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Autore: fiore di pesco    07/12/2023    8 recensioni
L’indigeno la squadrò stupito. “Il gioco dello spago lega gli spiriti alla terra. Non lo sai cosa succede ai bambini che giocano troppo con lo spago?”
La bambina scosse la testa, assorbita dalle sue parole.
“Viene il Tarjuk e li rapisce!”
Kayla sussultò, portandosi le mani alla bocca. “Perché lo fa?”
“Giocare con lo spago da soli è un invito per gli altri ad unirsi a te. Se lo fai vicino al fiume, inviterai il demone Tarjuk, che vive negli abissi è maestro di spago e, se perderai, ti porterà sul fondo del Grande Lago dove ti mangerà.” La guardò severamente. “Per questo non devi farlo mai, hai capito?”
Genere: Drammatico, Horror, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Gentili lettori, Gentili lettrici, 

questa storia non è nata con grandi pretese, sentivo il bisogno di scriverla, ero ispirata, e stavo pensando ad una long molto più cupa, quando mi sono imbattuta nel folklore inuit e inupiat e sono rimasta folgorata da una storia che avrebbe potuto avere solo un esordio breve. 

Essendo la mia prima one-shot, ed anche la mia prima horror scritta, un horror molto soft, spero di essere riuscita a renderla bene. 

 

 

Max si strinse nella giacca a piumino, guardando la radura scoscesa e priva di qualsivoglia arbusto e albero che di protendeva fiera fino alle sponde sassose del fiume Mackenzie, a meno di venti metri da lui. 

Era inizio autunno, ma le temperature nel Nord del Canada raggiungono lo 0 molto velocemente e a settembre vi erano solo 4 gradi Celsius.

Max si volse a guardare la sorellina Kayla, intenta a sistemare la sua Scatola delle Meraviglie, come la chiamava lei. Dentro c’era una coda di lucertola seccata al sole, un fossile incastonato nella pietra che avevano trovato sulle rive del fiume l’estate prima, una foglia secca di cui riuscivano a vedersi solo le venature e tante altre piccole cose che Kayla aveva racimolato nei suoi dieci anni di vita e che custodiva gelosamente.

Kayla non permetteva mai a suo fratello Max di toccare la scatola e a volte la apriva volontariamente di fronte a lui per far vedere che lei poteva toccare tutto mentre lui poteva solo guardare. Quando però si sentiva in colpa per qualcosa, gli consentiva di sfiorare alcuni dei suoi preziosi cimeli, in cambio che lui mantenesse il riserbo sulla marachella appena commessa ai suoi danni. Avevano solo tre anni di differenza, ma a lei sembravano tantissimi.

“Kay… andiamo a casa?” chiese il bambino, stringendosi nella giacchetta, piegando leggermente le ginocchia per sostenere il vento gelido che soffiava dal fiume.

“Uffa! Sei noioso, Maxi…” si lamentò Kayla, scontenta che il pomeriggio nei prati a qualche centinaio di metri da casa fosse già agli sgoccioli.

“Fa freddissimo… mamma dice che deve venire a nevicare.” Provò a giustificarsi il bambino.

“Per mamma nevica sempre, anche a luglio per mamma potrebbe nevicare! Vattene a casa, se hai freddo.” 

“Se ti nevica addosso poi rimani congelata e mamma dice che ti porteranno in un museo come hanno fatto col mammut!” frignò Max, infossando il mento sotto alla giacca all’ennesima folata di vento artico.

“Sei proprio un bambino! Vai a casa che ti raggiungo subito!” si imbronciò Kayla, osservando con estremo interesse una roccia variopinta che aveva rinvenuto chissà dove, tutto pur di non dover affrontare il suo fratellino intirizzito dal freddo che faceva di tutto per farla andare via da lì.

“Vado a giocare con lo spago! Così impari!” le fece la linguaccia, andando via rabbioso sbattendo gli stivaletti lungo le sterpaglie ingiallite.

“Sì sì, fai come ti pare…” borbottò lei, finalmente felice di poter tirare fuori il lettore di audiocassette e che teneva in tasca e i suoi nuovi auricolari che avevano un suono molto migliore di tutti quelli precedenti. Kayla adorava ascoltare la musica da sola osservando il fiume che scorreva indomito, passeggiando tra quelle distese inospitali che erano la loro terra.

Un giorno il nonno le aveva detto che in realtà loro non provenivano da lì, e che i veri proprietari di quel suolo erano gli Inupiat, popolazione precolombiana dell’estremo nord del continente americano. Più a nord di loro c’erano solo gli Inuit. Sua madre aveva scosso la mano infastidita davanti a quel discorso e il padre si era sentito in dovere di intervenire. “Papà, non raccontare queste cose ai bambini, non cresciamoli fin da subito facendogli credere che non sono padroni in casa propria!”

Kayla era rimasta turbata da questa scoperta. Insomma, chissà quando, i suoi antenati erano giunti lì nel Canada e ora erano ospiti in casa di qualcun altro.

“Chi sono gli Inupiat, nonno?” chiese Kayla una sera al vecchio Sam, che stava intagliando il legno davanti al camino, con sommo dispiacere della mamma, che poi avrebbe dovuto raccogliere tutti i trucioli da terra.

“Hai mai visto i Mu-gal, quelli che vendono le esche al grande lago? Oppure Lo-Met, quello che intreccia le reti per la pesca al salmone durante la stagione luminosa?” rispose lui, fermando il coltellino ricurvo e guardandola con sguardo vigile.

“Sì, Leyo Mu-Gal è mio compagno a scuola.” 

“Ecco, hai visto che sono diversi da noi? Hanno gli occhi più chiusi e la pelle più scura? Loro fanno parte della razza che abitava queste terre tanti secoli fa. Ormai ce ne sono pochi, vivono isolati più su, lungo le rive settentrionali del Mackenzie.” Spiegò il nonno, riprendendo il lavoro.

Kayla era rimasta molto stupita. “Nonno, la maestra a scuola ci ha detto che hanno la pelle diversa dalla nostra perché Dio aveva finito il bianco e allora ha dovuto usare il rosso e il nero.”

Il nonno ridacchiò scuotendo la testa. “Se vuoi sapere la verità, noi siamo bianchi perché Dio aveva finito il rosso e il nero, non viceversa.”

Da allora Kayla aveva fatto più attenzione agli indigeni e si era accorta di come erano più isolati, delle differenze nel loro modo di vestire e anche nel modo in cui parlavano tra di loro, in una serie di suoni tartagliati e dalla cadenza gutturale con cui spesso la madre di Leyo riprendeva il figlio prendendolo in disparte quando la maestra gli assegnava una punizione.

Incuriosita da loro, aveva voluto conoscerli meglio e gli si era avvicinata, sempre di più, fino a diventare loro amica. 

Un pomeriggio assolato, mentre si trovavano nascosti nel boschetto di abeti poco lontano dalla scuola, le avevano insegnato il gioco dello spago, un antico rituale che i bambini Inupiat conoscono fin da quando sono in fasce. Partendo da un unico spago di steppa e corteccia, vince in uno scontro a due chi riesce a creare un animale il più fedele possibile all’originale. Tali figure avevano nome Tuutarjuit. Kayla ci aveva provato, ma le riusciva bene solo il salmone e la foca, perché erano senza arti lunghi, mentre Leyo e Menat, una volta avevano fatto perfino dei cani!

Un giorno, vedendola di spalle con le sue inseparabili cuffie nelle orecchie, suo fratello Max le si era avvicinato e l’aveva scorta mentre era intenta a creare un orso di spago, con risultati alquanto mediocri.

“Oh! Voglio provare anch’io, Kay!! Dai ti prego, ti prego, ti pregooooo…” cominciò a piagnucolare Max e alla fine lei cedette e provò ad insegnargli il gioco.

Max adorava giocare con lo spago, in un modo che i loro genitori non concepivano affatto. “Perché non accendete la radio o la televisione?”

“No, mamma, la televisione funziona sempre male e la radio è così noiosa…” si giustificava Kayla, mentre il suo spirito di competizione ruggiva alla vista del fratellino che nel giro di due settimane era diventato più bravo di lei che si esercitava da oltre un mese. 

“Ah!! Guarda Kay, ho finito l’orso, mi sono venuti perfino gli artigli!” gongolò il bambino, picchiettandole addosso l’orso di spago che con l’intreccio era diventato rigidissimo. 

“Sì… bravo… hai vinto.” sbuffò Kayla, buttando a lato il suo mediocre tentativo di ricreare un temibile grizzly.

L’aurora boreale splendeva sul Great Slave Lake il pomeriggio in cui incontrò i maschi della famiglia Mu-Gal in gruppo mentre tornavano a casa da una battuta di caccia: il padre, Leyo e suo fratello maggiore Nikaset. Sul kayak del padre dei ragazzi, un caribù giaceva esanime.

“Cosa fai qui da sola, Kayla?” le chiese il Signor Mu-Gal, guardandosi circospetto in giro.

“Sto giocando con lo spago come mi ha insegnato Leyo, Signor Mu-Gal!” si vantò tutta fiera la bambina.

L’indigeno la squadrò stupito prima di gettare un’occhiataccia al figlio di fianco a sé, che aveva prontamente abbassato lo sguardo. “Kayla, non lo sai che non si dovrebbe giocare spesso con lo spago? Se ci giochi troppo poi il sole non sorge! I bambini non dovrebbero giocare di sera con lo spago. Andiamo, ti accompagno a casa.”

“Perché il sole non sorgerebbe più?” chiese sconvolta Kayla: lei amava il sole, detestava quando d’inverno la luce compariva solo per poche ore per poi sparire oltre alle alte montagne, lasciando il posto alla verde aurora che tutti affermavano essere spettacolare, ma che per lei era uno spettacolo già visto centinaia di volte.

“Perché lo spago lega gli spiriti animali Tuutarjuit alla terra. E gli spiriti possono comparire solo con le tenebre. Se tu continui a chiamarli, loro accorreranno da te e il sole tarderà ad uscire. Non lo sai cosa succede ai bambini che giocano troppo con lo spago?” rispose il Signor Mu-Gal, riprendendo la camminata con Kayla e i suoi figli Leyo e Nikaset a fianco. 

La bambina scosse la testa, assorbita dalle sue parole. 

“Viene il Tarjuk e li rapisce!” 

Kayla sussultò, portandosi le mani alla bocca. “Perché lo fa?”

“Giocare con lo spago da soli è un invito per gli altri ad unirsi a te. Se lo fai vicino al fiume, inviterai il demone Tarjuk, che vive negli abissi è maestro di spago e, se perderai, ti porterà sul fondo del Grande Lago dove ti mangerà.” La guardò severamente. “Per questo non devi farlo mai, hai capito?”

“Sì…” annuì la bambina guardando di sfuggita il fiume, adesso più guardinga. “E se invece vinci?”

L’indigeno fece un grugnito contrariato. “È praticamente impossibile vincere contro Tarjuk, ogni sua mano ha sei dita per permettergli di tessere il filo più in fretta e meglio di chiunque altro… ma si dice che al vincitore sia consentito esprimere un desiderio, a patto che esso sia realizzabile. Ma tu non devi provarci mai signorina, contro Tarjuk non si vince, si perde e basta.”

La voce del Signor Mu-Gal rimbombava ancora nella testa di Kayla ogni volta che metteva mano allo spago. Lo disse a Max, ma lui andò a piangere dalla mamma che, intenerita, gli disse che poteva tranquillamente continuare e che il sole seguiva un ciclo proprio, confutabile scientificamente, e che niente aveva a che vedere con quanto lui giocasse con lo spago. Aggiunse di non dover temere alcun mostro, perché non esistono, e sgridò Kayla per avergli messo paura.

Kayla voleva bene al suo fratellino, peccato che ogni tanto lui fosse così… così… non riusciva a trovare un termine adatto per descrivere la frustrazione che le davano i suoi piagnistei, ma il nonno era corso in suo soccorso e le aveva detto di non temere, che prima o poi Max sarebbe cresciuto e sarebbero diventati grandi amici, inseparabili, addirittura! Così si era messa un po’ il cuore in pace, contando ogni giorno il tempo che avrebbe impiegato a crescere il fratellino.

Quella sera, presa dalla musica che le riempiva le orecchie e dai pensieri sulla sua malinconica condizione di sorella maggiore con un fratellino piagnucoloso, non si accorse affatto delle grosse bolle d’aria che emersero alla superficie del Mackenzie, come se qualcuno sott’acqua avesse liberato i polmoni di colpo.

Si alzò, avvertendo il vento artico che era riuscito a raggiungerla attraverso la pesante giacca, e tornò a casa, dando le spalle alla superficie scura del fiume, da cui due occhi scuri la stavano fissando.

 

“Kay!” la vocina concitata di Max riuscì a superare il suono del lettore di audiocassette che la sorella stava ascoltando.

“Cosa c’è?” sbuffò la bambina sdraiata a letto con il naso tappato e la febbricola che le erano venuti dopo essere stata per troppe ore sulle rive del Mackenzie tre sere prima.

“Andiamo a giocare al fiume?”

“No, Maxi, non ne ho voglia.” Replicò ributtandosi sotto alle coperte.

“Quanto sei noiosaaaa!” provò ad imitarla lui, con i pugnetti chiusi contro ai fianchi.

“Tu sei noioso!” si difese Kayla, tirando a malapena la testa da sotto alle pesanti colti di lana. “Lasciami in pace.”

“Va bene, allora andrò da solo e mi divertirò taaanto così!” si sbracciò Max, poco prima di correre a prendere lo spago da sotto al suo letto.

“Non andare a giocare con lo spago al fiume, il Signor Mu-Gal ha detto che è pericoloso!” gli bisbigliò per non farsi sentire da sua madre che stava mettendo a posto i panni nella stanza a fianco.

“Mamma dice che sono tutte bugie e che il Signor Mu-Gal non capisce niente.” Si impuntò lui, calcandosi il cappellino di lana in testa.

“Il Signor Mu-Gal conosce queste terre perfino meglio del nonno: se dice che non si deve fare, tu non lo fai.” 

“E allora vieni con me e prova a fermarmi!” ridacchiò Max, stipandosi lo spago nella tasca della giaccia imbottita.

“Fai come credi, hai pochi metri di spago, lo finirai in fretta e poi dovrai tornare a casa anche tu, col raffreddore!” brontolò lei, rabbiosa per essere stata ignorata ancora una volta e frustrata perché la madre continuava a permettere a Max di fare tutto quello che voleva.

“Ciao ciao, noiosa!” urlò il bambino scappando fuori dalla stanza e lei si accucciò ancora più furente sotto alle coperte.

Max corse all’aperto, dove vide suo padre riparare la staccionata che era stata rovinata qualche settimana prima da una mamma orso in cerca di cibo nella loro affumicatrice. 

“Dove vai, Max?” chiese suo padre fermando la mazzuola.

“Vado a giocare papà, torno presto!” lo salutò lui con la mano.

“Resta nei paraggi e non avvicinarti troppo al fiume, hai capito?” lo ammonì il padre con cipiglio severo.

“Sììì!!” gli rispose il figlioletto correndo verso la collina che precedeva la sponda del Mackenzie.

“Non essere severo con Max!” disse la madre affacciandosi alla porta di casa. “È un bambino responsabile, non gli accadrà niente, Fort Providence è un posto sicuro.”

Il marito la guardò seccato. “Non ho paura che qualcuno gli faccia del male. Potrebbe succedergli qualcosa al fiume, gli indigeni si tengono sempre lontani dalle sue sponde e non ci vanno mai a meno che non siano in gruppo.”

“Tu e tuo padre date troppo credito a quei selvaggi! Siamo nel 1996, sarà anche ora che viviate nel presente!” berciò la moglie infilandosi in casa e richiudendosi la porta alle spalle.

 

Max corse lungo la sponda calma del Mackenzie, beandosi del suono delle acque gelide e cristalline che urtavano gli argini di sasso grigio chiaro del fiume. Era lì da appena tre minuti e già si era stancato.

Uffa, Kayla non vuole mai giocare con me… pensò sedendosi su un grosso masso a ridosso dell’argine, laddove suo padre e sua sorella gli avevano detto mille volte di non andare, ma per fortuna mamma lo difendeva sempre.

Tirò fuori i pochi metri di spago che gli erano rimasti. Aveva chiesto a mamma di comprarne altro ma lei si era dimenticata… 

Delle grosse bolle risalirono alla superficie dell’acqua, attirando l’attenzione di Max, che si sporse poggiando le mani sul sasso per vedere di cosa si trattasse.

Un’ombra scura risalì dal fondo del fiume, diventando sempre più grande alla vista del bambino, finché non emerse il viso tondo di uomo indigeno.

Max si allontanò di scatto, con un urlo.

“Piccolo uomo…” disse il volto che affiorava dalle acque ghiacciate.

“Chi sei?!” chiese Max, guardandolo preoccupato.

“Vuoi giocare allo spago?” chiese quest’ultimo con voce melliflua, mentre lentamente usciva dall’acqua. 

Lo straniero sembrava adulto come il papà di Max, con lunghi capelli neri che uscivano da sotto al cappuccio e la pelle scura come quella degli amici di Kayla. Indossava una pelle di foca e il ciuffo di pelliccia argentata gli contornava il volto. Rivoli di acqua gli scendevano dal capo gocciolando tutto intorno a lui.

Max lo guardò stupito di come quell’uomo fosse comparso dal fiume, però si sentì immediatamente più felice perché qualcuno gli aveva finalmente chiesto di giocare. “Io sono bravo, con lo spago!” si vantò sorridendo allo straniero.

“Scegli un Tuutarjuit… se riesci a farlo meglio di me, esaudirò un tuo desiderio. Se invece perderai, ti porterò a visitare casa mia.” Propose lo straniero, ormai fuori dall’acqua fino alla vita.

“Va bene! …Non hai freddo? Poi ti viene il raffreddore come a Kayla.” Domandò turbato Max.

Lo straniero fece quello che il bambino credette un sorriso e Max intravide una fine chiostra di incisivi affilati e distanziati, come quelli di un’orca. Non aveva mai visto una persona simile, ma la mamma gli aveva sempre detto che gli indigeni erano diversi da loro, più primitivi, come gli animali…

Non ricevendo risposta, Max mostrò al suo nuovo compagno di giochi il suo spago. Decise che avrebbe mostrato tutta la sua bravura, poi avrebbe vinto e sarebbe andato a vantarsene con Kayla, che si era persa quella fantastica avventura. Come avrebbe rosicato scoprendo che lui, il fratellino più piccolo, aveva vissuto un’esperienza così incredibile mentre lei che amava le sfide se ne stava buttata nel letto col naso gocciolante e la sua piccola scatoletta rumorosa.

“Cominciamo, allora!” esultò Max, prendendo il capo del filo. “Ti sfido al Tuutarjuit del Lupo!” 

“Lupo sia.”

Lo straniero scoprì le sue mani e Max non riuscì a controllare una smorfia di disgusto alla vista delle unghie lunghe e nere come artigli di orso che srotolavano un filo lunghissimo.

Max sospirò e poi preparò il filo di fronte a sé, pronto a cominciare dal muso del lupo. Ripiegò lo spago più volte, lavorando minuziosamente per un tempo che gli parve infinito. 

Il suo avversario non stringeva il filo con le dita, bensì con gli artigli e si muoveva con una velocità impressionante, mentre il ticchettio delle sue appendici superava di tanto in tanto il rumore delle acque del Mackenzie.

La luce stava calando velocemente come era tipico in quella zona e, in meno che non si dicesse, pareva notte.

Max era quasi arrivato alla fine quando improvvisamente si rese conto di aver fatto male i calcoli… non aveva abbastanza filo per completare la coda del lupo.

L’indigeno invece aveva già finito e mostrava un lupo perfetto in una delle mani artigliate.

Max si rattristò e sentì gli occhi diventare umidi e la vista appannarsi per il pianto… aveva perso.

“Hai perso, piccolo uomo.”

“Ora devo andare a casa, è buio e la mamma si arrabbia quando faccio tardi…” tirò su col naso il bambino.

“Hai dato la tua parola. Ora devi venire con me.” La voce dello straniero sembrava essersi fatta più profonda e gutturale, come se fosse quella di un animale che tenta di parlare come un uomo.

“Non posso… verrò domani così potremo darci la rivincita.” Disse Max alzandosi dal sasso, stringendo ancora in mano il suo Tuutarjuit incompleto.

Lo straniero taceva, fissando intensamente il bambino. Le tenebre erano tali da non permettere più di riconoscere gli occhi se non per un bagliore di lucidità che si rifletteva sulla sua cornea umida.

Max ricambiò lo sguardo tremando per il freddo e la paura. Non era più felice di essere venuto al fiume da solo, voleva tornare a casa da mamma, papà ed Kayla. Le avrebbe dato retta da adesso in avanti, non si sarebbe più recato al fiume da solo. 

Desiderò arretrare e scappare da quell’uomo animalesco il cui viso si stava facendo sempre più oblungo e le zanne sempre più prominenti. Fece per parlare ma non proferì alcuna parola, non fece in tempo. 

Il Tuutarjuit del Lupo ancora incompleto cadde a terra.

 

“Maaax! Max!” 

La voce disperata di mamma e papà si udiva ancora a notte fonda, mentre Kayla e il nonno stavano in soggiorno, vicino al fuoco del camino.

“Nonno, dove può essere andato Max?” chiese Kayla stringendosi nella copertina che aveva sulle spalle.

Il nonno fissava le fiamme con un’espressione di preoccupazione che la nipote non gli aveva mai visto prima in viso, prendendo di tanto in tanto una boccata di fumo dalla pipa. Il villaggio si era movimentato alla ricerca del bambino, che durante una notte gelida come quella in arrivo, non sarebbe potuto sopravvivere. I cani abbaiavano e fiutavano senza sosta, conducendo sempre i poliziotti fino agli argini del Mackenzie, senza però mai avvicinarsi all’acqua, lanciando guaiti disperati.

Quando il giorno dopo i poliziotti vennero in casa loro, fecero domande a tutti i membri della famiglia, spiegando che l’unica cosa che era stata trovata che potesse ricondurre a Max era un pupazzo di spago trovato sulla riva del fiume, a meno di 150 metri da casa loro.

“Avete sentito strani rumori? Visto qualcuno nei paraggi al momento della scomparsa? Chi è stato l’ultimo a vederlo? Che ore erano?” 

Le domande degli agenti erano impietose. La mamma era un fiume di lacrime e non si reggeva in piedi, papà sembrava aver visto un fantasma e il suo sguardo si perdeva nel vuoto prima di rispondere ai quesiti delle forze dell’ordine. Il nonno le aveva spiegato che gli agenti dovevano farlo, per aiutarsi nelle indagini per la ricerca di suo fratello, ma Kayla non aveva più proferito parola dopo aver visto il lupo di spago che avevano trovato durante la notte precedente.

“È stato il Tarjuk!” urlò quando la tensione le raggiunse i polmoni e niente poteva più trattenere la sua angoscia.

“Chi?” chiese il poliziotto anziano, avvicinandosi a lei.

La mamma emise un singulto, stringendo con forza la mano del marito.

“Il demone del fiume che gioca con lo spago! È stato il Tarjuk a prendere Max! Ha perso perché aveva poco filo! Lo ha portato sul fondo del lago!” strepitò Kayla, terrorizzata all’idea di come stesse Max in quel momento. “Dovete fare presto!”

Il poliziotto rimase per qualche secondo interdetto, poi guardò il suo collega e si scambiarono uno sguardo d’intesa. “Piccolina… non esistono queste cose. Vedrai, troveremo il tuo fratellino, ora ci pensano gli adulti.”

“No! No vi dico, è stato il Tarjuk! È stato lui!!” strillava la bambina, mentre la madre aveva ripreso a singhiozzare senza sosta e il padre guardava in terra. Il nonno la prese in braccio e la portò via con sé.

“Non temere Kay, lo troveranno, vedrai…” le sussurrò stringendola.

Kayla sapeva che stava mentendo.

 

“Insegnami ad essere la migliore giocatrice di spago che ci sia.” Disse Kayla a Lo-Met, il ragazzo che tesseva le reti da pesca per il salmone al molo di Fort Providence.

Quest’ultimo alzò il capo stordito, confuso dopo le infinite ore di sole in testa che aveva preso dalla mattina di quell’interminabile giorno di giugno. In quel posto pioveva molto spesso, ma quel giorno lo spirito del Sole era davvero intenzionato a impartirgli una lezione di umiltà.

“Sei la figlia dei Lower? Ho sentito del tuo fratellino, mi dispiace molto.” Rispose stanco l’indigeno.

“Insegnami a creare gli intrecci più complicati che esistano. Me l’hanno detto, che tua nonna era una sciamana di grande potere e le sue dita erano veloci come la Grande Vena durante la piena.” Continuò lei inflessibile.

Il ragazzo fece una smorfia quasi infastidita. “Te l’hanno raccontato i tuoi compagni a scuola? Io tesso reti da pesca, quelle che ti hanno detto sono solo leggende che non dovrebbero mai riguardare il tuo popolo.”

“Abbiamo sangue diverso, ma uguale anima, Lo-Met. Il Tarjuk ha ucciso mio fratello e devo vendicarlo. Non togliermi questo diritto sacro.” Proseguì Kayla, gonfiando il petto e sbattendoci una mano sopra, come le aveva detto di fare e proferire il suo amico Leyo. 

Lo-Met sgranò gli occhi e la guardò interdetto per qualche secondo, domandandosi se non avesse preso davvero troppo sole in testa, per quel giorno, al punto da immaginare una ragazzina bianca che rivendicava il diritto di vendetta come una vera Inupiat.

“Se anche ti insegnassi l’arte dello spago e tu sfidassi Tarjuk, quasi sicuramente perderai e avrò una fanciulla sulla coscienza. Hai visto cosa è successo a tuo fratello? Non hai timore?” domandò serio Lo-Met.

“Mio fratello è stato portato sul fondo del Grande Lago dove il demone ha mangiato il suo corpo e non me l’hanno più fatto vedere. Io lo ucciderò, l’ho promesso sulla sua tomba.” Kayla si batté di nuovo il petto, furiosa.

Lo-Met abbassò gli occhi feriti dai raggi ultravioletti ripensando a quando, una settimana dopo la scomparsa del piccolo Maxime Lower, quel che restava di un cadavere di bambino era affiorato dalle profondità del Great Slave Lake. Avevano ipotizzato che il bambino fosse caduto nel Mackenzie, fosse morto annegato o assiderato di lì a poco e poi trascinato dall’affluente fino al grande lago, dove i salmoni se ne erano nutriti. 

Ma i nativi avevano capito cosa era successo quando la notizia che un Tuutarjuit incompleto era stato trovato nel luogo in cui si presupponeva il bambino stesse giocando da solo. I salmoni c’entravano ben poco…

C’era stato un grande lutto sia tra i nativi che tra gli uomini bianchi. La Signora Lower era stata ricoverata in una clinica per settimane e il Signor Lower era rimasto a casa con la figlia e il padre, anche se nessuno l’aveva più visto aprire la bottega. Lower Senior era andato a lavorare al suo posto per qualche mese ma nessuno aveva il coraggio di entrare e ordinare lavori di artigianato perché imbarazzati di fronte al dolore della famiglia Lower.

L’ombra dell’Orca, spirito foriero di morte, aveva ricoperto gli abitanti di quella casa. Tutti ad eccezione della figlia dei Lower, che andava in giro digrignando i denti e mordendosi le labbra fino a farle sanguinare. Non piangeva nemmeno e i nativi si toccavano il petto quando la vedevano passare, perché la sua rabbia avrebbe potuto attirare il demone della Vendetta. 

“La pazzia ti ha forse colto, piccola donna?” le chiese Lo-Met alzandosi dolorante dal molo. “Chi persegue la strada del Coyote, trova sangue, ricordalo sempre.”

“Non temo la morte.” Ringhiò Kayla. “Sarà Tarjuk a perdere. Aiutami a fare questo e ti darò in cambio ciò che vorrai.”

“Non hai niente che possa interessarmi, ma rispetto il tuo spirito di vendetta. Ti insegnerò a usare lo spago.”

 

Era passato quasi un anno dalla morte di Max.

Nessuno passava più davanti alla casa dei Lower, dove la staccionata distrutta giaceva ancora in pezzi nel giardino e da cui uscivano solo persone distrutte e annichilite. Tutte ad eccezione di una. 

Kayla Lower, bambina di undici anni che portava sempre dietro di sé un lungo filo di spago, e che passava le ore ad intrecciare nelle più affascinanti forme che si potessero immaginare. Acchiappasogni, tele, animali, persone. Andava a scuola, dove taceva per la maggior parte del tempo e proferiva qualche parola solo con i compagni di scuola dalla pelle più scura, che si avvicinavano a lei come se fosse un pericoloso orso affamato.

“Kay, sei diventata molto brava…” le disse un giorno Nikaset, che adesso frequentava l’edificio accanto alla scuola primaria, per imparare la professione di falegname, anche se sarebbe diventato un cacciatore, come tutti nella famiglia Mu-Gal.

“Non sono ancora abbastanza brava. Impiego ancora più di dieci minuti per fare il Corvo, è tantissimo.” Sbuffò lei poggiando il Tuutarjuit che stava arrotolando.

“Quando lo incontrerai, sarai da sola. Il Tarjuk adora nutrirsi delle anime delle donne, quindi dovrai fare ancora più attenzione. Confido che vincerai e tornerai tra noi vittoriosa.” Unì le mani di fronte al petto, chiudendo gli occhi. “Ti attenderemo per festeggiare insieme con la sacra carne del Caribù.”

“Non perderò. Ma…”

“Ma?” chiese curioso il ragazzo.

“Niente… festeggiate lo stesso. Io vincerò.” 

Fu con questo pensiero che una notte di ottobre uscì di soppiatto di casa per recarsi al fiume. Il nonno russava già da ore sulla poltrona davanti al camino. Mamma e papà dormivano silenziosi e dovette lanciare dalla finestra l’enorme matassa di filo che aveva accumulato in quei mesi, tessendo e disfacendo innumerevoli Tuutarjuit senza mai dare troppo nell’occhio a sua madre. Il filo lo aveva creato lei stessa sotto la supervisione di Lo-Met, ed era di alta qualità: non si sarebbe spezzato durante l’intreccio ed una parte di esso era stata benedetta da una sciamana potente, poiché era nell’interesse di tutti i nativi uccidere una volta per tutte il demone che abitava il Lago.

Quando si trovò fuori, nella neve dove giaceva il gomitolo di diversi chili di spago che aveva lanciato dalla finestra della sua camera, sperò con tutta sé stessa di vincere.

Indossò i guanti, facendo attenzione a non urtare le bende che coprivano il lungo taglio frastagliato che aveva sul palmo della mano sinistra.

Si mise gli auricolari e fece partire la cassetta che era riuscita a recuperare l’anno precedente, quando ancora i suoi interessi erano le avventure, la musica e la letteratura. Ascoltò le note della sua canzone preferita mentre arrancava con difficoltà verso il Mackenzie, determinata più che mai.

Si sfilò le cuffie e le ripose in tasca, sentendo nella tasca il profilo del coltellino da intaglio che le aveva regalato il nonno due Natali prima, poi prese fiato attraverso la sciarpa di lana, nonostante la quale avvertiva l’aria gelida congelarle il setto nasale.

“Tarjuk!” esclamò di fronte alla superficie del fiume che scorreva placida trasportando qualche blocco di ghiaccio lungo il suo tragitto. “Ti sfido al sacro gioco dello spago. Se riuscirai a vincere, potrai mangiarmi. Se vincerò io, dovrai esaudire un mio desiderio.”

Passò un tempo che non riuscì a quantificare al punto che temette che per vigliaccheria Tarjuk non si sarebbe presentato. Poi, l’acqua venne increspata da grosse bolle d’aria e finalmente il profilo del viso di un indigeno emerse dalle gelide profondità del Mackenzie, la Grande Vena.

Kayla sentì il fiato fermarsi alla manifestazione corporea del demone dello spago, nemico degli spiriti benevoli e foriero di sconfitta, che si sollevava dal letto del fiume fino a metà busto, mostrando la casacca di pelle di foca e il cappuccio in pelliccia di volpe bianca.

“Piccola donna, accetto la sfida. Scegli un Tuutarjuit: se vincerai esaudirò un tuo desiderio, se perderai sarai ospite in casa mia.” Pronunciò il demone con un’inflessione strisciante.

Kayla lo fissò per diversi secondi prima di riuscire a dire ciò che meditava da mesi, avvertendo per la prima volta la sensazione di terrore che risale dal fondo della schiena e rende insensibili fino all’avambraccio. Era arrivato il momento, non poteva tirarsi indietro adesso, né lo desiderava.

Tarjuk dovette fraintendere la sua volontà, perché per incuterle ancora più timore, lasciò che lei intravedesse le fila di zanne che gli decoravano le fauci. Avrebbe dovuto spaventarsi di più, invece dalla bocca dello stomaco le scaturì un’ira tanto forte da farla piegare in avanti e farle contorcere i lineamenti. Il terrore annichilì di fronte alla sua furia, memore che quelle zanne l’avevano privata del suo fratellino.

“Ti sfido ad una partita a tre: la Tela del Ragno, l’Orca e il Lupo. Chi riuscirà a farli meglio dell’altro, avrà vinto.” Sibilò Kayla a denti stretti.

“Solo perché sei donna e la tua carne è molto più buona, ti concedo il privilegio dei tre lacci, ma…” dalla gola gli uscì un gorgoglio simile ad una risata soffocata. “Se commetterai uno sbaglio su uno dei tre, avrai perso.” 

“Varrà lo stesso per te.” Disse buttando a terra la matassa di filo e sedendosi lei stessa a circa tre metri dal demone, ignorando il gelo che sentì sulle gambe quando le distese nella neve per tenere il filo stretto tra i piedi e l’apice tra le mani guantate, come le aveva insegnato Lo-Met per tendere bene lo spago e ridurre gli errori.

Avrebbe tenuto i guanti per i primi due, l’Orca e il Lupo, usando il coltellino per separare i vari pezzi di spago, poi avrebbe fatto l’acchiappasogni, la Tela del Ragno, a mani nude. Con quel freddo, se avesse cominciato subito dalla Tela, le dita avrebbero perso sensibilità e non sarebbe mai riuscita a completare gli altri due.

Alzò gli occhi solo due volte, inorridita dalla velocità dei dodici artigli del Tarjuk che tesseva un filo nero. Tornò a concentrarsi sul suo lavoro, perché sapeva che per regola non sarebbe stata attaccata finché si trovava all’opera. L’Orca le venne immediatamente perfetta e, anche se un paio di volte ebbe paura di aver sbagliato a fare una delle zampe del Lupo, anche il secondo Tuutarjuit presto fu completato con maestria.

Le dita le dolevano nonostante i guanti e sentì tanti aghi di freddo penetrarle le carni e acuire il dolore del taglio sulla mano quando strappò i guanti con i denti, pronta all’ultima prova. Tenendo il filo legato ad ogni dito, costruì con somma precisione un complicato e bellissimo acchiappasogni, come quelli che intrecciava la nonna di Lo-Met. 

Fu mentre tesseva il cerchio centrale che si sentì osservata e alzò gli occhi verso il demone, che la stava studiando con i suoi occhi scuri e lucidi, con un’espressione che Kayla non avrebbe saputo identificare. Era rabbia? Era ansia? Sì… era paura, perché le bastò un’occhiata per vedere come il suo acchiappasogni fosse molto meglio del suo. 

La Tela del Ragno, il sacro Acchiappasogni, è quanto di più positivo e complicato possa esistere nella cultura degli indigeni. Un demone, per quanto abile, non sarà mai abile a tessere un acchiappasogni come uno sciamano, per questo il Tarjuk prediligeva i bambini e le donne giovani. Non avrebbe mai creduto che una ragazzina bianca potesse raggiungere una tale destrezza nelle dita, con una mano ferita!

“Ho finito.” Disse Kayla, mostrandogli il suo lavoro e alzandosi per fronteggiarlo. Anche se lui era ancora per metà in acqua, i loro occhi restavano alla medesima altezza. 

Il Tarjuk digrignò i denti. Anche lui aveva fatto l’Orca e il Lupo impeccabilmente, ma la sua Tela era decisamente più geometrica e meno armoniosa di quella di Kayla.

Kayla lanciò l’Acchiappasogni che aveva tessuto davanti a Tarjuk, sulla riva sassosa a meno di un metro da lui. Egli lo interpretò come un gesto di disprezzo e snudò i denti. 

“Ho vinto, Tarjuk. Ora devi esaudire un mio desiderio.”

Il demone ringhiò cupo prima di risponderle. “Hai la vittoria, ma so già cosa desideri. Io non posso morire per mano di un mortale e non mi ucciderò per tua richiesta, né posso portare in vita i morti. Ogni tuo desiderio sarà vano e non otterrai vendetta.”

Kayla rimase incredibilmente ferma alle sue parole, come se non le avesse rivelato nulla che già non sapesse. “Non ti chiederò di ucciderti. Vorrei che tu uscissi dall’acqua e poggiassi i piedi su questa Tela.” 

Tarjuk rimase in silenzio di fronte a quella assurda richiesta. In passato, le rarissime volte che aveva perso, gli avevano chiesto le cose più assurde e materiali: un pugnale di osso di balena che potesse tagliare qualsiasi cosa, un kayak leggero come una piuma o una freccia che centrasse sempre il bersaglio... Mai prima di allora qualcuno gli aveva chiesto di calpestare un Tuutarjuit. Nemmeno dopo secoli riusciva a comprendere gli uomini bianchi.

“Il tuo desiderio sarà esaudito.” Gorgogliò avanzando dal fiume, poggiando le sue appendici che parevano in tutto e per tutto le calzature di pelli strette che gli indigeni indossano durante l’inverno per andare in kayak. La neve scricchiolò quando il demone schiacciò la Tela. Un gorgoglio simile alla risata che aveva fatto all’inizio gli fuoriuscì dalla bocca irta di zanne. “Un desiderio sprecato…” ma le parole gli morirono tra le fauci quando si rese conto di non riuscire più a rimuovere i piedi dalla Tela.

Kayla lo osservò fare due movimenti inconsulti con le gambe prima di inginocchiarsi dove prima aveva tessuto i suoi animali sacri, prendendo le forme dell’Orca e del Lupo. Slegò la benda insanguinata che le fasciava la mano e la avvolse intorno ai due animali di spago, tenendoli insieme.

“Hai usato filo benedetto, ma al sorgere del Sole la Grande Vena mi richiamerà e io sarò di nuovo libero.” Ringhiò Tarjuk. “Desideravi umiliarmi, ma io non sono umano e le vostre emozioni non mi toccano.”

“Non desideravo umiliarti.” Proferì la ragazza tenendo strette le mani intorno al Tuutarjuit dell’Orca e del Lupo. “Solo lo spago che ho usato per la Tela del Ragno era stato benedetto. Quello che ho qui in mano, è stato creato con rabbia e desiderio di morte, bagnato nel mio sangue e maledetto con tutte le mie forze. Sapevo già che non mi era consentito chiederti di toglierti la vita e sapevo che solo uno spirito può uccidere un altro spirito.”

Cadde un profondo silenzio, rotto solo dal sibilo del vento artico e dal lieve sciabordio delle acque del Mackenzie contro i suoi argini. Tarjuk realizzò troppo tardi perché la piccola donna avesse scelto proprio l’Orca e il Lupo e perché la sua mano era ferita.

“Akhlut, spirito demoniaco della Vendetta, ti invoco.” Affermò Kayla con voce decisa.

Tarjuk cominciò a dimenarsi senza riuscire ad alzare le proprie appendici dalla Tela, emettendo uno squittio simile a quello delle foche in agonia. “Stolta straniera, hai ucciso entrambi!” 

“Lo so. Era il mio desiderio.” Sorrise Kayla malinconicamente, osservando come il demone di fronte a sé cambiava forma e i suoi lineamenti si deformavano disgustosamente. Fece per abbassare lo sguardo ma il fatto che il Tarjuk si fosse immediatamente paralizzato attirò la sua attenzione.

Guardava alle sue spalle e anche se le avevano detto infinite volte che egli non poteva provare le stesse emozioni dei mortali e lui stesso glielo avesse confermato prima, non poté non pensare che quella sul suo viso deforme fosse un’espressione di terrore.

Il suono ovattato dei passi di una creatura pesante che attraversa la neve le giunse all’orecchio e decise che no, avrebbe tenuto gli occhi aperti ancora per un po’, nella speranza che Akhlut scegliesse di divorare Tarjuk prima di lei. Sarebbe morta in pace, se avesse potuto vedere almeno questo.

Anche quel desiderio venne esaudito.

 

 

Grazie lettori!

È la prima volta che provo a trattare la lore degli indigeni dell’estremo Nord America, quelli che vengono chiamati volgarmente eschimesi, però la loro mitologia animista è stata una scoperta inaspettata! Hanno una concezione della vita molto diversa dal resto del mondo, sono animisti, quindi per loro ogni cosa ha un’anima, e gli stessi uomini, quando si nutrono di qualcosa, non si cibano di un alimento, quanto dell’anima delle cose che ingoia. Ogni creatura vivente è un divoratore di anime.

Il gioco dello spago è qualcosa che ammetto di aver fatto fatica a comprendere all’inizio, ma per i nativi di quelle terre inospitali, spesso il tempo passava così lentamente che si avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di impegnarlo almeno in parte. I bambini che si allontanavano a giocare da soli con lo spago però, spesso non facevano ritorno a casa. Da qui, la leggenda del Demone Tuutarjuk.

Tra le creature magiche più particolari, Akhlut svetta di netto a mio parere: un demone di vendetta, nato da un uomo che per vendicarsi della sua famiglia si unì ad un branco di lupi e chissà come, riuscì a convincere lo spirito dell’Orca, emissario di terrore, a unirsi a lui. Cosicché prese le sembianze di un lupo e di un’orca. Orca nell’acqua, lupo sulla terra. Può essere invocato da chi brama vendetta e non teme la morte, purtroppo unendosi all’Orca egli perse la capacità di riconoscere il bene dal male, quindi quando viene evocato, non riesce a discernere e uccide tutti.

Grazie e… alla prossima!

Fiore

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Per l’immagine del Tarjuk si ringrazia lemedusedieldritch.wordpress.com