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Autore: Fabian_Dominc_DeJenisse    19/11/2022    0 recensioni
Mettersi sotto la casa di una ex, sarebbe oggi considerata una pratica di stalking, ma in questo caso non lo è. Il protagonista cerca solo di capire come sia possibile che dopo anni d'amore una storia sia finita e sembra quasi che non sia rimasta alcuna traccia dell'altro nella vita quotidiana, dopo aver respirato la stessa aria. Come è possibile tornare ad essere dei perfetti estranei, come se non ci si fosse mai davvero conosciuti? Quello che si cerca qui è una traccia di vita, come a dire che scoprire le reciproche esistenze diventa essenziale come respirare.
Genere: Introspettivo, Romantico, Triste | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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A L. con tutto l'amore che posso. Se anche diventassi cento volte madre di figli non miei, non mi scorderei mai di te, perché mi sei dentro che pungi e bruci come un cristallo di sale piantato proprio lì, in mezzo al cuore.

 

Palermo 1 Maggio 2006.

 

Avevo maturato l'idea in tarda mattinata, ma non pensavo fino a poco prima di uscire da casa che sarei stato capace di metterla in atto. Mi appariva una cosa assolutamente inutile, per non dire folle, ma adesso sono qui. L'ho fatto. In questo momento sono sotto casa sua, fermo immobile, come una statua di sale in attesa. L'ho vista. Tornava a casa a piedi dopo aver parcheggiato la macchina nel solito slargo. Se solo fossi uscito prima da casa mia, come volevo fare, avrei visto tutto. Avrei potuto guardarla bene e non solo di sfuggita. Avrei potuto vederla di faccia e non solo di profilo. In ogni caso non c'era alcun dubbio che fosse lei. Aveva per di più lo stesso golfino verde e lo stesso paio di pantaloni di quel giorno maledetto di tre anni fa. Unica differenza rispetto ad allora: oggi portava gli occhiali. Erano occhiali nuovi, con una montatura diversa, di quelle spesse e colorate come vanno di moda adesso. Un acquisto recente magari. Forse avrà cambiato anche le lenti. Io arrivavo proprio in quel momento, quando continuando a camminare tirava fuori le chiavi dalla borsa. Ho rallentato di colpo, senza nemmeno guardare nello specchietto. Se avessi avuto qualcuno dietro, magari avremmo sentito davvero un bel botto e poi la situazione sarebbe stata davvero imbarazzante. Dicevo, ho rallentato, ma non ho avuto il coraggio di fermarmi del tutto. Avevo alla stesso tempo desiderio e paura che mi riconoscesse. Cosa sarebbe accaduto in quel caso? Sarebbe rimasta di sasso? Mi avrebbe salutato? Mi avrebbe solo guardato senza far nulla rientrandosene a casa come ogni giorno dopo il turno? Ora sto qui, fermo e senza far nulla con l'assurda speranza di vederla di nuovo. Magari, chi lo sa, potrebbe affacciarsi al balcone. Se non ha visto me potrebbe aver notato almeno la mia macchina che dovrebbe esserle familiare. Potrebbe venirle il desiderio di constatare se magari si era sbagliata, chi lo sa. O potrebbe scendere di nuovo. Può darsi che sia passata da casa per fare una doccia, cambiarsi ed uscire di nuovo. Non mi importa se esce da sola oppure se viene a prenderla qualcuno. A me interessa solo vederla di nuovo. Non sono venuto a sindacare qui la sua nuova vita, se ne ha una, né a cercare di convincerla a tornare sui suoi passi. Non voglio che cambi idea, né imporre la mia presenza. Il vero motivo per cui sono qui è che ho bisogno di vederla, sapere che sta qui, che respira. Non esiste un reale motivo per cui la debba vedere. Solo che non mi sono capacitato ancora oggi di come dopo anni ed anni passati ad amarsi con tutte le difficoltà che l’amore comporta, si possa diventare improvvisamente estranei, alzarsi la mattina, prendersi cura di sé, andare a lavorare, uscire, comprare il pane, tornare a casa e sedersi a cenare come se non fosse successo assolutamente nulla, come se non fossimo mai esistiti, come se il nostro passaggio non avesse lasciato un segno, né un ricordo, né un rammarico. Forse non è così come lo sto pensando, ma la verità è che io mi sento bloccato, fermo a tre anni fa. Vorrei almeno sapere se il lei c’è qualche segno del mio passaggio, se ha un minimo ricordo di me che sia tangibile o se semplicemente le sono scorso addosso come acqua fresca.

Magari potrei venire domani alla stessa ora e poi domani l'altro e poi ancora, indagare sulla regolarità dei suoi turni per avere maggiore certezza di vederla e insistere fino a quando non si accorge di me… Anche se… non sono davvero sicuro di volere che si accorga di me. Non mi importa nemmeno se poi spunta fuori qualcuno che si rivelasse come il suo nuovo amore. Anzi sarebbe meglio. Finalmente avrei un motivo valido per dimenticarla. Niente è servito in precedenza a tale scopo. Ho provato di tutto. Ho anche chiesto aiuto a lei stessa una volta. Sono stato tremendamente patetico, lo so, ma lei non mi ha rimproverato nulla, anzi, mi ha persino capito. Pareva aver funzionato, ma in verità non ha funzionato, proprio per nulla. Ho tentato di tutto per dimenticarla. Ho persino tentato di alterare nella mia memoria certi fatti per poter pensare male di lei o addirittura arrivare a detestarla, ma alla fine una voce nella mia coscienza mi diceva sempre che avrei compiuto una operazione troppo ingiusta per puro e semplice egoismo. Però ho davvero capito che cosa voleva dire Michele Zarrillo quando cantava

“come farò a rassegnarmi a vivere?

E proprio io che ti amo,

ti sto implorando.

Aiutami a distruggerti”

Ecco volevo proprio rassegnarmi a vivere almeno fino a quando, forse, un domani, fossi riuscito a vedere di nuovo la vita con altri occhi e dalla rassegnazione, forse sarei passato di nuovo alla gioia di vivere. Ma il fatto è che la maggiore gioia di vivere l’avevo provata proprio stando con lei. Non ho memoria di un periodo prima di lei in cui fossi stato veramente felice di vivere e di essere nato. Non mi interrogo nemmeno sul dopo, la risposta è scontata. E, di fatto, quelle poche volte che ho abbozzato un tentativo del genere non è valso a nulla. Mi sono solo fatto male da solo. Se ora invece arrivasse qualcuno e se la portasse via, così, sotto i miei occhi, avrei la ragione definitiva per dimenticarmela, per dire, ok lei è andata avanti, adesso devo farlo io e voltare pagina per sempre... Ecco, proprio così, ci vorrebbe un evento contingente contro il quale non potrei nulla se non prenderne coscienza. Se mi rendessi “fisicamente” conto di amare una donna diventata ormai di qualcun altro, prima o poi, questo amore si deciderebbe a morire accorgendosi di quanto è impotente e sfortunato come è già successo in passato quando mi sono conto che amavo una donna che non avrebbe mai potuto essere mia perché non avrebbe mai potuto vedermi con gli occhi giusti.

Mi rendo conto che non potrei fare nulla nemmeno adesso perché, come ebbe a dire lei stessa tempo fa, si era “abituata a vivere senza di me”, mentre io sembravo ancora brancolare nel buio. E lei invece ne aveva fatto di progressi. Alla fine aveva trovato lavoro, si era aperto il conto in banca, aveva iniziato a girare per la città a far le sue cose senza nessuno appresso e senza bisogno di nessuno. Non che io avessi in assoluto bisogno di qualcuno, ma io ancora oggi devo constatare come la mia vita si sia fermata (o forse sarebbe più opportuno dire che gira in folle come un motore con la frizione rotta). Dicevo che mi sento fermo a quel maledetto giorno di tre anni fa, quando stando davanti a me con gli occhi lucidi, indossava in golfino verde e gli stessi pantaloni di oggi. E io invece stavo lì a giocare a fare il duro e la cacciavo via. Ma chi cacciavo? Dicendo quali parole? Ma come ho fatto poi? Con che cuore? In nome di che cosa? Che demone mi prese quel giorno e che demone mi impedì di cercarla per i successivi cinque mesi, dandole tutto il tempo di farsene una ragione?

E' arrivata da sola. In tutta franchezza, negli ultimi tempi l'ho sempre immaginata accompagnarsi a qualcuno. Forse, in verità, non c'è nessuno nella sua vita ancora adesso. Possibile che una donna così bella non abbia trovato ancora un uomo dopo di me? Notizie recenti affermavano il contrario. Davano per imminente addirittura il suo matrimonio. Ha davvero un uomo adesso? Lo ha cercato? Lo ha trovato? Certo, considerato che lei per prima, ci ha messo la classica “pietra sopra”, sarei addirittura meravigliato se fosse ancora da sola. Ma, mi hanno detto che ce l'ha un uomo e che sta per convolarci pure a nozze, però una parte di me si rifiuta di crederlo e spera ancora che mi abbiano detto una fandonia, una farfanteria, così per il puro gusto di farmi star male o di vedere come reagivo in quel momento...

Ho parlato spesso di Lei a Tea, una delle mie migliori amiche, che ha una interpretazione completamente diversa dalla mia in merito alla “nostra ultima conversazione”. Quando mi aveva detto che tornare insieme avrebbe avuto senso solo se avessimo messo in atto il progetto di sposarci, altrimenti sarebbe stato come tornare al punto di partenza senza nessuna vera evoluzione. Tea sostiene che una donna che non ama più un uomo non gli propone di sposarla in tempi brevi. La proposta di matrimonio non sarebbe stata quindi un diktat, la conditio sine qua non per tornare insieme, ma una estrema dichiarazione d'amore. Forse ha ragione, ma io avevo troppa paura che l'idea di questo benedetto matrimonio contasse più di quanto non contassi io. La questione era di sposare me? O vedere me come mezzo per sposarsi? E così rifiutai. O meglio, le dissi che non potevamo rischiare sulla nostra stessa vita, che volevo stare con lei e che in fondo il progetto era solo rinviato a tempi migliori. Maledetto il lavoro che non si trova e che quando c’è non sai fino a quando te lo potrai tenere. In effetti se solo avessi potuto farlo subito, lo avrei fatto. Avrei sfidato qualsiasi parere contrario e ce ne sarebbero stati. Magari i primi a fare opposizione sarebbero stati proprio i suoi, cui sarebbe apparsa strana e sospetta questa mia ricomparsa all'improvviso, dopo che di me si erano perse tutte le tracce. Se solo avessi avuto uno straccio di certezza sul lavoro. E invece no. Nemmeno adesso le cose sono cambiate. Ho battagliato come un leone contro i miei avversari per averlo quel posto, ma alla fine non ho vinto. Non avevo abbastanza frecce al mio arco. Un concorso per un solo posto! Uno solo! Non si sarebbe mai verificata una cosa del genere in passato. Avrebbero bandito il concorso per una decina di posti almeno non per uno solo. Le probabilità di vittoria erano ridotte al lumicino, ma mi lanciai lo stesso nella battaglia per quell’unico posto. Inutile dirlo, in quella mia battaglia il pensiero tornava a lei, ma non perché sperassi di ritornare con il trionfo della vincita. Specialmente dopo tutto il tempo trascorso e dopo gli ultimi eventi avrebbe avuto poco o nessun senso. Leone o pecorella che io sia stato non cambia nulla. E in fondo, come ero prima mi ritrovo adesso. Ma ora non conta. Non avrebbe contato in ogni caso. Sono pure e semplici elucubrazioni quelle che mi invadono il cervello per adesso. L'unica cosa certa è che sto qui sotto casa sua chiuso in macchina con un sole cocente che mi batte addosso, nell'assurda speranza di un segnale o di una visione. E tra una “passeggiata” e l'altra tra lo slargo del parcheggio e le vie laterali, così, giusto per cambiare angolazione, per vedere meglio se la luce nella sua stanza si accende, resto fermo ed immobile come un ladro o peggio una spia, o più semplicemente, come una statua di sale.

Qualcuno deve aver notato la mia strana presenza. Ogni tanto si affaccia e guarda verso di me. E' lo stesso tizio che si affacciava anni fa, quando restavamo in macchina a chiacchierare per prolungare un altro po' la compagnia, prima che lei se ne andasse a casa. Facesse pure ciò che gli pare, quello lì. Che guardasse pure e se anche decidesse di chiamare la Polizia per eccesso di prudenza io non mi schiodo da qui.

Come dice, Agente, i documenti? Eccoli e via... Stare qui è un mio diritto. Non faccio male a nessuno e a nessuno credo di dare fastidio. Siamo in una domenica pomeriggio di un maggio appena iniziato e già troppo caldo per potersi dire primavera. Questo angolo della città è deserto e sonnolento. La mia presenza qui è sospetta? Ma cosa potrei mai fare qui da solo? Come dite? Ha chiamato qualcuno? Ah si quel signore anziano che anni fa non trovava nulla di meglio da fare che spiarci dalla finestra. Cosa voglio dire? Beh guardi è una storia un po' lunga. Ma non è nulla suvvia sciocchezze. Volete controllare la macchina? Fate pure. Troverete qualche cianfrusaglia dimenticata, una latta d'olio, un girabacchino mezzo arrugginito ed un po' di terriccio per via dell'ultima gitarella in campagna perché da allora non ho ancora portato la macchina al lavaggio. Se fossi una statua di sale, farebbe tutto sto casino quel signore lì per me? No? E allora?

Potessi avere nuovamente la grazia di vederla, come prima. Mi piacerebbe vederla con un sorriso però, non con quell'aria di stanchezza che le era dipinta sul volto. Era quasi pallida. Forse arrabbiata. E vorrei vedere... ritrovarsi con un turno che ti impedisce di stare a pranzo a casa tua proprio nel giorno del primo di Maggio... Le vorrei dire che anche a me capita di fare degli orari assurdi, di non arrivare a tornare a casa anche se lo vorrei, di essere sfruttato e spremuto come un limone. E' purtroppo la maledizione di noi “generazione senza potere contrattuale”. Certo non mi capiterà mai di lavorare il primo di Maggio o in qualsiasi altra giornata di festa istituzionale, lì dove sto adesso. Nella sfortuna mi posso considerare fortunato. E anche parecchio. Però adesso, lascia stare il lavoro, affacciati un attimo solo, te ne prego! E invece in questo giorno sembra che nulla voglia muoversi. L’aria è immobile, non un filo di vento a tirar via un po’ di calore di troppo né a raffreddare l’inquietudine dei miei pensieri. Ammesso che ci sia un filo d’aria chissà che giri sta facendo davvero perché non si muova manco una foglia. Ci sarebbe persino un silenzio irreale se non fosse rotto dagli uccelli sulle cime degli alberi che tirano fuori una vocetta squillante e garrula, godendosi questa primavera già calda abbastanza da sembrare estate e fregandosene altamente di quello che accade a terra, nelle nelle teste e nelle case degli esseri umani.

Suona la campana della parrocchia nel piazzale. Chi lo sa, magari adesso scende per la messa. Ma che idiota, oggi è lunedì e non ci sono messe... Quella campana, mi sa che tra un'ora suonerà ancora.

Stamattina, sognavo di lei. Ultimamente mi capita molto spesso. Mi sono svegliato con le mani sugli occhi come se volessi nascondere l’accenno delle lacrime che mi stavano bagnandole palpebre. Ero in preda ad un coacervo di sentimenti che andavano dalla tenerezza all'avvilimento e mi nascondevo alla luce del giorno che veniva. Altre volte ho provato questo desiderio di non destarmi, di ricominciare a sognare di lei, completamente indifferente al pullulare della frenesia del mondo. E invece no. Anche se ci tentavo non mi capitava mai. Al massimo volava la mia immaginazione, ma non era la stessa cosa, perché non c'era spontaneità, non c'era casualità. Tutto andava a parare esattamente dove volevo io, ma senza vera soddisfazione, perché sapevo di essere io a far accadere quelle cose. Non c’era nulla da cui attingere una vera soddisfazione. Era tutto falso. Almeno sognando non me ne rendevo conto. Non potevo sapere che c'ero sempre io a barare in fondo… Ma da sveglio lo capisci. Quello che sogni da sveglio non vale. Non è qualcosa che sembra capitare a prescindere da te e dalla tua volontà.

Il senso del tatto, quel sentire le mani sul mio volto mi ha fatto necessariamente andare indietro nel tempo, quando le mani non erano le mie, ma le sue. Quando non era per nascondersi, ma erano carezze. Ho allargato le mie dita proprio come era solita fare lei perché la sua mano era piccola ed il mio viso grande. E allo stesso tempo ricordavo quando poi ero io a ricambiare le carezze sul viso e sentivo come era perfetta la sua pelle. Oddio, forse non era perfetta, ma chi se ne frega?. Era la sua e tanto bastava perché la potessi considerare perfetta. Adesso sul mio viso c'erano le “mie” mani. Potevo allargare le dita quanto volevo io, ma mi rendevo lo stesso conto dell'inganno.

Ripreso contatto con la realtà, mi vedevo solo, in questo vano tentativo di nascondermi a me stesso, chiedendomi quando sarebbe finito quel tormento estatico, quell'eterno suo vagare nella mia mente. Forse non ho ancora voglia che finisca, per dire almeno un minimo di verità. Nei sogni precedenti accadeva di tutto, piccolezze o eventi straordinari. Si passeggiava o si parlava o si faceva perfino l'amore come non s'era mai fatto prima. Una volta sognai che mi abbracciava stando dietro di me, mentre tutt'intorno succedeva non so bene che finimondo da squagliarsi le budella, ma io non ero capace di voltarmi e guardarla. Altre volte capitava che vedessi il suo corpo, ma non il suo viso oppure l’esatto contrario. Poi arrivavano anche is ogni paradossali, come quelli in cui aveva delle fattezze completamente differenti, ma io sapevo con assoluta certezza che era lei come potevo essere certo della mia identità. Adesso anche nei miei pensieri, malgrado tutto, il contatto delle pelli era sparito.

Nel mio sogno di questa notte, e non chiedetemi perché, mi ritrovavo dal suo ottico di fiducia, quello dove lei comprava, a scadenze più o meno regolari, le lenti a contatto usa e getta. Quelle che invece oggi non portava perché aveva gli occhiali. Chiedevo sue notizie alla commessa. In verità non sapevo chi fosse questa ragazza bionda con il camice bianco dietro il bancone. Non ricordavo di averla mai vista prima. Però sapevo per certo, con la certezza che solo nei sogni puoi avere, che lei la conosceva e a dire il vero pareva che lei conoscesse anche me e che sapesse tutto della nostra storia. Non hi idea del come e de perché potesse sapere tutto, ma era un sogno e quindi era normale così.

Ad un certo punto, vedendomi in uno stato di profonda prostrazione, la commessa mi porgeva due blocchetti di appunti, di quelli coi fogli tenuti assieme con anelletti di plastica.

“Questi sono i suoi diari” – mi diceva – “li ha affidati a me. Ogni volta che passa da qui, ci annota su qualcosa e poi me li ridà. Non so perché non li voglia tenere a casa. So di commettere una scorrettezza nel farteli vedere, ma forse ti saranno di aiuto”.

Poi apriva una pagina a caso e mi diceva:

“Guarda come è diseguale la sua calligrafia. Sembra quasi che faccia diversi tentativi di scrittura, come se volesse con questo manifestare i suoi tentativi di ritrovare, oltre alla grafia, un'identità personale”.

In effetti era vero. La scrittura era diversa sui vari capoversi. Avevo di fronte appena due paginette fittamente vergate, ma le differenze erano impressionanti come se fossero state scritte da più mani diverse.

“Posso tenerli per un po'?” - Le chiedevo.

“Va bene, ma non troppo ed è bene che non escano di qui” – mi rispose - “Sai, non vorrei che arrivasse all'improvviso”. E diceva ancora: “Oggi in teoria non dovrebbe venire, ma non si sa mai...”.

Mi mettevo quindi a sedere su una poltroncina di un salotto attiguo alla stanza delle vendite e li tenni un po' in mano, senza risolvermi ad aprirli e leggerli. Effettivamente non sapevo se aprirli o meno. Da un lato desideravo farlo, dall'altro volevo ridare tutto alla commessa e dirle che non era giusto, che apprezzavo la sua delicatezza verso di me, ma non si poteva fare davvero... e poi... tanti saluti. Non mi sfiorava nemmeno per un istante l'idea di chiedermi come mai avesse lasciato da lei e in quel posto i suoi “diari”. In fondo questa ragazza era una semi sconosciuta. Però non ci pensavo troppo anche perché era un sogno ed ancora una volta andava come sempre, bene così. Alla fine vinceva la curiosità e dopo aver tirato un lungo sospiro, li aprivo.

Osservavo quella grafia assai disuniforme. A tratti aveva un piglio sicuro ed era molto ordinata. In altri punti era più sciatta, come se avesse scritto di corsa e non si fosse preoccupata di mantenere una parvenza d'ordine o come se le fosse mancato un appoggio saldo. Ma anche dove era più ordinata c'erano delle palesi differenze. A tratti si notavano delle rigidità ben evidenti, come se si fosse sforzata di scrivere le lettere imitando uno stile non suo. Talora erano spigolose e dirette verso l'alto, talaltra non c'era nessun disegno apparente ed erano fatte così come venivano, ma insistevano certe rotondità che non sapevo dire se premeditate o no.

Inizialmente, a dire il vero, non lessi nulla. Guardavo, osservavo e scrutavo. Più che leggere stavo li a contemplare gli arabeschi delle parole, così, in modo sconnesso e senza alcun filo logico. Poi iniziavo a leggere sul serio. Nulla di che. Ordinaria amministrazione. Vita di tutti i giorni e nemmeno troppo palpitante. Piccole preoccupazioni di lavoro, a volte banali liste di cose da comprare e motivazioni sul perché comprarle. Appuntamenti dal dentista, annotazioni sulla sorella sui nipotini, piccole lamentele e manifestazioni di noia. Piccole meschinerie tra colleghe che rinascevano sistematicamente in ogni periodo di rinnovo dei contratti - mors tua vita mea - e momenti di alleggerimento successivi a cose ormai fatte con soddisfazione di (quasi) tutte e cambi repentini di atteggiamento con annesso miele che cola a sproposito...

Non una sola parola su di me. Nulla di nulla. Nemmeno un ricordo del passato, bello o brutto che fosse. Si trattava di cose recenti. Eppure me la sentivo vicina. Anche se non fisicamente era lì, con me. Anche se non mostrava di pensarmi. C'erano i suoi pensieri di tutti i giorni. Finalmente la sua essenza non mi era più estranea e lontana. Una delle cose che mi aveva fatto soffrire un sacco dopo la nostra separazione era questo pensiero fisso: Avevamo desiderato tanto e tentato di fonderci, di diventare una persona sola. Avevamo un desiderio di vicinanza, di sapere cosa pensavamo, cosa facevamo e tutto d'un colpo il buio. Eravamo diventati da un giorno all'altro degli estranei, dei perfetti sconosciuti, come se non ci fossimo mai visti né incontrati. Peggio, come se in verità al mondo non esistessimo o non fossimo mai esistiti. Ovviamente non era così, ma era lo stesso l'impressione che mi capitava di provare. Forse, in verità, anche quando ci pensavamo intensamente, ciascuno attribuiva all'altro una indifferenza cocente che si manifestava ostentatamente nel non cercarsi. Ma come si poteva averne certezza? Sarebbe stato poi un pensiero consolatorio nei tempi lunghi? Non ci cercavamo più dopo anni che eravamo stati insieme sempre, dopo che persino una sola settimana di lontananza forzata, per motivi di lavoro, pesava come un macigno, dandoci una malinconia struggente. E al mio ritorno erano baci ed abbracci da non potersene saziare. Un calore che prendeva dal centro del petto e si spandeva per tutto il corpo. Adesso era di nuovo lì con me, silenziosa, avevo nuovamente la prova tangibile che esisteva, che viveva, che affrontava la vita come tutti nel bene nel male. Era li con me anche se sembrava non ricordare chi fossi. Paradossale, è vero, eppure mi appariva così. In genere non pensiamo mai queste cose di tutta la gente che non vediamo più. Però noi non eravamo “la gente” e in ogni caso verso “la gente” comune non si prova questo senso di lacerazione, perché, in effetti, con gli altri una vera lacerazione non c'è mai stata mentre con lei si. Nemmeno quando si litiga con un amico cui si tiene da morire è la stesa cosa. Lacerare una more è una cosa completamente diversa che non si può capire finché non ci si si finisce dentro con tutte le scarpe.

Se mai questo senso di lacerazione poteva essersi presentato per qualcun altro adesso pareva che fosse stato completamente a sproposito, quando davvero non era il caso e per chi non era il caso, come se mi si fossero sballati tutti i punti di riferimento. Mi ero fermato un attimo a considerare queste cose, poi ripresi a sfogliare in modo casuale, quando all'improvviso, su un vago discorso che aveva per oggetto il futuro, un passo catturò inevitabilmente la mia attenzione. A lettere chiare ed ordinate c'era scritto:

 

Tante cose sono accadute e tante ancora ne dovranno accadere. Il flusso della vita continua in ogni caso. Ora io so di essere parte del gioco e non mi tiro più indietro come un tempo. Ciò malgrado, le mie speranze e la mia vita sono nelle mani di Massimo. Non mi resta altri che lui.

 

Nessun altro cenno in quella pagina né nelle successive. Iniziavo a respirare profondamente. Quindi era vero! Non avevo sospettato invano, né erano infondate le notizie che mi erano giunte. Respiravo di nuovo forte, poi chiudevo tutto e andavo al banco per restituire i blocchetti cercando di attirare con discrezione l’attenzione della commessa che in quel momento aveva a che fare con due clienti pignoli. Posavo i blocchetti sul banco senza dire nulla. La commessa capiva e non aggiungeva altro, solo mi faceva cenno di aspettare. Andava un istante nel retrobottega per tornare con delle strane buste.

“Ho capito che per te è molto importante” – mi diceva – “tieni queste. Mi aveva chiesto di distruggerle in verità, ma ancora non avevo trovato il tempo per farlo”.

Queste due buste erano due strane confezioni di cellophane che contenevano delle foglie. Le foglie erano sistemate ordinatamente, una sull'altra senza coprirsi del tutto, come delle tegole. Su queste lei aveva scritto una minuta, almeno parziale, di quelle pagine. La disposizione delle foglie, in verità, non era poi così regolare. Era l'ordine della scrittura che la faceva apparire tale.

Le prendevo e dopo aver ringraziato mi avviavo precipitosamente verso l'uscita. Purtroppo le foglie non erano compatte come pensavo e con pochi movimenti perché iniziavano a mescolarsi tra di loro. Ogni mio maldestro tentativo di rimediare a quella situazione non faceva che peggiorare le cose, sicché, in breve, avevo tra le mani solo un miscuglio di lettere e monconi di parole che non avevano più senso e continuavano a confondersi ancora di più. Era come se una stilla dell'inchiostro con cui erano scritte fosse caduta in acqua e da quel rivolo inizialmente ancora distinguibile, poi fosse venuta fuori una sbiadita massa d'acqua azzurrognola omogenea e indistinta. Pensare di mettersi con calma a ricomporre il tutto era roba da matti. Sapevo che non ci sarei mai riuscito. Mi restava solo lo sconforto di una nuova e più definitiva perdita...

Non ricordo altro e credo d'essermi svegliato in quel momento con le mani sul volto, come dicevo prima.

E' tardi adesso, sono passate tre ore e più da quando sono arrivato. Non si è mossa una foglia, non una, ma nemmeno nessuno si è affacciato al balcone stavolta. Quindi niente polizia. In una ulteriore e vana speranza ho pensato che mi arrivasse un messaggio sul cellulare. Qualcosa del tipo: “Sei tu quello che vedo lì nel piazzale, chiuso in macchina?” Ovviamente non è accaduto.

Solo, ad un certo punto è arrivato un uomo in macchina. Ha parcheggiato a poca distanza da me ed venuto fuori con una certa solerzia. Sembra avere un'età compresa tra i 35 ed i 45 anni. Non ha guardato in nessuna direzione in particolare e s'è diretto con un piglio sicuro verso il cancelletto di casa sua. “Costui potrebbe essere Massimo” – ho pensato.

“Ecco, ci siamo, tra poco avremo l'epilogo, lei scenderà abbracciata a lui, monteranno in macchina e se ne andranno”. E invece no. Nemmeno lui si è visto più. Mi è rimasto il dubbio di sapere chi sia e dove effettivamente sia andato. Oggi è come se tutti venissero ingoiati in una voragine della memoria.

Ma poi, in fondo, le statue di sale hanno memoria? Si rendono conto che il tempo passa e che le cose nella vita cambiano? Se anche io, statua di sale, vedessi quello che voglio vedere adesso o tra breve, riuscirei poi ad andare avanti e a voltare pagina, oppure mi metterei a cercare altre pietose scuse per restare con inutile ostinazione abbarbicato al passato e tornare a stazionare qui sotto?

E' tardi adesso. Tra poco il sole calerà definitivamente dietro la sagoma a cono del monte Cuccio che dal suo balcone si è sempre visto molto bene. Ha proprio la forma di un cono quella montagna, come la disegnano i bambini nella loro ingenua e stereotipata visione del mondo.

Tra poco gli ultimi raggi di sole all'imbrunire imporporeranno quelle poche nubi che con casuale svogliatezza si sfilacciano sopra la montagna a forma di cono.

Dunque non ti affaccerai più, amore mio?

Nemmeno per vedere il tramonto?

   
 
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