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Autore: Puffardella    25/01/2023    0 recensioni
Eilish è una principessa caledone dal temperamento selvatico e ribelle, con la spiccata capacità di ascoltare l’ancestrale voce della foresta della sua amata terra.
Chrigel è un guerriero forte e indomito. Unico figlio del re dei Germani, ha due sole aspirazioni: la caccia e la guerra.
Lucio è un giovane e ambizioso legionario in istanza nella Britannia del nord, al confine con la Caledonia. Ama il potere sopra ogni altra cosa ed è intenzionato a tutto pur di raggiungerlo.
I loro destini si incroceranno in un crescendo di situazioni che li spingerà verso l’inevitabile, cambiandoli per sempre.
E non solo loro...
Genere: Guerra, Sentimentale, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Antichità greco/romana
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EILISH
La splendida cavalla bianca si mimetizzava perfettamente col candore della neve che, caduta copiosa negli ultimi giorni, aveva ricoperto con un soffice manto le dolci vallate e le colline boscose. Era uno spettacolo a vedersi, con i muscoli nerboruti delle cosce tesi dallo sforzo e la folta criniera che ondeggiava al vento.
In sella alla puledra, Eilish attraversò la valle emettendo grida gioiose. L’aria gelida del mattino si condensava in nuvole di vapore ad ogni loro respiro, ma Eilish era troppo euforica per sentire freddo.
Arrivata in fondo alla radura non arrestò la corsa dinanzi al muro di alberi del bosco: ci si inoltrò senza rallentare.
Fra i rami dei cespugli, algide ragnatele dalle trame complesse e fantasiose si agitarono rigidamente al suo passaggio.
Raggiunse il fiume e lo costeggiò per un lungo tratto, fino al punto in cui la massa di acqua si riduceva sensibilmente. A quel punto, guidò eccitata la cavalla nell’acqua.
Il sottile strato di ghiaccio formatosi sulla superficie crepitò sotto i possenti zoccoli della puledra. Schizzi di acqua gelata le bagnarono le brache, facendola rabbrividire. Rise forte e la cavalla, come se volesse compiacerla, tornò a pestare l’acqua ghiacciata del ruscello.
Da quando Eilish aveva deciso di tenerla non c’era giorno che non la cavalcasse. Con la nebbia e con il sole, con il freddo e con il caldo, con la pioggia e con la neve: niente la scoraggiava, perché correre in sella ad Alba la faceva sentire libera e felice.
Alba non correva come gli altri cavalli: lei volava. O almeno questa era la sensazione che Eilish provava quando la spingeva forte al galoppo.
Qualche volta, in quei frangenti, lasciava andare le redini e allargava le braccia. Allora poteva sentire il vento attraversarle il corpo, riempirle l’anima e il cuore, renderla più leggera. In quei momenti era come se stesse planando, sospesa nel cielo infinito.
C’era una straordinaria intesa tra loro. Se Eilish era agitata lo diventava anche la cavalla, se era felice nitriva eccitata e se era triste i suoi occhi nocciola diventavano malinconici.
Condusse Alba fuori dall’acqua, piegò il corpo in avanti e le accarezzò con affetto il lungo collo.
«Sai a cosa pensavo?» le bisbigliò all’orecchio. «Pensavo al giorno in cui ti volevo riportare indietro e ti sono salita in groppa con rabbia. Te lo ricordi?»
Sorrise a quel ricordo.
Già, l’inizio non era stato dei più promettenti, ma poi, dopo aver lottato un intero giorno ed essere crollate addormentate una vicino all’altra, Alba si era lasciata cavalcare senza problemi.
Tuttavia, Eilish sapeva bene che la cavalla glielo aveva permesso non per sottomissione, dal momento che non era riuscita a domarla, ma per scelta. Per questo sentiva che c’era qualcosa di infinitamente profondo fra loro, un legame che trascendeva qualsiasi altro.
Ecco perché aveva deciso che non poteva restituirla. Quella cavalla le apparteneva, forse dalla notte dei tempi. E forse Morhag aveva ragione: lo spirito di uno dei suoi antenati era tornato in vita con le sue fattezze, per restare al suo fianco e vigilare su di lei. Eilish amava pensare che fosse quello della madre.
L’unica cosa che la infastidiva era che Alba le era stata regalata da Chrigel.
Dopo Alba, il Germano le aveva fatto altri doni, sorprendendola ogni volta: un coltello con l’impugnatura in osso decorato, uno splendido arco in corno con cui si esercitava ogni giorno per allenare i muscoli delle braccia, e una pelliccia di lupo bianca dal manto folto e morbido, la stessa che indossava in quel momento.
Se la strinse addosso istintivamente. Le piaceva il modo in cui la riparava dal freddo pesandole sulle spalle, come un energico, caldo abbraccio.
Eilish avvampò mentre finiva di formulare quel pensiero. Nonostante tentasse con tutte le sue forze, non riusciva a smettere di pensare al giorno in cui Chrigel l’aveva stretta a sé.
Si chiese per l’ennesima volta perché si ostinava a non concedergli fiducia.
Quando, due lune prima, Chrigel le aveva mandato la pelliccia di lupo, attraverso il messo le aveva fatto sapere che non le avrebbe inviato altri doni né le avrebbe fatto ulteriori pressioni per convincerla a sposarlo. Tuttavia, riportò il latore del messaggio, non intendeva rassegnarsi. Le avrebbe lasciato il giusto tempo per decidere. Tutto ciò che le chiedeva era di farlo in maniera obiettiva. Era sicuro che, se gli avesse concesso fiducia e avesse provato a mettere da parte il pregiudizio che nutriva nei suoi confronti, avrebbe smesso di vederlo come un nemico. E, chissà, magari avrebbe addirittura potuto amarlo.
Nel ricordare le parole del principe, Eilish tornò in sé e scosse la testa con fare energico. La verità era che non gli credeva. Era fermamente convinta che tutto ciò a cui Chrigel aspirava fosse vincere una nuova sfida. E comunque, anche se avesse avuto motivazioni più nobili, avrebbe mai potuto amare uno come lui? La risposta era no. Erano troppo simili e troppo diversi perché potesse accadere. Simili nel temperamento, diversi nei modi di fare.
Inoltre c’erano troppe cose di lui che odiava. La spavalderia, ad esempio. O il disprezzo che senza ritegno manifestava per i più deboli. O la tracotanza con cui si rivolgeva alle persone in generale o, peggio, la luce feroce che attraversava il suo sguardo quando era contrariato da qualcuno o da qualcosa.
Per contro, quelle poche qualità che gli riconosceva - come il coraggio con cui affrontava qualsiasi avversità e il vigore fisico -, gliele ammirava solo in virtù di ciò che rappresentavano: tutto quello che lei non avrebbe mai potuto essere.
Ecco, solo per questo continuava a pensare alle sue possenti braccia o al suo forte cuore che batteva sotto il palmo della sua mano: lui era l’uomo che lei avrebbe voluto essere.
Sospirò sollevata all’idea di essere arrivata ad una conclusione più che ragionevole, quando sentì il verso di un falco. Alzò la testa pensando a Morhag e al suo interesse per gli uccelli, ma il folto dei rami riduceva il cielo a brandelli di luce azzurrognola, rendendo impossibile la visuale. Scrollò le spalle. Stavolta Morhag si sarebbe dovuta accontentare del verso.
Si disse che era ora di tornare indietro quando il falco tornò a farsi sentire con un verso più acuto e prolungato rispetto al precedente. Un secondo più tardi, un nuovo stridio si aggiunse a quello, facendole accapponare la pelle. Infine i versi, perfettamente distinguibili, divennero tre.
Tre falchi che volavano insieme.
Eilish si disse che non era possibile. Le vennero in mente le parole vaticinanti della Veggente riguardo al fatto che sarebbe accaduto, un giorno.
Decise di accertarsene. Spinse di nuovo Alba al galoppo e si affrettò ad uscire dal folto della foresta per raggiungere lo spiazzo erboso che si affacciava sul mare e li vide: tre splendidi falchi che planavano nell’aria, maestosi, perfettamente allineati. Un istante dopo, come se non avessero aspettato altro che di essere visti da lei, sbatterono quasi all’unisono le possenti ali e si allontanarono veloci all’orizzonte, verso nord.
Eilish rimase un istante a riflettere, allibita. Poi, un improvviso senso di urgenza la fece tornare di corsa nei boschi.
Doveva andare da Morhag e riferirle quanto aveva visto.

Trovò la vecchia nel capanno, davanti al fuoco acceso, che pestava delle erbe in un mortaio di pietra. Non ci fu bisogno che le dicesse nulla. Appena fu entrata, la veggente interruppe il suo lavoro e annuì con fare greve.
«Sì, lo so. Li ho sentiti. Erano tre, non è così?» disse.
«Sì. Che significa, Morhag?»
«Presto ci sarà una guerra, Eilish. Molto presto. Torna al villaggio. Riferisci a tuo padre di venire da me durante la luna piena e di portare con sé la sua spada. Hai capito, Eilish?»
Eilish era pietrificata dal terrore e subito non rispose. Immagini frammentate le si affollarono nella mente. Ricordò le donne del villaggio in lacrime quando, sei anni prima, alla fine degli scontri coi Romani, gli uomini sopravvissuti  avevano fatto ritorno senza molti dei giovani che erano partiti con loro.
Provò una fitta al cuore e si inginocchiò ai piedi della vecchia.
«Chi ha mandato i falchi?» volle sapere.
«Roma, piccola Eilish. Per far sapere al mondo che il suo re è morto.»

WILLIGIS
Le vette si stagliavano all’orizzonte come lame di ghiaccio dai bordi frastagliati. Il cielo mattutino era una tenda grigia calata su un paesaggio slavato.
Willigis, in sella al suo cavallo, si era fermato a fissarne i contorni, pensando con amarezza che quello scenario deprimente rispecchiava il suo stato d’animo alla perfezione.
Quelle parole, le parole della donna che aveva creduto di amare più della sua stessa vita, continuavano a riecheggiargli nelle orecchie, a scavare senza sosta dentro la ferita aperta, a rinforzare sentimenti di rabbia e di dolore.
Il suo volto fu attraversato da un’ombra.
Come poteva una creatura così bella essere tanto ripugnante nell’animo?
Si erano sposati nel mese in cui i Celti caledoni celebravano Lughnasadh, la festa della mietitura del grano. Si sentiva uno sciocco, adesso, nel ricordare quanto quel giorno si fosse sentito felice e fortunato. Cosa rimaneva di quell’entusiasmo? Nulla. Era stato spazzato via, sostituito da un sentimento di repulsione. Eppure, fino al giorno prima, avrebbe dato la sua vita per lei. Fino al giorno prima, tutto ciò che desiderava era renderla felice. Fino al giorno prima, era convinto che Chrigel si sbagliasse nei suoi riguardi.
Con nessun’altra si era mai mostrato tanto premuroso come con lei. Dal primo istante in cui l’aveva veduta, si era fatto l’idea che Caitriona fosse un fiore delicato da cogliere con gentilezza. Dopo il matrimonio l’aveva posseduta un po’ alla volta, senza fretta, per non farle male. Per giorni aveva esercitato un’incredibile padronanza di sé, nonostante la desiderasse follemente.
Quando, finalmente, era riuscito a godere dei benefici del matrimonio, aveva scoperto in lei un’amante fredda.
Quelle poche volte che si era concessa, lo aveva fatto senza rendersi partecipe o emettere un solo sospiro. E, cosa che lo umiliava anche di più, senza manifestare apparente appagamento. Eppure, Willigis aveva continuato ad amarla e a rispettarla, tanto da rifiutarsi di andare a cercare soddisfazione fra le braccia di un’altra donna.
Questo fino alla notte precedente. 
Non era stato per il suo orgoglio ferito di maschio che si era recato da Isabel. No, non era stato a causa della freddezza con cui Caitriona lo aveva accolto nel talamo in tutti quei mesi che aveva iniziato a provare disgusto per lei.
Nel ricordare quanto era accaduto, Willigis strinse forte i pugni. Quando, la sera prima, Caitriona aveva iniziato ad ammaliarlo con atteggiamenti a lei poco usuali, aveva semplicemente pensato che stesse imparando l’arte della seduzione e la cosa lo aveva rallegrato.
Invece…
Quella donna era stata scaltra. Lo aveva indotto a bere fino a tarda notte e lo aveva portato all’esasperazione con i suoi baci appassionati e le sua carezze lascive. Era riuscita a frastornarlo così bene da non aver capito subito il vero scopo delle sue parole.
Mentre sedevano accanto al fuoco, fra un bacio e l’altro, Caitriona gli aveva chiesto per quale motivo i Germani avessero l’usanza di eleggere un altro re in caso di guerra; per quale motivo, insomma, non si affidassero al re che li amministrava ogni giorno. Lui le aveva spiegato con pazienza che non sempre, quel re, possedeva anche i requisiti necessari per comandare un esercito in battaglia. Il primo, quindi, ne assumeva l’incarico per diritto di nascita e in maniera definitiva; il secondo, veniva eletto tra e dai guerrieri più nobili della tribù, gli Adelingi, e ricopriva quel ruolo solo per il periodo necessario. Finita la guerra, tornava ad essere un uomo qualunque.
«Per questo, Akon è doppiamente re: perché è un grande guerriero» aveva giustamente osservato lei, inginocchiandosi ai suoi piedi e carezzandogli il petto.
«Già, anche se è troppo vecchio, ormai, perché possa essere rieletto. Semmai dovessimo averne di nuovo bisogno, verrà scelto un giovane al suo posto, un uomo valoroso e determinato, con le giuste caratteristiche per guidare gli uomini in guerra.»
«Uno come te» aveva suggerito lei.
Willigis aveva sorriso dinanzi a quella prospettiva. A dire il vero, un po’ ci si era anche crogiolato. Tuttavia sapeva bene che quel ruolo spettava a Chrigel. Gli uomini lo trattavano già come un condottiero, di certo non in virtù della sua discendenza di sangue.
«Chrigel sarà il prossimo Re Guerriero» le aveva detto quindi fra un bacio e l’altro.
«Io non credo che tu sia da meno. Sei forte e coraggioso, forse anche più di tuo cugino» aveva insistito lei, sedendosi sulle sue gambe per poi baciarlo a lungo, con passione.
«Forse… Io però non avrei mai avuto il coraggio di affrontare un orso a mani nude» aveva ammesso Willigis, sempre più inebriato.
«Non lo puoi sapere. Magari, invece, se ti fossi trovato tu in quella situazione, lo avresti fatto. E comunque, tu meriteresti di essere più di un Re Guerriero. Tu meriteresti di esserlo in maniera definitiva.»
«Te l’ho già detto, è Chrigel l’unico erede. Lo è per diritto di nascita.»
«Ma se non ci fosse lui?»
A quel punto, Willigis l’aveva staccata da sé e l’aveva guardata confuso. «Che intendi dire?»
Caitriona lo aveva a sua volta guardato, ma in maniera innocente.
«Chrigel è figlio unico, non è così?»
«E con questo?»
«Se lui non fosse nato? Se Akon non avesse avuto eredi maschi, la linea di successione a chi sarebbe passata?»
«Ma Chrigel è nato…» aveva obiettato Willigis, sempre più sospettoso. A quel punto, Caitriona aveva fatto scivolare la mano verso l’interno della sua coscia, lentamente.
«E se morisse?» aveva chiesto poi. Willigis aveva guardato la moglie a lungo, sconvolto. Gli aveva davvero proposto quello che pensava? Si era sollevato in piedi, tenendola stretta per i polsi.
«Spero per te che io abbia interpretato male le tue parole, donna! Chrigel non è solo il mio futuro re. Non è solo mio cugino, è molto più di tutto questo. Lui è mio padre e mio fratello!» l’aveva disapprovata con durezza.
«Fratello? Tuo fratello? Però sarà lui a essere re!» lo aveva quindi denigrato lei. Willigis aveva sentito la rabbia esplodergli violenta nelle vene. Era stato ad un passo dal colpirla, ma poi si era limitato a spingerla sul giaciglio ed era uscito, mentre lei aveva continuato a gridargli dietro, sprezzante: «Non sarei dovuta appartenere a te! Io ero destinata a lui, ero destinata ad essere la moglie di un re! Tu me lo devi! Mi hai sentito, figlio di nessuno? Tu me lo devi!»
A quel ricordo, Willigis strinse con forza gli occhi. Una nuova ondata di dolore gli attraversò con ferocia il cuore.
Figlio di nessuno, così lo aveva definito. Era stata la cosa più umiliante che avesse mai subito in vita sua e ora, l’unico sentimento che riusciva a provare per la donna che aveva desiderato e amato con tutta l’anima, era un profondo disprezzo.
Per questo, dopo aver passato la notte fra le braccia di Isabel, nonostante avesse già imboccato la strada del rientro, non si decideva a tornare al villaggio.
Era consapevole che, presto o tardi, avrebbe dovuto prendere delle decisioni in merito a Caitriona, solo che non se la sentiva di affrontare la cosa nell’immediato. Sollevò il volto al cielo e respirò a fondo il profumo dell’aria mattutina. Il giorno si era fatto sempre più luminoso, anche se il sole continuava a tenersi nascosto dietro la patina grigiastra della foschia invernale.
Se solo avesse prestato ascolto alle parole di suo cugino…
Willigis cercò di sostituire i pensieri che lo affliggevano con altri più piacevoli. Si sforzò di fermarli sulla donna fra le cui braccia aveva cercato conforto per tutta la notte. Isabel, la donna che da bambino aveva sognato di sposare, la donna che tutti i bambini dei villaggi intorno, prima o poi, avevano sognato di sposare. Perfino Chrigel.
Sorrise al ricordo di come, in passato, si fossero regolarmente azzuffati per lei. E sorrise al ricordo della rabbia che lo aveva investito il giorno in cui era venuto a sapere che Chrigel lo aveva preceduto, giacendo con lei per primo.
Avevano smesso di litigare per lei solo quando Isabel aveva riso di entrambi, dicendo che lei non sarebbe mai appartenuta a nessuno di loro ma che, al tempo stesso, avrebbero potuto averla tutti e due. Competere non aveva senso, serviva solo a dividerli, così avevano iniziato a condividersela anziché a contendersela.
Eppure Chrigel aveva smesso di cercare la sua compagnia, a quanto sembrava. Isabel gli aveva riferito che erano mesi che non andava a trovarla. Quella riflessione lo condusse ad un’altra: quanto tempo era che lui non vedeva suo cugino? Troppo. Negli ultimi mesi era stato così preso da Caitriona da essersi quasi dimenticato dei vincoli di sangue che lo legavano a quello che era come un fratello, per lui. Vincoli che non avrebbe dovuto mettere da parte per nessuna ragione al mondo, nemmeno per una donna come Caitriona.
Soprattutto per una donna come Caitriona.
Si disse che era arrivato il momento di riprendere le vecchie, sane abitudini e di tornare a godere della sua compagnia.
In quanto alla donna caledone, in cuor suo aveva già preso una decisione: quando sarebbe tornato al villaggio l’avrebbe rimandata dal padre, cacciandola dalla sua terra e dalla sua vita, definitivamente.


CHRIGEL
Chrigel estrasse dai carboni ardenti un pezzo di ferro, lo mise sull’incudine e prese a batterne con forza la punta arroventata. Ogni volta che il grosso martello ricadeva sul metallo, il muscolo del braccio, solcato da numerose vene rigonfie, s’induriva. Stava preparando nuove punte per le frecce, in vista della stagione di caccia che si profilava all’orizzonte insieme alla primavera. Aveva inoltre bisogno di qualcosa che lo tenesse occupato. Nutriva per l’inverno sentimenti contrastanti: lo amava per il freddo e lo odiava per l’ozio a cui lo costringeva, relegandolo dentro i confini del villaggio fortificato.
Kira, il grosso cane nero da caccia, dormiva poco distante. Aveva smesso di seguire i suoi movimenti già da un po’, annoiato dal ripetersi monotono di quei gesti. Ma quando l’imponente cancello di legno che dava l’accesso al villaggio venne aperto, sollevò il muso e restò in attesa. Prima ancora che Willigis facesse la sua comparsa, Kira lo annunciò abbaiando festosamente.
Chrigel smise di martellare e si voltò a controllare.
«Ma guarda chi si degna di farsi vivo. È da un po’ che non ti si vede da queste parti, eh, cugino?» lo accolse con un sorriso malizioso.
Willigis lasciò il cavallo alle cure di un servo e si accovacciò a strofinare con vigore il collo di Kira, che guaì soddisfatto.
«È quello che mi dice di te Isabel. Si lamenta che non vai più a trovarla. Mi ha chiesto di ricordarti che le hai fatto una promessa la primavera scorsa, e mi ha chiesto anche di dirti che non è da te non mantenere le promesse.»
Chrigel fece una smorfia e gettò nel mucchio la punta appena forgiata. Con le pinze prelevò dalle braci un nuovo pezzo di ferro e riprese a martellare con più vigore.
«E tu che ci vai a fare da Isabel? Non dovresti mettere la testa a posto ora che sei un uomo sposato?» disse, nel tentativo di spostare l’attenzione sul cugino.
Willigis si adombrò.
«Giusta osservazione. Ma preferirei non parlarne, se non ti dispiace.»
«Vale anche per me, Willigis» dichiarò risoluto.
«Quindi, non hai intenzione di dirmi che promessa hai fatto a Isabel?»
Chrigel colpì con forza la punta del metallo incandescente. «Direi di no» rispose.
«E quindi non saprò mai nemmeno perché non intendi mantenerla, giusto?»
Il principe diede un nuovo, poderoso colpo di martello.
«Esatto.»
«Invecchiando ti fai sempre più insopportabile, te lo avevo mai detto?»
«Ogni volta che vieni a infastidirmi.»
Willigis rise di gusto. «Stupido bestione che non sei altro, mi sei proprio mancato! Molla quell’affare e offrimi un boccale di birra! Dove accidenti è finita l’ospitalità da queste parti?» si lamentò con finta indignazione.
In quel momento, il suono del corno che dava il segnale di allarme riecheggiò a lungo nell’aria. I due cugini si guardarono in faccia, più sorpresi che preoccupati. Chrigel lasciò cadere il martello sul terreno e corse, insieme a Willigis e a molti altri, in direzione della torretta di guardia costruita a ridosso del lato meridionale della palizzata che correva lungo tutto il perimetro del villaggio. Al loro arrivo trovarono il re che inveiva brutalmente contro la vedetta, mentre la colpiva con un bastone sulle spalle e sulla schiena.
«Che succede?» gridò Chrigel precipitandosi sul ballatoio.
«Questo idiota ha suonato l’allarme per un falco. Un dannato falco, che gli dei se lo portino all’altro mondo» sbraitò il re, tornando a colpire il soldato con foga. Chrigel scrutò il cielo con attenzione, si oscurò in volto e strappò il bastone dalle mani del padre. Quel gesto non piacque affatto al re, che si voltò paonazzo verso di lui con lo sguardo stravolto dalla rabbia e dalla troppa birra ingurgitata.
«Osa di nuovo, figlio di una cagna, e il bastone lo userò su di te!» gli ringhiò addosso.
«Allora usalo su di me se questo può farti stare meglio, e lascia in pace gli uomini!» lo sfidò Chrigel con risentimento. Da quando si era rifiutato di sposare Caitriona, suo padre si era fatto più violento del solito e sfogava la sua frustrazione col primo che gli capitava a tiro, dal momento che aveva paura di farlo con lui.
Chrigel gettò il bastone di sotto e indicò il cielo.
«Avrà esagerato a dare l’allarme, ma il falco non è uno. Guarda!» disse.
Anche Willigis, come il resto della folla accorsa, sollevò la testa in alto. Tre falchi volteggiavano sopra le loro teste come un infausto presagio.
Quella era forse la terza o quarta volta che facevano la loro comparsa nei cieli del Grande Nord. L’ultima risaliva a otto anni prima. I giovani avevano provato sgomento allora come in quel momento, perché ogni volta che i tre falchi erano stati avvistati, qualche tribù era stata massacrata dai tiranni romani.
Sei anni prima, Germani e Caledoni erano riusciti a fronteggiarli e a respingerli, ma ai popoli della Britannia non era andato altrettanto bene.
Chrigel abbassò lo sguardo e cercò quello del cugino.
Serrò le mascelle e digrignò i denti. Non aveva mai fatto troppo affidamento sull’ottimismo del padre, il quale si era illuso di aver sconfitto definitivamente i Romani. Non sapeva quali dei mandassero ogni volta quei tre segni ammonitori ad avvisarli di prepararsi ad una nuova guerra, sapeva solo che sarebbe successo.
“Che arrivino, i porci”, pensò astioso. “Troveranno un orso ad attenderli!”.
   
 
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