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Autore: Fabian_Dominc_DeJenisse    26/12/2022    1 recensioni
Un ubriaco in un locale inizia a parlare, nell'apparente indifferenza degli avventori delle sue ultime traversie di vita.
Avvertenze:
Ho rimaneggiato il testo rispetto alla versione originale per darle spessore ed eliminare alcune piccole incongruenze;
E' presente un linguaggio a tratti volgare, ma funzionale al personaggio ed all'ambientazione.
Genere: Angst | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Il barista aveva ormai preso a guardarlo con sospetto. Viktor Sarenko, operaio che aveva lavorato per una vita nelle industrie petrolifere di Novosibirsk, finché non l’avevano rimandato a casa sua in Ucraina, era decisamente alticcio e si era messo a sproloquiare. In verità stava solo tentando di parlare con gli altri avventori che, manco a dirlo, non se lo filavano di striscio. Ogni tanto gli gettavano un occhio distratto ed impietosito, ma alla fin fine, ciascuno aveva da pensare ai fatti suoi. Se in quella fredda sera erano in quel bar, tutti invariabilmente soli a bere o a mangiare un boccone scarso e mal cucinato, invece che nelle rispettive case, poteva solo significare che a casa loro ci stavano male, almeno peggio che in quel bar nemmeno riscaldato, che da casa loro erano stati cacciati fuori, per loro colpa o per la cattiveria di qualcuno altro o semplicemente perché una casa non l’avevano avuta mai e campavano di espedienti. I più indifferenti erano proprio questi ultimi, quelli la cui unica preoccupazione sarebbe stata, di lì a poco, quella di trovare un buco dove infilarsi, meglio se con una coperta, anche di fortuna, per passare la notte, finché il sole – s’esso gli avesse fatto la grazia di sorgere di nuovo – non sarebbe stato nuovamente un sollievo. Per molti dei presenti c’era solo da cercare di passarla quella notte e sopravviverle.

Sarenko, dal canto suo, poco si interessava su chi lo stesse effettivamente a sentire e chi no. Lui aveva voglia di parlare. Le orecchie la gente le aveva e se qualcuno le avesse tenute aperte, bene, altrimenti non gliene sarebbe fottuto nemmeno un granché. Uno dei soggetti di queste sue arringhe improvvisate erano le sue donne, quelle che ormai non erano più al suo fianco e l’argomento gli metteva addosso una rabbia cupa che manifestò solo alzando il tono di voce ed in nessun altro modo per la fortuna dei presenti. In quel momento qualcuno pensò di sollevare gli occhi e rivolgergli uno sguardo un poco più attento. Si sa, le traversie sentimentali degli sconosciuti non mancano mai di attirare un minimo d’attenzione. In verità, non videro nulla di più di quanto non avessero già visto in altre serate: un uomo dalla lunga barba incolta, dal naso piuttosto grosso che sembrava tradire origini ebraiche antiche, con un pesante e spesso cappello di lana a zuccotto calcato sulla testa e pure storto, che lasciava fuoriuscire una zazzera rossiccia che andava ormai ad incanutire. Quella sera era davvero in vena di spararle grosse con le sue confidenze andando a briglia sciolta.

– “Se il governo dovesse decidere di incentivare politiche a favore della famiglia ed incoraggiare i giovani a farsene una, allora io dovrei essere riconosciuto come uno dei suoi più validi collaboratori. Non sto scherzando. È un dato di fatto che tutte le mie ex, una volta interrotta ogni relazione col sottoscritto, sono corse a rifarsi una vita e lo hanno fatto in tempi da record, veramente, prima ancora del tempo che ci si metterebbe ad elaborare il lutto della separazione. Molte si sono addirittura sposate entro l'anno. Certo non sempre questi matrimoni o queste relazioni sono stati felici e del resto il senso comune direbbe che le cose fatte di fretta e furia non vengono mai bene. Lo dico senza sadica soddisfazione, non invoco mai alcun karma a sproposito – che poi scusare, ma che cazzo sarebbe questo karma? – anzi dico che sono davvero dispiaciuto. Però la sorte di quelle famiglie, non sarebbe un problema mio, quindi, in ogni caso, io sarei lo stesso un più che valido sostenitore e facilitatore di quella politica.

Che ne dite? Potrei addirittura chiedere per questo di essere mantenuto a spese dello stato.” –

Detto questo, rise sguaiatamente alla sua stessa battuta, così forte che la risata gli scivolò presto in un accesso di tosse catarrosa che per poco non lo strozzò… Prese aria e poi riprese a parlare con più calma dopo essersi dominato.

– “Potrei dire a tutte le donne che incrociano il mio cammino, incluse le presenti, non si sa mai, che se stanno inseguendo ancora un sogno, ma spero vivamente di no, conviene non avere a che fare con me” – disse non senza una punta di stizza dopo aver tracannato l’ultimo bicchierino di acquavite che posò subito sul bancone indicandolo al barista affinché glielo riempisse di nuovo.

Gli venne ancora da tossire, ma stavolta in modo più leggero.

Poi rincarò la dose, ma abbassò il tono della voce.

– “A quanto pare non porto molto bene alle donne che amo. Una mi lasciò, a suo dire, stanca dei miei vizi e delle mie attese. Adesso si trova nelle mani di un uomo gretto, bugiardo, ignorante e violento che la riempie di botte dalla mattina alla sera e non le permette nemmeno di uscire di casa. – Si girò indietro fissando un tale a caso – Avete tanta cura e preoccupazione delle donne afgane e spesso dimenticate che ci sono donne che vivono, come in Afganistan, a casa nostra… e vostra… Ipocriti!

So di non essere perfetto, che non sono un bell’uomo, so che puzzo e sono sgradevole, che non ho un soldo in tasca e non posso dare un cazzo a nessuno, anzi, forse quello si... finché mi funziona” – aggiunse con un sorriso lascivo all’indirizzo di una signora di mezza ancora piacente che lo guardò spazientita – “ma giuro su Dio che una mano su una donna non l’ho messa mai... Che cazzo, mai, se non per farle una carezza e sempre che lo gradisse.

La seconda donna che amai (una bellissima rumena – forse mi ero stancato delle donne russe ed ucraine) e che avrei giurato essere finalmente quella giusta per me, mi lasciò senza nessun motivo apparente. Sono io? Ho sbagliato qualcosa? No, mi diceva, Sono io che non valgo e che sono tutta strana e complicata. State attenti a quelle che vi dicono di essere strane e incasinate. Quello è il bottone che spalanca la via di uscita. Sono fatta così… e se ne vanno. Senza dover dare scuse. Quando pare a loro. Comodo dire sono fatta così. Non ti prendi in carico nemmeno la necessità di crescere. Lei almeno inseguiva il sogno del rendersi indipendente con un lavoro, qualunque esso fosse. Si arrangiava facendo di tutto e oggi, per sua stessa ammissione, si ritrova in una tana di lupi, a fare la bracciante agricola, lì in quel suo cazzo di paese che sta combinato peggio del nostro.

Quando stavamo ancora insieme mi diceva di aver timore che il compagno di sua sorella, un magazziniere apparentemente innocuo, fosse un tipo di cui non ci si doveva fidare e che non si sarebbe fidata di lui nemmeno se gli avesse indorato il sole salendo sul una scala per raggiungerlo gradino per gradino. Diceva di temere che gliela trascinasse in un giro di prostituzione, addirittura un giro internazionale, cose che spesso si sentono dire e non so se avesse letto troppi giornali, però di fatto non aveva uno straccio di indizio che la portasse a fare tali affermazioni. Secondo me la verità era che le stava solo sul cazzo quello lì e probabilmente aveva in odio i suoi connazionali. Tutti ubriaconi diceva. Quindi io non avrei dovuto farle impressione da questo punto di vista...

Insomma era una razzista che non sopporta la sua stessa razza, ma ve lo immaginate? Io lì avrei dovuto capire subito che non le funzionava qualcosa in testa.

Quella storia del giro di prostituzione era tutta una fandonia una fantasia pruriginosa ed infatti non avvenne non avvenne nulla di tutto quello che aveva immaginato. La sorella, oggi sta benissimo,meglio di tutti noi, fa la vita della gran signora con quel damerino che magari non sarà ricco, ma le paga ugualmente tutto, le fa passare i capricci e le apre anche la portiera della macchina. Insomma ammirata rispettata e riverita, una roba che manco le borghesi di altissimo bordo... altro che fare la puttana... Lei invece si ritrova nella merda… nella prigione del lavoro dei campi, massacrata da turni allucinanti, sotto il sole cocente dell’ultima estate, così insolitamente caldo per la sua e le nostra terra, per una paga misera che vale meno della crosta di un tozzo di pane nero ammuffito e pure corrisposta in ritardo.

Dio non voglia che abbia subito pure degli abusi senza che mai mi abbia detto niente. Quel mondo della campagna è così duro e crudele che manco ve lo immaginate e le donne in particolare diventano spesso oggetto di attenzioni che con il lavoro non hanno nulla a che fare.

Non voglia Dio, dicevo, anche se mi risulta che spesso, Dio, come oggi, sia troppo indifferente o troppo distratto da ben altre faccende.

È stata male. È svenuta collassando sotto il sole dopo undici ore – dico undici ore – consecutive di lavoro nei campi, china sui talloni, a spaccarsi la schiena e le mani che in quelle condizioni non ci sarebbe stato nemmeno quell’idiota di Aleksej Grigor'evič Stachanov al colmo della sua forma.

Se la portarono via a forza di braccia i suoi caporali, come un sacco di patate, e ne ho perso ogni traccia. Per giorni e giorni non mi ha risposto al telefono. Sono corso da lei al suo paese, prendendo il treno e poi facendo l’autostop, che per arrivare al suo paese non ci sono nemmeno le strade asfaltate e non ne ho trovato traccia, come se fosse sparita nel nulla. Puff… così! – Disse facendo un gesto eloquente con le dita – Ho temuto il peggio del peggio e non sapevo che il peggio invece andava oltre ogni cosa che avevo immaginato. Ora vengo a sapere che è stata presa in cura dal cognato di quella stessa donna che la sfrutta. Dico presa in cura, ma dovrei dire che se l’è presa e basta, come uno di noi si prende una cosa che trova in mezzo alla strada. Al danno s’è aggiunta la beffa. Mi diceva che quella sfruttatrice era la sua migliore amica, ma io di amichevole in questa donna non ci vedevo nulla. Aveva uno sguardo fin troppo penetrante, ti guardava sempre di sbieco, aveva le labbra troppo sottili per poter anche solo sembrare gentile, strette in un ghigno poco rassicurante che nessuno avrebbe mai potuto definire sorriso. Non l’avrei voluta come amica nemmeno se fosse rimasta come ultima donna sulla terra.

Io ho un sesto senso per i manigoldi, che ci volete fare. E per per le manigolde, ché pure voi femmine non è che siete tanto meglio di certi maschi...

Glielo dicevo spesso che quella non si comportava bene, ma lei minimizzava o mi diceva che avevo torto marcio o, quando non le girava troppo male ed aveva voglia di essere almeno un po’ sincera, mi diceva che avevo ragione, ma che aveva bisogno dei soldi e non aveva trovato altro modo onesto per farli. Mi diceva di portare pazienza che, in fondo, sarebbe stato solo per l’estate e poi se ne sarebbe tornata a casa sua, io l’avrei raggiunta e saremmo stati insieme. Aveva pure rimesso in piedi la casa di suo padre; l’aggiustata un po’ a mani nude e da sola, col il solo aiuto della sorella e di quegli sfaccendati dei suoi nipoti. Intanto era un continuo stare al servizio di quella cosiddetta amica dagli occhi di ghiaccio e dalle labbra sottili. Quella si faceva scarrozzare a destra ed a manca a fare spese.

Una volta mi chiese se potevo darle dei soldi ed io sospettai pure che questi soldi glieli prendesse quella sua cosiddetta amica. Le feci un sacco di domande e lei si risentì pure, ma alla fine glieli diedi perché l’amavo. Avevamo già rapporti troppo tesi per poterci permettere di litigare anche per i soldi. Sarebbe stata la lite finale quella... Poi un bel giorno, dopo che era sparita, si rifà viva e mi dice che stava on il cognato di questa puttana, quello che se l’era presa in casa e l’aveva curata. Questo era per giunta un militare ceceno, uno di quei musulmani barbuti e sarebbe adesso, a suo dire, il suo nuovo compagno.

Quando dopo mesi e mesi ci rivedemmo quasi per caso, ciascuno con una ruga in più d’amarezza sul volto ed un’ombra triste nelle pupille, ciascuno per i cazzi suoi, ci salutammo. Mi venne spontaneo chiederle senza pensarci troppo come si chiamasse il suo compagno. Non so per quale motivo, ma volevo almeno sapere il nome di chi me l’aveva portata via. Per farmene che? Nulla, ma lo volevo sapere e basta, insomma.

– Si chiama Pavel – mi rispose.

Per colmo di sventura non mi è concesso nemmeno di odiarlo quel nome, essendo anche il nome di mio padre...

Ho saputo che a distanza di un anno si sono pure sposati. E così è finita pure la casa del padre. Se ne andrà in malora e diventerà un altro rudere di quel buco di paese in mezzo alla campagna in cui viveva. L’ho saputo da internet che s’erano sposati.

Ormai la gente su internet ci mette i manifesti per qualsiasi cosa facciano. Si sposano? Lo mettono su internet. Trombano? Lo mettono su internet. Cacano? Lo mettono su internet… e magari, se gli aggrada ci diranno pure se la fanno dura o se la fanno sciolta... Lei non ha scritto una parola, solo, alla voce eventi ha scritto:

Matrimonio con Pavel Aleksej Chernomyrdin.

E tanti auguri, popolo. A lei ed al ceceno che se la piglia.

Glieli hanno fatti gli auguri. Eccome. Tutti a scriverle sotto l’annuncio, “casa de piatra”, che in lingua rumena è l’augurio che si fa ai novelli sposi. Sarebbe perfino un augurio bellissimo in altre circostanze perché con esso con cui si invoca simbolicamente la solidità di un amore come se fosse quello di una casa costruita in solida pietra, non certo in semplice laterizio o peggio con quel cartongesso di cui si abusa oggi, che alla prima alluvione la casa ti viene giù... Casa de piatra… sto’ cazzo, che manco un anno fa era lei che chiamava me “iubirea” con una dolcezza che non avevo sentito mai da nessun’altra.

Casa de piatra di qua, casa de piatra di là… buh, buh… Fanculo. Puah… – Sputò per terra.

Il barista, un tipo assai robusto che era stato un militare dell’armata rossa, a quello sputo perse la pazienza e come un fulmine si precipitò su di lui afferrandolo per la zazzera con una mano, mettendogli l’altra alla gola e sollevandolo quasi di peso, apparentemente senza sforzo mentre gli urlava con sguardo truce – “Vedi di piantarla se non vuoi che ti butti fuori scavandoti un fosso nel culo a furia di calci… Se proprio vuoi sputare, fallo in quel cesso di casa tua… Pezzo di merda. Già facciamo tanto che ci sopportiamo ogni giorno il racconto dei cazzi tuoi. Se non fosse che mi porti quei quattro soldi che rubi chissà dove, te ne potresti stare fuori al gelo… testa di cazzo!” –

Detto questo lo mollò facendolo ricadere pesantemente sul suo sgabello che scricchiolò. Sarenko non protestò. Quello lo avrebbe messo a mal partito. Forse oltre che nell’armata rossa aveva militato anche nel KGB ed in quel caso sarebbe stato ancora meglio addestrato e molto determinato a far male seriamente in uno scontro fisico diretto. Ritenne saggio non insistere, ma si volle nemmeno scusare, pur sapendo di aver perso il controllo. Sarebbe stato in nutrita e buona compagnia per le scuse. Lì c’era gente che sottecchi faceva le stesse cose. Qualcuno arrivava a pisciarsi pure addosso, specie quando la sbronza era solenne, come testimoniavano il tanfo perenne del luogo e certe sedie e sgabelli che ormai avevano palesemente cambiato colore.

Poi riprese a parlare a bassa voce.

– “Tutta quella melassa ipocrita degli auguri, perché non ci credo davvero che nessuno sappia come è nato questo matrimonio, anzi questa buffonata… Qualcuno, a parte me, lo deve pur sapere.

Credo che sia più logico e corretto dire che costui se l’è presa d’imperio, altro che amore, altro che rispetto. I dettagli non li voglio sapere. Mi vengono in mente, ed ogni volta non posso fare a meno di mandare giù un altro bicchierino d’acquavite per scacciarli via ed ogni volta ne pago il prezzo con una fitta alle tempie, pur di non avere quell’immagine truce del suo corpo, sempre così bello e delicato, malgrado gli anni, tra le braccia di questo rozzo soldato, la merda tra le merde umane, un assassino autorizzato dalla sua patria.” –

Il barista lo guardo di novo e fece segno di caricare un pugno destinato alla sua faccia, ma alla fine non lo sferrò.

– “Voglio almeno sperare che nei momenti dei suoi amplessi ella se ne resti inerme e muta e che non gli dia nemmeno la minima impressione di rappresentare per lei qualcosa. Ma sento spesso raccontare di cose strane, di rapporti particolari tra vittime e carnefici e perfino di affezioni che nascono col tempo, anche nelle condizioni peggiori in cui ci si possa trovare. Me ne ha accennato un mio amico professore e scrittore… Sindrome di Stoccolma la chiamano. Poi chi lo ha detto a lui, davvero non lo so.

So solo che quella volta che mi disse che stava con questo, non ci fu bicchierino in grado di soddisfare la mia “sete” e le fitte alle tempie furono invece continue e lancinanti.

Con il viso di lei davanti agli occhi e nella mente, un viso che nel teatrino della vita esibiva come sereno e sorridente, bevvi così tanto che stetti male per tre giorni di fila. E dire che io ormai l’alcol lo reggo piuttosto bene. Non so se per caso abbia preso stabilmente posto nelle mie vene al posto del sangue. So solo che per tre giorni non riuscii a mangiare nulla e me ne andai in giro vagabondando, uscendo dalla città e ritrovandomi in una campagna a me completamente sconosciuta. Avevo strani lampi di luce davanti agli occhi, persi l’orientamento e credo, in verità, anche conoscenza dopo l’ennesima fitta. Mi svegliai col sole già alto sul ciglio del Dnepr.

Mezzo movimento in più e ci sarei caduto dentro, senza nemmeno rendermene conto e ci sarei morto sicuramente. Si sarebbe solo potuto scommettere solo se ero morto prima per annegamento o per assideramento. Avrebbero trovato il mio corpo ed avrebbero scritto due righe a stento sul giornale locale, riferendo del decesso dell’ennesimo balordo ubriacone, magari deplorando l’eccesso di alcol o il freddo eccessivo.

Ma non ci caddi dentro e nemmeno ci morii. Il Dnepr, forse, nemmeno mi voleva. Mi svegliai con il sole che mi colava in faccia.

Un sole che non mi scaldava ma che dava solo fastidio. Non riuscivo ad aprire gli occhi. Se solo tentavo dovevo richiederli immediatamente. Sentivo ancora delle lame conficcarsi in tutti i punti più molli ed indifesi del mio corpo ed il freddo si stava impadronendo in modo irreversibile di tutte le mie giunture. Non so nemmeno io come riuscii a fare uno sforzo sovrumano ed a tirarmi su, né come riuscii a restare in piedi senza ricadere giù. Forse il richiamo della vita. Non che mi interessasse più di tanto; solo che in fondo non volevo darla vinta a quelle due stronze che avevano preferito mettersi nelle mani di uomini assai peggiori di me. Contente loro.

So che ce ne sono di migliori e pure molto, ma loro hanno preferito scegliere davvero il peggio che potessero trovare. Io non ero sicuramente il peggiore e ve lo racconto, così magari ve ne convincete anche voi”.

  
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