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Autore: Milly_Sunshine    01/11/2023    2 recensioni
Kay è una giornalista radiofonica affermata e conduce un programma di cronaca, accerchiata da un entourage di fedelissimi, il marito Anthony, a sua volta giornalista, il loro collega Samuel e l'assistente Theresa. Fissata con i crimini irrisolti, matura un'ossessione insolita nei confronti dell'omicidio di un'anziana locandiera che le costa a sua volta la vita. Kay si ritrova a sua volta vittima di un delitto, lasciando le persone che le stavano intorno, oltre che la collega Rebecca, con la quale aveva una feroce rivalità appianata soltanto nelle sue ultime settimane di vita, a interrogarsi su chi l'abbia eliminata e perché, su chi fosse la femme fatale che si aggirava presso la sede della radio il giorno prima del delitto, oltre che sulle ragioni per cui fosse così in fissa con lo specifico caso della locandiera assassinata. // Long fiction scritta nel 2015 sulla base di un'idea già in parte sviluppata cinque anni prima, unisce elementi del giallo classico e del thriller.
Genere: Mistero, Suspence, Thriller | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
Capitoli:
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«S-seguilo!»
La richiesta di Samuel, in quel momento, appariva assurda.
Era sdraiato a terra e sembrava non essere nemmeno in grado di alzarsi.
«Non posso lasciarti qui» replicò Anthony. «Non...»
«Seguilo» ripeté Samuel, stavolta scandendo meglio ogni sillaba.
Anthony continuava a fissare con occhi sbarrati la macchia di sangue che si espandeva sulla sua camicia bianca.
Non aveva le competenze necessarie per capire quanto la ferita sul fianco sinistro di Samuel fosse profonda.
«Non preoccuparti per me. Segui Raymond.»
Raymond.
Quel nome lo fece rabbrividire.
Fino a quel momento Raymond era stato soltanto un tipo insignificante e alquanto irritante che ronzava intorno a Rebecca. Anthony non riusciva a spiegarsi né per quale ragione avesse aggredito Samuel, né perché fosse fuggito lasciando lì il coltello con il quale l’aveva colpito.
Doveva seguirlo.
Doveva fermarlo, forse.
Se non altro, doveva capire che cosa c’entrasse Raymond con Kay.
Avrebbe voluto comprendere anche che cosa fosse andato a fare Samuel a Radio Scarlet, dal momento che, visti gli ultimi sviluppi, con l’omicidio sembrava non c’entrare nulla. Anche la sua permanenza nel bagno del pub insieme alla donna che si era finta la figlia di Marissa Flint non aveva spiegazioni, per il momento, ma visto l’aspetto di quell’avvenente signora non c’era da sorprendersi se l’unica fosse stata irrazionale.
Anthony iniziava a sentirsi colpevole per avere dubitato di Samuel, ma non era il tempo di lasciarsi sopraffare dai rimorsi: Raymond era scappato lungo il corridoio, probabilmente raggiungendo l’uscita d’emergenza; Samuel gli stava chiedendo di inseguirlo e lui l’avrebbe fatto, anche se ormai era troppo lontano.
Corse verso il fondo del corridoio.
La porta ancora spalancata gli fece capire che l’intuizione che aveva avuto era corretta.
Anthony si fiondò giù dalle scale, per ritrovarsi in un cortile vuoto.

Avah sussultò, nel vedere Anthony Hunter scendere dalla scala esterna.
Che cos’aveva in mente?
“Deve essere colpa di quell’idiota di Raymond.”
Quel cretino doveva avere combinato qualche casino, facendosi sorprendere, qualunque cosa Albert gli avesse ordinato di fare.
La situazione le stava sfuggendo di mano, ed era una sensazione che non le piaceva per niente.
In quel momento, ne era certa, Albert era seduto comodamente a una scrivania, sorridendo compiaciuto, perché tutto stava andando come voleva.
“Tanto lui avrà sempre il culo parato.”
Era stata lei, quella che aveva dovuto organizzare tutto.
Era stata lei, quella che aveva deciso di sfruttare l’insicurezza di Theresa per trasformarla in una pedina nelle proprie mani.
Theresa non aveva mai saputo niente a proposito di Albert Wilkerson. Non poteva nemmeno immaginare di conoscerlo perfettamente.
Avah si irrigidì.
Anthony stava guardando verso di lei.
“Maledizione!”
No, non la stava guardando: era troppo protetta dall’oscurità. Anthony stava fissando il buio, come alla ricerca di qualcuno. Quel qualcuno, Avah ne era relativamente sicura, non poteva essere proprio lei.
Certo, c’era il rischio che Anthony avesse parlato con Samuel - a proposito, dove si era cacciato quell’altro impiccione? - e che avesse scoperto del loro incontro, ma un’altra delle convinzioni in cui credeva fermamente era quella che Samuel non fosse stato in grado di collegarla alla donna che aveva fatto visita a Hunter il giorno stesso in cui Kay Brooks era stata assassinata.
No, Anthony non la stava cercando.
Non aveva nemmeno la più pallida idea che lei fosse proprio lì.
Avah prese ad attendere pazientemente che si levasse di torno.
Doveva penetrare all’interno della sede della radio.
Doveva raggiungere la causa di tutte le sue disgrazie, sempre ammesso che tutto ciò in cui aveva scelto spontaneamente di coinvolgersi e che aveva almeno in parte architettato potesse definirsi con quel termine.

Anthony udì degli schiamazzi nel parcheggio.
Consapevole di avere intravisto una figura nel buio del cortile, decise di ignorarla. Una delle voci che provenivano da poco più lontano sembrava proprio quella di Raymond. L’altra era quella di una ragazza a cui Anthony non riusciva ad attribuire un volto.
Sentì un urlo.
Era stato Raymond a gridare.
Anthony corse verso il parcheggio.
In un primo momento non vide nessuno.
Attirato da un fioco rumore, individuò finalmente la direzione giusta.
Illuminata dalla luce di un lampione poco distante, una ragazza minuta stava in piedi accanto a un’automobile.
“Deve avere avuto qualcosa a che fare con Raymond.”
Anthony le si avvicinò.
«Cosa succede?»
La ragazza, nel vederlo, spalancò gli occhi.
«Non è stata colpa mia!»
Fu in quel momento che Anthony vide una sagoma inerte, riversa a terra. Doveva trattarsi di Raymond.
Qualunque cosa fosse accaduto, quella visione era allettante.
Anthony continuò ad avvicinarsi.
«Va tutto bene?»
La ragazza scosse la testa.
«No, per niente.»
Anthony la vide barcollare per un attimo, prima di appoggiarsi alla macchina, che doveva essere quella di Raymond.
«Cos’è successo?» le chiese, notando una ferita sanguinante sulla sua fronte. «È stato lui ad aggredirti?»
La ragazza annuì.
«Sì, senza motivo. Mi ha solo chiesto perché lo stessi perseguitando.»
Anthony aggrottò le sopracciglia.
«Perseguitando?»
«È una lunga storia» rispose la ragazza. «Credo che abbia battuto la testa. Non sarà... morto?»
Si stava commuovendo per la sua sorte, per caso?
Anthony ne fu disgustato per un istante, ma si rese conto che per lei non doveva essere una situazione molto piacevole.
Seppure riluttante, si chinò sull’ex fidanzato di Rebecca.
«Respira.»
«Quindi che cosa devo fare?» domandò lei. «Mi accuserà di avere tentato di ucciderlo, o qualcosa del genere. Non è andata così, mi sono solo difesa.»
«Ti credo» la rassicurò Anthony. «Ti credo, e ti assicuro che non c’è nulla di cui tu debba preoccuparti.»

Samuel si trascinò verso la parete, lasciando una scia di sangue sul pavimento.
Non era sicuro di riuscire a resistere senza perdere i sensi.
Sperava che Anthony riuscisse a raggiungere Raymond.
Era disarmato, adesso, e Samuel non riusciva a immaginare come quell’individuo potesse essere pericoloso, ora che era sprovvisto del coltello con cui l’aveva assalito.
Aveva la vista sempre più annebbiata.
Forse non era stata una buona idea, quella di spingere Anthony a uscire dallo stabile, quando nessun altro sapeva della sua presenza lì al secondo piano.
Stava per rassegnarsi a chiudere gli occhi, quando udì i passi di qualcuno. Chiunque fosse, doveva provenire dalle scale.
Per un attimo si sentì sollevato, prima di realizzare di non potersi più fidare di nessuno.
Sperò che fosse Anthony, di ritorno per qualche ragione.
I passi si avvicinarono.
No, non poteva essere Anthony che, con tutta probabilità, se avesse rinunciato all’inseguimento di Raymond, sarebbe tornato indietro per la stessa via dalla quale era uscito.
Quando i passi si fermarono una voce, vicinissima a lui, sibilò: «Finalmente, Jeffrey. Finalmente questa storia inizia ad avvicinarsi alla conclusione.»

Ogni storia aveva la propria fine, rifletté Albert Wilkerson. Si era aspettato, fin dal primo momento, che tutto andasse diversamente e che, nemmeno per un istante, l’entourage di Kay Brooks potesse arrivare a lui. Anche se meno invulnerabili di lei, non erano altrettanto scaltri. Tutto era andato bene, al momento di sbarazzarsi della figlia di Marissa, sfruttando la conoscenza pregressa della sua allergia a certi medicinali, appresa molti anni prima da Marissa stessa. Tutto era andato bene, poi era accaduto qualcosa. La verità era una sola, Albert lo sapeva: non avrebbe dovuto fidarsi di Avah e soprattutto non avrebbe dovuto permetterle di fare agire in prima persona quell’ingenua di sua sorella Theresa. Era stato un grave errore, ma se non altro Avah aveva mantenuto il segreto relativo alla sua identità.
Theresa non era mai stata nemmeno al corrente dell’esistenza di Albert Wilkerson, figurarsi se poteva immaginare che quell’uomo fosse tutt’altro che defunto e che da quindici anni vivesse una nuova vita con il nome di Adam Philip Carpenter.
O forse il vero problema non era Avah. Aveva permesso a Marissa di vivere troppo a lungo e addirittura non aveva mai pensato seriamente di sbarazzarsi di Harriet, forse in memoria di quei vecchi tempi in cui cercava ancora un modo per realizzare tutti i suoi grandi desideri.
Ce l’aveva fatta.
Era diventato un uomo ricco e famoso.
Aveva progettato per anni un modo per riuscirci e, al momento giusto, si era reso conto che l’unica maniera per realizzare il proprio obiettivo era appropriarsi dell’eredità che sarebbe spettata a Phil dopo la morte di sua zia. Non solo: era anche riuscito a costruire qualcosa di suo, per cui era apprezzato e rispettato.
Non si era mai pentito di quello che aveva fatto.
Non si era mai pentito di avere spinto Marissa ad agire nella maniera più opportuna.
Conosceva Phil abbastanza bene da comprendere che sarebbe rimasto sconcertato dalle rivelazioni della donna che aveva amato.
Era accaduto proprio ciò che Albert aveva ipotizzato.
Phil era talmente sconvolto, e non faceva altro che urlare che l’avrebbe rovinato, da non curarsi nemmeno di quello che succedeva dietro di lui.
Forse non si aspettava che Albert gli frantumasse un vaso di porcellana sulla nuca.
No, non se lo aspettava affatto; Phil si era sempre fidato di lui.
Guardando Samuel, sdraiato contro la parete, Albert si sforzò di non pensare all’amico sacrificato per una giusta causa.
Aveva altro di cui occuparsi.
Quell’incapace di Raymond era riuscito nella memorabile impresa di lasciare lì l’arma con cui aveva aggredito Samuel.
Per quanto quella considerazione avesse dell’assurdo, era proprio ciò che gli serviva proprio in quei frangenti.
Dare una fine definitiva alle sofferenze di Samuel Jeffrey sarebbe stato molto opportuno, in quel momento.
Si avvicinò ancora all’uomo ferito, togliendo per un attimo lo sguardo dal coltello insanguinato sul pavimento.
«L’ho sempre detto» gli ricordò, «Quello che conta è il risultato finale. Ottimo risultato, Jeffrey, ma siamo soli e sarò io a stabilire cosa succederà prima della fine definitiva.»
Erano soli.
Veronica Freeman se n’era già andata.
Non c’era pericolo che sopraggiungesse nel momento meno opportuno.

Albert non si accorse di Avah, finché lei non gli fu alle spalle.
«Cosa pensavi di fare con Raymond?» gli domandò.
Il trucco stava nel mantenere un tono calmo.
Albert non si sarebbe accorto di nulla, finché non fosse stato troppo tardi.
«Volevo tenere d’occhio Samuel Jeffrey.» Le indicò il giornalista riverso a terra, che doveva essere ormai privo di sensi. «Dato che ha pensato bene di introdursi qua dentro, ho l’impressione che sia stata la scelta giusta.»
«Dov’è Raymond ora?»
«È fuggito, credo.»
Avah si irrigidì, e non era un bene.
«Come sarebbe a dire? Non ne sei certo?»
«Sono certo che non ci darà problemi. Gli ho promesso altri soldi e documenti falsi, in cambio del suo silenzio.»
«Corrompere Raymond è stata l’azione più stupida che potesse venirti in mente» puntualizzò Avah. «Hai idea di quello che succederà, se qualcuno dovesse cercare di strappargli la verità? Non è un idiota: lui non ha fatto null’altro che ferire Samuel Jeffrey. Non si prenderà certo la colpa di delitti che non ha commesso. Farà il tuo nome, Albert.»
«Ti ho detto un milione che non devi chiamarmi Albert!»
«Ti ricordo che è il tuo vero nome, anche se hai preso in prestito quello di qualcun altro.»
«Non mi pare il caso di puntualizzarlo.»
«Te l’ho detto» ribadì Avah. «Grazie alla tua bella intuizione, la verità è sul punto di venire alla luce. È assurdo che tu continui a preoccuparti del nome con cui io mi rivolgo a te. Perché non pensi piuttosto al nome con cui ti chiameranno in tribunale?»
«In tribunale?» replicò Albert. «Phil, o meglio, Albert Wilkerson, è ufficialmente morto in un incidente stradale. Il caso non sarà mai riaperto e, anche se dovesse accadere, temo che sia già caduto in prescrizione.»
«Forse hai ragione su Phil, ma che cosa mi dici di Marissa Flint, Kay Brooks e tutti gli altri? La prescrizione è ancora molto lontana, se non sbaglio. Sei in trappola, Albert.»
«Credo che, se tra noi c'è qualcuno che è in trappola, quella sia tu» puntualizzò Albert. «Rifletti, Avah. Io sono un uomo rispettabile, ho i soldi e il potere. Tu chi sei? Non hai fatto altro che vivere a spese degli altri. Inoltre, te lo ricordo, è stata tua sorella ad avvelenare Kay Brooks. Tu hai ucciso il suo ex marito e, come se non bastasse, hai ammazzato anche tua sorella. Sei tu quella che non ha speranze.»
«Invece una speranza ce l'ho ancora» replicò Avah, «Ed è proprio grazie a te, che mi hai fatto riscoprire quanto possa essere piacevole uccidere. Sono stanca di vivere nella tua ombra.» Con un rapido scatto tirò fuori il coltello, raccolto da terra prima di manifestare la propria presenza e nascosto tra le pieghe del vestito, e si preparò a colpire Albert alle spalle. «Ho ucciso per spianarti la strada, ma ora sono stanca. Ho intenzione di farlo prima di tutto per me stessa.»

Veronica cercò di resistere all’orribile scena della donna bruna che posava il coltello a terra, chinandosi sul cadavere del direttore.
Poco lontano c’era anche Samuel Jeffrey, le cui condizioni non sembravano molto migliori.
«Addio, Albert» mormorò la donna dall’elegante abito leopardato. «Non mi mancherai.»
Veronica trattenne a stento i conati di vomito.
Qualunque fosse la ragione per cui l’altra si fosse rivolta al direttore chiamandolo Albert, la cosa non la riguardava.
L’aveva ucciso.
L’aveva ucciso e nulla le avrebbe mai più restituito l’uomo che aveva amato in silenzio per così tanti anni.
Veronica si chinò di scatto, impugnando il coltello con la mano destra.
Con la sinistra afferrò i capelli della donna dal vestito maculato, che si alzò sussultando.
Veronica la riconobbe: era la fidanzata del signor Carpenter, qualunque fosse il suo nome. Aveva gli occhi spalancati per lo stupore, nel vedere il coltello puntato contro se stessa.
Fu la sua espressione a darle forza, ma durò molto poco. Un attimo dopo, infatti, la fidanzata del direttore sorrise, accomodante.
«Lo metta giù» la esortò. «Le segretarie attempate di solito non maneggiano le armi.»
«E le puttane da quattro soldi di solito non ammazzano a sangue freddo l’uomo che le ha mantenute nel corso degli anni» replicò Veronica.
«Le interessa davvero così tanto?» obiettò l'altra. «Mi creda, Veronica, lui la considerava soltanto una donnetta insignificante.»
«Non importa che cos’ero io per lui, ma quello che lui rappresentava per me.»
L'altra rise.
«Non mi dica che ne era innamorata.»
«Ha ragione, non vale la pena di parlarne con una come lei. Per lei contano solo i soldi e il potere, nient’altro, lei non sai che cosa significa amare follemente un uomo che non se ne accorgerà mai. Io ero quella che faceva le fotocopie, che stampava i documenti, che gli portava il caffè, che rispondeva al telefono e che accompagnava la gente dentro e fuori dal suo ufficio, nient’altro. Non gliene ho mai fatto una colpa. Come poteva accorgersi di me, dopotutto, con tutte le belle donne che aveva intorno?»
«Vedo che a questo ci arriva» ribatté la fidanzata del signor Carpenter. «Lei era solo una nullità, per lui.»
«Sarò anche una stata nullità, ma non mi sono mai intromessa nella sua vita e non l’ho mai giudicato. Sapevo che si sarebbe scelto una donna stupenda e che lei sarebbe stata con lui soltanto per interesse.»
«La prego, non veda una realtà distorta. Non mi parli di concetti come il vero amore. È vero, io stavo con lui soltanto per i suoi soldi e non per ciò che aveva dentro. Ma lui? Se non fossi stata una preda da esibire ma, mettiamo il caso, soltanto una segretaria avanti con gli anni, gli sarebbe mai passata per la testa l'idea di frequentarmi? Dovrebbe saperlo, lei ha conosciuto bene Albert.»
Di nuovo quel nome.
Veronica aggrottò le sopracciglia.
«Albert?»
«Il suo titolare aveva molti scheletri nell'armadio. Non era un uomo rispettabile. In fondo la sua morte non è stata una perdita così terribile.»
C’era solo una morte che non sarebbe stata pianta da nessuno, Veronica ne era sicura.
Scattò in avanti e colpì Avah alla gola con tutta la forza che aveva in corpo.
Quando la vide cadere, lasciò andare anche il coltello.
Un urlo alle sue spalle la fece sussultare.
Veronica si girò di scatto e si ritrovò faccia a faccia con Penelope Altman.
«Non si preoccupi» le assicurò, «Non ho intenzione di farle del male.» Le indicò Samuel. «Credo che lui sia ancora vivo. La prego, si occupi di lui.»
Penelope la guardò con qualche istante con gli occhi sbarrati, ma Veronica non se ne curò.
C’era soltanto una cosa che doveva fare.
Doveva salire due piani di scale.
Doveva raggiungere l’ufficio che aveva condiviso con il signor Carpenter.
Doveva vedere per l’ultima volta il luogo in cui, per tanti anni, l’aveva sognato in silenzio. Poi avrebbe scavalcato il davanzale della finestra e si sarebbe gettata nel vuoto. Lei e Adam Carpenter non erano mai stati uniti nella vita, ma lo sarebbero stati almeno nella morte.

   
 
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