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Autore: Duchessa712    15/01/2023    4 recensioni
Che potrebbe sempre andare peggio, è la frase con cui Ellen blandiva i figli bambini che correvano da lei con le ginocchia sbucciate e il viso inondato di lacrime.
Ora che quei figli sono adulti, però, fanno molta fatica a immaginare come potrebbe sempre andare peggio.
Wendy, la maggiore, si è vestita del suo lutto e deve fare i conti con un matrimonio che si è sgretolato senza che lei abbia fatto nulla per impedirlo.
Lacey, la scapestrata secondogenita che ha messo la testa a posto, vede la sua vita perfetta minacciata dall'arrivo di un fantasma.
Rose, madre da pochi mesi di un bambino stupendo, non riesce a vederne lo splendore.
Judith, alle prese con l'organizzazione del matrimonio, viene sedotta dai demoni del passato.
Robert, il fratellino piccolo che così piccolo non è più, si trova, come sempre, a fare da paciere nella guerra tra le sorelle maggiori, che, prese dalle loro vite, notano comunque la sua distrazione: gli manca New York, dove si sta costruendo una vita, o anche lui ha parti di sé che non vuole accettare?
[TW: disturbi alimentari, omofobia, aborto]
[La storia partecipa alla challenge "Gruppo di scrittura!" indetta da Severa Crouch sul forum "Ferisce più la penna"]
Genere: Angst, Hurt/Comfort, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Capitolo I

Lacey sposta l'insalata da una parte all'altra del piatto con movimenti svogliati. La carne è stata maciullata fino a diventare una poltiglia marrone dall'aspetto nauseante.

E dire che la sera prima ha spiegato per l'ennesima volta a Ryan l'importanza di mangiare tutto, anche le verdure che a lui non piacciono, e che la soluzione al problema non è far sparire i piselli sotto al tavolo nella speranza che il cane ne faccia la sua cena. Soprattutto perchè loro non hanno un cane e usarlo come aspirapolvere non è una valida ragione per prenderne uno.

Per fortuna, suo figlio è già andato a letto da un pezzo e c'è solo Nolan seduto davanti a lei.

Lacey riesce a percepire gli ingranaggi muoversi nella sua testa, alla ricerca di una spiegazione per il suo comportamento. Lo fa spesso: Wendy la chiama deformazione professionale e, anche se non concederà mai una vittoria a sua sorella, Lacey deve ammettere che suo marito ha sempre avuto problemi a non portare il lavoro a casa.

A volte la lascia ancora sconvolta, questa cosa di aver sposato un poliziotto. Sono le volte in cui trattiene il fiato e aspetta di vedere cosa combinerà per rovinare tutto. Lei rovina sempre tutto: è una delle leggi non scritte che hanno sempre regolato la sua vita. Solo che, per qualche miracolo, quando sbaglia a programmare il lavaggio della lavatrice o si dimentica di far partire l'asciugatrice o da' la risposta sbagliata a una delle impossibili domande di suo figlio o qualcosa che, al momento, sembra enorme e grave e irreparabile, Nolan non la lascia, anzi, è sempre lì, al suo fianco, a dirle che nulla sarà troppo - enorme, grave, irreparabile - abbastanza da convincerlo ad andare via.

Però questa volta è diverso e Lacey sente già la terra mancarle sotto i piedi, il cuore tirare in maniera dolorosa - uno strappo che si propaga fino a lasciare minuscole briciole di sangue e muscolo -, lo stomaco vuoto e la gola secca. C'è il vino in tavola, ma lei si è servita solo acqua: deve rimanere sobria e in controllo e presente a se stessa per limitare i danni, almeno.

"Cara, va tutto bene?".

La voce di Nolan è bassa e roca: l'ha colpita dal momento in cui l'ha conosciuto, da ben prima di credere di poterlo amare. L'ha attratta, un brivido le ha attraversato la pelle allora e uno le corre giù per la schiena adesso, ma le loro nature sono diverse: dove prima era piacere, ora è assoluto terrore.

Lacey è tentata di mentire, fare finta di nulla e continuare la serata, sforzarsi di mangiare, di divertirsi, di essere contenta: è il loro anniversario e sono usciti a cena per la prima volta da mesi. È un momento intimo, per ritrovarsi, fuori da casa dove sono, prevalentemente, i genitori di un bambino di quattro anni che all'ora di andare a letto trova un'insospettata riserva di energie e gioca a nascondino dietro ai divani.

E lei sta per rovinare tutto. Gioca, per un momento, con l'idea di non dirglielo, di aspettare domani. Si trastulla con l'idea che è stato un episodio isolato che non si ripeterà mai più.

"Lace?".

Il nodo in gola si stringe, sente una stretta dolorosa allo stomaco. Per calmarsi, passa le mani sulle gambe - movimenti ritmici, dalla coscia al ginocchio e dal ginocchio alla coscia, i palmi sudati contro la gonna leggera del vestito color vinaccia. L'ha comprato apposta per l'occasione e un po' le dispiace sapere che finirà in fondo all'armadio per non vedere più la luce del sole.

Con un respiro, fissa gli occhi sul viso di Nolan, lo studia per mandarne a memoria ogni particolare: gli occhi nocciola che sembrano liquidi alla luce bianca dei lampadari, la barba che cresce appena accennata sulle guance altrimenti lisce, le labbra strette come sempre quando è concentrato, messo davanti a un caso complicato. È vestito di azzurro, giacca e pantaloni di un bel color celeste polvere con la camicia bianca e la cravatta bordeux.

Sente già la nostalgia farsi strada in lei. Prende il panico a braccetto, s'intreccia con l'ansia, mentre la vergogna affluisce, bollente, ai suoi occhi in lacrime che pungono brucianti come aghi.

"Possiamo uscire? Devo dirti una cosa importante."

"Lacey -"

"Ti prego!". La supplica le esce troppo stridula, il tono troppo alto attira l'attenzione di alcuni clienti. Nolan ruota appena il capo, distribuendo sorrisi concilianti per tranquillizzare. Poi fa cenno a un cameriere di portare il conto e torna a soppesarla accigliato. C'è una ruga che gli si forma a metà tra le sopracciglia quando è preoccupato e Lacey è solita sfiorarla con un bacio o una carezza fino a farla scomparire.

Prima d'ora non è mai stata indirizzata a lei: non da lui, almeno - gli altri l'hanno sempre guradata in quel modo, in attesa dell'ennesimo colpo di testa, dell'ennesima scelta sbagliata, dell'ennesima decisione impulsiva che avrebbe rovinato tutto. Persino Judy, a un certo punto, ha iniziato a guardarla così, con disincanto, dice Wendy sempre adorna di belle parole, anche se in guerra ha sempre preso le sue parti. Nolan è stato l'eccezione e tale sarebbe dovuto continuare ad essere e invece.

Le prende la mano nel breve tragitto tra il ristorante e la macchina, il parcheggio illuminato da lampioni disposti ordinatamente in riga uno accanto all'altro. Sono aste di ferro sormontate da una sfera di luce e Lacey, per non farsi mangiare completamente dall'ansia, tiene la testa in alto e gli occhi su di loro. Le sfilano davanti mentre tagliano la sera, riverberano sulla pioggia sottile che cade intermittente.

Suo marito le disegna cerchi sulle nocche: cerca di calmarla e di mostrarsi calmo, ma il passo svelto lo tradisce. Lei quasi affanna a stargli dietro sui tacchi, nuovi anche loro, e gli chiederebbe di rallentare se non temesse di piangere o vomitare aprendo bocca. La vista è offuscata non solo perchè si ostina a fissare i lampioni e lo stomaco è un groviglio di nodi su cui sente pesare i pochi bocconi che ha provato a mangiare.

Nolan finalmente si ferma, ma il sollievo dura una manciata di istanti: è tesa, l'aria che si respira in macchina, e tesi sono anche i loro corpi. Lacey, in un riflesso incondizionato che appartiene a anni che credeva d'aver superato, cerca la maniglia della portiera. Scappare è sempre stato istintivo.

"Lace".

Un altro brivido: paura, angoscia, terrore. Una lacrima le solca la guancia, atterra sul vestito scurendolo.

Lacey non lo guarda, gli occhi al finestrino rigato di pioggia, al chiarore dei lampioni che le restituiscono i loro riflessi - Nolan la guarda eccome, attento a non perdersi il minimo dettaglio -, al fantasma che è saltato fuori dal nulla, quando lei stava andando a pranzo, e che le è sembrato cortese e determinato, che si è scusato per esser risorto dalla tomba in cui era stato seppellito.

"Ho incontrato una persona.", comincia e, insieme alle parole, cadono le lacrime. "Non -". Un respiro: le gira la testa, le viene la nausea. "È una persona che -". Ritira la mano quando suo marito prova a prenderla: non merita consolazione, è la scusa con cui si giustifica, la bugia per non ammettere che la ucciderebbe il momento in cui lui ritrarrebbe ogni conforto. "Ha diciotto anni e -". Si ostina a non guardarlo, gli occhi chiusi per non vedere nemmeno per sbaglio il suo riflesso nel vetro. "È mia figlia". Insieme alla confessione la lasciano anche le energie.

Lacey si accartoccia su se stessa, le spalle cedevoli sotto il peso della verità che ora ristagna nel silenzio sconcertato di Nolan. Sempre con gli occhi chiusi, aspetta la condanna: ha rovinato tutto, come ha sempre saputo sarebbe successo.

"Tua figlia?"

"Mia figlia.", ripete con una smorfia. Le lascia un sapore amaro in bocca, qualcosa di acre, proibito in un modo che è tutto sbagliato. Lei non ha una figlia - tranne che ce l'ha e ha diciotto anni, i capelli castano chiaro e gli occhi grigi e indossava un maglioncino dello stesso colore sopra a pantaloni neri e stivaletti marroni e nessun cappotto anche se l'ha aspettata fuori abbastanza a lungo da screpolarsi le labbra e arrossarsi le guance e nascondersi le mani nelle maniche e -

"Dall'inizio, Lacey".

La voce è sempre bassa e roca, ma è dura, adesso, inflessibile come deve essere durante gli interrogatori.

Lacey inspira ed espira e deglutisce e prende tempo e Nolan la aspetta, non la incalza, ma questo non la aiuta a rilassarsi.

"Stavo andando a pranzo quando -"

"Ho detto dall'inizio". Non urla: è la cosa che la innervosisce più di tutte, perchè hanno sempre urlato, le sue sorelle, i suoi amici, i ragazzi con cui è uscita, quando combinava qualche cazzata e questa è certamente la più grande di tutte. Ma Nolan le ha spiegato che l'arma migliore è la calma, che l'inflessibilità genera più agitazione: "Mette in chiaro chi comanda. Se urlassi, dimostrerei di avere qualcosa a cui sopperire".

Funziona dannatamente bene. D'altro canto, non si dice forse che via il dente, via il dolore?

Lacey continua a non guardarlo, mentre in un sussurro glielo dice: d'essere rimasta incinta a diciotto anni e aver avuto la bambina in segreto e averla data in adozione senza nemmeno vederla e tenerla in braccio una singola volta; d'essersela trovata a pranzo fuori dall'ufficio - capelli castano lunghi fino alle spalle e occhi grigi che la guardavano determinati e testardi. D'aver provato a scappare e averle dato della bugiarda e aver negato e, alla fine, averla ascoltata.

"Come fai a essere certa che sia lei? Per quanto ne sai, potrebbe essere una truffa".

Lacey scuote la testa: "Rose portava lo stesso taglio quando andava al liceo e ha i miei occhi e - è lei. So che è lei".

Per nulla convinto - Lacey percepisce lo scetticismo anche se non lo guarda -, Nolan continua: "E cosa vorrebbe, questa figlia comparsa dopo diciotto anni?"

"Non - ha detto - ha detto di - lei -". Un altro respiro. È che non è abituata a vederlo così; è che c'è una domanda che non le ha ancora fatto e lei, invece, si aspettava per prima. "Ha solo detto di volermi conoscere."

"Certo.", ironia, incredulità. "Salta fuori dal nulla dopo diciotto anni e vuole solo conoscerti."

"Nol-"

"Come ti ha trovata?"

"Nol-"

"Era ubriaca? Fatta? Malata?"

"No-"

"Cosa le serve?"

"Io -"

"Lacey, una persona non appare all'improvviso nella vita della madre che l'ha abbandonata solo per conoscerla!"

"Io non l'ho -"

"Rispondi alla domanda".

Per un istante, quando in preda alla foga si gira, finalmente, a guardarlo, al suo viso vede sovrapporsi quello di Wendy quando tornava a casa che la notte poteva già essere considerata mattina: la stessa esasperazione, la stessa stanchezza ed è questo momento di deja-vù che la porta a comportarsi come faceva allora. Con lei, l'istinto è sempre stato quello di scappare, tranne che di fronte a Wendy, la sorella più grande e perfetta che, nella perfezione, è imbevuta al punto da essere arrogante.

Nolan continua a mitragliarla di domande, quando lei, sbattendo la mano sul cruscotto, gli urla di tacere. "Smettila di ragionare come un poliziotto!"

"E come dovrei ragionare, secondo te?"

"Come mio marito! Lo so che sei sconvolto.", continua più calma, cercando mantenere ferma la voce. "Lo sono anche io, ma non - l'interrogatorio, se deve esserci, lo voglio da mio marito. Voglio che mi chieda le domande importanti."

"E non è importante sapere cosa vuole? Sapere se è chi dice di essere basandosi su prove più solide delle tue sensazioni? Non è importante sapere come ha fatto a scoprire dove lavori? Cristo, Lace! Per quanto ne sappiamo sa anche dove abiti! la prossima volta cosa fa: si presenta direttamente a casa nostra? Con nostro figlio di quattro anni?"

"Non è la domanda veramente importante". Lacey un po' lo odia per il sarcasmo con cui le si rivolge e un po', invece, gliene è grata: finchè si comporta come Wendy può rispondergli a tono, l'istinto di sfuggire soppiantato dall'atavico e irrazionale bisogno di avere l'ultima parola con la sorella.

"E quale sarebbe?"

"Perché non te l'ho detto".

È come aver premuto un interruttore: Nolan, improvvisamente, s'affloscia, gli occhi, che lei credeva lucidi di rabbia, si rivelano colmi di lacrime. Il poliziotto sparisce e lascia posto al marito tradito, perchè è così, lei lo sa, che lui percepisce il suo silenzio. Quando aveva diciotto anni ignoravano l'uno l'esistenza dell'altra, ma dopo, quando erano fidanzati, avevano promesso di non avere segreti. Le promesse sciocche che si fanno appena innamorati, ma Nolan ci aveva creduto davvero e, per quel che ne sa, vi è rimasto fedele.

"Avevo paura.", inizia a rispondere, quando è chiaro che lui non ripeterà la domanda. "Del tuo giudizio, del mio giudizio. Me ne vergognavo terribilmente: era stata una leggerezza e -". Una leggerezza più leggera di tutte quelle commesse in precedenza. "E avevo paua facessi domande alle mie sorelle, che anche loro scoprissero -"

"Non lo sanno? Hai tenuto la gravidanza segreta da tutti?"

"Non esattamente". Lacey morde il labbro, si torce le mani, le balena in mente che non è solo con Nolan che deve parlare, ma anche con le altre e già se la immagina, Wendy, e la faccia che farà: come se avesse appena ingoiato un limone - e Rose le andrà dietro come sempre, mentre Judy prenderà le sue difese, lasciando Robert come unica incognita perché, naturalmente, dovrà parlare pure con lui.

"Sapevano che ero incinta, ma credono che abbia abortito."

"Ti rendi conto che non ha senso, vero?"

"A un certo punto, me ne sono andata per cambiare aria. Una mia amica si era trasferita a New York e l'ho accompagnata, ho partorito e l'ho data in adozione. Le mie sorelle sanno solo che avevo bisogno di allontanarmi e che sono tornata in tempo per il college".

Nolan non commenta, limitandosi a mettere in moto l'auto e dirigersi verso casa. Lacey sente nuove lacrime affiorarle agli occhi, ma stringe le labbra e si impone di non piangerle: lo sapeva, che avrebbe rovinato tutto.

Non parlano nemmeno quando rimboccano le coperte a Ryan addormentato e gli sfiorano la fronte nel bacio della buonanotte, o quando si infilano sotto le coperte e fingono di dormire dandosi le spalle.

Lacey, che in Dio non ha mai creduto, si trova a pregare di poter salvare qualcosa - se stessa, il matrimonio, suo figlio - dalla tempesta che si sta abbattendo su di loro.
   
 
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