Crossover
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Autore: Tubo Belmont    08/01/2023    5 recensioni
[Hazbin Hotel]
[Helluva Boss]
[League of Legends]
[Ispirata/Spin Off della fic su Hazbin Hotel di Manu_00 'Radioactive']
O forse...
l'Inferno è ESATTAMENTE un posto per prede.
Noi siamo semplicemente i predatori.
Genere: Generale, Horror, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Shoujo-ai | Personaggi: Cartoni, Videogiochi
Note: AU, OOC | Avvertimenti: Gender Bender, Violenza
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Sotto la cattedrale, dopo un lungo passaggio segreto affiancato da torce di ferro nero, si trovava un’immensa camera circolare, che nella sua forma ricordava uno stadio. Le pareti ricurve ospitavano un cerchio di armature rosse come il sangue, dall’elmo che ricordava la testa di un drago, tutte intente a reggere tra le mani di ferro una lunga lancia da cui scendeva il drappo rosso del Corvo, accompagnato da un grosso turibolo adornato da sfarzosissimi motivi floreali, che dondolava mogiamente dall’origine della picca disperdendo l’incenso profumato di sangue per l’ambiente.
Sotto un tetto a cupola, da cui pendeva un quintetto di enormi lampadari di ferro nero, un immenso catino dorato, attorniato dalle sculture di figure maschili e femminili dall’espressione sofferente, piegati sulle ginocchia mentre tentavano di sorreggerlo, pieno fino all’orlo di sangue denso.
Con i piedini che sfioravano il sangue, legato con una spessa catena dorata che partiva da un grosso argano appeso al soffitto, pendeva mogiamente un ragazzino che vestiva di un camicetta azzurra ed un paio di jeans chiari. La testa era rivolta verso il basso, ma a causa del sacco di iuta che gli copriva la testa – su cui era disegnata una stilizzata e maledettamente inquietante espressione piatta – era impossibile capire quali fossero le sue vere emozioni.
Ah… mio piccolo orsacchiotto…” disse una voce disgustosa dal fondo destro della sala, facendo voltare il bambino in quella direzione.
Con una mano guantata di nero sopra all’enorme leva che avrebbe fatto scendere la catena, un demone deforme che pur indossando la divisa bianca dei suoi confratelli al piano di sopra, se la ritrovava irrimediabilmente deformata da una grottesca gobba che si gonfiava alle sue spalle come un tumore fatto di carne, pelle e venature violacee. Il copricapo era a sua volta rovinato, lasciando intravedere la pelle raggrinzita e rossiccia della mandibola, che contornava un sorriso malato irto di denti affilati e giallognoli, ed un grosso occhio bianco, privo di pupilla e chiazzato di macchioline rosse.
“Non avere paura d’immergerti nella Vasca della Rinascita, piccolo mio” ridacchiò, accarezzando la leva come se fosse stata un cane “il nostro signore, il Corvo Scarlatto, ti ha donato il suo sangue.” Alzò la mano libera al cielo, con sguardo sognante “Presto… riemergerai come nuovo!”
Il bambino col sacco in testa lo guardò per un po’, senza replicare.
“BILLY!” squillò una voce alle sue spalle, costringendolo a voltarsi di nuovo.
“N-non lo ascoltare!” ad aver parlato era stata una bambina dietro alle sbarre di una grossa gabbia di ferro nero. Gli occhioni rossi, che facevano pendant con i lunghi capelli che le arrivavano fino alla gonnellina del vestitino nero, erano spalancati per la preoccupazione “A-andrà tutto bene! V-vedrai, presto padre Mendoza arriverà a prenderci!”
Billy, il bimbo con il sacchetto in testa, guardò verso il basso, poi guardò lei, poi tornò a guardare in basso.
“Mah…” sussurrò con voce flebile, tornando a guardarla “… non è che sia poi così tanto preoccupato, in realtà?”
“B-Billy?” mormorò interrogativa la rossa, stringendo un po’ di più i guanti neri attorno alle sbarre della cella.
“Voglio dire, è un po’ come quando si stava sull’altalena. Quella a forma di ruota.” Il bambino cominciò a rimuginare, voltando lo sguardo verso l’alto “Uhm… più che preoccupato, sono annoiato. Il tizio continua a parlare da tipo mezz’ora da quando mi ha legato qua sopra e non ha ancora fatto calare la catena. Che ha davvero una presa salda, per essere dorata. Pensavo fosse più malleabile, l’oro, che fosse più facile da rompere. Magari è solo ferro dipinto, chi lo sa…” guardò nuovamente la bambina “Dì un po’, credi che stasera ci sarà nuovamente la pizza? È da un po’ che Mendoza non prende la pizza…”
BILLY!” questa volta la ragazzina abbandonò completamente la sua espressione preoccupata, digrignando i denti dai canini pronunciati come quelli di un vampiro “Ti rendi conto della situazione in cui ti trovi, porca miseria!? Stai penzolando imprigionato da una catena sopra ad una vasca di sangue!”
“Oh lo so! Lo so!” Billy guardò verso il basso, inclinando la testa di lato “E da un po’ che voglio farmi un bagno, da quando l’ho vista in realtà. Non ho portato il costume, però… che disdetta…”
“Signor cultista” la bambina si voltò verso il demone deforme, con la testa inclinata di lato ed un sorriso nervoso “Mi può per favore far uscire da questa gabbia così quel BASTASTARDO LO ANNEGO CON LE MIE MANI!?”
Gli altri quattro bimbi all’interno della gabbia, due maschietti e due femminucce, si strinsero tra loro e si ritrassero impauriti, guardando la rossa con occhi sgranati.
“Non essere arrabbiata!” Billy la guardò “Aspetta il tuo turno! Quando ho finito io tocca a te!”
“IO TI STACCO LA TESTA!” gridò l’altra, isterica.
“I-Inès…”
Si voltò di scatto, ancora ringhiante. Dietro di lei, una bimba dall’aspetto molto peculiare: la sua pelle sembrava in tutto e per tutto la corteccia di un albero e le sue mani sembravano rami. I capelli parevano un cespuglietto di petali di ciliegio, così come lo sembrava il vestitino rosa che indossava. Un viso preoccupato contornava due occhi completamente neri, dall’iride gialla.
“Prill…” Inés si calmò un po’.
“F-forse è meglio che Billy non si renda conto di quello che sta succedendo.” Mormorò la bimba di legno, un po’ preoccupata “M-magari è ancora più spaventato di noi…”
“Ho capito, però…” Inés guardò il bambino appeso, ancora un po’ adirata ma anche un po’ triste.
“Ah? No, so perfettamente perché siamo qui” Billy guardò verso le due, che ricambiarono lo sguardo “Ci hanno rapiti e adesso stiamo per essere sacrificati per un culto di cui non ricordo il nome, il fatto è che non m’interessa.”
“MA ALLORA SEI UNO STRONZO!” Inés, con Prill che disperatamente tentava di trattenerla, cominciò a strattonare la gabbia, appesa alle sbarre come un gorilla.
“SILENZIO!” la voce del cultista interruppe la scarica d’insulti della bimba demoniaca, che si voltò a guardarlo con occhi impauriti “Mocciosi rompiscatole come voi… che causate tutto questo fracasso…” si passò una mano sul viso disgustoso “… siete solo buoni per essere carne da macello.
Quell’ultima e minacciosa frase fece ritrarre Inés, che si portò le mani alla bocca con gli occhi pieni di lacrime.
Il cultista la guardò con un sorriso sadico.
“Ehi.”
Poi voltò la testa verso il bambino appeso che adesso lo stava guardando, immobile.
Smise di ghignare come un ratto.
“Non è carino rivolgersi in quel modo ad una signorina” Billy inclinò la testa di lato ancora un po’ “fallo di nuovo, e ti strappo il cuore dal petto.”
La freddezza con cui quel moccioso mascherato disse quelle parole fecero sfuggire al torturatore un gemito impaurito. Poi però quello stesso riprese a sorridere, afferrando la leva dalla quale dipendeva il destino del ragazzo “Credi di farmi paura, stronzetto? Sei un moccioso di merda appeso ad una catena che blocca ogni tuo movimento, quale minaccia potresti mai costituire per m-”
Un Bolas dalle palle di ferro nero percorse in pochissimi secondi lo stanzone circolare nella sua interezza, abbattendosi sulla catena dorata e distruggendola. Il bimbo, completamente libero, cadde nel sangue sollevando un alto schizzo.
“M-ma cosa…” il cultista sgranò l’unico occhio visibile.
Lo stesso Bolas curvò inspiegabilmente la traiettoria, andando a schiantarsi contro alla serratura della gabbia dietro l’enorme catino. La porta di ferro si aprì con un cigolio e tutti i bambini chiusi all’interno sorrisero estasiati.
Guarda te cosa mi tocca fare…
Il cultista si voltò verso l’uscio ad arco che portava dal corridoio alla stanza del sacrificio, sconvolto.
Certo, ti do vitto e alloggio gratuiti, ti permetto di disturbarmi mentre lavoro… e questo è il ringraziamento? Ma guarda che cazzo…” continuò a mormorare Rengar, completamente sorda e indifferente a tutto ciò che la circondava, lo sguardo basso ed un’espressione che era lo scazzo fatto e finito.
“Tu… hai interrotto il mio sacrificio!” gridò il torturatore, adirato.
I bambini, che erano andati ad aiutare un Billy un po’ intontito dalla caduta ad uscire dal catino gigante, si voltarono inorriditi verso di lui, guardando come la gobba avesse cominciato a pulsare in maniera inquietante.
Lo sapevo… lo sapevo! Dovevo tagliarle la testa quando ne ho avuto l’occasione tutte quelle volte… che stupida…” continuò la leonessa, liberando lentamente la claymore dal suo fodero.
“TI PENTIRAI DI CIO’ CHE HAI FATTO!” la gobba del cultista esplose e quattro gigantesche zampe, che sembravano quelle di un granchio, emersero dal pus e dal sangue. Con un ruggito agghiacciante, l’abominio piantò le zampe a terra, che lo sollevarono a penzoloni, quindi cominciò a correre verso la mercenaria con uno stridio acuto.
Anzi, meglio! Avrei dovuto venderla ad un mercato nero di bestie esotiche” Rengar sorrise sadica “magari pagavano pure bene…
Con una sola mano, lanciò la claymore verso il cultista, dove s’infilzò fino all’elsa nella sua fronte. La creatura collassò a terra senza emettere un lamento, strisciando al suolo in avanti dopo essere inciampata mentre correva scompostamente con quelle quattro zampe da crostaceo gigante.
“…Bah, quando sono irritata penso davvero a cose assurde.” Concluse la mercenaria, afferrando l’elsa che spuntava dal cadavere della sua ultima vittima, che aveva terminato la propria corsa davanti a lei, estraendola e malo modo e facendo fuoriuscire tutte le cervella del demone.
I bambini, tutti tranne Billy che era più concentrato su un piccolo scarafaggio che camminava sopra la sua scarpa, guardarono sconvolti la loro salvatrice.
“Dunuqe, siete voi i mocciosi di Mendoza?” domandò la leonessa, dopo aver ritirato la spada ed aver incrociato le braccia con un sopracciglio alzato.
 
[…]
 
Marasmus Flynch, ora il Corvo Scarlatto.
A pensarci bene, pure lei con un nome simile se lo sarebbe fatto cambiare.
Per il suo lavoro, Rengar aveva collezionato fascicoli e dati su praticamente ogni singolo abitante dell’Inferno. Alcuni reperiti tramite commercio illegale d’informazioni, altri che venivano presentati sotto gli occhi di tutti in forum come ‘il Condannato della Settimana’. Tra la maggior parte dei casi da manicomio che erano usciti fuori, quello di Flynch era in assoluto ciò che più aveva sollecitato Kha’Zix a prendere parte a questa serie di lavori di sterminio. Con un astuto gioco di manipolazione che lei poteva solo sognarsi, era stato in grado, a soli dodici anni, di far ammazzare i propri genitori.
Spingendoli ad uccidersi tra loro.
Come in un rifacimento della Guerra dei Roses.
Dopo essere finito in un orfanotrofio per bambini con problemi, dove aveva deciso fosse una buona idea convincere i mocciosi suoi compagni a uccidere gli inservienti nel sonno e divorarli poi a colazione, aveva cominciato la sua giovanissima carriera da Serial Killer. A soli sedici anni, era il più prolifico assassino minorenne in circolazione: sessantasette vittime, perlopiù bambini più giovani e qualche senzatetto. Poi, raggiunti da poco i ventitré anni, era iniziato il vero e proprio impero del Corvo Scarlatto.
 
Only Blood Will Tell
 
Un culto di auto-masochisti e lesionisti, ossessionati dal sangue, dall’omicidio e dal caos. Un po’ come lo strano culto di youtube ‘Blood over Intent’, ma a differenza di quei quattro buffoni questa era una cosa effettivamente seria. Non gli ci era voluto molto a questo fenomeno per diventare di fama mondiale. Universale, nel caso dopo la sua morte avessero scoperto altre Galassie abitate. Un culto militarizzato e folle, più potente e pericoloso persino di Al Qaida.
E Marasmus era il capo di tutta la baracca.
Il suo ‘Corvo Scarlatto’, il profeta che avrebbe fatto scendere sulla terra il nuovo e impietoso dio.
Ovviamente, solo un manipolo di stronzate… stronzate a cui più di millecinquecento persone credevano. Non sapeva esattamente cosa fosse successo al mondo, dall’Inferno, visto che il tempo in quel luogo era completamente fottuto. Sta di fatto che questo fantomatico culto, nel mondo dei vivi, era diventato talmente tanto ingestibile da venire trattato come una vera e propria minaccia mondiale.
Eppure, benché il corvo fosse praticamente nato col mondo che gli leccava le suole delle scarpe, il giorno X di data XXXX, Marasmus, assieme alle sue migliaia di folli adepti, aveva compiuto il più grande suicidio di massa che il mondo avesse mai visto. Non vi sono molte notizie al riguardo. Ma basta solo pensare che, i pochi abbastanza fortunati per assistere ad un evento di quelle proporzioni e poterlo poi raccontare, hanno descritto quello che vedevano come affacciarsi direttamente sulle porte dell’Inferno.
Certo, col senno di poi sarebbero tutti rimasti delusi vedendo come questo fosse totalmente diverso da quello che immaginavano.
Ma fu una cosa molto poetica da dire, ai tempi.
Marasmus, faceva parte dei morti suicidi.
Anzi, si dice che sia stato esattamente lui il primo a compiere l’atto, gettandosi su quattro spade affilate che lo impalarono come il trofeo di una pesca sportiva.
Gli altri lo seguirono subito dopo.
Molti dei loro, chissà, magari erano anche già stata falciati una seconda volta dalle Mercenarie.
Marasmus, il Corvo Scarlatto, invece si trovava lì, esattamente davanti a lei.
Con… una certa delusione, Kha aveva constatato che, effettivamente, quello era solo un testosteronico nome d’arte: davanti a lei, si trovava ‘solo’ un uomo. Un uomo piuttosto alto, chiaro – gli arrivava al collo – che indossava una lunga e spessa cappa rossa come il sangue, munita di cappuccio e orlata d’oro e di blu, decorata da collane, gioielli dorati e sfarzosi e rubini che parevano essere stati scolpiti nel sangue. Sotto il cappuccio, una maschera inquietante, quasi del tutto composta da ceramica bianca, a parte tutta la parte che ricopriva il mento e la bocca, verniciata d’oro. La maschera delineava perfettamente ogni angolo del viso – pensava – del suo portatore: due labbra sottili di una bocca chiusa in un’espressione neutrale, un nasino piccolo e all’insù.
Però… un po’ dubitava che i tre giganteschi occhi verticali rispecchiassero la realtà: tre enormi e lunghi occhi pitturati con vernice nera, dalla piccola pupilla centrale, fissi in avanti, aperti come uno strano trifoglio. Il Corvo, come si accorse dell’intrusa – anche se ne era certa, quello se ne era già accorto prima della sua presenza – sbuffò divertito.
“Ah… Benvenuta.” Fece una piccola ed impercettibile riverenza in avanti. La sua voce era vellutata e pacata, esattamente quella che ti aspetti dal manipolatore più in gamba di tutto il creato “Qui per uccidermi, suppongo?”
“Non ti vedo particolarmente sorpreso.” La Mercenaria fece un passo in avanti “E sicuramente non sei assolutamente spaventato.”
“Uhm…” l’uomo mascherato guardò uno dei cadaveri senza testa ai suoi fianchi “la paura… ti piace, non è vero? Quando sei in grado di incuterla nelle tue vittime, negli occhi di chi ti guarda.”
“E’ sicuramente una bella sensazione.”
“Mi ricordo di una volta…” continuò Flynch, mettendosi a rimuginare come un veterano di guerra “… ho costretto uno dei miei adepti più giovani a sterminare tutta la sua famiglia, in modo tale da cancellare ogni suo singolo legame col mondo terreno. Al rifiuto, gli ho suggerito di ripensarci bene, perché nel Mondo del Dio Senza Nome non c’è spazio per i codardi. E perché, il mio Dio, conosceva modi molto peggiori della morte per punirli.” Voltò lo sguardo fasullo verso la mercenaria. Per qualche strano gioco di prestigio che non conosceva, le ombre calarono su quella maschera e le piccole pupille dipinte brillarono come fanali rossi “ha consegnato le teste di sua sorella e dei suoi genitori su un piatto d’argento. Ma non dimenticherò mai il volto terrorizzato che mi ha mostrato quando gli ho parlato delle alternative…
Kha’Zix.
La mostruosa, terrificante Kha’Zix.
Che aveva ucciso così tanta gente che non avrebbe potuto riempire cinque volte la Bibbia con solo i nomi.
In quel momento, la terrificante mercenaria, sentì un brivido che le correva lungo la schiena.
Riuscì a trattenersi solo per poco.
Voleva godersi quel momento dall’inizio alla fine.
“Senti ma… questo Dio Senza Nome…” la mantide alzò una mano, come una scolaretta.
“Uhm?”
“E’ reale oooo…”
“Oh! Tutta una cazzata! Me lo sono inventato durante una partita a Dungeons and Dragons con alcuni adepti!” il Corvo ridacchiò “però, ehi… ha funzionato benissimo. Non sarei qui a parlare con te, altrimenti.”
Dio, Grazie.
“Se posso essere sincera: sono super mega intenzionata a prenderti le braccia, staccartele e ficcartele negli occhi, e non so con quale forza riesco a trattenermi.”
“E senza nemmeno invitarmi a cena!” rise nuovamente il Corvo.
“Ma… se posso farti un’ultima domanda…” un altro passo in avanti, con le lame chitinose che ballavano ed un sorriso esaltato e quasi disgustoso che balenava sul suo volto violaceo “… perché tutto questo?”
“Perché, mia cara?” l’uomo scosse la testa con veemenza, ridacchiando di nuovo. Non una risata di scherno, ma genuinamente divertita “Tu… perché uccidi la gente, Kha’Zix?”
C-conosce il mio nome? Ho deciso: stasera mi tocco.
“Per quale motivo un vulcano erutta? Per quale motivo uno tsunami annega migliaia di persone? Per quale motivo un terremoto fa crollare migliaia di palazzi? Per quale un ordigno nucleare distrugge tutto quanto?” finalmente, Marasmus rivelò le sue braccia: lunghe braccia di un brutto grigio scuro, ricoperte di tagli rossastri, con mani dalle dita irte di artigli neri. Le puntò verso la mercenaria, come ad accoglierla in un caldo abbraccio “Noi non siamo uomini. Non siamo mostri. Siamo calamità. E un tempo, le calamità erano considerate l’ira degli dei. Ma… forse, io non sono una calamità… forse… io le calamità le genero.” Nascose le braccia nuovamente sotto la cappa “forse… io sono un dio?”
Al momento, per me lo sei. Cazzo che edgelord. Lo adoro.
“Mia cara… noi divinità abbiamo un potere inimmaginabile… perché metterlo al servizio degli esseri umani? Perché non usarlo solo per nostro diletto? Perché non creare un culto di morte e distruzione solo per vedere il mondo che ti nomina come la terza venuta dell’Anticristo? Perché non togliersi la vita per scoprire se l’Inferno esiste veramente…?”
Allargò le braccia di nuovo.
E finalmente la cappa rossa cadde, rivelando un corpo magro, sì, ma tonico e muscoloso, ricoperto di tagli e graffi rossi come le braccia. Le gambe erano coperte solo da un paio di bermuda neri, completamente stracciati. La testa si rivelò completamente priva di qualsiasi capello, se non qualche pelucchio che spuntava qua e là sulla nuca, e due lunghe orecchie appuntite che svettavano all’indietro.
Flynch alzò la testa al soffitto, allargando le braccia.
Poi puntò gli occhi finti verso la mercenaria “… perché non incontrare un’amica con cui poter danzare?”
“Vecchio bastardo di merda che non sei altro…” Kha’Zix si piegò in avanti, umettandosi le labbra “Se il mio cuore non appartenesse già a qualcun altro, ti chiederei di sposarmi qui seduta stante. Siamo pure già in chiesa.”
L’uomo rise divertito, poi si mise ritto sulle gambe e alzò il braccio destro verso l’alto come un saluto marziale. Quindi sollevò l’altro braccio, sguainando l’unghia dell’indice, che portò verso l’avambraccio dell’arto alzato, infilzandolo. Quindi, con un rumore carnoso e disgustoso, cominciò a solcare a fondo, provocando un lungo e rossissimo taglio che colò una quantità surreale di sangue verso il basso, formando una pozzanghera che via via andava ad allargarsi sempre di più.
Da quella pozzanghera, poi, con un sonoro gorgoglio cominciò ad emergere una lunga asta rossa, dal pomolo a forma di occhio con la pupilla ferina e con un il lungo rilievo di un serpente a sonagli che si attorcigliava attorno a tutto il suo perimetro. Marasmus – la cui ferita si era richiusa subito dopo – afferrò con la mano destra l’asta. Poi, con un verso animalesco, tirò con quanta forza aveva, spaccando addirittura il pavimento e sporcando di scarlatto l’ambiente. La gigantesca testa del serpente, costituita da un teschio che ricordava quello di un cavallo, vomitava dalle fauci la lama ricurva e nera come la pece di un’enorme falce, che rifletteva le luci soffuse della cappella sotterranea.
Il Corvo sollevò l’arma verso l’alto, per poi sbattersela sulla spalla sinistra. Doveva essere considerevolmente pesante, dato che lo schianto piegò appena il Demone di lato, generando una vistosa ragnatela di crepe scure partendo da sotto il piede nudo.
“Coraggio, mercenaria.” Puntò il braccio sinistro in avanti, facendo segno di avvicinarsi con le dita “Balliamo.”
Kha’Zix digrignò i denti e snudò le lame “Hai detto la frase più bella che io abbia mai sentito in tutta la mia cazzo di non-vita!”
In un secondo, i piedi di entrambi si erano staccati da terra.
Un secondo dopo, la lama della falce si era scontrata pesantemente con quelle incrociate della mantide, che ora sorrideva estatica. Prima esplosero le scintille, poi un’onda d’urto così potente che cambiò in un attimo l’ambiente circostante: i cadaveri decapitati volarono contro le pareti, sporcandole di sangue. I pilastri si divisero i mille parti uguali precipitando in mezzo alla polvere, mentre i due Demoni al centro si scambiavano una sequenza sempre più potente e violenta di fendenti, che facevano rimbombare il suono delle armi che si scontravano tra loro per tutta la cappella sotterranea. Solamente i candelabri non vennero intaccati da questa mostruosa dimostrazione di potere, che ora cominciava a presentarsi anche sui muri e sul soffitto sotto forma di profondissimi solchi.
Dopo una deviazione, una delle tante, Kha’Zix e il Corvo si allontanarono l’uno dall’altra, andando all’indietro eseguendo una specie di piroetta. Poi, senza esitazione, piegarono le gambe e ripartirono l’uno contro l’altra: la mercenaria, con il bagliore smeraldino degli occhi che seguiva i movimenti della sua testa come i fari di un’automobile, gettò le braccia in avanti in un doppio affondo di lame. Dal canto suo, Marasmus fece roteare la falce sopra la testa, per poi bloccarla verso l’alto e farla precipitare in avanti.
Le punte delle armi s’incontrarono in una potentissima cacofonia che generò un’altra terribile onda d’urto. Questa volta, però, la giovane mercenaria venne sbalzata all’indietro, roteando a mezz’aria ed andando a sbattere contro all’arco del portale da cui era entrata nella cappella segreta. Precipitò a terra, di faccia, per poi tirarsi su con le braccia e passarsi una mano sulla nuca dolorante, masticando un’imprecazione.
Sollevò dunque lo sguardo, per vedere ciò che stava combinando il nemico: lo vide con il braccio destro alzato. Ed un enorme cuore pulsante che pareva interamente fatto di sangue che fluttuava a mezz’aria, emettendo un sinistro bagliore vermiglio.
Senza pensarci due volte, la mercenaria si piegò in avanti, pronta per scattare. Quando tuttavia lo fece, esattamente nello stesso momento, Marasmus chiuse la mano alzata a pugno e il cuore esplose. La donna sgranò gli occhi, costringendosi a fermarsi a metà strada, con la polvere che veniva spinta in avanti come una nuvola spettrale, per poi scattare verso sinistra, evitando una decina di enormi aghi rossi come il sangue che si conficcarono tutti a terra nello stesso momento, aprendo una ragnatela di crepe sul pavimento.
Quando il cuore era esploso in una cacofonia carnosa, infatti, in mezzo al sangue erano comparse almeno un centinaio di enormi spine, lunghe quanto un braccio di un uomo adulto, che non ci avevano messo nemmeno un secondo per convergere tutte verso di lei come missili rintraccia calore.
E quelli li conosceva bene.
Ne aveva cavalcato qualcuno fino a far esplodere una base nemica, una volta.
Ma quelli erano più piccoli e taglienti di un missile del cazzo, perciò fu costretta a darsi alla fuga, seguita a ruota da quegli spuntoni che andavano ad infilzarsi un po’ ovunque. Rimbalzò sulle pareti, a terra, sul soffitto, a volte girandosi di scatto e deviando all’ultimo quei proiettili di sangue che si erano avvicinati troppo. Continuò a saltare un po’ ovunque, lasciandosi sempre al proprio centro il Corvo, che da sotto la maschera osservava l’operato dell’avversaria come se fosse stato uno spettacolo degno di essere gustato. Quindi, osservò tutti gli spuntoni conficcati nel terreno, mentre ancora la mercenaria scappava dai pochi che ancora le stavano dietro al culo.
Appoggiò la falce a terra e alzò nuovamente il braccio destro.
Schioccò le dita, facendone rimbombare il suono tutt’intorno alla stanza.
“OH GRANDISSIMO FIGLIO DI-” esclamò la mercenaria, mentre ogni singolo spuntone – quelli che la inseguivano compresi – attorno a lei cominciava a brillare di un intenso rosso sangue. Per poi esplodere furiosamente, gettando tutto l’ambiente in una luce rossa e accecante, provocata dalle fiamme che erano state sprigionate dagli spuntoni. Il Corvo rise, battendo le mani mentre del fumo rosso circondava tutto quanto. Della mercenaria non vi era più nessuna traccia.
O così fu solo per qualche secondo.
Con qualche livido e qualche taglio, ma sempre sorridente e con una luce ancora più folle negli occhi brillanti di verde come quelli di un predatore nella notte, Kha’Zix fece la sua comparsa sfondando una di quelle nuvole rosse come un siluro, piombando sul nemico dal lato destro. Quello, rapidissimo, afferrò la falce, roteò su se stesso e la pose verso di lei, colpendo entrambe le lame con la propria e spingendo l’avversaria ad andare a sbattere contro alla scultura del suo finto dio, che crollò all’indietro sollevando un nuvolone di polvere.
“La tua abilità nel combattimento, per quanto priva di qualsiasi tipo di grazia, è lodevole…” Marasmus fece roteare la falce e l’appoggiò sopra la propria spalla, indicando l’avversaria “I miei accoliti devono essere stati una noia mortale, per te e la tua compagna.”
Kha’Zix, in piedi sopra alla statua crollata, piegò le gambe e appoggiò un gomito sul ginocchio, sorridendo sorniona “Non c’è bisogno di scusarsi. Se qualcosa si può tagliare, io lo considero automaticamente una soddisfazione.”
“Uhm…” il Corvo abbassò la propria arma, cominciando a camminare in un semicerchio senza allontanare lo sguardo dalla nemica, pronto ad agire in qualsiasi momento “… per quale motivo ancora combatti sotto commissione? Non è meglio fare solamente quello che vuoi?”
La mantide si grattò la testa.
“Vivi comunque ancora a casa della tua compagna, non è vero?”
“Sul serio. E’ stato qualche hacker ad aggiornarmi la pagina o sei solo un fottutissimo stalker pazzo?”
“Voglio farti una proposta, mercenaria” disse con la sua voce suadente il corvo, fermandosi esattamente davanti a lei ad una decina di metri di distanza, per poi sollevare il braccio sinistro in avanti come ad invitarla a stringergli la mano “Perché non entri in società con me? Riconosco quello sguardo. E lo sguardo di una persona che ha bisogno di sfogare ogni singolo minuscolo istinto omicida che si porta dentro… senza alcun freno.”
Kha’Zix si piegò appena in avanti, sorridente e con un’aria interessata.
“Seguimi, e ti darò esattamente ciò che vorrai.” Marasmus ridacchiò “l’Inferno non è un posto piccolo, e sicuramente molta gente non vede l’ora di morire per mano di una bella ragazza. Chiaramente, dovrai giurarmi fedeltà assoluta, ma non vedo per quale motivo la cosa dovrebbe intaccarti.”
La mantide si passò una mano sotto al mento, puntando lo sguardo verso il basso e facendosi pensierosa.
“Uhm…”
“Dunque… abbiamo un patto?”
Rimasero in stallo ancora per un po’, poi la mercenaria tornò a sorridere, chiudendo gli occhi e alzando le mani verso l’alto “La cosa ironica è che, se ci fossi stata soltanto io, mi sarei gettata immediatamente tra le tue braccia come una donna innamorata… ma come ho già detto, ho già promesso la mia fedeltà ad un’altra persona, anche se quest’altra non lo sa.”
Smise di sorridere all’improvviso, puntando lo sguardo luminoso di verde e gelido verso il Corvo.
“…Inoltre…”
Non la vide nemmeno muoversi. Abbassò lo sguardo, che quella si trovava già ai suoi piedi, piegata in avanti quasi a gattoni, con le lame tese ai lati del proprio corpo, pronta a colpire “… gli adulti che maltrattano dei bambini per divertimento mi fanno veramente schifo.”
Le lame della mercenaria s’incrociarono tra loro, prima che Marasmus potesse reagire, e la mano tesa in avanti schizzò verso l’alto portandosi dietro una spirale sanguigna. Senza dare l’idea di esserne minimamente intaccato, il Corvo eseguì una giravolta all’indietro e, imbracciata la falce con una mano sola, menò un fendente in avanti, incontrando nuovamente le lame della mantide e scatenando un’altra esplosione di scintille.
“Un vero peccato…” mormorò il demone, mentre gli occhi finti della sua maschera prendevano a brillare di rosso nella penombra come poco prima “… ci saremmo sicuramente potuti divertire molto insieme, a vedere l’Inferno bruciare.”
“Mi spiace ma, se l’Inferno smette di esistere…” Kha’Zix tornò a sorridere e ad affilare lo sguardo “… allora non avrò più un parco giochi per me e la mia amica.”
Si staccarono l’uno dall’altra, come all’inizio dello scontro, per poi ripartire all’assalto con ancora più foga e rabbia rispetto a prima in un amplesso gelido come l’acciaio e violento come se tutte le guerre che il Mondo abbia mai visto fossero esplose nello stesso identico momento.
Dopo un urto particolarmente violento, poi, che creò un solco orizzontale sul soffitto e uno sul pavimento perfettamente perpendicolari, i due avversari s’allontanarono di nuovo l’uno dall’altro.
Scattarono così velocemente che, per una frazione di secondo, i loro corpi divennero invisibili all’occhio umano.
Un bagliore di scintille apparve per un secondo, assieme al rumore delle lame che si scontravano.
Riapparvero entrambi i combattenti, immobili, uno all’estremità opposta.
La polvere che si era sollevata dopo l’ultimo scontro, intanto, si adagiava lentamente al suolo.
E infine, quando anche l’ultimo granello atterrò placidamente, la lama chitinosa destra di Kha’Zix esplose in mille pezzi, come un bicchiere di cristallo che cade a terra. La mercenaria, dolorante e ansimante, crollò sulle ginocchia, portandosi l’altra mano al braccio ferito, che adesso colava sangue sul pavimento. Alle sue spalle, girato di schiena a sua volta, Marasmus scrollò l’arma verso il basso.
“Arto-per-arto” si voltò lentamente verso di lei, quel bagliore vermiglio che tornava nei suoi occhi “sembri sconvolta, mercenaria. Davvero pensavi che avrei usato fin da subito la mia massima potenza in una danza?” ridacchiò “avrei tanto voluto poterti prendere sotto l’ala del Corvo… ma hai dovuto insistere a fare di testa tua senza la minima possibilità di dialogo e, per quanto me ne rammarichi, hai ottenuto esattamente ciò che meritavi.” Girò tutto il corpo, avanzando piano verso il corpo della nemica “coraggio ora, finiamola qui. Nonostante non abbia portato via un tuo braccio, sembra comunque che non ci sia molto altro che tu possa fare per combattermi. Non con una lama sola, almeno.”
Kha’Zix smise di respirare affannata, quindi chiuse gli occhioni verdi e ridacchiò debolmente “per una lama… distrutta…” voltò lo sguardo verso di lui, che brillava nella penombra come un tizzone ardente “… pensi davvero che io sia pronta a gettare la spugna…?”
Marasmus si fermò, rimettendosi in guardia.
“Voi fottuti Demoni benedetti con tutta la forza del mondo e che guardate dal basso verso l’alto noi poveri stronzi come se foste chissà quale gran cosa… dannazione, se quella stronza mi lasciasse fare…” si alzò da terra e si voltò verso di lui, con la testa e le braccia ciondolanti in avanti. Alzò di scatto dunque il collo, rivelando il sorriso e l’espressione più terrificante che il Corvo avesse mai visto in vita sua, oltre a quando si guardava allo specchio “… vi avrei già seppelliti tutti dal primo all’ultimo.”
“Hai ancora intenzione di scalciare, mercenaria?”
“Ci puoi scommettere. Come hai detto tu…” piegò le ginocchia, mettendosi in guardia con la lama ancora intera puntata in avanti “… NE HO ANCORA UNA DI LAMA!”
Partì all’assalto, lasciandosi dietro un turbinio di polvere.
“La stessa tecnica di prima… che ingenua.” Marasmus roteò l’arma verso le sue spalle, puntando la falce verso l’alto “… cosa ti fa pensare che possa finire in modo diverso, ora che ti ho mostrato che questo combattimento era in mano mia fin dall’inizio…?”
Kha’Zix, arrivata a pochissimi centimetri di distanza, menò un affondo in avanti. Un affondo che a Marasmus bastò solo fare un paio di passi indietro per schivare. Afferrò la falce con tutte le sue forze, alzando la lama verso l’altro e descrivendo un arco, per poi abbattersi sulla lama rimanente dell’avversaria.
Questa esplose esattamente come aveva fatto la gemella poco prima. I frammenti fluttuarono a mezz’aria e, per un attimo, almeno nella mente di Kha’Zix, il tempo sembrò rallentare.
“Forse… ti ho sopravvalutata.” Il Corvo afferrò nuovamente il manico nero della falce, sollevandola verso l’alto per il colpo decisivo “Ora-”
Esattamente ciò che voleva.
Kha’Zix accentuò il sorriso folle.
Quindi snudò le fauci ed afferrò la scheggia più grande della sua lama con i denti da squalo, quella della punta, per poi scattare con tutte le proprie forze verso il corpo completamente scoperto e privo di difese del corvo. Quello non poté fare assolutamente nulla per impedire il seguito di quell’azione: la scheggia s’infilzò nell’incavo della spalla, verso il collo, con una facilità disarmante. Quindi la mantide premette ancora di più, infilzando sempre più a fondo, mentre il sangue cominciava a spruzzare dal corpo del nemico e le sporcava il viso. Grugnì rabbiosa, dunque, e diede un’ultima poderosa spinta dall’alto verso il basso.
Il Corvo restò immobile per un attimo, bloccato in piedi con la falce rivolta verso l’alto.
Quindi questa cadde a terra con un tonfo sordo, e Marasmus abbassò le braccia, molli lungo i fianchi “… i miei complimenti, mercenaria. Allora, non mi ero sbagliato sul tuo conto.”
La parte superiore del corpo del Demone cominciò a scivolare di lato, mentre sul petto e fino alla vita si apriva un lungo taglio obliquo. Il sangue cominciò a scendere lentamente dalla ferita. Quindi, il pezzo superiore si staccò del tutto, sbattendo al suolo, facendo partire una potentissima fontana di sangue che bagnò il soffitto e l’ambiente circostante di rosso. le budella saltarono fuori da Marasmus come stelle filanti.
Kha’Zix si alzò da terra, dove il percorso del suo ultimo attacco l’aveva portata.
Quindi sputò verso destra il frammento di lama con una smorfia disgustata, mentre la fontana di sangue la sporcava tutta. Si ripulì del liquido che aveva in faccia.
“Io invece sono costretta a ricredermi: eri pericoloso soltanto perché la tua combriccola di amici di stava dietro al culo come un seguito di cuccioli dietro mamma chioccia. Da solo, non valevi nemmeno due pagine di fumetto. Idiota.”
Le gambe di Marasmus cedettero, finalmente, e ciò che rimaneva del suo corpo crollò a terra in un rumore carnoso e scalpicciante.
“Nonostante ciò, tuttavia, saresti potuto essere un ottimo giocattolo, ma…” Kha’Zix s’inginocchiò a terra e afferrò una delle schegge delle sue lame. Il taglio, per un secondo, brillò di una strana luce “… ho deciso di affilare le mie lame con lo spadone di Micina per fare in modo che ogni cosa che tagliassero non sarebbe più tornata di nuovo. Perciò spero che tu e i tuoi amici possiate godervi il Nulla assoluto in pace, fottuto rapitore di mocciosi.”
 
Quando risalì, finalmente, verso la navata centrale della Cattedrale, barcollava come una catapecchia nel pieno di una terribile tempesta. Le gambe tremavano e le ferite facevano male. Il Corvo magari non si era rivelato del tutto all’altezza delle sue aspettative, ma aveva dato battaglia. Inoltre, chissà… se avesse utilizzato solo la propria forza bruta per vincere, magari l’avrebbe costretto a ricorrere addirittura ad altri metodi.
Metodi che purtroppo, e per fortuna, non aveva permesso di far uscire allo scoperto: l’esplosione l’aveva conciata peggio di quanto credesse. A giudicare dal male che sentiva in tutto il corpo, forse all’esterno dava l’impressione di star bene. All’interno, tuttavia, forse più di qualche osso era diventato polvere. Inoltre, le sue lame chitinose erano andate a farsi benedire e per una come lei perdere due arti così importanti era come perdere due braccia nello stesso momento.
Certo, per qualche strana ragione, tutto sarebbe presto tornato come era prima… ma ci sarebbero voluti perlomeno alcuni non-giorni. Non-giorni che sicuramente sarebbero stati non poco dolorosi. Raggiunto l’ultimo scalino, trovandosi davanti l’immensa navata della chiesa, s’abbandonò ad una debole imprecazione e cadde in avanti.
Salvo poi essere sostenuta appena in tempo da un paio di braccia muscolose e forti.
“Gesù… sei conciata piuttosto male.” Mormorò la voce della sua immancabile compagna “Direi che sei assolutamente fuori allenamento.”
La mantide sorrise, alzando gli occhi di smeraldo verso l’espressione impassibile della leonessa “Non ti conoscessi, direi quasi che sei preoccupata per me.”
Quell’altra non rispose, limitandosi a sospirare rassegnata e farsi passare una mano dietro al collo, aiutandola a stare in piedi. Mentre avanzava sostenuta dalla compagna, la mercenaria era sul punto di domandare come stessero i bambini per cui aveva sacrificato le sue fidate lame. Poi vide i sei pargoletti da incubo – soprattutto quello col sacco in testa – che, timidamente, uscivano dalla porta contro al muro della chiesa, tutti che si tenevano per mano.
La mercenaria tentò il sorriso più rassicurante che poteva e che, a giudicare dalla reazione non esattamente lusinghiera dei piccoli interlocutori a cui era rivolto, dovette risultare solo agghiacciante.
“Allora…” sibilò con voce roca “… pronti a tornare a casa, biscottini?”
 
[…]
 
Non appena la vide, Sylvie si staccò dalla divisa di Padre Mendoza e corse verso il gruppetto di persone che si erano presentate davanti al cancello dell’orfanotrofio.
Dall’altra parte, Prill lasciò la manina di Inés e corse verso l’amica, in lacrime.
Per un attimo, sicuramente lo percepirono in ogni singolo locale, bordello, laboratorio di metanfetamina o edificio dedito al riciclo di denaro sporco: quando quelle due bambine s’incontrarono nuovamente abbracciandosi con forza nelle lacrime, l’Inferno diventò per un qualche secondo un posto felice.
“Beh, chi l’avrebbe mai detto…” Kha’Zix, che già era tornata in grado di camminare sulle sue gambe, osservò la scena sorridente “a quanto pare, nonostante la clamorosa delusione che è stata la battaglia, mi sono potuta godere questo spettacolo.”
Rengar la guardò, poi incrociò le braccia e grugnì impercettibilmente. Sorrise, tuttavia, senza farsi vedere, osservando quel manipolo di mocciosi che si riuniva intorno alle due amiche del cuore sotto il non-sguardo amorevole del prete, dal volto adornato di un caldo sorriso.
 
Dopo essere rientrate all’orfanotrofio, con i mocciosi che come uno sciame di mostriciattoli demoniaci avevano costretto la mantide a farsi bendare qualsiasi singola ferita ed a farsi incerottare anche il minimo graffio – l’altra mercenaria era stata sorda alle disperate richieste d’aiuto della compagna, voltandole le spalle con un sorriso malevolo – Rengar e Mendoza si erano accomodati allo stesso tavolino dell’inizio di quella mattinata, con il secondo che offriva un buon bicchiere di un qualche liquore dal nome impronunciabile alla prima.
“Supponevo che per voi un compito simile non si sarebbe rivelato tanto diverso da una camminata nel parco” disse il prete, sorseggiando una goccia di quel liquido “ma accidenti… addirittura tornare con tutti i bambini salvi poche ore prima di pranzo? Ero convinto fosse solo un modo di dire.”
Rengar, seduta sulla poltroncina con le gambe incrociate, non lo guardò nemmeno prima di rispondere, troppo impegnata a tenere gli occhi fissi sulla compagna assalita dai mocciosi, che in sei le bendavano le braccia, incerottavano… e pettinavano, sordi agli uggiolati della suddetta. Per qualche motivo, ripensò a quando l’aveva vista afflitta su quella statua e non poté fare a meno di pensare a quanto quella Kha’Zix fosse diversa da quella che adesso si trovava innanzi ai suoi occhi.
“Non lo darà a vedere. Sicuramente non in questo momento” chiuse gli occhi e bevve a sua volta “ma quella cosa lì in mezzo è probabilmente tra le creature più pericolose che esistono qua all’Inferno.” si voltò verso il prete “Non capisco come può fidarsi a lasciarla così vicino a quei mocciosi. Sono certo che abbia capito cosa intendo da quando siamo entrate qua, non è vero.”
L’uomo ridacchiò con la bocca chiusa, facendo roteare il liquido nel bicchiere “Mia cara, non ho occhi per guardare, ma si da il caso che io capisca perfettamente quando qualcuno può rappresentare – o meno – una minaccia per i miei ragazzi” diede un sorso “la sua amica è spaventosa, forse a prima vista, ma dubito alzerebbe mai un dito nei loro confronti. Inoltre, sembra che sia già ben voluta da tutti.”
Indicò col bicchiere e Rengar effettivamente vide come ora, dopo aver finito di curarla e pettinarla, tutti i bambini le si erano seduti attorno a guardarla, attenti, mentre probabilmente raccontava la storia del suo scontro, gesticolando animatamente e sicuramente ingigantendo il tutto e – sperò – togliendo le parti più violente. 
“Dannazione…” ringhiò l’albina “MAGARI si comportasse così anche a casa…”
“Da quanto siete amiche voi due, esattamente?”
La leonessa bevve un sorso “amiche… è difficile anche per me pensare ad una parola simile…” posò il bicchiere sul tavolino di legno “… considero più che altro il nostro rapporto una rivalità non tossica. Con lei che fa la sanguisuga a casa mia.”
L’altro rise “E’ perché non l’ha ancora cacciata di casa, se posso?”
Rengar lo puntò con il dito “E’ questo il problema, prete” si coricò di nuovo sulla poltrona “… non voglio.”
L’uomo rise. Doveva essere il suo intercalare tra una frase e l’altra, pensò la leonessa “eh, la capisco, mercenaria… a volte prendersi in casa qualcuno di problematico è sempre un terno all’otto” indicò i suoi bambini. Adesso, Billy e Inés si trovavano appollaiati sulle gambe di Kha’Zix, che ancora non aveva finito di raccontare "tutte le creature che vedi… sono giunte qua per motivi differenti e tristi: Prill era perseguitata a scuola e si è tolta la vita; Sylvie è morta di fame a causa di una famiglia negligente, maledicendoli dal profondo del suo cuore; Inés… è finita in un circolo di prostituzione minorile e tra le mani di un cliente troppo violento. E così via” si voltò verso Rengar, mostrando i denti affilati “… il cliente è dieci metri sotto l’orfanotrofio in una stanza segreta, se lo vuole conoscere! Passo sempre del tempo assieme a lui… quando sono frustrato.”
Sì. non voleva sapere come lo passava il tempo, ma era contenta che quel tizio avesse già incontrato la punizione divina da parte di un prete. Bevve un altro sorso “E di Sacchetto-in-testa che mi dici?”
“Billy… oh!” l’uomo si grattò la testa, ridacchiando imbarazzato “Beh ecco… lui ha dato fuoco al suo orfanotrofio, uccidendo tutti al suo interno, se stesso compreso.”
Rengar guardò il prete, interdetta “… per sbaglio mi auguro-”
“Voleva vedere come urlavano i bambini mentre bruciavano. E’ finito in orfanotrofio perché ha spaccato la testa dei suoi genitori con un martello.” Come cazzo faceva a dire tutte ste cose sorridendo come un ebete andava oltre alla sua natura “Sì ecco… forse alcuni bambini che vedi lì meritano effettivamente di essere all’Inferno… ma non ti devi preoccupare. Billy è un vero ometto, e Inès lo tiene a bada.”
Rengar si voltò verso i mocciosi e, notando quanto Billy fosse attento alla storia, capì che probabilmente la persona più in pericolo lì in mezzo fosse la sua collega. Ma non disse nulla, dato che l’ultima cosa che voleva era vedere quella pazza azzuffarsi con un moccioso.
“… siamo sicuri che non potessero salvarsi da soli?”
“Nel dubbio” si versò dell’altro liquore “il punto è che, in un certo senso, non siamo assolutamente diversi: ci facciamo carico di… personaggi piuttosto problematici e, anche se all’inizio ci vien voglia di gettare tutto all’aria, ci affezioniamo irrimediabilmente e diventa davvero difficile non volerli vedere felici ogni singolo giorno della loro vita.”
Riguardo a quell’ultima frase, Rengar tornò un’ultima volta a guardare il viso estatico della sua compagna che, ora che aveva finito la storia, adesso si era messa a giocare con quel manipolo di anime innocenti e probabilmente ex piccoli omicidi pazzi che le salivano sulla schiena ridendo.
Vedendo quell’espressione che non le vedeva addosso nemmeno quando rischiava di morire contro chissà quale Mostro Demoniaco e sentendo per un attimo il suo cuore saltare un battito, non poté che dare ragione al prete.
 
“Dobbiamo andare.” disse Rengar, rivolta ad una  mantide che adesso era addirittura stata costretta a farsi truccare da Prill e Sylvie. Non che sembrasse la cosa le desse fastidio.
“AAAAAAAWWWWW… davvero?” esclamarono i mocciosi.
Kha’Zix compresa.
Rengar sbuffò spazientita ed alzò gli occhi al cielo.
“Coraggio, piccoli miei, le signorine devono tornare a casa. Magari qualcun altro ha bisogno d’aiuto come voi, da qualche altra parte dell’Inferno” Mendoza si voltò verso      Kha’Zix, intenta a togliersi i vari elastici attorno ai capelli “sono sicuro verranno ancora a trovarci, uno di questi giorni…”
“Mi stai per caso dicendo se tornerò a trovare questi mocciosi piccole pesti!?” sibilò la mantide, togliendosi l’ultimo elastico “Che diavolo… certo che tornerò!”
I bambini esultarono, allegri.
Nel frattempo Rengar, che nella mano sinistra teneva un piccolo sacchetto contenente il guadagno della loro ultima missione, si voltò verso il Prete per stringergli la mano “Mendoza, sa chi chiamare dovessero esserci altri problemi.”
L’uomo strinse con vigore, poggiando la mano libera sulla spalla della donna “che il Dio che ci ha maledetto la benedica, mia cara. Fate un ritorno sicuro a casa.”
 
[…]
 
“Sono del tutto certa che tu sia un difetto di fabbrica.”
Tornate a casa, dopo essersi entrambe fatte una doccia ed essersi sedute al tavolo principale della villa, Rengar si era rimesse a leggere il libro che aveva dovuto interrompere prima di andare a lavoro e quell’altra psicopatica… si era coricata sul tavolo con la testa a piagnucolare.
Quando, esattamente, le loro giornate erano diventate così monotone?
“Se non volevi perdere un altro potenziale avversario/compagno di giochi, perché hai affilato le lame con la mia spada? E soprattutto, CHI TI HA DATO IL PERMESSO DI FARLO!?”
“N-non lo so, va bene!?” Kha’Zix aveva alzato la testa, con i lacrimoni agli occhi ed un disgustoso grumo di muco che le scendeva dal naso “M-mi sono incazzata: questo pazzo faceva tutto il figo ma era solo bravo a parole e poi ha fatto un solo attacco diverso dal muovere la falce a destra e a manca come un idiota! Inoltre, quale infame rapisce dei bambini per sfruttarli – a parte i nostri scienziati/padri –? Ho perso la pazienza…”
E tornò a piagnucolare.
Un po’ perché la scena stava diventando penosa, un po’ perché voleva finire quel dannatissimo libro, l’albina sospirò rassegnata e si tolse gli occhiali “Senti… devi trovarti un hobby. Ma veramente eh! O comunque, devi distrarti da sta cazzo di ossessione per la battaglia. Non voglio vederti poi uscire a cazzo durante un’Epurazione e trovarti impalata dalle lance di uno Sterminatore…”
Kha’Zix sbatté la testa sul tavolo.
Lo fece più di una volta.
“COSA. DOVREI. FARE. ALLORA!?”
“Credi che i tavoli di questo tipo crescano sugli alberi, cretina?”
“IO ESISTO SOLO PER COMBATTERE E DISTRUGGERE, MICINA!” si voltò verso di lei, lacrimante. E questa volta, a Rengar, non parvero solo scenate da mocciosa dell’asilo “I-in che altro sono brava io, spiegamelo. Avrei decisamente molte meno serate in cui mi metto a piangere da qualche parte…”
E io ti ringrazierei immensamente…
Rengar la guardò mentre tornava a piagnucolare sul tavolo “Vedi? Hai già detto una cazzata.”
“Come sempre…”
“Onestamente, fossi in te, smetterei di fare l’idiota e parlerei con Mendoza. Sicuramente non potrebbe che essere contento ad avere una pseudo macchina da guerra viola come aiutante.”
Kha’Zix ridacchiò “Eh certo. Almeno non sarei più qua a tormentarti ogni vo-”
Non la sentì nemmeno avvicinarsi. Rengar aveva appoggiato il libro, aperto, era scattata verso di lei e, in uno strano miscuglio tra delicatezza e irruenza, aveva afferrato il volto piangente della compagna, costringendola a guardarla. La mantide, costretta a specchiarsi in quelle pozze di colori così in contrasto tra loro, che la scrutavano serissimi ma non minacciosi, percepì uno strano brivido lungo la schiena. Totalmente diverso da quello che provava quando l’albina voleva combattere contro di lei “Sicuramente. Però, se devo essere sincera, vederti depressa sta diventando… pesante. E ti preferisco quando sei fastidiosa e allegra, qua dentro.”
“… perché mi dici una cosa simile? Non vuoi più portarmi a combattere?”
“Dico che ti serve un’altra valvola di sfogo. Come io vado a caccia e leggo, tu devi staccare un attimo la spina dalla tua stupida ossessività. So che combattere tra noi è diventato stagnante, ormai, e che all’inferno ci son solo buffoni e clienti che ASSOLUTAMENTE” lo sottolineò per bene “non vanno uccisi. Ma ci sono dei mocciosi del cazzo che sono in un posto di merda per colpa – quasi sempre – non loro. Probabilmente dovresti diventare la loro Lucy, sapendo che puoi voler loro bene senza che questi poi diventino parte di un esperimento del cazzo.”
Kha’Zix, lì immobile, guardò la sua amica come un capitano che guarda la luce del faro dopo aver attraversato un mare in burrasca immerso, nella nebbia. Ne aveva dette di cazzate, durante il combattimento contro quel Corvo da strapazzo. Tranne una.
“Dici che dovrei… provare?”
“Io dico che devi farlo. Punto.” Rengar non accennava a mollare la presa.
“… se non ti conoscessi così bene, direi che sei preoccupata per me.” Disse Kha’Zix, prendendo le proprie mani nelle sue.
“… sei la persona che ho ucciso. La persona che mi ha ucciso. Io invece sono una cazzo di egoista: perché so che vederti stare così di merda fa stare di merda pure me, e mi da fastidio.”  
L’Energia non può essere distrutta o creata, ma solo trasformarsi.
Forse, la fiamma della loro furia funzionava allo stesso modo: dopo ogni volta che si erano attaccate, massacrate e il giorno dopo era tornate a fare lo stesso, la fiamma della loro rivalità non si era sopita. Ma era diventata qualcosa di diverso.
Qualcosa che adesso era culminato in quel bacio incredibilmente passionale, esattamente come ogni volta che ognuna puntava le proprie armi contro all’altra. Esattamente come quelle braccia che adesso accerchiavano l’una e l’altra come i tentacoli di una piovra. Si poteva quasi anche dire che la violenza era rimasta, visto il modo in cui si stringevano l’una all’altra, senza la minima intenzione di mollarsi.
Era amore, quello?
Una versione molto… particolare, dello stesso?
In un cassetto nascosto, inarrivabile, della sua immensa libreria, c’era una collezione di romanzi rosa. Letti avidamente nei momenti in cui la sua compagna non era nei paraggi. Perciò, nonostante avesse vissuto nella violenza per tutta la vita, si era fatta una cultura anche su quel tipo di sentimento.
Ed era… abbastanza difficile confrontarlo con ciò che provava ora.
Amore… nah, col cazzo.
L’amore è per gli esseri umani e i Demoni.
Loro due erano mostri.
Quello che provavano l’uno per l’altra era un sentimento molto più potente che forse nemmeno aveva ancora un nome. Una certezza, però, l’albina ce l’aveva: quel passo era il passo decisivo verso qualcosa da cui non sarebbe più stata in grado di tornare indietro.
Eh cazzo… forse mi sarei dovuta svegliare prima…
Si staccarono dopo nemmeno sapevano quanto tempo. Un filo trasparente di saliva teneva unite le due bocche aperte. La leonessa era rossa in viso, ma quell’altra sembrava sul punto di esplodere: benché la pelle fosse viola pareva aver assunto un colorito più scuro ancora, e gli occhi erano lucidi e languidi.
Quell’espressione fece ridere Rengar con malizia “Coraggio, continuiamo il discorso…” si avvicinò al suo orecchio, mormorando poi a bassa voce “… in camera.”
L’altra non rispose. O almeno, non lo fece con frasi di senso compiuto, mentre la leonessa la caricava tra le braccia muscolose come una principessa, portandosela dietro.
 
[…]
 
“Il Corvo è morto. La tua carissima ragazza è decisamente promettente come dicevi.”
Mendoza, dopo aver messo a nanna i piccolini – terribilmente esausti dopo quella giornata intensa – era intento a chiacchierare con qualcuno al telefono, sorridente.
“Son sicuro che ha preso tutto da te.”
L’interlocutore rise. Una risata cristallina e amabile.
Poi disse qualcos’altro.
Mendoza smise di sorridere.
“… uhm… quindi qualcuno lo ha scoperto. Proprio come temevamo. Dannazione… perché gli Overlord non hanno mai fatto nulla per tenerlo nascosto?”
Era un uomo di chiesa, lui, ma avrebbe volentieri bestemmiato in quel momento.
Sul fondo dell’Inferno si nascondeva qualcosa di maledettamente potente e pericoloso, e quegli imbecilli trombavano Imp o aiutavano povere anime pie a costruire alberghi per far diventare buoni i Demoni. Perché toccava sempre a chi dovrebbe avere meno responsabilità a pensare a quei casini.
“… Hai già parlato con Melony? So che conosce qualcuno che potrebbe, quantomeno, metterci una piccola pezza prima che tutto vada letteralmente a puttane.”
Dottor Mendoza” rispose la donna dall’altra parte del telefono “Il linguaggio!
L’uomo si passò una mano sul volto, sospirando. Quella stronza continuava ad ostinarsi ad affibiargli il titolo che aveva in vita, durante il progetto Enter Beast. Nonostante avesse voltato pagina da quando era crepato, proprio non gliel’avrebbe perdonata, eh?
“Scusami, hai ragione.” Sospirò “E’ stata una giornata pesante. Ho fatto fatica a mettere a dormire i mocciosi…” che, per fortuna, non sarebbero stati parte di un esperimento.
Anche se Billy ha potenziale…
Scosse la testa, maledicendo i suoi pensieri da scienziato.
“Contatterò Melony. Quantomeno per dirle di stare pronta. Buona notte, Lucy.”
E chiuse la chiamata, appoggiandosi al comodino e sospirando, pinzandosi il naso con le dita.
Una marea di Overlord-Wanna-Be e adesso pure una cazzo di minaccia dormiente che potrebbe finire per distruggere ogni cosa semplicemente scorreggiando… onestamente, avrebbe preferito essere torturato per l’eternità come diceva Dante Alighieri – con cui aveva avuto una bevuta in un Night. Alla domanda sul perché si trovasse lì, aveva risposto che era per l’aver mandato gli omossessuali all’Inferno. E perché Virgilio aveva chiesto un’ordinanza restrittiva – piuttosto che avere tutte queste ansie e responsabilità.
Ma alla fine, per proteggere quei pargoletti, doveva anche pensare a proteggere l’Inferno, no?
Però avrebbe tanto avuto bisogno di un aiuto.
Quando squillò il telefono, sussultò e quasi gli uscì una maledizione al dio che lo aveva spedito lì sotto. Afferrò il telefono, sperando non si trattasse di una chiamata tipo ‘UN CAZZO DI TENTACOLO GIGANTE E’ APPENA USCITO DA SOTTO TERRA’.
“O-oh! Signorina Kha’Zix, qual buon-” poi si fece sospettoso “… perché sta ansimando così tanto? Sta per caso facendo del jogging notturno?”
   
 
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