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Autore: Swan Song    04/02/2024    5 recensioni
Steve e Susan Sheppard, in vacanza a New Orleans per assistere al Carnevale, finiranno per indagare sull'omicidio di una ragazza avvenuto durante la festa di Perla O' Neill, una vera e propria icona vivente della città.
Perla è convinta che chiunque abbia ucciso la ragazza, in realtà volesse uccidere lei.
[Mini indagine degli Sheppard, introdotti nel racconto "The Windsor Chalet"]
Genere: Comico, Mistero | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'THE 1950s'
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Note introduttive:

Cari lettori, bentrovati! ^^
Devo ringraziare due persone, anzitutto, perché è grazie a loro se questa storia ha preso vita: Milly Sunshine, che mi ha fatto venire l'ispirazione in seguito al suo giallo a tema Carnevale, ed EleAB98, che ha richiesto un seguito per la coppia Susan/Chuck e mi ha fatto venire l'idea ;) <3

Questa indagine è a sé stante, ma consiglio la lettura di "The Windsor Chalet" in quanto ci saranno riferimenti e spoiler.

Mini indagine di 4 capitoli.

Buona lettura! ^^

SwanXSong

 







Primo Tempo







New Orleans, 1951.

«Abbiamo fatto una seduta spiritica, ieri sera.» esordì il giovane, che in maniera impacciata se ne stava a debita distanza dal tavolino, in piedi, rigido come uno stoccafisso; stringeva il capello tra le dita.
La sua sembrava proprio una questione di vita o di morte...più che altro di morte, date le circostanze.
«Ci annoiavamo e volevamo celebrare in una maniera divertente questi giorni di Carnevale.»
La ragazza teneva lo sguardo fisso sul narratore; suo padre, invece, sulla tazza di caffè fumante che stava per bere.
«Ebbene, come avete avuto modo di constatare anche voi, c’è stato un brutto temporale, ieri sera. Le strade erano deserte, sarebbe stato meglio non uscire, ma...» il giovanotto avanzò di un passo, uno solo. Forse temeva l’ira delle due persone che aveva dinnanzi «Vedete, gli spiriti ci hanno recapitato un messaggio!» a quel punto, iniziò a parlare con enfasi, senza sosta né respiro «Ci hanno detto che il Capitano Trevor sarebbe morto! Siamo rimasti tutti molto colpiti e, nonostante la pioggia forte, il Maggiore Rawsberry si è recato a casa sua per verificare la situazione. Ebbene, dato che Trevor non rispondeva, il Maggiore ha dato un calcio alla porta, è entrato e...buon Dio, l’ha trovato morto! Secco, stecchito! Non è assurdo, detective? Gli spiriti hanno parlato!»
Tacque e fissò i due attraverso i suoi occhi a palla. Dall’agitazione, i baffetti gli si alzarono e riabbassarono ad intervalli regolari.
Steve Sheppard non ricambiò lo sguardo neppure in quell’occasione, ma si limitò a sorseggiare il suo caffè mattutino, come da previsione «Un messaggio dagli spiriti.»
«Sì, detective. Non è sconvolgente?» quasi tremò il giovanotto.
Susan osservò le gocce di sudore che lentamente gli scendevano sul viso, proprio come fa la pioggia contro i vetri «Noi non siamo detective, signor…?»
«White. Stefan White.»
«Signor White, noi non siamo detective.» disse Susan accavallando le gambe sotto il tavolino «Io studio medicina e mio padre è un marine.»
Stefan avanzò ancora, permettendosi di accomodarsi nella sedia libera proprio di fronte a Steve, sistemandosi il cappotto sotto il sedere «Lo so, lo so! Ma siete diventati così famosi dopo il caso dello chalet, che non mi sorprendo ci sia la fila davanti alla porta di questo hotel dove alloggiate!»
Il fatto che i due volessero godersi il carnevale di New Orleans, come accadeva ogni anno, pareva non importare a nessuno.
Ora chiunque sembrava avere un caso da sottoporre ai due “detective”, e neppure quell’ampia terrazza che si affacciava sulle strade principali di New Orleans riusciva a donare loro un po’ di tranquillità.
Mentre Steve consumava la colazione, Susan si alzò in piedi e, come una detective che si rispetti, piazzò le braccia dietro la schiena e fece due passi «Signor White, lei non ha fatto altro che riportare per filo e per segno la trama di una famosa opera della Christie, quindi non solo è un ciarlatano, ma anche un fan tossico.»
Il giovane sollevò le sopracciglia, fingendo di guardarla stupito «Un fan tossico? Ma cosa...»
Steve addentò un pasticcino alla crema «Sfortunatamente per lei, mia figlia ha ragione. Lei è un pagliaccio, ha fatto di tutto pur di ottenere un colloquio con noi, addirittura inventarsi un caso! Non c’è stata alcuna seduta spiritica, ieri sera, o perlomeno nessuno ci ha lasciato la pelle. Ora, se vuole scusarci...»
Stefan ringhiò deluso, dunque si alzò, si abbottonò il cappotto e prese la porta «Dannazione, mi hanno scoperto. Eppure ho ripetuto la storiella così tante volte, davanti allo specchio...credevo di fregarli.»
Si voltò solo per annunciare un debole «Buona giornata, signori.» dopodiché si dissolse come la nebbia.
Susan prese un ampio respiro e si appoggiò alla ringhiera per immergersi, ancora una volta, nell’atmosfera della città «Incredibile cosa fa la gente pur di parlare con noi. Siamo diventati così famosi?»
«A quanto pare. Non accetteremo casi che non siano alla nostra altezza. Già che siamo dilettanti, almeno che ne valga la pena.»
«Concordo, papà.»
Un gelido venticello avvolse i capelli di Susan e li mosse.
New Orleans era da sempre considerata la città multiculturale della Louisiana, un luogo ricco di storia, musica ed architettura unica.
Da quell’angolazione si poteva vedere il Quartiere Francese, il cuore pulsante della città: strade acciottolate, balconi in ferro battuto, case coloniali con cortili nascosti.
La strada più famosa era Bourbon Street, centro della vita notturna.
Ma ciò che Susan adorava di più era il ponte sul Mississippi, uno dei ponti più lunghi al mondo, che brillava anche al buio.
«Presto queste strade saranno piene di carri e gente mascherata.» disse la ragazza con un sorriso «Sei pronto?»
Steve sorrise a sua volta e l’affiancò «Come ogni anno, figliola.»
Per qualche attimo restarono così, in silenzio ad ammirare la città, un silenzio spezzato soltanto dai loro respiri lievi.
Poi…
«I signori Sheppard? Padre e figlia? Steve e Susan Sheppard? È permesso? Il gentile signore alla reception mi ha dato il permesso di entrare...»
I due si scambiarono uno sguardo, alzarono gli occhi al cielo e si voltarono molto lentamente, improvvisando dei sorrisetti di cortesia così tirati da non ingannare neppure il più stupido sulla faccia della Terra «Con chi abbiamo il piacere di parlare?» domandò il marine con sforzo immane.
A differenza di Stefan, questi si sedette senza indugio; complice il fatto che, ad occhio e croce, fosse più vecchio, quindi più sfacciato «Mi chiamo Harry Spencer. E sono qui per denunciare un orrendo, un orrendo crimine.»
Steve allargò le braccia «Questa non è una stazione di polizia e noi non siamo poliziotti.»
«Lo so, lo so!» fece questi «Ma voi non conoscete l’ispettore locale. Non capisce niente, un po’ come quelli di Scotland Yard. Una vera zucca vuota.»
«Questo non è un romanzo giallo, signor Spencer. È il mondo reale.»
Susan avrebbe voluto aggiungere un “tristemente”, ma dopo l’avventura allo chalet aveva appreso parecchie cose.
Harry, corporatura media e capelli brizzolati, berciò «Ascoltate, prima di giudicare.»
«Purtroppo mia figlia ha il brutto vizio di giudicare anche prima.» disse Steve con un sorrisetto «Proceda.»
Sembrava che il signore in questione stesse per recitare a teatro il monologo della vita.
«Io sono un pittore, badate bene. Me ne stavo lì ad osservare la gente in strada che si preparava per il carnevale, la scorsa settimana, quando, all’improvviso, ho avuto una illuminazione. Una specie di folgorazione.»
«E’ la stessa cosa.» s’intromise Susan.
«Sì, bè, volevo enfatizzare, no? Allora mi sono recato nel retrobottega e ho realizzato che uno dei miei preziosi quadri era sparito! Sparito, capite?» si piazzò le mani tra i capelli e prese ad osservare il cielo, come ad imprecare contro di esso «Chi ha osato macchiarsi di questo orrido crimine? Chi? Voi dovete scoprirlo, detective!»
I due non sapevano più in che lingua ricordare che non erano affatto detective. Inoltre…
«Dobbiamo occuparci anche di furti, adesso? Se ne vada, per cortesia.» controbatté Steve, esausto «Siamo in vacanza.»
«Ma avete dichiarato che accetterete un caso degno di voi! È su tutti i giornali!»
«Sì, bè, non è questo il caso, signore.» Steve lo afferrò sotto l’ascella destra «Per favore, se ne vada.» e questi lo guardò con gli occhi fuori dalle orbite «Quale caso può essere meglio di questo? Io ho subìto un affronto enorme! Il mio prezioso quadro!»
«Signor Spencer, lei ha un assistente?» domandò allora Steve mentre lo conduceva poco gentilmente alla porta.
«Ma certo. Danny. Vuole diventare un pittore anche lui, ma non è in grado, figurarsi. Non ha la mano!»
«E lei è solito insultarlo per questo?»
«Tzè, che parolone...se non sa dipingere, non è mica colpa mia. Quindi gli do due dritte, quotidianamente, io non lo definirei “insulto”.»
Steve si scambiò un’occhiata con sua figlia «E’ stato lui, lo comunichi pure alla polizia. Buona giornata.»
«Ma cosa...Sheppard! Ma ne è sicuro?»
«Tale Danny prova un risentimento così forte nei suoi confronti, che, anziché licenziarsi, ha preferito rubare uno dei suoi quadri. L’ha colpita nel profondo, capisce? Probabilmente l’ha già venduto.»
Gli occhi di Spencer si fecero più grandi di due piattini da caffè «Buon Dio! Corro immediatamente alla polizia!»
«Saluti! E buona fortuna per il recupero del prezioso quadro!» lo prese in giro il marine «Anche se sospetto possa essere già in Europa, a quest’ora.» sussurrò alla figlia, la quale sorrise.
«Avremo finito?» domandò, sporgendosi ancora una volta dalla terrazza «Non vedo più gente in fila.»
Il padre gettò una rapida occhiata all’orologio da polso «Lo spero! Sono quasi le dieci, è vergognoso!»
«E’ vero. Io ho bisogno di fare due compere, mi manca la maschera di carnevale.»
«E i coriandoli.»
«Hai ragione. Allora andiamo?»
Steve annuì ed insieme fecero per muoversi, quando sulla traiettoria visiva di entrambi comparve un enorme mazzo di fiori che li costrinse ad indietreggiare e spalancare le palpebre.
«Ma cosa diavolo...» commentò Steve, che per poco non ci andò contro, rischiando di mangiarseli come conclusione della colazione.
Certo, brucare delle rose non era il suo massimo.
«Alloggiano qui Steve e Susan Sheppard?» disse una voce conosciuta, il cui tono era tra la presa in giro e il sensuale.
Dapprima Susan corrugò la fronte, mettendo su un’espressione pensierosa, poi chiuse gli occhi e respirò a fondo: non era possibile che lui si trovasse lì, non era proprio possibile.
Scostò i fiori con impeto e i suoi peggiori presentimenti divennero realtà, specie quando incrociò lo sguardo tagliente e malandrino del ragazzo «Tu che diamine ci fai qui?!» chiese alterata.
Chuck Solo mantenne il sorriso da autentica canaglia e sporse ulteriormente i fiori, come invito «Ho un caso per i due detective.»
Susan roteò gli occhi e gli diede la schiena, cominciando a camminare per l’intera terrazza, nervosa.
Steve, invece, portò le mani ai fianchi e studiò il ragazzo come se fosse il peggiore dei criminali «Balle, sei qui per mia figlia. Non starai diventando un maniaco, vero? Uno di quelli che seguono le ragazze ovunque, pure cambiando Stato! Potrei farti arrestare!»
«Ma smettila, suocero, non sei un poliziotto vero, ogni tanto dovresti ricordartelo. Non nel senso concreto del termine, perlomeno.»
«Suocero? Non c’è nessun suocero!» imprecò il marine, quasi rimettendo l’intera colazione «Mi hai capito bene? Mia figlia non vuole uscire con te e tu non hai un vero caso, quindi...»
«Eppure mi ha promesso una cena, ma non ha ancora trovato il tempo di concedermela, evidentemente.» tuonò Chuck, posando lo sguardo su Susan, che agitata ribatté «Sì, uhm, sono stata impegnata...»
«Siamo a carnevale.»
«E bè, mica è trascorso un intero anno dall’ultima volta che ci siamo visti.»
«Soltanto dei mesi.»
«Guarda che è poco, eh.»
«Allora non vuoi davvero uscire con me come sostiene tuo padre, oppure stai temporeggiando perché hai paura?» domandò il ragazzo, assottigliando lo sguardo.
«P-paura? Io? Di uscire con te?» si difese Susan «Ma che dici?»
«Oh sì, hai paura.» sorrise lui «Di cosa? Mica ti mangio.»
Steve si mise letteralmente in mezzo, sguardo da falco predatore «Sarà meglio per te che la storia del caso sia vera, figliolo, o ti rispedisco in Colorado a calci.»
Chuck fece schioccare la lingua «I padri...sempre troppo protettivi. E a quanto pare, io ho a che fare con un vero e proprio mastino.»
Steve spostò la testa in cerca del suo sguardo «Che hai detto?»
«Io? Niente. Ma il caso ce l’ho davvero e sarà quello che accetterete, parola mia.» disse con una certa sicurezza.
Steve inarcò le sopracciglia e gli strappò i fiori dalle mani «Almeno questo gesto è stato carino. Ma li getterò nel fiume, se il tuo caso non sarà interessante. E bada bene che deve esserlo tanto, o...»
Chuck lo sfidò «Mi spedisci a calci in Colorado?»
Susan dovette mordersi le labbra o sarebbe scoppiata a ridere, e siccome non voleva darla vinta a quei due...
Però doveva ammettere che vederli interagire era sempre divertente.
Chuck afferrò un pasticcino rimasto nel cabaret e, dopo averlo addentato e aver guardato Susan con il solito interesse, prese posto.
Steve, anticipandolo, gli puntò il dito contro «Prova ad inventarti tutto e...»
«Il vero motivo per cui mi trovo qui è per la festa che si è svolta ieri sera a casa O’ Neill. Conoscete la contessa, vero?»
Gli Sheppard scossero le spalle dopo essersi scambiati una rapida occhiata «Ne abbiamo sentito parlare, è una icona di New Orleans, no?»
Chuck annuì «E’ un’amica di mamma da anni, ma dato che la cara mammina era impegnata...»
«Sempre pronto a far festa, eh?»
A quell’affermazione di suo padre, Susan incrociò le braccia al petto, osservando Chuck con sospetto.
Questi curvò le labbra in un sorriso, accavallando le gambe e servendosi del caffè come se niente fosse «Sempre pronto.» prese un sorso e cominciò a raccontare «La contessa Perla O’ Neill, oramai settantenne, è figlia di contadini e divenuta famosa per aver sposato il miliardario Carl Cooper, star della città. Nella sua villa era in corso una festa...non che ci potesse andare chiunque, anzi, i vestiti indossati dalle persone parlavano da soli, tanto da rendere l’idea. Bene, ecco come si sono svolti i fatti.»

«Come balli bene, Sam!» Perla roteava per tutta la sala, accompagnata da musica d’archi.
«Perla, Perla! Lo sai che non sono più il ballerino di una volta.» rispose Sam, fermandosi per riprendere fiato.
«Oh, Sam, ma tu balli ancora divinamente, mio caro!» sorrise la donna «Vuoi scusarmi?» domandò quando vide una ragazza.
Sam le baciò la mano «Ma certo, mia adorata.»
«Kate!»
«Contessa! Mi dica.»
«E’ ora che tu vada a dormire, tesoro.» disse Perla stringendole le mani con affetto «E’ meglio.»
«Ma contessa, perché? Voglio godermi la festa, non ho mai visto tanta gente famosa come questa.»

«No, ora noi dobbiamo festeggiare con i nostri metodi.» insistette Perla.
«Guardi che sono maggiorenne!» controbatté la giovane.
«Non importa, Kate. E’ tardi e ti ho già fatta stare abbastanza alla festa! Gli altri tuoi colleghi non hanno il privilegio che hai tu!»
«Ma…»
Perla l’afferrò per il braccio, stringendoglielo «Ricordati il tuo posto.»

«Va bene, non capisco perché insiste tanto…non vedo cosa facciate che io non possa vedere…» si chiese Kate.
«Dormirai nella mia stanza personale.»
«Cosa? Che cos…»
«Hai sentito bene.» disse la contessa «Ti do il permesso di dormire nella mia stanza, dove nessun’altra donna al di fuori di me ha mai dormito.»
«Oh mio Dio! Grazie! Non ci posso credere, ma perché? Perché fa questo?» chiese la ragazza.
«Voglio essere buona…sai che ti voglio bene, Kate, consideralo un regalo! Qui c’è la festa e tu sarai me per una notte! Io dormirò nella stanza accanto.»
«Ma non è come la sua!»

«Lo so…ha solo qualche gemma in meno.» scherzò la contessa.
«L’ho bella che capita, io.» sorrise Kate «Tutto pur di non farmi rimanere alla festa, eh?»
«Può darsi!» Perla contraccambiò il sorriso «Ora andiamo, ti accompagno.»
Salirono di sopra prendendo l’ascensore, che si aprì immediatamente dentro la stanza «Aspetti…non ha una porta?» si sbalordì la giovane, che ovviamente non era mai entrata nella stanza personale della contessa «Si arriva direttamente con l’ascensore, che meraviglia!»

«Proprio così!»
La stanza, i cui metri quadrati erano incalcolabili da quanto fosse grande, aveva due finestre con le persiane già chiuse, un letto immenso con i materassi e le lenzuola più morbide del mondo già preparato per la notte, due sedie in rubini, un comò in legno di frassino, uno specchio circondato da diamanti luccicanti, due comodini con lampadine di smeraldo, le tende in seta e un armadio con i vestiti della contessa, numerati per ordine in base alle cerimonie (il numero passava il trecento).
Tutto era pronto per la notte.
«Non ci posso…che meraviglia!» si sbalordì Kate.
«Ora mettiti la camicia da notte che ti ho preparato e vai a letto!» sorrise Perla.
«Credo che non m’interessi più niente della festa.» balbettò la ragazza, sempre più sorpresa.
La contessa le sorrise, rientrò in ascensore e schiacciò il pulsante «Kiss, Kiss!» le mandò un bacio «Notte!»

«E le porte si sono richiuse. Scusa, potresti trattare meglio quei fiori? Mi sono costati un patrimonio, e non sono per te!» tuonò Chuck, tenendo d’occhio ogni movimento di Steve.
Ancora, Susan sorrise «E tutto questo che significa?» domandò, incrociando le braccia al petto.
Chuck la guardò confuso «Come, che significa? Sto cercando di farti uscire con me, bella Susan.»
Lei arrossì di colpo e spostò lo sguardo da tutt’altra parte, nel disperato tentativo di celarlo «Mi riferivo al caso!»
Chuck sembrò ricordarsi solo in quel momento di non aver completato il racconto «Ah, sì! Kate è morta, e nessuno sa come.»
Calò un prevedibile silenzio, durante il quale gli Sheppard si scambiarono un altro sguardo.
«Aspetta...è morta? La ragazza?» domandò Steve.
Dalle labbra di Chuck partì un fischio d’approvazione, come se fosse divertente «Poveraccia...aveva solo ventun’anni. Scopro tutto, io.»
«E’ impossibile che nessuno sappia com’è morta.» parlò Susan «Non è arrivato un medico legale sulla scena?»
Chuck annuì «Lui e quell’ispettore da strapazzo, che non ne caverà un ragno dal buco. Per questo sono qui. Che coincidenze, eh?» sorrise «Il corpo della giovane è stato trovato alle tre di notte e sono state immediatamente avvertite le autorità, ma siccome mi fido più di voi… eccomi qui.»
Per Steve non era sufficiente «Chi è la ragazza? Una nipote della contessa?» chiese in maniera svogliata.
Chuck era certo che con quella risposta il suo caro futuro suocero avrebbe accettato il caso «No. Cameriera.»
  
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