Storie originali > Introspettivo
Ricorda la storia  |      
Autore: Fabian_Dominc_DeJenisse    10/01/2023    1 recensioni
Viaggi in treno... cambiamenti di città posti lontani, vacanze... Certo, il pegno da pagare erano quelle 10 – 12 ore di treno, nei pomeriggi assolati della stagione estiva già precocemente iniziata alla fine di maggio a volte. Quel maggio in cui il blu del cielo assumeva una sfumatura particolare, quella dei miei compleanni quando avanzare di un anno era una delizia perché era solo un passo in più verso una giovinezza che potesse sottrarsi alla tutela dei genitori ed iniziare a vivere la vita. [...] Ma il viaggio di giorno era più bello perché sapeva d’estate e ti godevi, fino a prima di entrare nelle viscere della montagna, poco prima che il viaggio finisse, la vista del mare.
Genere: Introspettivo, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

Immagini di tanti viaggi in treno tornano nella mia memoria, come scorrendo, senza un vero perché. Tutte adesso sembrano mischiarsi come se volessero diventare le storie di un unico e solo grande viaggio, una di quelle traversate lunghissime per andare a passare le lunghe e belle estati con gli zii e con i cugini, in cui tutto si ricompone in un solo grande affresco. Tanti ormai sono andati via, hanno cambiato sorte e città, altri non sono nemmeno più su questa terra, pagando alla fine il pegno, tante volte fuggito, della loro condizione mortale.

Riemergono dalla mente i lunghi pomeriggi passati, nei giorni poco prima della villeggiatura al mare, a leggere fumetti immergendosi in mondi fantastici in universi alternativi, in storie incredibili tanto più amate quanto più erano distaccate dalla cognizione della cosiddetta normalità, o spese a fare interminabili partite a subbuteo, emulando i campionati, le leghe, i mondiali, oppure ancora a girare per i paesini vesuviani con i mezzi pubblici, prendendo un treno, una circumvesuviana, San Sebastiano, Giuliano, Ottaviano, Sarno, San Giorgio a Cremano o la “cumana” per la città, solo per salire e scendere dal Vomero ai quartieri Spagnuoli, passare da Piazza del Plebiscito alla via Mezzocannone, respirando l’aria degli studentati, dei negozi, insinuandosi dentro Spaccanapoli percorsa su e giù solo per mangiare una pizza fritta da portarsi in mano, o ancora a fare sali e scendi per tutta Portici, dalla zona nuova ed alta fino al porto del Granatello posto più in basso. Mio cugino al Granatello andava a farsi il bagno quando bigiava la scuola, nascondendo il costume sotto un ridicolo cappello a sombrero che esibiva come la sola stravaganza da provinciale della sua giovane età. L'altro cugino, il più giovane, aveva amici in ogni paese dei dintorni. Non v’era uno che non lo accogliesse con un abbraccio o che non ci invitasse a prendere un caffè e una brioche e, quando fummo un po’ più grandi, anche una birretta.

Certo, il pegno da pagare erano quelle 10 – 12 ore di treno, nei pomeriggi assolati della stagione estiva già precocemente iniziata dalla fine di maggio. Quel maggio in cui il blu del cielo assumeva una sfumatura particolare, quella dei miei compleanni, quando avanzare di un anno era ancora una delizia vista solo come un piccolo passo in più verso una giovinezza adulta che potesse finalmente sottrarmi alla tutela dei genitori per iniziare a vivere la vita.

Inizialmente erano 12 le ore da farsi con “l'espresso”, poi divennero 10 con il "rapido" e già sembrava chissà quale incredibile progresso. Il viaggio iniziava con la partenza che occorreva quasi sempre la mattina presto. La notte era una possibile alternativa, nella speranza assurda che si riuscisse a chiudere occhio facendo passare il viaggio senza accorgersene, veleggiando nello stordimento del mondo dei sogni che finivano per essere ugualmente costellati di luci al neon e di sbuffate e sfiammate prorompenti dalle ciminiere dei petrolchimici. Poi magari finiva che non chiudevi occhi ed il sogno era sempre lo stesso, ma fatto ad occhi aperti, inzuppato ed inzaccherato nella concretezza della realtà.

Ma il viaggio di giorno era più bello perché sapeva d’estate e ti godevi, fino a prima di entrare nelle viscere della montagna per l’ultimo tratto, la vista del mare.

Il viaggio lo si iniziava sulla costa siciliana, schiacciati dal mare da un lato e dalla montagna dall'altro. Lo spazio ridottissimo ti faceva capire che più di un solo binario non sarebbe stato possibile. Da un lato un costone di roccia ripidissimo, dall’altro duecento metri almeno di strapiombo sul mare. Si era già rubato quello che si poteva in nome del progresso e dello spostarsi velocemente. L'orografia del posto era sempre così, invariabile e costantemente uguale a sé stessa, che a pensarci bene ti fa capire adesso come parlare di alta velocità sarà inutile, tanto quanto solo sognarlo. Come faremmo a pensare di avere pianure che necessitano quando siamo dominati da Alpi, appennini, altopiani, monti Peloritani, Erei, Iblei, Madonie… o anche solo colline che fanno di continuo sali e scendi? Resterà sempre interdetta e proibita quella idea di alta velocità come proibiti restano i sogni d'amore più belli, quelli con le anime scese miracolosamente giù dal cielo all'improvviso ed altrettanto all'improvviso tornate al cielo, come le passioni che durano una notte sola che hanno come unico destino la morte.

A mezzogiorno c’era il secondo pasto della giornata, dopo la colazione frettolosa a casa (bambini fate presto che altrimenti perdiamo il treno). Il panino con la cotoletta preparato il giorno prima, lasciato una notte in frigo nella stagnola – nemmeno se lo si mettesse a fermentare come un pezzo di grasso formaggio – ritrovato ancora freddo a mezzogiorno del giorno dopo. Unica concessione era di berci sopra dell’acqua per mandarlo giù meglio, senza correre il rischio di strozzarsi, dato che ormai era come mangiarsi una suola di scarpa, solo un po' unta e la mollica del pane era usata per tamponare e non ungerti troppo mani e bocca.

Però viaggiare è così – diceva la nonna – comporta delle scomodità, non puoi pensare di essere a casa tua. Ti devi adattare, già a partire dal bagno che è pubblico e promiscuo, quindi da usare con parsimonia e cautela.

Il vagone ristorante era una cosa da riccastri viziatelli, dove comunque si non mangiava lo stesso un granché anche a pagare prezzi esorbitanti. Unico vantaggio poteva essere che le pietanze erano calde, ma, in verità più che calde, erano solo riscaldate. E non il caso di spendere tanto per una pietanza appena riscaldata, più volte e poi… che vi pare? Di questa famiglia nessuno va mica a rubare. Al denaro si deve valore, anche accollandosi la scomodità ed il panino freddo gommoso ed unto.

Ed intanto, ecco lì lo scorrere delle case, quelle isolate, quelle a schiera. Disposte in fila indiana oppure anche a casaccio, volendo. Ecco le campagne brulle, le pale dei fichi d'india che quasi ti sfiorano il finestrino. Le stazioni... Oh, Dio, le stazioni precedute dai passaggi a livello e dai ponti con quei larghi piloni in cemento, la natura violata per consentire ad un treno di passarci in mezzo. I binari che sembrano filari di cordami e sartiame come quelli che vedi sui pescherecci a Mazzara del Vallo, tutti perennemente intrecciati che a districarli ci passano le mezze giornate. Ma qui non ci sono marinai e all'odore del mare e della salsedine fa da rimpiazzo quello dell'olio motore e del grasso per le boccole o quello dell’aria impastata con la polvere che ti viene dalle ruote d’acciaio arrugginito quando “sfrenano”, prima che il convoglio riparta. Il groviglio dei binari resterà in eterno. Non ci sarà nessun mozzo che lo andrà mai a sbrogliare. Resterà per sempre quel dedalo inestricabile di cui perdi continuamente il filo. E poi ancora pali e cavi di alta tensione. Non saprai mai se qualcuno ha potuto realmente immaginare quel groviglio e quelle scene, prima che esistessero, trovando in esse un ordine che tu da profano non puoi capire, o se si è creato per sovrapposizioni, per aggiustamenti e aggiunte successive, alla ricerca di possibili miglioramenti o soluzioni a problemi imprevisti, anche a costo di imbruttire così tanto gli accessi alle città.

Luci al neon che rischiarano lo stretto indispensabile di notte e poi, anche di giorno, le fiammate e le imponenti sbuffate dei petrolchimici, che, però, fanno meno paura che di notte. Teschi con ossa disegnate sui pali a sottolineare il messaggio “Alta tensione, pericolo di morte” apposto con uno stencil e la vernice nera. Da bambini ne eravamo atterriti. Lavorando un po’ di fantasia immaginavamo storie di pirati e di zingari. Quando ti facevi più grande tutto perdeva quel fascino ed appariva nella sua essenza di precario, di fuga, di cose da fare perché strettamente necessarie, ma mai veramente amate. Ponti e binari erano alte opere di altissima ingegneria che però ti facevano pensare che l'ingegneria non fosse un granché attraente se portava con sé solo quegli odori acri e quella forma di caos che sottintendeva ordini che solo in pochi avrebbero potuto capire ed apprezzare. Perché, in fondo, un ponte, quando lo vedi disegnato sulla carta ti pare bellissimo, un vero monumento all’ordine ed alla disciplina della matematica, della geometria con quelle sue forme perfette e simmetriche e la sua obbedienza cieca alle leggi della statica che ti da il senso della forza, anche bruta, ma quando lo vedi con le sue funi corrose all’aria aperta, non ti pare più poi così bello.

Tornando al tempo dell'innocenza quando tutto questo poteva avere ancora un fascino solo perché era un correre attraverso l'inferno per poi ritrovare, alla fine del tunnel, il paradiso, c'erano quei lunghi pomeriggi con la faccia incollata al finestrino. Tutto correva rapido. Solo le nuvole sembrano stare li, immobili come immobili se ne stavano le stelle di notte. Quando nulla pareva attirare la tua attenzione, ci si metteva li treno a ricordarti che eri in viaggio cantandoti sempre la stessa canzone. Un canto di sole quattro sillabe:

To-de sca-den, to-de sca-den...

ripetitive, metalliche, a due a due sempre incollate. Solo ogni tanto, qualche improvvisa variazione, quando il treno beccava lo scambio che pareva un urlo di esasperazione, come per esprimere una pena per la quale non esistevano né parole né un’apposita lingua.

A tratti ti balzavano incontro piccoli agglomerati, piccole cittadine delle quali ignoravi sia l'esistenza che il nome, né mai li avresti saputi quei nomi. E talora, pure all'improvviso, apparivano piccole spiagge altrettanto incognite. Punta secca? Cala nebbia? Gaia Marina? Chissà quali altri nomi fantasiosi avevano dato loro i nativi. Sabbia, scogli, pietrisco, calette, filari di ombrelloni, o solo poche stuoie sparse in disordine ed apparentemente abbandonate. La velocità di passaggio del treno annullava il senso di movimento e di vita delle scene che ti si mostravano alla vista. Tutto pareva come paralizzato, congelato. Se non fosse stato per il calore del sole, avresti davvero pensato di essere in una specie di mondo dei ghiacci, dove la vita scorre più lenta del consueto. Un mondo di orsi, cervi ed altre creature pelose in letargo. E invece no!

Le sagome dei bagnanti parevano quelle di soldatini di piombo immobili, disposti sul campo di una battaglia dimenticata o sospesa perché si era fatta per noi bambini l'ora di merenda. Fasci di luce sfarfallavano davanti agli occhi che dovevi per forza socchiudere. Del pari ad essi, la luce abbagliante del mare ti abbacinava come una lama passata e ripassata più volte sul fuoco che poi avrebbe fatto scintille mentre il maglio della forgia le avrebbe dato forma e filo. Si poteva diventare davvero ciechi per la brillantezza del mare sotto il sole di quei mesi di Maggio e di Giugno. A Settembre era già diverso. La luce era meno bianca, le tinte dominanti erano quelle più dorate. Gli occhi non provavano più la sofferenza. La sola sofferenza era quella del pensiero dell’estate che ormai volgeva al termine o forse era veramente già finita ed aspettava che le ultime ritualità fossero compiute come una specie di cerimonia d’esequie. Sapevi che di lì a poco, persa la brillantezza, quel giallo sarebbe diventato arancio che sarebbe stato anche quello delle foglie morte che ti saresti trovato sotto le suole delle scarpe prima di varcare la soglia della scuola. Ma intanto si sforzavano a restare promesse di delizie e di paradiso quelle spiagge almeno per l’anno dopo. La promessa del luogo in cui scappare e sfuggire a tutto e tutti, quando ancora potevi dare per scontato che un anno ancora ci sarebbe stato. Tutto era promessa, come quella Promessa del bacio rubato alla ragazzina in fiore che t'aveva catturato il cuore in pochi giorni. E proprio con la stessa vita effimera delle promesse, la vista di quelle spiagge si dileguava alla stessa identica velocità.

Era tutto il migliore esempio che potessi fare per spiegare ad un bambino il significato dell'espressione "all'improvviso".

  
Leggi le 1 recensioni
Ricorda la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Introspettivo / Vai alla pagina dell'autore: Fabian_Dominc_DeJenisse