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Autore: Elayne_1812    13/03/2023    0 recensioni
C’era una volta una Fonte che brillava delle luci limpide della via lattea e aveva il sapore delle stelle.
C'era una volta una città meravigliosa chiamata Algor e la Fonte era il suo cuore, pulsava nelle aule più sacre della città come linfa vitale.
C’era una volta un’epoca di pace e prodigi, ma, un giorno, una stella nera e fredda cadde dal cielo e la Fonte si ammalò.
Disperato, il Re di Algor interrogò le menti più sagge dell’Impero, ma nessuno riuscì a guarire la Fonte e fu così che la città meravigliosa iniziò ad avvizzire.
Il popolo accusò il Re, il Re maledisse gli dei e gli dei l’arroganza degli uomini, finché non giunse un Eroe. Egli si addentrò nel deserto e incontrò la Stella Nera. Gelida e rovente, con una voce di ghiaccio e carboni ardenti, ella gli rivelò come guarire la Fonte.
Tuttavia, quando l’Eroe sfiorò gli ultimi i rivoli perlacei della Fonte morente essa divenne nera. Nera come una notte d'inchiostro, nera come perfette perle scure, nera come il manto liquido della Stella.
Fu così che l’Eroe scoprì che la Stella lo aveva ingannato.
Genere: Avventura | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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2

Leyra, Endoryan, Nerathra

 
Era una giornata soleggiata e il sole che filtrava dalle finestre dell’aula disegnava ampi rettangoli dorati sul pavimento ligneo. L’ampia vetrata si affacciava su uno dei chiostri interni dove il verde degli alberi brillava delle ultime note dell’estate e i cespugli di pervinca dai toni rosati volgevano le corolle al cielo dissetandosi di luce. 
Quel giorno il maestro Thoren li aveva disposti a coppie per fare pratica nei duelli; l’aula aveva le dimensioni di una palestra e i pochi banchi erano stati spostati lungo le pareti. 
Esercitarsi con il Soffio era una delle attività che Sibel preferiva e, dato che aveva quasi completato gli studi, poter frequentare le lezioni di livello più alto era sicuramente molto stimolante. 
Ogni flusso d’energia era fondamentale per intrecciare incantesimi e il compito dell'accademia era insegnare a padroneggiarli, ma ogni feyren mostrava una particolare predisposizione per uno di essi. Il fatto che lei prediligesse il Soffio del fuoco spiegava perché era immersa in un bagno di sudore. Per lei connettersi a quel flusso di energia le era sempre stato più facile, più naturale, così come Astel scivolava nella calma fluida e pacata dell’acqua. Lui era come il gorgogliare di un ruscello, ma lei era la luce del fuoco, il caos delle fiamme. Lanciò un’occhiata al fratello poche coppie più in là che, a differenza sua, sembrava il ritratto della compostezza. 
Il battito deciso delle mani del maestro indicò il cambio di coppia. 
Sibel posò le mani sulle ginocchia per riprendere fiato e quando alzò lo sguardo si ritrovò davanti il suo prossimo avversario. Il feyren biondiccio dagli occhi blu aveva la sua stessa età e, sfortunatamente, Sibel lo conosceva abbastanza bene. Soreth sembrava quasi rilassato e il fatto che non avesse una goccia di sudore in viso le diede ancora più noia. L’altro  aveva il tipico fare arrogante di chi si sente il più forte. 
 Soreth era apprendista del Lys dei Lupi e come buona parte di loro credeva che gli apprendisti del Lys dei Gufi fossero topi da biblioteca, costantemente immersi in libri polverosi e antiche reliquie del passato. Beh non vi era teoria più assurda e lei ne era la conferma. Le sue capacità nel Soffio erano invidiabili e dove incontrava avversari più forti e preparati faceva un buon uso del proprio intuito e di una dose non indifferente di astuzia. Forse per questo non era mai stata troppo simpatica a Soreth e al suo gruppetto di Lupi. 
La spilla d’argento degli apprendisti dei Lupi brillò sul petto di Soreth, quasi schernendola.
Sibel si raddrizzò. Aveva iniziato la giornata con le migliori intenzioni, ma ora provava l'irrefrenabile desiderio di incendiare qualcosa. Sobbalzò quando avvertì qualcosa di freddo solleticarle i polpacci: dei tentacoli d’aria dai toni lattiginosi strisciavano verso di lei. Si maledisse tra sé; era stata così distratta dai propri pensieri da non accorgersi che il maestro aveva dato il via ai duelli. Sibel saltò di lato con uno scatto fulmineo per evitare che un tentacolo le avvolgesse le caviglie e, nel mentre, evocò il Soffio. La tipica sensazione inebriante l’avvolse, i suoi sensi formicolarono in perfetta sintonia con il mondo all’intorno come se fossero un tutt'uno. Poteva percepire l’aria all’intorno, l’acqua dei corpi che la circondavano, l’umidità della piante del giardino, le piante stesse, il profumo e la consistenza della terra, ma più di qualunque cosa percepì il fuoco. Volute le rosseggianti si dipanarono intorno a lei e si aprirono in boccioli incandescenti. 
Vide l’altro indietreggiare e destreggiarsi in un elaborato incantesimo che le fece fluttuare il pavimento sotto i piedi mandandola a terra. Il sorriso vittorioso che s’aprì sulle labbra piene del feyren non le piacque per nulla. Troppo pieno di sé, troppo spavaldo. Rotolò di lato e attinse tutto il fuoco che riusciva a percepire, tutto il calore, e l’aria intorno a lei si fece incandescente. Improvvisamente si sentì furiosa, immersa nel Soffio, i sensi amplificati dalla connessione con i flussi, vide il sorriso divertito di Soreth più largo, quasi minaccioso e sentì, come un filamento di coscienza che arrivava dritto fino a lei, un disprezzo amaro, paura e invidia. Fu come se una parte di lei si stesse aprendo un varco nella sua testa, squarciandola in due. All’idea di aprirlo in due come una mela matura, una strana esaltazione si impadronì di lei. Euforico, il fuoco avvampò intorno ma lei ma, poi, all’improvviso tutto finì. 
Solo allora Sibel si rese conto di essere a terra, seduta in una pozzanghera che si allargava sotto di lei e il suo avversario, mentre Astel le teneva una mano sulla sua schiena per sorreggerla. Era fradicia, i lunghi capelli neri le aderivano al collo e alla fronte, e  fu percorsa da un brivido. 
– Sibel, stai bene? – domandò Astel, la voce patinata da un velo di apprensione.
Sibel annuì e si strizzò i capelli per poi gettarli oltre le spalle, mentre il gemello la aiutava a rialzarsi. 
Ancora confusa, Sibel notò che il resto della classe si era radunato intorno a loro, Soreth era bagnato sino alle ossa e il suo volto era un caleidoscopio di emozioni che variava dallo sconcerto, alla furia e al puro risentimento. I suoi occhi blu erano una tempesta fissa su Sibel. 
– Si può sapere cosa succede? 
Maestro Thoren si fece largo tra la calca con le ampie spalle squadrate. Le tempie gli pulsavano mettendo ancora di più in risalto le strisce grigie che si allargavano sopra di esse aprendosi una strada d’argento tra i capelli castani; segno che godeva di un’età avanzata anche tra i feyren. I suoi occhi grigi vagarono all’intorno e alla fine fece una smorfia come se stesse decidendo come eliminare un fungo infestante. 
Sibel deglutì, certa che non se la sarebbe cavata con un semplice rimprovero o una pacca sulle spalle. Non aveva le idee chiare su cosa era accaduto, ma di certo poteva ben immaginare che cosa l’attendeva ora. 

***

Sibel si morse il labbro inferiore e sfregò i polpastrelli tra loro cercando di eliminare la sensazione di polvere e secco lasciata dalle vecchie pergamene. Per l’ennesima volta sbuffò infastidita. Era nervosa e furiosa con sé stessa. Considerata la sua particolare propensione a infilare le orecchie a punta dove non doveva non era del tutto estranea alle ramanzine da parte di Emerud, ma in accademia il suo comportamento era sempre stato impeccabile. Non poteva definirsi la prima della classe, quello era un primato che spettava ad Astel, ma non era il tipo che finiva in punizione. Fino a ora. 
La feyren tirò su col naso in un gesto di pura amarezza. Quella punizione le bruciava come un’onta sul suo rendimento e quel che era peggio era che Soreth non aveva subito alcuna conseguenza, al contrario era stato mandato in infermeria a controllare che non avesse ustioni. 
Con un sonoro sbuffo, Sibel si appoggiò con la schiena al lungo tavolo in quercia, le gambe distese in avanti e le caviglie incrociate. 
La verità era che non sopportava l’idea di non essere riuscita a controllarsi, soprattutto perchè non era da lei e, doveva ammetterlo, poteva finire davvero molto male. Doveva solo ringraziare il pronto intervento di Astel che le aveva impedito di ridurre in cenere tutto ciò che le stava attorno. Non riusciva a spiegarsi come fosse potuto accadere. 
Si voltò e  guardò la pila di rotoli ammonticchiata sul tavolo. L'attendevano ancora parecchie pergamene da archiviare e doveva muoversi se voleva tornare a Palazzo Mezzanotte e evitare di saltare la cena. L’archivio non aveva finestre, ma a giudicare dai brontilii del suo stomaco doveva essere tardi; probabilmente le prime stelle avevano già iniziato ad accendersi nel cielo notturno. Un globo luminoso vorticava sopra di lei rischiarando l'ambiente; ogni tanto assumeva le fattezze sfumate di una piccola volpe dalla lunga coda vaporosa dai riflessi lunari. 
Come aveva fatto a cacciarsi in quella situazione? Perché si era arrabbiata in quel modo? Certo, Soreth non era il feyren più simpatico di Nearthra, ma non era una giustificazione sufficiente. Avvertì un groppo allo stomaco, corrugò la fronte e cercò di scacciare le sensazioni fastidiose che aveva percepito domandandosi da dove fossero venute. 
Forse me le sono solo immaginate, pensò. 
– Si può sapere che cosa ti è preso? 
La voce di Astel fendette il velo dei suoi pensieri e lei fu tentata di rispondergli in malo modo. L’ultima cosa di cui aveva bisogno era il suo tono saccente e apprensivo; in quel momento aveva solo il potere di irritarla. Non si voltò, si sarebbe solo innervosita di più.
Tuttavia, non riuscì a celare una punta di amaro sarcasmo. – Volevo solo accenderlo come una torcia al solstizio d'inverno.
Sibel sentì Astel trasalire dietro di lei e con la rapidità di un felino la fece voltare e l’afferrò per i polsi. 
– Guardami, – disse a denti stretti. 
Sibel sobbalzò e sbatté le palpebre. Evidentemente non era l'unica a essere impazzita. Il gemello aveva gli occhi di zaffiro puntati dritti nei suoi e la fissava con un’intensità urgente.
– Che cosa prende a te, – disse lei di rimando. – So di essere affascinante, ma trovo abbastanza inquietante che il mio gemello mi fissi in questo modo. Stai cercando qualcosa? 
Astel la lasciò e fece un passo indietro, sembrava che sino a quel momento avesse trattenuto il fiato, alla fine rilassò le spalle e incrociò le braccia. 
– Il tuo buonsenso. Allora? 
– Allora cosa? 
– Cosa è successo – chiese scandendo bene ogni singola parola. 
Sibel prese una pergamena e la rigirò in mano. 
– Ero furiosa, – lanciò la pergamena nel mucchio. – Non lo so! 
L'espressione di Astel era glaciale. – Non è una giustificazione.
Sibel si girò di scatto. – Beh non so proprio cosa dirti, va bene? Ero furiosa! 
Astel sospirò e le prese le mani. – Sibel… c’è altro che vorresti dirmi? 
– Che vorrei essere una persona pacata come te? 
Astel abbozzò un sorriso. – Parlo seriamente. 
– Anche io, – sospirò. – Negli ultimi tempi mi sento come una miccia pronta a prendere fuoco. 
Il fratello annuì e fu sul punto di aggiungere qualcosa, ma fu interrotto dalla voce allegra di un nuovo arrivato. 
– Ho sentito che qualcuno è in punizione!
Sibel roteò gli occhi. Non c’era proprio nulla di divertente. Nulla! – Aven… 
Una mano guantata appoggiata allo stipite della porta, una al fianco e la gamba destra incrociata, Aven era il ritratto dell’ilarità. Aveva gli stivali marroni alti sino al ginocchio  impolverati, la giubba verde foresta del Lys dei Lupi era slacciata e lasciava intravedere la camicia bianca aderente al petto, mentre i capelli di un intenso castano ramato erano legati in una corta treccia semisfatta. A giudicare dall’aria trasandata doveva avere appena terminato di allenare un gruppo di giovani apprendisti.
– Personalmente, se avessi fatto Soreth alla brace avresti avuto la mia completa approvazione.
Un divertito baluginio dorato gli attraversò gli occhi d’ambra, facendoli sembrare ridenti foglie autunnali al vento.
Astel gli rivolse un’occhiataccia, ma Aven non si era mai curato molto dello occhiate altrui, motivo per cui fece spallucce e si staccò dalla porta con fare svogliato facendo tintinnare la spada al fianco.
– Soreth è il più insopportabile apprendista dei Lupi con cui abbia mai avuto a che fare.
Astel tirò su col naso. – Solo io trovo le vostre giustificazione terribilmente banali? 
Aven gli fece l’occhiolino, si mise le mani ai fianchi ed emise un fischio di fronte alla pila di pergamene. 
– Questa non mi sembra una punizione, non per te, – scoppiò a ridere. 
– Prova a farlo per l’intero pomeriggio sotto costante attacco di acari e termiti e con la prospettiva da altrettanti pomeriggi simili. 
– Oh no, mia cara Sibel, questo è indubbiamente un premio. Evidentemente anche Thoren non deve nutrire una simpatia per… 
– Aven! – proruppe Astel. 
Il feyren arricciò le labbra fingendo risentimento. – E’ una fortuna che ci sia solo un gemello noioso. 
I due non aiutarono Sibel in quel tedioso compito, dopotutto era pur sempre la sua punizione, ma rimasero a farle compagnia distraendola dai propri pensieri. Dopo che ebbe risposto sugli scaffali gli ultimi rotoli della giornata, lasciarono l’accademia per tornare a casa a Palazzo Mezzanotte. 
L’estate volgeva al termine e sulla città di Nerathra era ormai calata la notte, un manto di velluto blu puntellato da diamanti e ametiste. Il cielo era limpido, la luna centrale era una perla di puro argento e le due falci laterali, eterne ancelle, rilucevano ammiccanti. 
Minuta e più bassa dei due feyren, Sibel dovette più volte aumentare l’andatura per rimanere al passo e procedendo a falcate più larghe lungo le salite. Nerathra sorgeva su una collina nel mezzo del lago Arynwen e le vie acciottolate erano un continuo sali e scendi e, quella sera, sembravano snodarsi come un serpente infinito sotto i raggi bianchi e freddi degli astri e i petali violetti delle lanterne. Gli eleganti edifici si arrampicano verso la volta celeste in pinnacoli sottili, torri dalle vetrate colorate e cupole alabastrine. All’intorno regnava un’atmosfera di serena tranquillità, fatta dai gorgoglii dell’acqua dei canali che attraversavano la città, dalla note allegre dei bardi che risuonavano oltre le porte aperte della locande con il chiaro intendo d’invitare i passanti a entrare, dal frinire dei grilli che in quelle notti estive popolavano i profumosi giardini pensili.
Sibel fece scorrere una mano lungo il corrimano in marmo di un ponte, fermandosi per qualche secondo ad ammirare il riflesso degli edifici sul canale. Se c’era una cosa capace di infondergli pace erano le passeggiate notturne a Nerathra. Adorava quella città e nonostante avesse viaggiato spesso con Emerud e soggiornato per lunghi periodi anche in altre città feyren era Nerathra che considerava la sua casa. 
Hosusillium poteva anche essere la capitale della Repubblica Endoryana con i suoi edifici in marmo bianco, le cupole d’oro del palazzo degli Esarchi e il grande tempio di Mintaka, ma Nerathra era il vero cuore di Leyra. L’accademia e le sue biblioteche erano il centro di tutta la conoscenza e della saggezza feyren. A Nerathra soggiornava il vero potere, quello pacato ma deciso che consigliava e guidava tutti i popoli di Leyra cercando di mantenere l’equilibrio.
La feyren chiuse gli occhi per lasciarsi trasportare dal suono limpido dell’acqua. Nonostante fosse abituata ad ostentare una sicurezza superiore a quella che realmente provava, doveva ammettere a sé stessa che negli ultimi tempi era parecchio inquieta. Quello che era accaduto quel giorno ne era una prova. Non l’avrebbe mai ammesso ad alta volte, ma le notizie che giungevano dal resto del continente la preoccupavano. C’erano stati altri periodi turbolenti, soprattutto nel Nahilion dove le lotte di potere tra le casate degli Shin erano praticamente all’ordine del giorno, ma negli ultimi mesi il consiglio si era riunito in sedute straordinarie a porte chiuse fin troppo di frequente. Ciò significava che erano più preoccupati di quanto affermassero apertamente. Le voci che erano giunte dal sud non erano che le ultime di una lunga serie. E poi, naturalmente, c’erano i fyannas. 
– Se non fate i bravi si nasconderanno sotto i vostri letti e vi mangeranno i piedi!
Era questo che gli adulti erano soliti ripetere ai bambini feyren. Sibel ricordava che anche la loro balia, Seja, non si era mai risparmiata in fatto di storie inquietanti in cui gli elementi ricorrenti erano gli arti mangiati, bolliti o arrostiti. Per non parlare degli occhi cavati e trasformati in gemme per adornare la corona nera del Divino Re dei fyannas. A Emerud non erano mai andate molto a genio quelle storie e più volte aveva rimproverato la balia di smettere.
Sibel provava nei confronti di quel popolo una sorta di paura atavica che sembrava scorrere nel sangue di ogni feyren, ma anche una sorta di fascino perverso misto a curiosità. Era come osservare, nascosti tra i cespugli, l’incedere di un tigre, ammirarne le movenze letali e la precisa eleganza delle strisce. 
Sibel riaprì gli occhi e si morse il labbro inferiore. Avrebbe voluto confidarsi con Astel e con Emerud, ma sia l’uno che l’altro era presi da altre preoccupazioni  che non sembravano intenzionati a  condividere con lei. Né lei era disposta a caricarli di ulteriori pensieri, soprattutto perché sapeva bene quanto potevano rivelarsi apprensivi. 
Sbuffò. Suo fratello era spesso strano, assente e pensieroso, tuttavia di fronte alla sue domande cercava sempre di sviare il discorso. Solo perché era nato pochi minuti prima di lei si arrogava il sacro diritto di definirsi il fratello maggiore e, dunque, credeva di essere stato investito dal dovere di proteggerla sempre e comunque. Qualunque cosa lo turbasse non glil’avrebbe rivelata nemmeno sotto tortura. 
Sibel sobbalzò strappata dai propri pensieri quando, a riprova degli stessi, la voce di Astel la sollecitò a raggiungerli. A passo svelto attraversò il ponte e superò tre gradini con un balzo.
Quando arrivarono a destinazione, Sibel salutò Palazzo Mezzanotte uno sbadiglio appena trattenuto. La facciata dell’edificio era rischiarata da quattro grandi lanterne, poste ai lati del portone, che avevano l’aspetto di uova luminose sorrette da catene di bronzo, dalle vetrate istoriate del loggiato superiore non proveniva alcuna luce. Era un palazzo elegante dotato di una piccola corte interna e ambienti arredati in modo talvolta stravagante, come era gusto di Emerud. Si affacciava su una piazzetta circondata da palazzi simili, abbellita da una fontana con vasca circolare in marmo rosa da cui emerge la scultura di una feyren con una brocca dorata. L’acqua scivolava dalla brocca alla vasca in un melodico gorgoglio.
Non appena Aven si congedò, Sibel rientrò in casa senza perdere tempo. Improvvisamente si sentiva terribilmente stanca e desiderò solo appoggiare la testa sul suo cuscino di piume e piombare nel mondo dei sogni. Sperando che nessuna tigre si fosse nascosta sotto il suo letto.
 

***

Aven uscì dall’ombra delle colonne di un porticato non appena vide i gemelli sparire oltre il portone del palazzo. Calò il cappuccio della cappa verde sul viso e i suoi occhi ambrati scrutarono la piazza. Si appiattì contro una colonna scanalata quando notò un gruppo di passanti dall’aria allegra che dovevano essere appena usciti da una taverna. Non appena il loro vociare e i canti stonati si spensero in lontananza uscì dal nascondiglio. Imboccò una via laterale; una serie intricata di vicoli si snodava sul retro dei palazzi eleganti che chiudevano la pizza come una quinta scenica. Le stradine sembravano un labirinto dagli alti muri insormontabili, ma il feyren si mosse guardingo e deciso sulla propria destinazione. Raggiunse una piccola porticina sotto una vecchia tettoia dalle tegole mancanti e evocò il Soffio, sussurrato un incantesimo un sigillo luminoso lampeggio sull’uscio. Un'occhiata alle spalle per accertarsi di essere solo e, spinta la porticina, sparì all’interno dell'edificio. 
Uno spesso strato di polvere faceva da tappeto al lungo corridoio d’ingresso drappeggiato da ragnatele, ma Aven non vi badò. Lo superò e salì le scale che scricchiolarono sotto i suoi stivali producendo un suono stridente. Raggiunse il pianerottolo saltando, con una lunga falcata, gli ultimi due gradini ed entrò nell’unica stanza arredata dell’edificio, quella che lui e le altre falene del suo Circolo erano soliti chiamare, non senza una punta d’ironia, "La Voliera". 
Nessuno conosceva la gerarchia interna delle falene se non le falene stesse, ed era la prima cosa che veniva insegnata loro. Tuttavia, anche dopo due decenni di servizio, Aven si stupiva ancora di essere stato reclutato nel Circolo del Corvo.  Non si reputava così degno di fiducia, ma il Corvo non sembrava pensarla allo stesso modo. Aven credeva che la sua aria allegra e disordinata fosse un ottimo specchietto per le allodole. 
La Voliera era illuminata dai bagliori ambrati dalle fiamme del camino, dal soffitto pendeva un lampadario bronzeo privo di candele e le pareti scrostate sembravano trasudare segreti. Era un ambiente spoglio e lo scarso mobilio sembrava, ogni volta, essere stato tirato a lucido apposta per l’occasione. Sul tappeto arabescato e sulle quattro poltrone in velluto verde dai piedi leonini in mogano scuro non vi era un granello di polvere. Solo una poltrona era occupata e il Corvo vi sedeva come se fosse un re, ammantato da tutte le sue trame e incoronato da una tiara di segreti brillanti. 
Aven abbozzò un sorriso e abbassò il cappuccio ravvivando i capelli costantemente in disordine, con scarsi risultati. 
Appoggiata alla mensola del camino, Maru gli rivolse un’occhiata che sapeva di rimprovero. 
– Sei in ritardo, – osservò. 
Aven si umettò le labbra, aprì bocca per ribattere, ma s’impose di non farlo. Maru era un’ottima compagna di squadra, qualcuno su cui fare sempre affidamento ma, a volte, sapeva rivelarsi particolarmente insopportabile. Indubbiamente, quella donna era tra i Comuni più irritanti che avesse mai conosciuto. Ligia al dovere e alla disciplina sino al midollo e con un senso dell’onore capace di travalicare la sensatezza; tutto frutto delle sue origini Nathilionesi, così come gli occhi sottili che, in quel momento, lo scrutavano con crescente disapprovazione. Ritardi, deviazioni, imprevisti… non erano ammessi. 
Il Corvo alzò un sopracciglio con fare interrogativo. 
– Ho scortato i gemelli al palazzo. 
Il cipiglio del Corvo si rilassò e lo invitò a sedersi. Aven si tolse la cappa e prese posto vicino al camino. Le fiamme, come sempre, erano fredde. Il feyren era pronto a scommettere che vi fosse un collegamento diretto tra La Voliera e il palazzo privato del Corvo. I suoi occhi d’ambra deviarono sul camino. Poteva essere un ottimo passaggio, ma anche un abile diversivo. O entrambi. Sorrise tra sé. Di certo Maru l’avrebbe rimproverato duramente se avesse messo a nudo i propri pensieri. Una parte fondamentale del loro lavoro era proteggere, oltre alle proprie identità, quella del Corvo e non cercare di carpirne i segreti.
– Ho portato qualcosa dal deserto occidentale. 
Solo allora Aven notò la presenza del quarto e ultimo membro del Circolo. Elwen. Il feyren era rimasto in disparte e solo ora emerse dalla penombra. Sotto il sole cocente del deserto i suoi capelli biondi avevano assunto una tinta rossiccia e la pelle, notoriamente pallida, aveva acquisito colore facendo risaltare ancora di più gli occhi celesti. La punta del naso dritto era leggermente arrossata e screpolata. Aven non si aspettava di incontrarlo. Da quanto ne sapeva era ancora nel Kyrseth a svolgere chissà quale assurda missione. 
– Quando sei tornato? 
– Ufficialmente rientrerò domani dopo una più che soddisfacente spedizione nel deserto orientale per completare la mia opera enciclopedica: Piante e radici curative delle terre aride. Compendio illustrato e dettagliato. 
Un modo velato per dire che poteva essere tornato da giorni o settimane. Ufficialmente Elwen faceva parte del Lys dei Cervi, specializzati nelle capacità curative del Soffio e nelle piante medicinali. Aven sorrise tra sé mal celando il proprio divertimento. Se Maru sapeva essere insopportabile, Elwen era tra le persone più illeggibili che avesse mai conosciuto, ma se c’era qualcosa che aveva imparato su di lui era che l’unica cosa capace di entusiasmarlo più di piante e radici curative, beh, quelli erano i veleni. Stesse piante, stesse radici, altro utilizzo. La sua era un’ottima copertura che gli permetteva di viaggiare in lungo e in largo per studiare le piante e scovarne di rare. E la sua preparazione e ossessione per le piante era… ossessiva. Per quasi cinquant'anni si era dedicato allo studio dei muschi delle brughiere dell’ovest, un tempo considerevole anche per un feyren considerando che si trattava, appunto, di muschi. 
– Guarda. 
Lanciò un piccolo oggetto che Aven afferrò al volo. Lo rigirò tra le mani. Era il frammento di una statuetta in pasta vitrea turchese, una piccola testa femminile con il capo coronato da un vaso. 
– Viene da Algor. 
Aven sgranò gli occhi. – Dunque l’abbiamo trovata? 
– Temo di no. – Questa volta fu il Corvo a parlare. Il tono era chiaramente amaro. 
– Ho trovato le stesse statuette disperse per tutto il deserto occidentale e manufatti simili  nel mercati itineranti del Jen. 
Aven arricciò le labbra. Dunque erano su una pista morta. Algor apparteneva alla favole, alle antiche leggende, forse stavano cercando una città fantasma. Tuttavia, il Corvo non sembrava pensarla allo stesso modo, qualunque cosa fosse convinto di trovare là doveva ritenerlo d’immensa importanza. 
Il Corvo si alzò di scatto con aria frustrata. Unì le mani dietro la schiena e mosse dei passi nervosi all'intorno. Sotto i bagliori del fuoco i fili d'argento che gli attraversavano la chioma corvina parvero rilucere d’oro, così come la bianca e sottile cicatrice sul collo.
– E’ la fuori, – disse. – So che è là. 
Squadrò gli altri. – Le notizie che ci ha portato Elwen sono fondamentali. Va setacciato il deserto, su questo non vi sono dubbi, le tracce più consistenti vengono dal Kyrseth e non possiamo ignorarle. Ma non è tutto. Elwen.
Il feyren biondo si schiarì la voce. – Tanisdhor è sotto il controllo dell’Ordine. 
Ad Aven si arricciarono i peli sulle braccia e sentì Maru emettere un verso strozzato, segno che era parecchio sconvolta. 
– Sono stato nei pressi della città e posso confermarlo con certezza. 
– L’Ordine si sta muovendo, – disse il Corvo. 
– Che cosa facciamo? – chiese Aven. 
– Non possiamo permettergli di agire indisturbato, ma dobbiamo essere cauti. Non sono mai riuscito a infiltrare qualcuno al monastero di Skyfar, tutte le falene che ci hanno provato non sono mai tornate. O sono morte o si sono unite a loro. 
Entrambe le prospettive fecero rabbrividire Aven. In un caso significava che erano parecchi passi avanti a loro, nel secondo che erano bravi a fare il lavaggio del cervello. 
– L’ultimo agente che ho inviato è stato un azzardo che credevo di poter sfruttare al meglio, ma temo che non riceverò sue notizie. 
Il Corvo fece una pausa, lo sguardo rivolto alla parete scrostata come se celasse una finestra sulla notte che solo lui poteva vedere.
– Partirò per il Nathilion tra meno di una settimana, prima della Festa delle Lacrime, così come avevo stabilito. Ho una pista là che intendo seguire e non possiamo rischiare che l'Ordine ci preceda. Elwen, la falena dell’ovest ti incontrerà a Talas con quanto richiesto. 
Elwen annuì. 
-Mi aspetto che vi prendiate cura dei mie affari qui a Nerathra sino al mio ritorno e, se non dovessi tornare, sapete cosa dovete fare. 
Se non dovessi tornare. Quelle parole risuonarono nella mente di Aven con la stessa tonalità lugubre di un gong. 
– La mia apprendista è pronta a entrare nel Circolo.
Aven non si era aspettato delle parole tanto forti e una vocina dentro di lui gli disse che, forse, aveva sottovalutato la situazione. Oppure stava precipitando troppo in fretta. L’apprendista del Corvo era il suo successore, scelto dal Corvo stesso per affiancarlo e poi succedergli. Ciò significava che il Corvo non era certo di fare ritorno. 
– Lei lo sa? – domandò Elwen.
Il Corvo scosse il capo. – Affido a voi il compito di dirglielo. 
Maru fece una smorfia. – Non la prenderà bene.
Oh no, concordò Aven. Il Corvo stava, decisamente, scaricando su di loro, la patata più bollente. La sola idea gli fece prudere le mani. Avrebbe preferito affrontare un esercito di fyannas piuttosto che assumersi quella responsabilità. 
 
   
 
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