasse alla superficie di ogni cosa. Zeela, però, quando la guardava negli occhi abbastanza a lungo, sembrava avere un doppio fondo. Come se celasse una complessità emotiva, che non era facile ritrovare nei demoni.
stava dicendo pazientemente, la curva delle spalle tradiva un leggero fastidio. L’interlocutore invece, con il suo alto ciuffo scuro, guardava dall’alto la sua preda con un sorriso da orecchio a orecchio. diceva stuzzicando con il piede lo stregone.
Leon abbassò gli occhi su di lui, era cosciente, ma non rispondeva alle provocazioni, gli occhi gelidi puntati su quelli di Goria. Il demone gli teneva lo stivale sopra l’addome duro, e, quasi infastidito dalla sua fermezza, stava cominciando a schiacciare a poco poco, prima come una leggera pressione, poi provocandogli un dolore sordo.
Quando il ragazzo fu abbastanza vicino alzò una mano e Goria si affrettò a lasciare la presa. si limitò a chiedergli, curioso.
Leon lo superò e dietro di lui gli altri demoni si affrettarono a raggiungere i superiori. casa> rispose con durezza.
Goria si avvicinò a lui e gli cinse la vita con un braccio, sollevandolo da terra di poco più di una spanna, con molto più tatto di quanto sembrasse capace. Leon si morse il labbro e distolse lo sguardo dal viso del demone, puntandolo verso un punto qualunque, perso nel suo tremendo disagio. Lo umiliava talmente tanto da fargli venire i brividi lungo la schiena, farlo sudare freddo e rendergli le articolazioni rigide come pezzi di ferro. Finirà, questa sensazione finirà.
Con la coda dell’occhio vide Zeela prendere il prigioniero, con molta meno delicatezza e aprire le sue lunghe ali nere da pipistrello. Goria fece lo stesso e lo avvolse attorno, coprendolo come in un bozzolo. Si sentiva soffocare, dentro una morsa così gentile da farlo stare male. Mostrare la sua vulnerabilità era come spogliarsi della corazza e faceva così male da strappargli il respiro dalla gola o infilargli mille aghi nel petto.
gli ricordò Goria con voce morbida. Quando lo stringeva in quella morsa gentile ma solida come l’acciaio, Leon riusciva a intravedere un lato umano che non mostrava in nessun’altra occasione. Era come se percepisse ogni singola sfumatura del suo disagio con tale forza da ammorbidire la sua solita arroganza.
Leon non rispose, troppo imbarazzato per farlo. Potevano passare anni, ma quella sensazione non si smorzava nemmeno di una tacca, come se più passasse il tempo più si sentisse menomato.
Si limitò a chiudere gli occhi. Il corpo di Goria cominciò a roteare, prima molto lentamente, in una piroetta delicata, poi il ritmo si fece frenetico, come un martello pneumatico. Al solito Leon sentì una nausea viscida salirgli lungo la gola, ma stringendo più a fondo le palpebre e serrando il pugno contro la maglia del demone, lo ricacciò indietro come ogni singola volta. La prima volta che aveva viaggiato verso la Città D’Ombra era stampata a fuoco dentro la sua mente.
gli aveva chiesto Damon, suo padre. Era così difficile per lui identificare un perfetto sconosciuto come suo padre. Adesso non aveva più un padre, non aveva più nemmeno una famiglia a dire il vero.
aveva risposto con una fermezza tale da sorprendere persino se stesso. Il viso tondo in un ragazzino di dodici anni, che sarebbe dovuto essere straziato dal dolore, era invece asciutto e disteso. Gli occhi scuri vibravano pericolosamente, minacciando qualche lacrima in agguato, ma con i pugni serrati lui l’aveva combattuta. Ricordava ancora i segni lividi a mezza luna delle unghie sul palmo, strette in pugni così chiusi da intorpidirgli le mani.
L’uomo alto lo aveva sollevato da terra e lo aveva avvolto nelle sue immense ali da pipistrello. Un sussulto lo aveva scosso, ma si era costretto a non lasciare trasparire l’orrore che si celava dietro quei brividi che gli scuotevano il petto. La pelle delle ali era elastica e dura come l’acciaio, nera e avvolgente. Non assomigliavano affatto alle ali degli angeli, piumate e bianche come l’avorio, ma sembravano più resistenti. Avevano quasi l’aria di essere delle armi, piuttosto che delle parti del corpo. I margini erano così affilati da tagliare il ferro, e Leon si era preoccupato che, avvolto in quel bozzolo, sarebbe stato stritolato dalle ali come dalla morsa di un serpente.
Poi il demone aveva cominciato a ruotare, prima lentamente e poi sempre più in fetta fino a fargli vorticare la testa nel panico. Era così che sarebbe morto? Era questo che si era chiesto incessantemente, mentre il cervello frullava ad una velocità spaventosa. Quando si era fermato Leon aveva vomitato così tanto da pensare che avrebbe buttato fuori anche lo stomaco. Poi, devastato e nel panico si era avvolto con le braccia, facendosi piccolo come un germoglio. La testa aveva continuato a girare per ore, ma quando aveva smesso lui non aveva aperto gli occhi. Era rimasto due giorni così.
Il primissimo ricordo che aveva della Città D’Ombra era quello di un pavimento duro come uno scoglio che si affaccia sull’oceano, con spuntoni appuntiti che graffiano la pelle sotto i pantaloni. L’odore forte e acidulo, come di aceto, che impregnava l’aria tanto da renderla soffocante. Il caldo umido appiccicoso che gli si attaccava sulle braccia e gli imperlava la fronte, colando giù per le tempie. E il silenzio inquietante, pesante come una cappa di fumo sopra la testa.
Due giorni senza mangiare, bere, né cambiare posizione. Due giorni senza aprire gli occhi, né dire una parola. E nessuno si era rivolto a lui, nessuno aveva interrotto la sua sofferenza. Ed era allora che aveva deciso che sarebbe rimasto; quando quel posto e le creature che lo abitavano avevano scelto di non interrompere il suo lutto.
Appena smise di vorticare mandò giù il conato con tanta abilità da mantenere il viso piatto e inespressivo. Goria lo lasciò andare, senza indugiare oltre, facendo qualche passo indietro per ristabilire le distanze. Accanto a lui Zeela aveva lasciato andare lo stregone, che si era gettato a terra a carponi.
Non riuscì a trattenersi e vomitò, con il volto bianco come un foglio di carta. Gli occhi erano tanto stravolti che sembravano continuare a vorticare all’impazzata in tutte le direzioni.
Accanto a loro tutti gli altri demoni si erano materializzati e stavano già disperdendosi in ogni direzione. Anche Goria e Zeela, con un ultimo rispettoso cenno del capo, si allontanarono da loro.
Leon vide alcuni demoni sparire in una nuvola di fumo grigio fitto, come il fumo scuro di un incendio, e storse il naso. Non riusciva a comprendere come alcuni di loro, quando tornavano in città, preferivano restare quanto possibile incorporei, senza volto, senza voce. Potevano davvero essere considerati vivi? La maggior parte, però, si aggirava anche lì con le spoglie umane che ormai erano parte del loro essere, l’altra faccia della medaglia.
Mentre Zeela e Goria andavano via, camminando uno accanto all’altro in silenzio, Leon si avvicinò lentamente al ragazzo.
Aveva vomitato ancora una volta e diventava sempre più pallido. Non aveva proferito parola, ma gli occhi, almeno, avevano smesso di girare vorticosi. Adesso, però, se possibile, sembravano ancora più stravolti: spenti e persi nel vuoto, come fossero ciechi.
gli disse con voce atona. Non sapeva nemmeno lui perché, se volesse rincuorarlo o deriderlo. Il ragazzo, però, era troppo stanco per notare che qualcuno aveva proferito parola. Quando Leon poggiò una mano sulla sua spalla, si accorse che era scosso dai fremiti, e le scosse divennero talmente violente da trasformarsi quasi in convulsioni.
Le mani di Leon saettarono fulminee sulla cintola ed estrasse un coltello piccolo, dalla lama lunga un palmo. Si abbassò e, con un taglio netto, gli liberò mani e piedi. Il ragazzo strinse le mani sul pavimento, anche se le schegge appuntite e scure dello scoglio scavavano lunghi tagli sui suoi palmi.
Leon si sedette sulle ginocchia alla sua altezza, e vide che i suoi occhi si erano riaccesi, ma sembravano spiritati di febbrile eccitazione. Gli toccò con il dorso della mano la guancia e sentì che bruciava come un tizzone ardente. Dannazione, perché gli stregoni sono così umani?
Gli sollevò entrambe le mani dal pavimento, e il rosso del sangue dello stregone imbratto i suoi guanti grigi, alti fino a metà avambraccio.
disse piano, così piano che forse lo aveva soltanto pensato. Guardando il viso dello stregone, per la seconda volta quella sera, si accorse quanto fosse bello. Era bianco come un cencio, con i capelli scompigliati e sciolti fino alle scapole, scuri ma incrostati di polvere. Un livido gli spiccava  sulla gota, viola lungo il profilo regolare dello zigomo, mentre il sangue sul labbro era ormai scuro e rappreso. Si poteva essere belli con un aspetto così stravolto?
Gli strinse più forte i palmi delle mani e lo scosse bruscamente. Quello parve riacquisire un briciolo di coscienza, ma era ancora in un pericoloso limbo. gli disse Leon, e fu sorpreso di sentire una sfumatura bonaria nel tono della sua voce.
rispose sprezzante l’altro, distogliendo i suoi occhi verdi dai pozzi scuri dell’aggressore. Leon serrò le mascelle, ma non disse altro. Lo sollevò da terra, mentre quello perdeva di nuovo coscienza e si accasciava a peso morto sopra di lui. Lo sollevò sulle spalle e cominciò a camminare.
Si trovavano su una immensa scogliera, che si gettava a capofitto su un fiume dalle acque blu cobalto, che scorreva pigro su un letto ampio, ma tortuoso, che si estendeva per molti chilometri, segnando il perimetro della Città D’ombra come il fossato di un castello.
Dal lato opposto si vedeva in lontananza la fine della scogliera e la terra brulla e arida della città. Mentre si avvicinava Leon lanciava occhiate annoiate alle case che si trovavano a casaccio lungo la città. Non c’erano strade, né ordine. Era un grappolo di case alte, basse, strette o larghe, dall’uniforme colore madreperlaceo che stonava con la terra rossa come il deserto. L’aria che sapeva di aceto e terra bruciata ormai gli impregnava le narici e le ossa.
Si faceva strada in quel dedalo intricatissimo di case, muovendosi con estrema disinvoltura. I primi tempi era stato un incubo memorizzare le strade, perché non c’era alcun ordine da seguire. Tutti gli altri si servivano delle ali, nessuno raggiungeva un luogo della città camminando. Leon era l’unico essere al mondo senza ali che avesse mai abitato quel posto, e si era dovuto adattare.
Goria lo aveva aiutato per mesi, dopo che suo padre era scomparso dalla sua vita con la stessa rapidità con cui era entrato.
Ricordava ancora quante ore il demone lo avesse tenuto in aria, mentre disegnava con estrema minuzia la Città, quanto più realisticamente possibile. Poi l’aveva memorizzata, imparando a muoversi tra le case e a trovare i posti che gli servivano, a non sentirsi a disagio o fuori luogo. Era stato così difficile, ma adesso conosceva quel posto come il palmo della sua mano e poteva muoversi ad occhi chiusi, strisciando da una casa all’altra.
I suoi occhi si posarono sulla schiena dello stregone, ancora una volta riverso oltre le sue spalle e trascinato incosciente. Era l’unico altro essere senza ali che avesse mai messo piede in città dopo di lui.
Si fermò davanti casa di Goria e lo vide seduto sul gradino davanti all’ingresso. Il petto era nudo e il corpetto di cuoio era poggiato accanto ai suoi piedi. Alzò gli occhi verso di lui e poi sorrise, ma il suo sorriso non era mai caldo, era come il sorriso di chi ti sta per pugnalare alla schiena.
gli volle dire, storcendo il naso. propose, gli occhi brillanti stava continuando, ma Leon lo fermò con uno stizzito gesto della mano.
chiese con amara ironia.
gli disse, accorciando la distanza che li separava con una sfumatura più morbida della voce. Raramente lo chiamava per nome, nonostante lui gli avesse chiesto più volte di farlo. Era quanto di più vicino ad un amico avesse, nonostante sospettasse che lo avrebbe potuto anche uccidere, se ne avesse avuta la necessità. Non era certo quel genere di amicizia che i bambini sognano, ma era l’unica che potesse esistere in un posto come quello.
già cresciuti, inoltre per noi il tempo è relativo, vita lunga significa anche lunghe assenze> continuò. La sua voce, nonostante sembrasse comprensiva, lasciava trapelare anche un leggero disgusto. Leon si morse impercettibilmente le labbra e rigurgitò il suo senso di inadeguatezza. Non sarebbe mai stato abbastanza demone da sentirsi a casa. D’altra parte, non si era mai sentito a casa da nessuna parte.
disse alla fine, un sorriso sghembo sul volto. Goria non si accorse nemmeno che stesse simulando, ricambiò con uno sguardo ammiccante, poi tirò fuori i piedi dagli stivali e entrò in casa, lasciando il resto sui gradini e chiudendosi la porta alle spalle.
Il ragazzo avanzò a grandi falcate, incurante del peso dello stregone sulle sue spalle, fino a ritrovarsi in una sorta di piazza grande. Al centro troneggiava una fontana dalla vasca quadrata e una serie di cerchi concentrici che gettavano zampilli a cascata.
Quella fontana era sua. Gli ricordava che Damon ci aveva provato, e a lui era bastato.
<è il mio compleanno> gli aveva detto Leon con voce atona, seduto a cavalcioni sulla ringhiera di casa, guardando lo spiazzo davanti a sé con occhi vacui. Damon lo aveva sorpreso, si era abbassato per guardarlo negli occhi, inchiodando quei due sguardi così marcatamente simili e profondamente diversi al tempo stesso. Nero su nero. gli aveva domandato, sorprendendolo. I demoni non facevano regali di compleanno, mai. Leon, spiazzato, aveva iniziato a pensare a cosa volesse davvero, ma aveva in fretta scacciato via qualsiasi opzione. <è tutto troppo arido qua, mi piace l’acqua. Non posso certo gettarmi sul fiume Hyn> aveva risposto, con un sorriso sghembo e una coloritura scherzosa della voce. Il demone, però, non mutò la sua indecifrabile espressione dura, e il sorriso sul viso di Leon si spense piano piano. aveva allora continuato il ragazzo, distogliendo gli occhi dal padre e perdendosi nel ricordo lontano di cascate di acqua gelida.
Leon scosse la testa e passò accanto al marmo bianco della fontana, togliendosi i guanti macchiati di sangue e infilandoli a forza dentro la tasca. Sfiorò l’acqua distrattamente, ma se ne pentì quasi subito. Era tiepida al tocco, e lui detestava l’acqua calda; ma il caldo nella Città D’ombra era talmente asfissiante che non c’era ghiaccio che potesse sopravvivere. 
Salì la scalinata semicircolare che lo separava dalla sua casa e guardò all’insù. Il palazzo era tutto di marmo bianco, con venature verdi e azzurre che correvano come serpi lungo la facciata. Era un grosso blocco chiuso, asfissiante anch’esso. Le case dei demoni non avevano finestre e qualunque fosse la forma che i proprietari desiderassero ottenere, venivano costruite con un tetto interamente in vetro. Al centro, di solito sul soffitto dell’atrio, il vetro aveva una maniglia e poteva essere sollevato per uscire.
Casa di Leon, però, era stata adattata anche in questo: sul fianco della casa una lunghissima vetrata scorrevole aveva sostituito il muro del salotto.
Spinse con il pugno chiuso la porta accostata all’ingresso ed entrando si trovò in un piccolo disimpegno su cui si affacciava il grande atrio centrale, adornato di piante e con una fontanella privata. Era stata costruita insieme a quella della piazza e raffreddata con i sistemi di raffreddamento della casa, per poter soddisfare il suo desiderio. Non era grande e non era nemmeno particolarmente bella. Un piccolo quadrato con una seduta di marmo annerito dall’acqua, che la circondava. Tre steli sottili e alti si sollevavano, curvi come giunchi, dal centro della vasca e da ciascuno zampillava uno sfiocco d’acqua a ventaglio, che con il suo scrosciare perenne cullava le notti insonni del ragazzo.
Quattro ingressi ad arco sui quattro punti cardinali puntavano verso la fontana, con quattro viali di pietra che disegnavano, appena sotto la vasca, una stella a cinque punte.
Leon si avviò verso ovest, oltrepassando l’arco e ritrovandosi in un corridoio con due porte. Aprì la prima porta alla sua sinistra, era di duro ebano, ad arco, con intagliata una “L” accanto alla maniglia avorio. Entrò nella sua stanza tirando un sospiro di sollievo.
Era anche quello un ambiente chiuso, con una piccolissima finestra alta, stretta e lunga, da cui, al momento, entrava solo il buio della notte. Al centro c’era un baldacchino, su una pedana tonda in legno scuro. Tende di un verde chiaro come le lenzuola scivolavano giù ai quattro lati del letto, velando appena l’interno.
Leon provò a mettere giù lo stregone, appoggiandolo al muro e abbassandosi sulle ginocchia per guardarlo meglio. Sembrava stare ancora peggio, adesso il viso aveva assunto una inquietante sfumatura verdastra, e la guancia era gonfia dove lo aveva colpito.
provò a chiamarlo, scrollandogli le spalle. Quello si ridestò quel minimo che serviva per sollevare una palpebra, ma le iridi erano talmente pallide da sembrare quasi le biglie vitree di un cadavere.
sospirò Leon risollevandolo di peso da terra. Quello mugolò, provando debolmente a ritrarsi, ma si fermò quasi subito, lasciandosi trascinare impotente.
Leon spostò con i gomiti una tenda e, con cura, distese il ragazzo su una sponda del letto. Come se avesse tirato una molla, il ragazzo ritrasse tutti e quattro gli arti al petto, rotolando su un fianco e facendosi piccolo come un bambino.
Tremava debolmente, ma il respiro era regolare. Leon gli passò il dorso della mano sulla fronte e sentì che scottava ancora. Storse il naso e lo lasciò sul letto, dirigendosi a grandi falcate verso il bagno. 
Sopra il lavandino c’era un armadietto, anche questo di un verde acqua tenue e al centro uno specchio tondo. Si guardò e fece una smorfia: aveva il viso stremato, i capelli sporchi e appiccicati sulla fronte le guance più pallide del solito.
Si sciacquò rapidamente le mani sotto l’acqua ghiacciata, prima di mettere interamente il capo sotto il cannolo. Chiuse gli occhi mentre il gelo si infiltrava nella sua testa, lavando via ogni preoccupazione. L’acqua aveva per lui un effetto catartico, come se bastasse ghiacciare il suo corpo per sbiadire i suoi pensieri e le sue paure.
Con i capelli bagnati, che avevano assunto la tonalità scura del fumo prese la bacinella riposta accanto al mobile e la riempì. Con quella sotto braccio e uno strofinaccio in mano si avviò verso il letto.
Lo stregone era ancora lì, ancora febbricitante e semi-incosciente. stava sussurrando piano, ma non aveva le energie per opporsi, mentre l’altro gli passava sulla fronte, le guance e i polsi l’acqua fredda. Ebbe solo un sussulto, ma rimase immobile, inerme.
cominciò, scuotendo la testa con veemenza. Aveva il viso pallido e gli occhi ancora lucidi ed enormi. continuò, ma poi il movimento della testa gli diede le vertigini e con entrambe le mani si strinse le tempie con una smorfia.

Leon si sporse verso il comodino e, aprendo il cassetto prese un’aspirina e gliela porse. Lo stregone scosse la testa . Aveva una voce sprezzante, ma così sottile che sembrava rompersi come un cristallo.
ribatté l’altro, passandosi nervosamente una mano sui capelli umidi.
.
concluse Leon inespressivo, suscitando una genuina sorpresa nel suo ospite. Ai suoi occhi doveva sembrare così meschino un comandante che si disinteressava della morte dei suoi sottoposti, ma non era solito fingere interesse che non provava. Chissà perché gli importava che immagine si faceva di lui un perfetto sconosciuto.
commentò acido, ma non aggiunse altro. Allungò una mano e gli strappò l’aspirina dalla mano e la buttò giù, deglutendo rapidamente. Chiuse gli occhi e si scordò che Leon fosse ancora seduto sul bordo del letto, con uno strofinaccio in mano.
Leon si sollevò e si sedette a terra accanto a letto, con gli occhi fissi davanti a sé, chiedendosi cosa diavolo stesse facendo.
La notte passò e lui non si mosse, nemmeno per stirare i muscoli intorpiditi; al contrario suo, invece, lo stregone ebbe una notte inquieta. Si era agitato spesso in preda agli incubi e alla febbre, si era addirittura svegliato sconvolto e con le gote bianche come marmo. Era stato l’unico momento della nottata in cui Leon si era sollevato, gli aveva tenuto la fronte e lo aveva visto vomitare di nuovo, ormai senza forze né niente nello stomaco. Poi l’uomo era riscivolato nell’oblio dei suoi burrascosi sogni, e, gettata la scodella, Leon si era appollaiato di nuovo accanto al letto.
Quando uno spiraglio di luce giallo caldo entrò dalla finestra illuminando a mezzaluna le coperte del letto, l’uomo si ridestò infastidito. Un braccio saettò rapido sugli occhi, mentre la coscienza cominciava a rimettergli forza nei muscoli a ricolorare la sua mente. La lucidità ridiede colore al bianco e nero dei suoi pensieri e scattò a carponi come i gatti, facendo sussultare Leon per la sorpresa.
L’espressione stupita, però, lasciò presto il posto ad una di scherno disse sordonico, mentre l’uomo si allontanava lentamente. Quando raggiunse il margine opposto del letto restò immobile, guardingo .
gli chiese Leon sarcastico inclinando appena il capo curioso, come se stesse guardando un esemplare raro di qualche specie animale. Lo stregone, preso in contropiede, rispose di getto .
<è un piacere…> disse alzandosi e dirigendosi verso un enorme armadio a parete, decisamente troppo lungo per contenere vestiti.
Sul fondo dell’armadio Leon fece scivolare uno sportello scorrevole e una parete attrezzata con ogni genere di arma sbucò dal doppio scomparto. Tirò fuori le manette da stregone e si girò, avvicinandosi a Theodore con la velocità di un felino. Gli sollevò i polsi e i loro visi si avvicinarono tanto da sentire il respiro acido della sua ansia sulle guance. A quella distanza gli occhi dello stregone erano luminosi come diamanti alla luce del sole, intarsiati di spicchi di un nocciola tenue, che gli conferivano una certa tenerezza.
<è un piacere che tu sia di nuovo in grado di rispondere alle mie domande> concluse facendogli scivolare come una saetta le manette sui pugni chiusi. Erano manette legate insieme da una stretta catenella, e chiudevano la mano a pugno dentro una morsa chiusa di acciaio.
Un lampo di stizza attraversò come un’ombra quelle belle iridi luminose, poi ricambiò il sorriso sarcastico.
genere di ospiti. Hai anche delle dentiere per i canini dei vampiri?>.
Leon scoppiò in una fragorosa risata, molto più sincera di quanto si aspettasse. Guardò il suo viso stirato e pallido atteggiato in una maschera di fiero sarcasmo e ribatté, spingendolo debolmente sulla spalla per fargli perdere l’equilibrio e farlo cadere a peso morto sulle lenzuola sfatte .
   
 
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