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Autore: Puffardella    21/03/2023    0 recensioni
Eilish è una principessa caledone dal temperamento selvatico e ribelle, con la spiccata capacità di ascoltare l’ancestrale voce della foresta della sua amata terra.
Chrigel è un guerriero forte e indomito. Unico figlio del re dei Germani, ha due sole aspirazioni: la caccia e la guerra.
Lucio è un giovane e ambizioso legionario in istanza nella Britannia del nord, al confine con la Caledonia. Ama il potere sopra ogni altra cosa ed è intenzionato a tutto pur di raggiungerlo.
I loro destini si incroceranno in un crescendo di situazioni che li spingerà verso l’inevitabile, cambiandoli per sempre.
E non solo loro...
Genere: Guerra, Sentimentale, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Antichità greco/romana
Capitoli:
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NOVE ANNI DOPO

ADRIAN
«Dai, fermiamoci un attimo» disse Adrian fermandosi e mollando il carretto che trascinava insieme al fratello, il cui carico, che consisteva in un paio di grosse giare e numerosi piccoli vasetti di diverse misure contenenti oli ed erbe essiccate, era destinato al medico del fortino di Trimontium.
Costretto a sua volta ad arrestarsi, suo fratello Kayden si voltò a guardarlo contrariato.
«Sai bene che nostra madre vuole che torniamo indietro prima del tramonto, ma tu, come al solito, fai di tutto per perdere tempo» lo rimproverò.
Adrian scrollò le spalle ossute e sedette sul bordo del carretto. Spinse indietro il ciuffo ribelle che, indisciplinato, continuava a ricadergli sugli occhi, e frugò nella sacca che portava a tracolla, dalla quale prelevò un pezzo di pane. Lo spezzò in due parti e ne offrì una al fratello, che gliela strappò dalle mani contrariato.
«Ci fermiamo giusto il tempo di mangiare qualcosa, promesso» cercò di rabbonirlo Adrian. Kayden però scosse la testa, per niente convinto.
«E dai, Kayden, siamo quasi arrivati» continuò poi indicando il forte romano ad appena mezzo miglio di distanza, alle spalle del quale si ergeva, gigantesco e minaccioso, il Muro.
Kayden sospirò rassegnato e sedette vicino al fratello.
Messi così, uno vicino all’altro, si faceva ancora più fatica a credere che fossero gemelli. Kayden aveva la carnagione chiara, gli occhi celesti e i capelli castano biondi. Di statura era più basso e più robusto rispetto al fratello, e aveva la pelle liscia come quella della stragrande maggioranza dei ragazzini della sua età. Adrian, invece, aveva i capelli neri come il carbone, gli occhi verdi e la carnagione olivastra, e sul viso, come sul resto del corpo, gli era già spuntata una precoce peluria che lo faceva sembrare più grande dei suoi dodici anni.
Quelle fisiche, tuttavia, non erano le uniche differenze tra di loro. Kayden era un ragazzino tranquillo e taciturno, parlava solo se era costretto a farlo. Inoltre, era profondamente contemplativo. I boschi, nei quali viveva insieme ad Adrian e alla madre, erano per lui fonte di continue e sempre nuove ed eccitanti scoperte. Adrian, invece, era decisamente più logorroico. Parlava con chiunque avesse occasione di farlo, e quasi di continuo. Aveva un’anima irrequieta e possedeva un certo pericoloso spirito avventuristico che lo cacciava spesso nei guai, guai nei quali, inevitabilmente, trascinava anche il gemello.
L’unica cosa che avevano in comune era il bisogno di stare insieme, così che dove andava uno si recava l’altro.
Adrian se ne stava assorto a guardare l’imponente Muro, dietro il quale si profilava la sagoma sbiadita delle Montagne Azzurre. I Romani avevano finito di erigerlo due anni prima, ma sembrava che fosse stato lì da tempo immemorabile. E comunque lui non era interessato al Muro, ma a ciò che nascondeva. Adrian aveva un interesse quasi morboso per la terra e, soprattutto, per il popolo che si trovavano dall’altra parte del vallo, interesse alimentato soprattutto dai racconti suggestivi della gente. Sospirò a fondo.
«Tu pensi che le storie che si raccontano sul Re Orso siano vere?» chiese ad un certo punto al fratello, impegnato a masticare il grosso pezzo di pane che, vorace come al solito, aveva messo in bocca tutto intero.   
 «Dipende…» rispose con la bocca piena. «Dubito che sia figlio di Odino, che cavalchi un enorme lupo grigio e che sia riuscito a uccidere un orso a mani nude…»
«Io, invece, ci credo» replicò con zelo Adrian.
«A quale di queste tre cose?»
«A tutte. Se è riuscito a sconfiggere i Romani non può essere che un dio. E se è un dio non può cavalcare un comune cavallo come fanno gli esseri umani, e uccidere un orso a mani nude è come uccidere un pollo, per lui» fantasticò.
«Se lo dici tu» si limitò a dire Kayden, scuotendo la testa.
Adrian tacque un lungo istante, poi cambiò discorso e affermò: «L’ho sognata di nuovo…»
Kayden sgranò gli occhi. «La donna dai capelli rossi?» chiese, di colpo interessato alle chiacchiere del fratello. Adrian annuì.
«E cosa diceva?»
«Niente. Lei non dice mai niente. Se ne sta lì, immobile, davanti ad uno specchio d’acqua, circondata dalla foschia, e mi sorride. Però non parla mai.»
«E il lupo? C’era anche il lupo?»
Adrian sbuffò irritato. Ogni volta che raccontava al fratello dei sogni con la donna dai capelli rossi, quello tirava fuori la storia del lupo.
«Perché insisti con questo stupido lupo? Non c’è mai stato un lupo nei miei sogni, né con lei né senza di lei» disse.
Kayden si grattò una guancia, pensieroso. «Sono sicuro che tu me ne abbia parlato, una volta… Almeno credo… E comunque, dovresti dirlo a nostra madre. Non è normale sognare una persona estranea più di una volta.»
«Dici che ha un significato infausto?»
«Non lo so, di sicuro è strano. Nostra madre è brava a interpretare i sogni, credo che faresti meglio a parlargliene.»
Adrian ci rifletté sopra un istante, poi scosse la testa. La gente del villaggio aveva paura di lui. A causa dei suoi capelli neri si diceva che fosse stato marchiato, che avesse il “segno”, la manifestazione di una maledizione druidica che il nonno stesso aveva gettato sulla figlia per punirla di aver rinnegato il suo dono per timore dei Romani, i quali, in netto contrasto con la loro politica di tolleranza nei confronti delle culture e delle fedi dei popoli conquistati, avevano vietato ai Britanni tutte le pratiche druidiche. La gente del villaggio diceva anche che, da quando era nato, accadevano strane cose nei pressi di Trimontium, come i rombi di tuono a ciel sereno che di tanto in tanto scuotevano gli alberi della foresta e facevano tremare la terra. C’era poi chi asseriva di aver visto più di una volta lo spirito del druido aggirarsi nei boschi intorno alla capanna in cui, a causa dell’ostilità e della superstizione della gente del villaggio, lui, suo fratello e sua madre erano costretti a vivere.
Avevano così paura di lui che ogni volta che si recava nel villaggio veniva coperto di insulti coloriti e rabbiosi, e più di una volta era stato aggredito da altri ragazzini e malmenato, tanto che sua madre gli aveva proibito di recarsi al villaggio da solo.
Da quando era nato non faceva altro che causare dispiaceri alla madre, non voleva darle una nuova preoccupazione.
«È solo un sogno» concluse per convenienza. «Devo aver visto la donna dai capelli rossi da qualche parte e continuo a sognarla perché mi piace, tutto qui…»
Poi saltò giù dal carretto, spostò il ciuffo dagli occhi con uno scatto della testa e disse: «Dai, rimettiamoci in cammino.»

Kayden di solito non parlava, soprattutto con gli estranei, però faceva sempre un eccezione per Masculus, il medico del forte.
Lui gli piaceva. Piaceva anche ad Adrian nonostante odiasse tutti i Romani, perché era un uomo dai modi gentili e raffinati e sapeva tante cose, avendo viaggiato molto.
Gli argomenti di cui di norma discorreva con Kayden, però, riguardavano le pratiche mediche e gli effetti di alcuni tipi di piante sulle ferite e sulla psiche umana, tutte cose che lo annoiavano profondamente.
Perciò, mentre i due parlavano di una pianta di nome giusquiamo e delle sue proprietà narcotiche, Adrian tornò al carretto e vi sedette sopra.
«E poi sono io quello che perde tempo…» brontolò sbuffando, scostandosi il ciuffo dagli occhi con un gesto brusco della mano.
Mentre aspettava che il fratello si degnasse di raggiungerlo, si mise ad osservare distrattamente le esercitazioni che i soldati romani stavano effettuando al centro dell’ampio cortile interno. Come al solito, si mise a fantasticare. Immaginò se stesso rubare il gladio a un distratto soldato e correre in direzione del massiccio portone d’ingresso della barriera, mentre si faceva strada tra i soldati uccidendone a due a due, per poi togliere i pesanti pali con i quali il portone era bloccato dall’interno, spalancare le enormi ante e fare un segno con la mano verso l’esercito germanico capeggiato dal re Orso, che ghignò compiaciuto del suo atto eroico e, in sella al suo gigantesco lupo grigio, guidò i suoi uomini all’attacco emettendo un urlo rabbioso.
«Ehi, tu, ragazzino!» lo chiamò un soldato mettendo fine ai suoi sogni di gloria. Come se fosse stato colto in flagrante a commettere davvero chissà che atto sovversivo, balzò giù dal carretto, si voltò verso il legionario e lo guardò con un’espressione colpevole dipinta sul viso. Il legionario doveva essere un comandante o qualcosa del genere, perché indossava una lorica musculata.
«Sai leggere?» gli chiese quello.
«Come?» fece Adrian, confuso dalla strana domanda.
«Sai leggere?» tornò a chiedergli il soldato, visibilmente irritato. Adrian scosse la testa, imbarazzato. Quasi tutti i ragazzini del villaggio sapevano farlo, ma a lui la scuola era preclusa a causa del pregiudizio che la gente nutriva nei suoi riguardi, e sua madre era una donna troppo indaffarata per trovare il tempo di insegnargli i rudimenti della scrittura.
Il soldato gli si avvicinò. «Vuoi guadagnarteli dieci sesterzi?» gli chiese quindi.
«Dieci sesterzi?» ripeté, incredulo.
«Cos’è, sei sordo?» lo apostrofò aspramente il Romano. Adrian scosse con decisione la testa. «Allora smettila di ripetere quello che dico. Te li vuoi guadagnare o no dieci sesterzi?»
Adrian annuì.
«Bene. Allora porta questa missiva al proprietario della taverna del villaggio. Ti do cinque sesterzi, gli altri te li darà il locandiere quando gli avrai consegnato la lettera» disse il soldato porgendogli una piccola pergamena arrotolata e le cinque monete romane.
Kayden lo raggiunse in quel momento. «Non possiamo…» gli bisbigliò all’orecchio, ma Adrian si voltò a guardarlo con aria di sfida. «E perché?»
«Non possiamo andare al villaggio da soli, nostra madre ce lo ha proibito, lo sai.»
«Sì, ma so anche che dieci sesterzi le farebbero comodo.»
«Non andiamo, ti prego, ho una brutta sensazione al riguardo.»
Adrian schiuse le labbra, indeciso. Quando il fratello diceva di avere una brutta sensazione riguardo a qualcosa, di norma aveva ragione.
«Allora, ragazzino, li vuoi o no questi soldi?» lo incalzò il soldato. Kayden scosse la testa implorandolo con gli occhi, ma Adrian lo ignorò.
Afferrò monete e missiva, scansò il ciuffo ribelle dagli occhi con un gesto del capo e disse: «Certo che li voglio. Non so leggere ma mica sono stupido» disse. E poi, guardando il fratello, aggiunse: «E nemmeno un codardo.»

Adrian procedeva con cautela tra le vie polverose del villaggio, con il cappuccio della casacca calato sulla fronte per tenere nascosta la folta zazzera del colore della pece. Aveva lasciato Kayden, che per tutto il tragitto non gli aveva rivolto la parola, al riparo tra gli alberi di un piccola faggeta a circa un miglio di distanza da Trimontium, insieme al carretto.
La gente era abituata a vederli sempre insieme, sperava in questo modo di dare meno nell’occhio. Arrivò alla locanda senza incontrare problemi alcuni, tutti erano troppo presi dalle proprie faccende giornaliere per badare a lui, e vi entrò tirando un sospiro di sollievo.
Il locale era affollato. L’odore acre di sudore e di fermentazione della birra mischiato al lezzo di sterco di cavallo ammorbava l’aria, eppure nessuno, a parte lui, sembrava farci caso. Si avvicinò al bancone del locale stringendo forte la pergamena, col sudore che gli imperlava la fronte e il cuore che gli tamburellava nelle orecchie. Aveva detto al fratello che non era un codardo ed era vero, ma questo non voleva dire che non se la stesse facendo sotto dal timore di essere riconosciuto e pestato a sangue.
Arrivato al bancone dovette sollevarsi sulla punta dei piedi per rendersi visibile al padrone del locale, il quale lo scrutò con ostile glacialità.
Adrian depose sul bancone la pergamena, cercando di assumere un aspetto dignitoso.
«Un tizio al forte mi ha dato questo da consegnarti» disse.
Il locandiere alzò un sopracciglio, appoggiò entrambe le mani sul bancone e si curvò su di lui. «Un “tizio” chi?» indagò.
«Un tizio romano.»
Il locandiere scosse la testa sbuffando, afferrò la pergamena, la srotolò e, dopo aver letto il messaggio, mugugnò assorto. Dopo qualche secondo tornò ad interessarsi a lui. «Sei ancora qui?» chiese infastidito.
«Il tizio romano ha detto che mi avresti dato cinque sesterzi quando avresti ricevuto il messaggio» rispose Adrian dopo essersi fatto coraggio.
La vista del locandiere si focalizzò sul ciuffo corvino che, ribelle, usciva fuori dal cappuccio. «E se invece ti calassi quel cappuccio dalla testa e rivelassi a tutti che sei il moccioso che porta il Segno? Che te ne pare?» lo intimò.
Adrian divenne rosso dalla rabbia. «Mi servono, quei soldi» piagnucolò con la voce stridula.
In tutta risposta, il locandiere fece quanto aveva minacciato. Gli afferrò il cappuccio e glielo calò sulle spalle. «Vattene dal mio locale, maledetto dagli dei!» gridò a pieni polmoni.
Adrian indietreggiò boccheggiando, mentre tutti gli astanti si voltavano verso di lui. Subito iniziarono a fare degli strani segni superstiziosi per proteggersi dal maleficio di cui era portatore, inveendo contro di lui per costringerlo ad allontanarsi al più presto dal locale, cosa che Adrian fece immediatamente.
Si precipitò fuori, dimenticandosi di essere a capo scoperto, e corse a perdifiato tra le vie polverose del villaggio. Quando si fu debitamente allontanato, si nascose in un vicolo buio e si appiattì contro la parete della palazzina, col cuore che gli scoppiava nel petto per la fatica della corsa, per la paura di essere preso ma anche per l’indignazione di essere stato derubato di parte del guadagno promessogli dal Romano. Una volta calmatosi, si fece coraggio e si affacciò per controllare se la via era libera. Appena si sporse, tuttavia, tre ragazzi gli si pararono di fronte. Uno dei tre lo rispinse con forza nel vicolo, dicendogli: «Dove credi di andare, maledetto?»
«Hai visto? Te lo avevo detto che era lui!» esclamò un altro in tono trionfante, rivolgendosi a quello che sembrava essere il capo.
«Continui a mettere piede nel villaggio, eppure mi era sembrato di averti già avvertito di non farlo più. Mi sa che mi toccherà essere più chiaro, stavolta…» disse, spintonandolo di nuovo e facendolo rovinare per terra. Adrian si sollevò subito in piedi e, con la forza della disperazione, si lanciò contro i suoi aggressori urlando, ma fu bloccato senza fatica e spintonato nuovamente a terra. La scena si ripeté un altro paio di volte, poi il capo della piccola banda lo afferrò e lo consegnò agli altri due, che lo tennero stretto per le braccia.
«Basta, facciamola finita» disse, prima di tempestarlo di pugni. Dopo essersi stancato di usare le mani, lo gettò nuovamente a terra e tutti e tre iniziarono a prenderlo a calci. Adrian non poté fare altro che rannicchiarsi su se stesso e coprirsi la testa con le mani.
All’improvviso, udì una voce a lui familiare gridare contro i suoi aggressori di lasciarlo perdere. I tre ragazzi si fermarono di colpo e si voltarono verso la ragazzina che, coraggiosamente, li aveva intimati di fermarsi.
«Vattene, mocciosa, se non vuoi beccarti la sua razione di botte» la minacciò il capo dei tre. La ragazzina stette a pensarci un istante, poi filò via a gambe levate.
«Andrà a chiamare il padre» disse uno dei tre, preoccupato. Il capo annuì.
«Lo so. Stupida ragazzina…» imprecò sputando a terra con disgusto. «Va bene, andiamo via» stabilì poi. Si chinò su Adrian, lo afferrò per il bavero e lo guardò con disprezzo.
«La prossima volta che metti piede in questo villaggio, giuro su Taraonis che ti uccido. Capito, maledetto dagli dei?» gli promise. Stava per rialzarsi in piedi quando notò la sacca che Adrian aveva al collo.
 «E qui cosa abbiamo?» chiese strappandogliela via. A quel punto, Adrian gridò un no accorato e allungò le braccia nel tentativo di riappropriarsene. Nella sacca aveva infatti riposto il guadagno della vendita delle erbe essiccate e i cinque sesterzi datigli dal Romano.
«Andate via, delinquenti!» tuonò all’improvviso la voce di un uomo entrando nel vicolo e mettendo in fuga i tre aggressori, che si portarono dietro anche la sacca e il suo prezioso contenuto.
Adrian gridò di nuovo e fece per inseguirli, ma fu fermato dall’uomo, il fabbro del villaggio di nome Fionn, che lo bloccò tenendolo stretto.
«Mi hanno derubato, devo riprendermi i miei soldi!» gridò disperato Adrian cercando di divincolarsi.
«Fregatene dei soldi e ringrazia gli dei di essere ancora vivo, ragazzino. Si può sapere quante altre volte tua madre dovrà ripeterti di non venire al villaggio da solo, prima che tu le dia ascolto?» lo redarguì duramente l’uomo, che in quel momento fu affiancato dalla figlia.
«Dov’è tuo fratello?» gli chiese poi in tono preoccupato afferrandolo per le braccia e guardandolo negli occhi.
Adrian smise di dibattersi. «Fuori dal villaggio…» rispose.
Fionn gli prese il viso con una mano per controllargli le ferite.
«Per tutti gli dei, ti hanno pestato proprio per bene, stavolta» disse.
Adrian si liberò dalla sua stretta con un movimento brusco della testa. «Ci sono abituato» dichiarò con rabbiosa rassegnazione.
«Ce la fai a camminare?»
«Sì» rispose lui provando a fare qualche passo, ma subito dovette fermarsi. «No…» ammise infine, tenendosi un fianco con la mano. Aveva una caviglia slogata, ma era niente in confronto al dolore alle costole.
«E va bene, aspettami qui. Provo a rimediare una cavalcatura» disse il fabbro. Poi si rivolse alla figlia. «Se quei tre tornano, grida con quanto più fiato hai in corpo. Hai capito, Enya?»
La bambina annuì.
Rimasti soli, Adrian si lasciò cadere al suolo e si prese la testa tra le mani, sconfortato. Con quale coraggio avrebbe detto a sua madre non solo di averle disubbidito per l’ennesima volta, ma di aver perso il guadagno di un intero mese di lavoro? Singhiozzò sconfortato. Enya sedette al suo fianco e per un po’ non disse nulla.
«Ti fa tanto male?» gli chiese ad un certo punto. Adrian diede una scrollata di spalle, ma non rispose.
«Io non ho paura di te. A me piaci» gli fece sapere lei, con disarmante genuinità. Adrian sollevò un poco la testa e sbirciò quella strana bambina dai capelli castani, gli occhi azzurri e il viso tempestato di efelidi, che aveva dimostrato di avere il coraggio di un uomo. Anche a lui piaceva, lei e il padre erano le uniche due persone che lo trattavano con dignità e gentilezza. Stava per ringraziarla di essere intervenuta in suo favore, quando sopraggiunse Fionn in sella ad un mulo al quale era attaccato un carro. L’uomo scese dall’animale ed entrò nuovamente nel vicolo. Lo aiutò a mettersi in piedi, poi disse: «Calati il cappuccio in testa. Se Brandon viene a sapere che gli ho chiesto il carro per farci salire te, gli dà fuoco con tutto il mulo e poi vorrà essere risarcito.»
Quando uscirono allo scoperto, Adrian si accorse con orrore che il sole aveva già perso la sua energia. Presto sarebbe arrivato il tramonto e la madre si sarebbe preoccupata, non vedendoli arrivare. Quel giorno le avrebbe recato più di un dispiacere, rifletté amaramente.
Il dolore alle costole riesplose violento quando Fionn lo aiutò a salire sul carro, ma Adrian strinse i denti e gli occhi e si impose di non urlare.
«Sali anche tu, Enya. Così la gente penserà che quello vicino a te sia tuo fratello» disse poi Fionn rivolto alla figlia, e la bambina ubbidì prontamente. Infine l’uomo prese posto sul mulo e si misero in viaggio.
Arrivarono alla faggeta che la calda luce del tramonto aveva appena iniziato a coprire di tinte rutilanti tutto il paesaggio. Al loro arrivo, Kayden balzò giù dal carretto e si nascose dietro un albero, spaventato. Uscì allo scoperto solo quando udì la voce di Fionn esortarlo ad andare in soccorso del fratello.
Kayden, a quel punto, si affacciò e subito andò con gli occhi in cerca di Adrian, e quando lo vide così, il volto tumefatto dalle botte, un occhio chiuso e le labbra gonfie, il suo sguardo si caricò di rabbia oltre che di preoccupazione. Adrian abbassò la testa mortificato, nessuno dei due si rivolse la parola.
«Ce la fai a trascinarlo fino a casa sul carretto? Credo che abbia qualche costola rotta» volle accertarsi Fionn mentre Kayden aiutava il gemello a scendere dal carro e a salire sul carretto. Kayden si limitò ad annuire.
«Bene. E ora filate dritti a casa! Dite a vostra madre che domani verrò a farle visita. E, per tutti gli dei, cercate di stare lontano dai guai, almeno per questa notte!» li rimproverò il fabbro. Poi diede al mulo il comando di mettersi in movimento, lo fece girare e prese la strada del ritorno.
Enya, seduta sul carro, alzò la mano per salutarli.
Entrambi risposero al saluto.   

 
   
 
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