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Autore: Nemesis01    22/01/2023    0 recensioni
Giuda O'Connor si trasferisce da Tampa a Newcastle, un piccolo paese del Nebraska. Fa già fatica ad ambientarsi a delle condizioni climatiche più rigide e l'ostilità degli alunni a cui dovrà insegnare non gli rende la vita facile. Eppure, Ethan Yuri Novotny, l'alunno peggiore a cui avesse mai insegnato, è in realtà il motivo principale per cui Giuda decide di restare.
Genere: Angst, Drammatico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago, Scolastico
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★ DISCLAIMER
I personaggi di questa storia appartengono a me. Ogni riferimento a fatti e/o persone è puramente casuale. Inoltre, questa storia ha come pairing una coppia principale composta da due uomini (slash). Chiunque non apprezzi il genere farebbe meglio a non continuare la lettura. 


*



Le parole sono giuda

 

 

 

 

06. The sharpest lives

 

Se non si voleva attraversare il confine con il Dakota del Sud, dove vigeva tutt’altra regola ospedaliera, l’ospedale più vicino a Newcastle si trovava a circa un’ora di automobile. Una cosa davvero indecente, pensò Giuda guardando fuori dal finestrino.

- A volte, per i casi gravi mandano un elicottero, - spiegò Michael spingendo sull’acceleratore.

- Resta davvero scandaloso, - sbuffò Giuda. - A Tampa è pieno di ospedali o centri clinici. -

- Tampa è una grande città. Qui siamo solo montanari, - scherzò Michael. 

- Vergognoso, - ripeté O'Connor che, apprensivo, lanciò uno sguardo su Ethan. Il ragazzo sembrava essersi addormentato con un’espressione dolorante. - Dici che è grave? -

- Spero di no, - rispose l’altro, - in ogni caso l’Osmond General Hospital è efficiente, sistemeranno tutto. -

- Come fate a vivere in questo modo? - domandò Giuda preoccupato. - Se uno si fa male o ha bisogno di punti… -

- Beh, abbiamo un medico nel paese e per le cose più semplici ci si rivolge a lui. Ma in questo caso è più sicuro portare Ethan in ospedale. -

- Sì, concordo, - sospirò mesto. L’idea che si era fatto di una vita in un piccolo paese di montagna che prevedeva pace, tranquillità e giovialità degli abitanti oltre che tanto buon cibo, si stava confrontando con quella che era la realtà dei fatti: comunicazioni e infrastrutture limitate, poca scelta nei supermercati e l’indispensabilità di avere un’automobile anche per svolgere le mansioni più comuni. Giuda si voltò nuovamente per controllare il ragazzo e notò che aveva ripreso a perdere sangue dal naso. 

- Penseranno che lo abbia ucciso io, - scherzò Michael, - con tutto il sangue che mi lascerà in auto! -

- È davvero così pericolosa la sua situazione? -

- In realtà sì e no. Dipende: se quei due bulletti non fossero arrivati alle mani, probabilmente non saremmo finiti a doverlo accompagnare in ospedale. Avremmo continuato a parlare e si sarebbe sbloccato, avremmo fatto un po’ di terapia e sarebbe filato tutto liscio come l’olio. -

- Mi domando perché continuare a picchiare un ragazzo che è in evidente stato di shock. Tua sorella ha detto che, quando l’arco si è rotto, Ethan è rimasto immobile così come lo abbiamo trovato! Certo, se fino a poco prima stavano facendo a botte… -

- Con tutti gli ormoni in circolazione e la frustrante realtà in cui abitiamo a Newcastle, non è difficile che i ragazzi si pestino per dare sfogo alla rabbia. Anche quando andavo io a scuola era così ed è un tipico comportamento adolescenziale quello di ricorrere alle mani. A te davvero non è mai successo? -

- Io venivo sempre picchiato al liceo, Michael, - rise. - Ero il classico tipo con gli occhiali, i capelli arruffati, una passione innaturale per i videogames e i voti altissimi in tutte le materie. Devo dire che avevo anche un coraggio sferzante: la mia lingua non lesinava dal rispondere in maniera del tutto sarcastica ai membri della squadra di Football. Il liceo è stato un vero incubo, almeno fino a quando non ho preso lezioni di Taekwondo. -

Michael scoppiò a ridere davanti alla confessione e poi scosse leggermente la testa. - Non avevi istinto di sopravvivenza?! -

- Assolutamente no. Ma mi lasciavano in pace quando perdevo i sensi, cosa che accadeva spesso… a volte fingevo, ovviamente. Una volta su dieci. -

- Immagino che eri anche il tipo che andava a riportare tutto ai professori… -

- Nei minimi dettagli, ovviamente. -

- Cosa che ti costava almeno un altro pestaggio. -

- Se ero fortunato sì, uno solo. -

- L’unica fortuna che hai avuto è stata quella di uscire vivo dall’adolescenza, - ridacchiò Cromwell rallentando. Erano quasi arrivati.

- Sì, mia mamma me lo diceva spesso, per questo poi ho preso lezioni di autodifesa. A quanto pare, ogni giorno lei pensava che sarei morto. -

- Aveva dei validi motivi, oserei dire! -

Michael fermò l’auto nel parcheggio e poi uscì dal cubicolo, sgranchendosi le gambe. Giuda fece lo stesso e aprì la portiera di dietro, con l’intento di svegliare Ethan ancora addormentato sul sedile posteriore. Gli parve davvero impossibile che il ragazzo che lo aveva verbalmente aggredito il suo primo giorno di lavoro fosse lo stesso che ora aveva davanti. Scosse la testa per allontanare il pensiero e allungò una mano per spostargli alcune ciocche di capelli che gli erano scivolate sulla bocca sporcandosi di sangue.

- Novotny, Novotny sveglia! - chiamò. Il ragazzo emise un mugolio stanco ma non diede altri cenni di vita.

- Ehi, Ethan, - disse Michael aprendo la portiera dal lato opposto, - siamo arrivati. Svegliati. -

- Mh… no… non voglio… ospedale… -

- Ethan, siamo arrivati già in ospedale. Forza. Prima ci entriamo, prima ne usciamo! -

Il ragazzo aprì gli occhi lentamente; erano lucidi e stanchi. 

- Vieni, dai, - l’incoraggiò il docente, offrendogli la sua spalla. 

Ethan, con molta lentezza, si mise seduto; il solo muoversi gli procurò diverso dolore che esternò con dei versi. Michael sembrò preoccuparsi molto, tanto che tolse perfino i suoi inseparabili occhiali da sole prima di accomodarsi accanto al ragazzo. 

- Forza Ethan. Quando entreremo in ospedale ti daranno sicuramente qualcosa per farti passare il dolore e vedrai che ti sentirai subito meglio. -

- Non… gli ospedali… non mi piacciono. -

- E a chi piacciono? - rispose il docente. - Anche a me non piacciono, ma a volte è necessario andarci. Come mangiare i broccoli: sono disgustosi ma fanno davvero bene alla salute. -

I due uomini si scambiarono uno sguardo complice e Michael fu piacevolmente sorpreso dalla metafora usata da Giuda: era perfetta e sicuramente avrebbe potuto convincere Ethan. Quest’ultimo, infatti, annuì e sospirò.

- Mi fa male ovunque, - disse.

- Allora andiamo, - l’esortò il docente. - Tieniti a me, - suggerì, infine, con dolcezza. 

Ethan rivolse prima uno sguardo a Michael, come se volesse chiedere conferma di qualcosa, e solo quando lui annuì si aggrappò al corpo del professore; poggiò entrambe le mani sulla spalla di Giuda ma non fu sufficiente per tenersi in piedi: non aveva forza nelle gambe e, se O'Connor non l’avesse bloccato, sarebbe caduto per terra. Il ragazzo era visibilmente spaventato e confuso, la quasi-caduta gli aveva provocato una violenta fitta allo stomaco che lo costrinse, malvolentieri, a tossire sputando altro sangue. 

- Oddio, - esclamò Giuda celando un’espressione di disgusto. Il sangue di Ethan gli aveva macchiato le scarpe. - Presto, Michael! Dobbiamo andare! -

Cromwell si affrettò a chiudere l’automobile e poi si fiondò ad aiutare l’altro a reggere il ragazzo. Raggiunsero l’ingresso del Pronto Soccorso un paio di minuti dopo e furono subito assistiti da un’infermiera. Sarebbe andato tutto per il meglio se Ethan non avesse avuto una paura completamente irrazionale per gli ospedali e i medici. Tremante e incapace di lasciare andare un lembo della giacca di Michael, il ragazzo fu fatto stendere su una barella.

- Ethan, devi lasciare la mia giacca. Non preoccuparti, andrà tutto bene. -

- Non… no, Michael, no, ti prego, - supplicò il ragazzo ad occhi sgranati. Tremava ed era evidentemente spaventato e confuso, oltre che sofferente. 

- Ethan, - disse Michael in tono accomodante, - davvero, stai tranquillo. - L’uomo gli accarezzò la testa con fare quasi fraterno, poi si rivolse all’infermiera segnalando un’allergia mortale ad un antibiotico.

- Michael, no, io sto bene, davvero, torniamo a casa, - disse il ragazzo agitandosi. L’infermiera provò a trattenere Ethan senza riuscirci davvero. - NO! MI LASCI! -

- Ethan! - lo rimproverò Michael, - Stai tranquillo. Ti porteranno solo a fare degli esami, vero? -

- Sì, - rispose l’infermiera, - controlliamo che non ci sia niente di rotto e… -

- Sto bene, - disse Ethan ancora una volta. - Lasciatemi andare! - Non voleva proprio saperne di andare da solo con l’infermiera in un ambiente per lui così spaventoso e ostile. Provò a scendere dalla barella ma fu costretto a contorcersi e gridare per il dolore.

Per Giuda fu una scena del tutto surreale che riuscì duramente a mettere a fuoco. Se durante il weekend si era convinto di aver capito quanto fosse gentile Novotny al di fuori dall’aula scolastica, ora stentava a credere a tutto. L’averlo trovato in aula incapace di reagire, il sentirlo urlare dal terrore e dal dolore in ospedale, il vederlo sanguinante e spaventato mentre gli iniettavano una dose di tranquillante per poter provare a guarirlo… avvertì la testa esplodergli, come se qualcuno stesse martellando costantemente contro le sue tempie, e decise di uscire per prendere una boccata d’aria.

 

- Tutto bene? -

La voce di Michael interruppe il silenzio quasi innaturale che si era esteso nel cortile del Pronto Soccorso. Giuda tirò un lungo sospiro di sollievo e poi annuì. - Come sta? -

- Beh, lo hanno portato dentro, - rispose Michael che allungò le braccia per stiracchiarsi. - Credo gli faranno una TAC o qualcosa del genere. Pensano che possa essersi rotto una costola ma non ne sono sicuri. -

O'Connor avrebbe voluto dire qualcosa ma il cellulare dell’altro iniziò a suonare e decise di restare in silenzio. 

 

Michael si allontanò di qualche passo dopo aver risposto. - Anne? -

- Michael! Siete arrivati? Come sta Ethan? -

- Lo hanno appena portato a fare degli esami. -

- È tranquillo? -

- Sai che ha paura degli ospedali, Anne. Comunque è tutto sotto controllo… -

- Io sto arrivando! Ho avuto qualche, ehm, problema di organizzazione… -

- Fammi indovinare… Richard? -

- Michael… -

L’uomo sospirò. - Non correre lungo la strada. Fai attenzione. -

- Non ti preoccupare. Tu fammi sapere se ci sono novità, va bene? -

- Sì, capitano! E, Anne… non correre! -

- Ho capito, tranquillo! A dopo! -

- Ciao, - salutò triste prima di chiudere la telefonata e infilare il cellulare in tasca. Rimase a guardare un albero spoglio muoversi a causa del vento per qualche attimo e poi tornò dal professore che sembrava essere allucinato.

- Caffè? -

- Preferirei uno Xanax, - ammise candidamente Giuda.

Michael rise. - Addirittura? -

- Stento a credere che… davvero, faccio fatica… quando sono entrato in classe la prima volta era così spavaldo e poi… -

- Ethan è spavaldo, arrogante, arrabbiato e in piena crisi ormonale come tutti gli adolescenti della sua età, - spiegò Michael. - Non ha niente che non vada. Fa solo più fatica degli altri quando si tratta di esprimere le sue emozioni. Lui non ne sa parlare. È come andare in un paese straniero e non conoscere la lingua, hai presente? Tutto intorno a te si muove, è vivo, e tu sei vivo e bevi caffè come fanno anche loro, passeggi sulle loro strade ma non capisci se il vigile ti chiede di spostarti o se la voce automatica della metropolitana annuncia un ritardo. -

- Ma quando vai in un paese straniero ci resti per un tempo comunque determinato, invece lui è… per lui è sempre così. Deve essere davvero difficile. -

- Lo è, a volte. Altre meno. Col tempo sta imparando a conoscersi e a definire quello che gli piace e quello che non sopporta. È davvero un grande passo avanti… ma quanto accaduto oggi era un fatto troppo grave per lui. L’ha colpito nel profondo e non se lo aspettava, era completamente indifeso nell’oblio in cui si parlava una lingua che non conosceva. -

- Insomma, io venivo pestato, almeno fino a quando non ho frequentato un corso di Taekwondo, ma perché sapevo difendermi fin troppo bene verbalmente! Non so come… non posso lasciare le cose così… -

- E cosa vuoi fare? - chiese Michael. - Tu sei uno dei suoi professori, Giuda. Non sei suo padre, suo fratello, suo nonno né tantomeno il tipo che lo ha ridotto così. Puoi mostrarti aperto nei suoi confronti quando sembrerà ostile ma starà solo cercando di capire, potresti provare a non metterlo in difficoltà chiedendogli “come ti senti”, ma il resto non spetta a te. Perfino i sensi di colpa non spettano a te. -

Giuda strinse le spalle, sconfitto. Non sapeva perché aveva preso tanto a cuore il ragazzo; forse perché aveva ammirato, in un certo senso, la stessa sfrontatezza che aveva avuto lui alla sua età oppure perché gli era parso subito un mistero da risolvere, fatto stava che anche se non spettava a lui Giuda non riusciva a darsi pace.

- Entriamo dentro? - chiese, infine, il professore. - Qui si gela. -

- E non è neanche inverno inoltrato, - scherzò Michael. 

 

***

 

Quando Anne arrivò in ospedale, Michael e Giuda erano seduti sui divanetti in sala d’attesa e non avevano ricevuto notizie dallo staff ospedaliero. Sebbene fossero stati proprio i due uomini a portare il ragazzo in ospedale e Michael si fosse identificato come terapeuta personale di Ethan, non avevano dato loro notizie in quanto non erano membri della famiglia. Così non era rimasto molto da fare se non bere un caffè e scambiare due chiacchiere; i due ne avevano approfittato per conoscersi e scambiare qualche informazione casuale. Giuda era nuovo del posto e l’idea di farsi dei nuovi amici gli piaceva abbastanza; aveva scoperto, infatti, di avere la stessa età di Michael e di condividere con lui molte passioni inclusa quella del DIY. Si erano perfino dati appuntamento nel weekend per bere una birra insieme. La vita sembrava procedere quasi normalmente se non si considerava che si trovavano in un ospedale.

- Allora? - domandò Anne. Aveva l’aria stanca, i capelli scompigliati, gli occhi arrossati e indossava pezzi di tuta diversi. Eppure, pensò Michael, era bella da morire. 

- Non ci dicono niente perché non siamo parenti, - disse Cromwell. - Però, ora che sei qui… -

- Quello lì è il dottor Summers, è a lui che hanno affidato Novotny! - disse Giuda.

Anne sorrise verso il professore, sorpresa di trovarlo ancora lì, poi corse subito verso il medico in questione per chiedergli notizie su suo fratello.

- Sono la sorella, - s’identificò subito, - Anne Novotny, - aggiunse e gli mostrò un documento d’identità. Non che ce ne fosse davvero bisogno dato che lei ed Ethan si somigliavano moltissimo. - Come sta, allora? -

Il medico lanciò una rapida occhiata al documento e poi rispose alla ragazza. - Suo fratello ha riportato una frattura alla gabbia toracica. Stiamo aspettando i risultati della TAC per capire se è una frattura multipla o meno, ma è un danno facilmente arginabile e non dovrebbe aver bisogno di alcuna operazione. Lo terremo in osservazione questa notte soprattutto perché gli sono stati somministrati dei tranquillanti, domani faremo una visita di controllo e potrebbe già uscire tranquillamente. -

I tre tirarono un sospiro di sollievo all’unisono, ma fu nuovamente Anne a parlare per prima. - Possiamo vederlo? -

- Sì, certo, una delle infermiere alla reception vi accompagnerà. Ora se non vi dispiace… - si congedò il medico, come a dire che aveva qualche altro impegno da seguire.

- Sì, si figuri, va bene, buon lavoro, - rispose la ragazza che corse, seguita dagli altri due, verso il banco della reception.

- Scusi, - chiamò stancamente Anne. - Siamo qui per Novotny… Ethan Novotny, è mio fratello, - specificò e mostrò il documento anche all’addetta alla reception.

- Potete entrare uno alla volta, - disse la signora.

I tre si scambiarono uno sguardo interrogativo. Giuda fu il primo a tirarsi indietro; del resto, era il suo professore e si trovava lì per caso, mentre Anne e Michael avevano molto più diritto di andare a trovare il ragazzo. Li lasciò mentre decidevano chi sarebbe dovuto entrare prima e si recò verso la toilette; aveva bisogno di sciacquarsi il viso e fare pipì. Non gli piaceva servirsi degli orinatoi, gli ricordavano le prese in giro dei suoi compagni di scuola, ma c’erano solo due toilette di cui una era guasta e l’altra occupata. Così, si avvicinò al lavandino e aprì l’acqua; fece scorrere un po’ il getto, mise le mani a conchiglia e si buttò l’acqua in viso. Ripeté il gesto un paio di volte poi afferrò un paio di strappi dal rotolone di carta e si asciugò. Il bagno era ancora occupato per cui non gli restava altro che aspettare. Trascorsero più di venti minuti ma il bagno continuò a essere occupato. Così, pensando che la persona che vi era dentro si fosse sentita male, bussò. 

- È occupato, - rispose la persona dall’altro lato.

Giuda aggrottò le sopracciglia: la voce gli sembrò familiare. - Tutto bene? - La domanda restò senza riposta. L’uomo, affranto, roteò gli occhi. Chi glielo aveva fatto fare di trasferirsi in un posto dove tutti erano una comunità a prescindere dal ruolo che ricoprivano? - Novotny, lo so che sei tu. Apri la porta. -

- No, - rispose il ragazzo. 

- Novotny, dovresti essere in camera tua! Anne e Michael stanno venendo a trovarti! -

- Non voglio tornare lì den… - ll ragazzo non fece in tempo a rispondere poiché un conato di vomito lo bloccò dal continuare a parlare. Ethan crollò in ginocchio abbracciando quasi il gabinetto e nel cadere fece cascare anche l’asta che reggeva il lavaggio.

- Novotny! - gridò Giuda preoccupato e cominciò a bussare con forza contro la porta. - Apri immediatamente! - ordinò. Il ragazzo non dava segni di vita, se non per quei poco rincuoranti colpi di tosse, e l’uomo stava iniziando a preoccuparsi sul serio. Allarmato, Giuda provò ad aprire la porta ma risultò un gesto inutile visto che era chiusa a chiave.

- Novotny, apri, per favore. Novotny! Andiamo, mi sto preoccupando! Stai bene? Novotny, apri questa cazzo di porta adesso! - 

Giuda continuò a bussare alla porta e a chiamarlo ancora per un po’, fino a quando non udì il rumore della serratura che si sbloccò. L’uomo aprì la porta rapidamente e la scena che gli si parò di fronte agli occhi fu raccapricciante. Ethan, pallido e con ancora le ferite in evidenza, abbracciava la tazza del water incurante dei capelli che vi erano finiti dentro; inoltre, l’ago collegato alla flebo era ancora infilato sul polso destro.

- Cazzo, Novotny, - gridò il professore che si chinò su di lui immediatamente. Gli scostò i capelli dal viso e si rese conto che erano sporchi di vomito e piscio solo dopo che gli erano gocciolati sui pantaloni. Trattenne una smorfia di disgusto e sbuffò. - Perché non sei rimasto a letto? -

- Non… mi piacciono… gli ospedali. -

- A nessuno piacciono, Novotny, - spiegò il professore ancora una volta, intenerito. Era evidente che il ragazzo fosse sconvolto e che non si trovasse in quelle condizioni solo per quanto accaduto a scuola qualche ora prima. - Ma sei qui per essere curato, così si toglierà quella brutta ferita che hai sulla faccia, ricordi? -

Ethan annuì senza sollevare la testa; provò una strana sensazione di disagio, o meglio, qualcosa che Michael avrebbe definito come tale. Sapeva di essersi sporcato e di essere poco presentabile, non voleva farsi vedere così dal suo professore.

- Ce la fai ad alzarti? -

- Non… lo… so. -

- Dai, ti aiuto io! -

- No, - rispose l’altro. 

Ogni volta che parlava con lui, Giuda si sentiva come se stesse tentando invano di addomesticare un animale selvatico. L’uomo sospirò, lasciò la presa dai capelli e prima di alzarsi gli accarezzò la testa. Strappò qualche pezzo di carta igienica per asciugarsi le mani, poi rifece il gesto e porse al ragazzo il secondo strappo.

- Se io chiudessi gli occhi e restassi qui in silenzio, così che tu possa prendere il mio braccio, mi permetteresti di aiutarti? - 

Doveva aver capito ciò che provava l’altro.

Il ragazzo sgranò gli occhi. - Va… bene… - 

Giuda, allora, chiuse gli occhi e allungò il braccio verso il ragazzo, in maniera tale che qualora ne avesse avuto bisogno avrebbe potuto aggrapparsi.

Pochi minuti dopo, Ethan e Giuda camminavano lentamente lungo il corridoio per tornare in stanza. Il ragazzo si trascinava con sé il palo della flebo, ma stringeva ancora più saldamente il braccio del professore; non sapeva descrivere come si sentiva in quel momento, ma la presenza di Giuda sembrava confortarlo.

- Grazie, - bisbigliò Ethan stringendo di più le mani sul polso del professore.

   
 
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