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Autore: ius_romae    26/05/2024    0 recensioni
Il mondo è governato da 10 tiranniche famiglie nobili, che sfruttano tutte le risorse lasciando i comuni cittadini a morire di fame. Dicov era uno questi, finché...
(Lo sto scrivendo nel tempo libero tra una lezione e l'altra. Quindi potrebbe restare in pausa o anche inconcluso per periodi di tempo piuttosto lunghi.)
Genere: Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Entrò nella sua stanza, si spogliò dalla pesante tuta e si mise a dormire.

Quella sera fece un sogno assurdo: 

Sognò di trovarsi in un enorme sala da ballo tonda, di marmo bianco, la quale non aveva però alcun ingresso e dunque non riusciva a spiegarsi il come fosse giunto fino li. Non che avesse importanza nel sogno non riusciva a muoversi. Le colonne che reggevano l’ipotetico soffitto si estendevano oltre quanto lo sguardo gli consentisse, in compenso a qualche decina di metri dal pavimento si trovava una specie di nebbia, anch’essa bianca.

Nella sala si trovano un totale di sei troni, uno più grande e vuoto, mentre sui più piccoli sedevano cinque figure diverse: tre bellissime donne, sul lato opposto al trono vuoto, due uomini in armatura completa, sui due lati accanto al trono. Tutti e cinque fissavano il punto dove attualmente si trovava Dicov.

Dicov continuò ad osservare la sala, venendo osservato con disapprovazione, di rimando dai cinque, notando sempre più cose. Quelle che inizialmente gli erano sembrate statue di angeli mostruosi, a causa delle fattezze degli stessi e della loro immobilità, erano in realtà esseri viventi, dotati di cinque paia di ali di cui quattro paia che coprono varie parti del corpo: gli occhi, la bocca, le braccia e le orecchie. Se ne trovano almeno due tra ogni coppia di troni, ma tra il trono vuoto e gli altri, oltre che a quello a lui speculare e gli altri, c’erano quattro di questi assurdi angeli. Spaventato dalle loro fattezze, decise di concentrarsi sugli uomini che lo fissavano. 

Il primo era un cavaliere seduto su un trono che sembrava estratto direttamente dal magma e brillava di un rosso cupo, sul quale era incisa la lettera A in un alfabeto oramai dimenticato da tempo. Il cavaliere aveva una spada bastarda riposta con cura nel fodero davanti le sue gambe e poggiava la mano sul pomolo della stessa. Indossava, inoltre, un armatura completa di elmo e mantello che doveva valere un enorme fortuna da sola. Sull’armatura si trovava quella che probabilmente era lo stemma nobiliare della famiglia del cavaliere, una vitale fiamma arancione. Gli si fosse voluto trovare un titolo i più adatto erano di sicuro: “Il Cavaliere di Fuoco” o “La Fiamma che Tutto Brucia”

Alla sua destra sedeva una dama su un trono nodoso sul quale si trovava la lettera S in un alfabeto oramai dimenticato da tempo composta da fiorellini che sbocciavano dal tronco. La dama non aveva una spada, bensì un arco da caccia, quasi abbandonato al fianco del trono, circondato da un fodero di edera, così come le frecce, lasciando intendere, che sebbene avesse avuto un passato da guerriera, adesso ciò che le interessava era la pace. Aveva capelli neri come il suolo e occhi a mandorla dello stesso colore. Il suo abito era verde come un prato il primo giorno d’estate. Volendole trovare un titolo, si potrebbe potuti provare con “La Dama del Giardino” o “La Quieta”.

Continuando verso destra, esattamente davanti al trono vuoto, si trovava una dama vestita in un abito scuro, quasi nero e aveva un velo dello stesso colore, a coprirle il volto. Era seduta su un trono che sembrava fatto di tanti fili intrecciati tra loro, dando un aspetto fragile e delicato, questi fili componevano anche la lettera H in un alfabeto oramai dimenticato da tempo. La sua spada era poggiata di fronte al bracciolo destro del trono, suggerendo che lei fosse mancina, in ogni caso attualmente non sembrava interessata a servirsi dell’arma. Lei tra tutti e cinque era decisamente la più misteriosa.

Tornando verso il trono vuoto, alla destra della dama sul cui trono si trovava la lettera H, si trovava l’ultima delle tre dame. Quest’ultima era vestita con un vestito celeste, era seduta su un trono di cristallo sul quale era incisa la A in un alfabeto oramai dimenticato da tempo. Anche questa dama, dai capelli talmente biondi da sembrare bianchi e gli occhi chiari come laghi d’inverno, fissava il punto dove si trovava Dicov, lei era l’unica tra le dame a tenere la striscia relativamente a portata di mano, per quanto non la tenesse davanti le gambe con entrambe le mani sul pomolo, come facevano i due cavalieri. Lei la si potrebbe potuta chiamare “La Dama di Cristallo” o “La Dama Dell’Aria”

L'ultimo cavaliere, quello alla sinistra del trono vuoto, sedeva su un trono di corallo azzurro sul quale si vedeva la lettera V scritta in un alfabeto oramai dimenticato da tempo. Il cavaliere indossava un armatura a piastre completa, dotata di elmo e mantello, il tutto del colore dell’oceano. Come l’altro cavaliere, teneva le mani appoggiate sul pomolo della spada bastarda, che teneva nel fodero blu chiaro, davanti a se. Al centro della sua corazza si trova rappresentata un onda. A voler trovare un titolo che gli calzasse, sarebbe stato tanto facile quando che con l’altro cavaliere, infatti nessun titolo gli si addiceva più di “L’Oceano Roboante”. 

Dicov si chiedeva come facessero i cinque a sapere che si trovava lì, e anzi, a dirla tutta gli sembrava che anche i dieci angeli tra i troni, lo stessero fissando con disappunto, nonostante sembrassero addormentati e i loro occhi fossero coperti da ali. 

A un certo punto di quel sogno assurdo, i cavalieri si alzarono in perfetta sincronia e, con voce di tuono, sguainando le spade, una di fiamma cremisi e l’altra di ghiaccio, esclamarono:

“Non ti è permesso stare qui, straniero!”

Dopodiché tramutarono le proprie spade in due giavellotti e, con una precisione millimetrica, Dicov finì impalato da due fronti opposti, causando così il suo risveglio. L’ultima cosa che il ragazzo sentì appartenente a quel sogno erano cori provenienti da chissà dove e un dolore come mai ne aveva provati in vita propria. 

Dicov si svegliò in un bagno di sudore, ansimando e tastandosi, alla ricerca delle cicatrici delle ferite che le lance del sogno della notte precedente avrebbero dovuto lasciare perforandolo da parte a parte.

Resosi conto di aver disfatto tutto il letto e di essersi svegliato prima di quanto era previsto, si arrese alla realtà e procedette con la sua routine mattutina: disattivò la radio-sveglia prima che potesse suonare nuovamente, rifece il letto, si recò nella doccia sonica per avere un aspetto decente, si preparò e mangiò la colazione, con gli ingredienti comprati appena qualche giorno prima e prese uno dei malandati che l’avrebbe condotto a scuola. 

Mentre si recava a scuola, a Dicov tornò in mente il sogno di quella sera e iniziò a chiedersi cosa significasse lo stesso. Una cosa gli era certa, gli enormi cavalieri e le enormi dame della sala non erano contenti che lui fosse stato lì e non volevano assolutamente che lui ci tornasse, e se questa volta si erano limitati ad ucciderlo soltanto nel sogno, non aveva dubbi che la prossima volta che sarebbe entrato in quella stanza leggendaria l’avrebbero ucciso anche al di fuori del sogno, dopodiché avrebbero ripulito il pianeta e fatto bruciare l’aria.

Il tutto al solo scopo di eliminarlo e dare una lezione alla sua specie che aveva osato dimostrarsi tanto arroganti. Non ne era chiaro fino a che punto si sarebbero spinti, ma era chiaro che almeno della sua città non sarebbero rimaste che macerie fumanti.

Giunse a scuola e lì si ripetettero le stesse lezioni, come se il tempo si fosse dimenticato di avanzare, e tutti cadevano in uno stato di semi torpore, fino a quando il professore dal completo azzurro fece una domanda a sorpresa alla classe, con tono irritato, per ricordare loro che erano lì per un motivo ben preciso:

“Come forse ricorderete dalla mia lezione della volta precedente, gli ASHAV erano cinque dei, e rivaleggiano in potenza con pochissimi altri. Ma tre dei li superavano, e anche tra questi tre dei, gli ASHAV portavano davvero rispetto soltanto a un dio soltanto. A chi?”

Si alzò un ragazzo dall’aspetto curato, che provò a dare la risposta:

“È palese a quale dio gli ASHAV, potrebbero mai prestare rispetto e ubbidienza, se non a Unaitl, il dio del potere, riconosciuto universalmente come la massima entità divina nel nostro pantheon? Non esiste domanda più semplice di questa! E ora te la argomenterò con la logica”

Il professore sollevò lo sguardo trafiggendolo e il braccio per fermarlo. Dopodiché iniziò:

“Premettiamo che ti conosco, e conosco anche la tua posizione, quella di protetto dagli stessi Itael. Wow quella famiglia è caduta in basso, più di quanto mi aspettassi, nondimeno non m’interessa. Non credere di sapere tutto, inoltre non permetto che nella mia aula mi si parli con tono tanto arrogante. Tu sei decisamente in punizione, riguardo alla natura della stessa ci rifletterò più tardi, forse consultandomi con il preside o con i tuoi genitori. Sono davvero deluso. Non c’è nessun altro che vuole provare a dare una risposta che sia anche soltanto vagamente migliore di questa? No? E dire che mi aspettavo di meglio da voi, ragazzi.”

Scosse il capo con aria vagamente affranta e proseguì senza scomporsi eccessivamente:

“In ogni caso, per vostra cultura personale, sappiate che anche il più forte dei dieci progenitori delle Dieci Grandi Famiglie Nobili è infinitamente più debole di un dio di media potenza, come lo è Meme, il dio delle esequie, per esempio. Contro dei del calibro di Alrisha, la dea dell’aria, o Antares, il dio del fuoco, non avrebbe speranze, anche nel suo momento di maggior debolezza. Gli unici dei dei quali gli ASHAV sono più deboli sono il Narratore, colui che trascrive la storia, Vurgur, colui che la delinea danzando e cantando, e Atair, il dio primevo, che li ha creati, talaltro lui è l’unico a cui quei cinque prestino rispetto”

A quel punto venne interrotto da una una domanda fatta da una studentessa con aria curiosa:

“Ma c’era qualcuno di tanto potente quanto Atair?”

“La risposta che cerchi è abbastanza complessa da sintetizzare in poche parole, nondimeno ci proverò comunque. La risposta breve è no. Quella un po’ più lunga è né si né no. Quella, probabilmente più corretta e completa, è, come al solito, dipende. C’erano due entità che per potere potevano rivaleggiare con Atair, ma di entrambe si sa o poco o nulla. Queste due entità erano note una con il nome di Puersvif, il demone progenitore, e dell’altra sappiamo che inizialmente aveva un nome, ma essendo la dea della morte questo è diventato tabù, e dunque adesso è nota solo così. Se siete curiosi al riguardo fatemi pure domande, proverò a rispondere al meglio delle mie conoscenze”

“Cosa ci sa dire sulla dea della morte?” Chiese uno studente, evidentemente incuriosito dalla questione.

“Dunque, c’è da premettere che d’informazioni su di lei ne sono arrivate davvero poche, ma vi dirò quanto è sopravvissuto: viene definita essere “l’ombra del creato”. Appariva come una donna dalle labbra rubino e un abito da sera con una lunga gonna a balze che è aperto sulla schiena. Da quella apertura escono le Ali della Notte, ali fatte dell’oscurità che si cela sotto il creato, nelle quali brillano poche luci lontane brillano, luci che potrebbero essere stelle o qualcosa di completamente diverso; ali con le quali grazie alla loro forma che tagliava ogni materia dell’universo portava a termine le vite delle persone. Alla sua stirpe divina appartengono due soli dei che le sono figli: Passione e Sonno” 

Spiegò il professore, per poi ricevere una domanda abbastanza prevedibile, ovverosia quella di parlare del demone Puersvif. A quella domanda il professore sembrò mostrare per la prima volta in chissà quanti anni la sua vera età, con l’aria giovanile seppur autoritaria, sparita d’un tratto sotto gli anni. Lui era tornato un vecchietto come tanti altri.

Solo più vecchio, più stanco. Ma questo durò un attimo, giusto il tempo di lasciare l’ombra di un dubbio nella mente dei propri studenti, che lui era tornato perfettamente sano, pronto a spiegare. 

“Dunque premettiamo che anche per quanto riguarda Puersvif non sappiamo granché, se non che è un demone legato agli incubi e che fu il primo demone, su di lui comunque abbiamo più informazioni, almeno per quanto riguarda la sua storia grazie a manoscritti di altre religioni che lo contengono come antagonista. sappiamo che nacque per un errore, durante una delle molteplici battaglie, che sconvolgevano l’universo all'inizio dei tempi, tra Antares, il dio del fuoco, e Vernalis, il dio del mare. Poco dopo la sua creazione ha iniziato a generare la sua armata demoniaca, composta da lui al vertice, diciassette generali al suo servizio e infinite orde di demoni minori. Sappiamo anche che combatterono, poco dopo l’inizio dei tempi dell’Incubomachia, contro gli dei più anziani e vennero sconfitti, con alcuni dei loro generali che persero addirittura la vita, in quell’occasione. Nondimeno si sa anche che Puersvif, nonostante avesse combattuto contro lo stesso Atair non morì, ma venne intrappolato chissà dove. Di questi avvenimenti ne raccontavano i poeti antecedenti alla fondazione dell’impero e il più grande tra loro scrisse un opera in versi che parlava dell’epica lotta tra dei e demoni, di cui noi oggi conserviamo solo pochi frammenti, e anche quelli sono ben custoditi nei palazzi del potere, non arrivano certo alla gente comune.”

E qui il professore s’interruppe un attimo, come per esser certo che tutti avessero seguito tutto ciò che stava dicendo. Guardò la classe con aria d’inquisizione accertandosi che tutti annuissero e mostrassero d’aver capito quanto appena spiegato, dopodiché continuò la lezione raccontando più nel dettaglio la trama dell’opera, ovverosia la dura lotta tra i primi sette dei ad essere nati: Alrisha, Antares, Atair, Hamal, il Narratore, Spica, Vernalis e Vurgur, e i demoni guidati da Puersvif e i suoi generali. 

La lezione si concluse su quelle note, con il professore che diceva:

“Se gli dei quel giorno non avessero trionfato, oggi il mondo intero avrebbe un altro aspetto, anzi è probabile che noi non saremmo neanche qui a parlarne”

E a quell’affermazione i suoi studenti lo guardano con pietà, come se fosse ammattito tutto d’un tratto e avesse iniziato a parlare una lingua insensata ai più, dopodiché lo lasciarono solo in aula.

Sulla strada di rientro verso casa Dicov scorse dei manifesti lottare contro la polizia, la quale aveva prontamente contattato le forze speciali di casa Itael: il Ribes Aureo, una polizia speciale separata dall’A.S.S.S.I. e dalla S.S.I.R.I. essendo alle dirette dipendenze della famiglia Itael. Erano generalmente tollerati dal potere imperiale, in quanto, sapeva, che anche volendo, le Dieci Grandi Famiglie Nobili non avrebbero mai tentato un golpe essendo troppo impegnati a litigare tra loro e far litigare tra loro i nobili di rango inferiore per provarci.

Mentre il mezzo su cui Dicov era proseguiva inesorabile, facendo sparire la manifestazione dalla vista dietro palazzo, lasciandogli a malapena intravedere l’arrivo dei rinforzi della polizia e il conseguente ritiro della stessa. Dopodiché potè solo immaginare cosa stesse succedendo.

Probabilmente gli ufficiali in tuta antisommossa d’oro si erano già disposti con fucili sfollagente e idranti. Dopodiché se non avessero ottenuto ciò che volevano tramite lo sfoggio della loro potenzialità di fare fuoco e danni alle persone, avrebbero agito tramite gas nervino, in dosi non letali, ma sufficienti a danneggiare a vita le persone.

Dicov personalmente non ne conosceva il nome, ma sapeva che bastava entrarci in contatto per pochissimo tempo per finire intossicato gravemente e sviluppare i sintomi più gravi, e la cosa peggiore è che penetrava anche il cibo, la pelle e i vestiti, almeno così aveva sentito dire. Poi non sapeva quanto di vero e quanto di falso ci fosse nella storia, ma era certo che non avesse né colore, né tantomeno odore e che non avrebbe mai voluto entrarci a contatto diretto. 

Mentre pensava alla sorte di quei poveri disgraziati e si chiedeva come avrebbe ricevuto il computer promessogli dall’uomo che gli si era presentato come Etha, venne urtato da un uomo che non vide e che gli disse:

“Scusa Dicov, credo ti sia caduta la borsa del computer” 

E con quelle parole sparì nuovamente nella folla. A quel punto Dicov notò una borsa del computer, che certamente conteneva il computer che gli era stato promesso, insieme a un kit per sviluppare il malware che avrebbe svolto il lavoro per lui. 

Sapeva che il database era tenuto su una rete privata e interna, dunque avrebbe dovuto sviluppare un sistema piuttosto complesso, su molteplici livelli, ma aveva già una mezza idea su come fare: il primo passo sarebbe stato un Worm che prima avrebbe infettato il telefono della sua compagna di classe, Corliss, poi quello di suo padre, di recente divenuto Primo Caporale Maggiore dell’Esercito Imperiale e dal suo telefono a quello dei colleghi e sottoposti, così da giungere al Ribes Aureo il prima possibile, dopodiché dai dispositivi dei membri del Ribes, duplicazione dopo duplicazione, sarebbe giunto ai membri di casa Itael che, involontariamente, al primo accesso al server avrebbero duplicato il suo codice all’interno dello stesso. Questo poi si sarebbe occupato di duplicare e inviargli tutti i file criptati tramite un ultimo salto, posizionando una backdoor, per futuri eventuali lavori. 

Rimuginando sul piano e rimembrando le lezioni di programmazione che gli erano stati fornite dai suoi genitori, Dicov giunse finalmente al suo appuntamento dove iniziò a digitare velocemente sulla tastiera per creare un codice che fosse stato in grado di svolgere tutto ciò che aveva pensato per il suo piano e occultarsi senza lasciare tracce eccessive. Pensò e ripensò a come ottenere il risultato che voleva ottenere, per poi continuare a scrivere e correggere, finché non si ritenne soddisfatto del risultato ottenuto e allora si permise di addormentarsi.

Quella notte sognò nuovamente la stanza con i troni, solo che questa volta, nessun trono era occupato, meno quello vuoto la volta precedente.

Sul trono più grande sedeva un uomo che sembrava fatto di luce, che nella mano destra teneva un globo fluttuante, quasi completamente ammantato di nuvole nere, tra quale sembravano brillare luci distanti e bluastre. 

Dove prima era seduto il cavaliere di fiamma, accanto allo stesso trono, adesso vuoto si trovavano due lucertole bipedi, dell’altezza del cavaliere e dalla pelle arancione scuro, che continuavano a far saettare la lingua, emettendo piccole vampe di fiamma ogni volta che essa scattava. Come arma portavano un alabarda ciascuna ed erano tutte impettite e serie.

Al posto della dama con l’arco, la quale aveva lasciato il suo trono vuoto ,c’erano due tartarughe, di dimensioni anormali e bipedi, che avevano un ascia bipenne ciascuna. Anche quest’ultime avevano un’aria altera. Probabilmente era stato affidato loro l’incarico di sorveglianza dello stesso trono dalla matrona. 

Al loro fianco, dove un tempo si trovava la dama dal volto celato, a far da attendeti a quel trono si scorgevano due gufi armati di lancia, ma era indubbio che possedessero anche altre armi nascoste. Questi ultimi avevano un aria colma di saggezza e, forse, anche un vago senso di scherno verso il prossimo. 

Due enormi Farfalle Di Vetro, alte due uomini, proteggevano il trono della Dama di Cristallo tenendo archi sulla schiena. Loro, data la stazza, le ali delle quali si vedevano solo i bordi e gli occhi composti erano di sicuro gli esseri più spaventosi nella stanza, fatta eccezione per gli angeli dotati di dieci ali, che continuavano ad attendere chissà cosa, immobili, sullo sfondo della sala. L’espressione sul volto delle farfalle era indecifrabile, a causa dell’eccessiva diversità morfologica tra i volti umani a cui Dicov era abituato ed i loro. 

L’ultima coppia di creature lo attendeva ai lati del trono di corallo azzurro. Quest’ultima partita di creature erano due coccodrilli di color verde acqua che brandivano dei martelli da guerra. I due coccodrilli sembrano essere più che altro annoiati di dover essere lì, in vece del cavaliere del mare, ma anche con i loro volti Dicov ebbe non poca fatica. 

S’inginocchiò prontamente, pensando che la cosa più furba fosse quella di non irritare l’essere di luce davanti a lui. A quel punto, dove si sarebbe dovuta trovare la bocca comparve un ombra che Dicov non sapeva come interpretare, l’essere parlò con voce di tuono:

“Benvenuto Dicov!” 

Iniziò l’essere di luce, continuando poi dicendo:

“Innanzitutto ti chiedo scusa per averti convocato qui due volte e per la rude accoglienza che ti è stata offerta la scorsa volta dai miei figli, mentre io non c’ero, ma altre questioni richiedevano la mia attenzione. In ogni caso forse è meglio che mi presenti, le buone maniere sono importanti. Nergal, ha un ruolo, dopotutto. Anche se a questo punto è possibile che tu abbia già indovinato chi io sia. Sono Atair, il più antico e potente, tra gli dei.”

A quel punto a Dicov prese un colpo, sconvolto com’era dalla situazione in cui si trovava: un enorme sala di marmo piena di creature mostruose che sorvegliavano la più variegata composizione di troni che il ragazzo si sarebbe mai riuscito a immaginare. Provò a parlare, ma riuscì a dire soltanto

“Sono onorato signore! A cosa devo l’onore di essere stato chiamato al suo cospetto?”

Atair sembrò soddisfatto dalla sua prostrazione e proseguì:

“Bene c’è una cosa che adesso dovrai fare per me, non ti preoccupare non è niente di che, si tratta solo di rovesciare l’attuale status quo. Ma non disperare, non ho certo intenzione di mandarti da solo ad affrontare una missione altrimenti destinata al fallimento certo. Ti fornirò dei doni. Il primo è l’immunità ai poteri dei membri delle Dieci Grandi Famiglie Nobili, ma sta attento, questa immunità ha un limite: non rende certo immortali e trovando le giuste zone grigie potrebbero riuscire anche a farti uccidere. Inoltre ti fornirò due alleati al di sopra di ogni sospetto: Naaz Creios, il secondogenito della famiglia Naaz e Lepin Anteros, il terzogenito della famiglia Lepin.”

Atair strinse nel pugno la sfera nera che si dissolse come se fatta di vapore. Nello stesso attimo ai due lati di Dicov comparvero due ragazzi circa della sua stessa età. Quello alla sua sinistra era un ragazzo dal volto affilato, i capelli neri e gli occhi petrolio, indossava un completo con un elegante giacca da sera blu scuro tendente al nero; dalla giacca poco scollata, chiusa in vita da due bottoni dorati, si vedeva una semplice camicia bianca; i pantaloni, del medesimo colore della giacca; indossa dei mocassini appuntiti in tinta con l’abito. Inoltre sulla giacca si vedeva uno scudo a testa di cavallo, tipico delle dieci grandi famiglie, a campata nera, contenente un giglio nero dai pistilli arancioni. Sopra lo scudo si trova una piccola corona nera, che si ripresenta anche sopra il Mantello, più in grande, anche questo nero, dello stemma. Lo scudo è sorretto da un airone arancione e da una cornacchia, in posizione speculare rispetto a quelli della famiglia Mesniel. Sotto lo scudo si trova il motto di famiglia in pergamena “Prosperità ai miti, castigo ai rivoltosi!”

Da tutti questi particolari Dicov potè intuire con relativa facilità che si trattava di Creios, il ragazzo proveniente da casa Naaz. 

Alla sua destra si trovava un ragazzo dalla muscolatura ben delineata e che portava un uniforme da Capitano. La sensazione era che però avrebbe presto raggiunto il grado di Gran Generale. Andando per esclusione doveva essere Anteros, anche se aveva un aspetto vagamente bizzarro con i capelli color platino che gli coprivano gli occhi del medesimo colore, pensava Dicov. 

I due rimasero sconvolti e iniziarono a inveire contro il dio che aveva osato disturbare il loro sonno, minacciando che i loro avi lo sarebbero venuti a sapere, per tutta risposta Atair non si fece minimamente turbare e scosse la mano facendo loro cenno di tacere un attimo, per poi dire:

“Cielo! Non credevo che insegnassero quella spazzatura anche ai rampolli della più alta nobiltà! Credevo che almeno i figli delle Dieci Grandi Famiglie Nobili sapessero il loro posto nel grande schema delle cose! Comunque, diciamo che per questa volta siete perdonati perché non sapete chi avete davanti, ma che non si ripeta mai più, chiaro?”

Iniziò con tono minaccioso 

“Sappiate che io sono Atair, il creatore di quest’universo, il dio primevo. Contrariatemi nuovamente e voi e le vostre famiglie sareste cancellati dalla storia. Mi sono spiegato adesso?”

E senza nemmeno aspettare che i due giovani nobili potessero dar cenno d’aver inteso riprese:

“Dunque ho un compito per voi: assistere il ragazzo, che si chiama Dicov, con la sua missione di distruggere lo status quo. Non mi sembra difficile, no? In ogni caso non mi aspetto certo che lo facciate del tutto gratis. Una volta completato il compito vi offrirò una ricompensa a vostra scelta, ricordatevi che io a differenza di tutti gli altri dei sono onnipotente. Come fare lo lascio decidere a voialtri, ma traditelo e le Dieci Grandi Famiglie Nobili potrebbero diventare, o meglio, essere sempre state, le Otto Grandi Famiglie Nobili. Detto questo passiamo alle presentazioni e spiegazioni dei poteri: Creios, ha ereditato una variante dell’abilità di famiglia che gli consente di osservare e ascoltare attraverso le ombre, infatti ha già una carriera assicurata nell’Agenzia per Sorveglianza Segreta e Speciale Imperiale, mentre Anteros ha lo stesso potere di suo nonno, Lepin Edilogo, il Vincitore dell’Amore, il quale consente di manipolazione le emozioni al livello subconscio, potendo, in poco tempo, trasformare l’odio in amore o ceca devozione, ad esempio, ma la cosa funziona anche al contrario potendo incrinare rapporti che si credevano indistruttibili.”

Con queste parole Atair sparì, dopo averli invitati a discutere un po’ tra di loro e materializzando tre sedie attorno ad un tavolo rotondo.

   
 
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