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Autore: sarrestephan    16/06/2024    0 recensioni
Lysander Doyle ha un sogno; diventare un Dyver e proteggere la città di Fontaine dalle minacce dell'Abisso, come fece suo padre. Dopo aver dato prova del suo coraggio e delle sue abilità durante un assedio alla città, riesce finalmente a ottenere il permesso di arruolarsi. Ma diventare un Dyver si rivela essere tutt'altro che facile. Tra duro allenamento, pericolose prove fisiche, e il sorgere di un nuovo e pericoloso nemico, Lysander dovrà esercitare al meglio la sua intelligenza e le sue capacità strategiche per tenere in vita la sua squadra.
Nell'Accademia militare di Fontaine, i soldati vengono divisi in quattro divisioni a seconda delle loro capacità e abilità; i Sentinels, rappresentati dalla medusa e dal colore verde, i Bishops, rappresentati dalla balena e dal colore blu, i Raiders, rappresentati dallo squalo e dal colore rosso, e infine la divisione a cui appartiene Lysander, il protagonista, ovvero i Pioneers, rappresentati dalla piovra e dal colore viola.
Genere: Dark, Romantico, Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: Lemon | Avvertimenti: Contenuti forti
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UN SOGNO INFRANTO I








 
Se c’era una cosa che Lysander volesse più al mondo, era indubbiamente quella di diventare un Dyver.
 
I Dyvers erano uomini valorosi che proteggevano la città di Fontaine dalle minacce del mare, affrontandole con coraggio. Le loro imprese erano ricoperte di onore e gloria, e sin da piccolo Lysander aveva passato ore e ore a leggerne le storie, fino a impararne anche i dettagli più insignificanti.

Ma c’era una storia, in particolare, che amava più di tutte le altre, ed era quella di suo padre; Durland Doyle, il Dyver che lo aveva spinto a seguire le sue orme con il suo coraggio e la sua bravura.

Perciò non c’era da meravigliarsi per la sua eccitazione, quando il Concilio di Fontaine annunciò l’emissione delle lettere per la coscrizione militare. Era un evento che si verificava ogni anno, ma era in quell’anno che sarebbe importato davvero, perché Lysander, avendo raggiunto la maturità di diciotto anni, era finalmente idoneo all’arruolamento.

Ogni giorno si svegliava pieno di energia al pensiero. Si sentiva eccitato, ma soprattutto impaziente. Aveva aspettato così tanto tempo che ora che il momento era arrivato non ne poteva più di aspettare.

Alla fine, il giorno delle lettere arrivò. Era anche l’ultimo giorno di scuola, e Lysander, per la prima volta nella sua vita, si ritrovò a correre in classe almeno un’ora prima dell’inizio delle lezioni.

Ma quando arrivò al suo banco per vedere se c’era la lettera, non la trovò.

Non c’era nessuna lettera. Né sopra e né sotto il banco, per quanto Lysander cercasse.

Si sentì confuso, all’inizio. Diede una occhiata agli altri banchi, tutti provvisti di lettere, e realizzò che non si trattava di un errore.

Era stato escluso.

Il suo corpo si congelò, là in mezzo all’aula. La sua bocca si aprì e si chiuse, incapace di emettere suoni se non per un sottile e tremante non è possibile, non è possibile

Si sedette, sentendo le forze venirgli meno, e si mise a fissare la superficie liscia del banco con aria incredula.

Rimase così, per tutto il resto dell’ora, fino a quando non sentì la campanella.

Sobbalzò al suono squillante, guardandosi intorno con occhi sbarrati, e quando si accorse che i suoi compagni stavano per entrare in classe, si chinò subito sul banco per nascondere l’assenza della lettera. Sperava con tutto sé stesso che nessuno facesse caso a lui, anche se sembravano tutti avere la testa persa nei loro pensieri.

Erano silenziosi, come se non sentissero alcuna gioia alla notizia dell’arruolamento. Una ragazza per poco non pianse quando vide la lettera, mentre un altro ragazzo rimase fermo per alcuni lunghissimi istanti con gli occhi pieni di terrore nel vederla.

Ma non tutti erano avviliti all’idea di andare in guerra. C’erano alcuni, pochi, ragazzi che si davano delle pacche sulla schiena tutti contenti ed eccitati, sventolando le lettere nelle loro mani, e Lysander dovette distogliere lo sguardo per trattenere l’invidia che gli rodeva dentro.

“Hey, Doyle!” sentì. “Dov’è la tua lettera?”

Lysander sentì lo stomaco contorcersi. Rimase con lo sguardo fisso sulla finestra alla sua sinistra, sperando che chiunque l’avesse chiamato perdesse interesse, ma quel qualcuno non voleva mollare la presa.

“Che ti prende? Babbo Natale non ti ha portato il regalino?” continuò la voce, particolarmente fastidiosa, e Lysander si maledisse per non averla riconosciuta subito.

Si voltò, e lanciò un’occhiataccia a quell’insopportabile di Aleksandr Frank. Era un ragazzo alto e muscoloso, tanti lo erano, ma lui si distingueva per la cicatrice sulla guancia, capelli rossi tagliati sottili sottili, e la presenza di soli tre neuroni nel cervello.

Ma Lysander era convinto che in realtà ne avesse soltanto due; uno rimaneva nascosto per tutta la vita mentre l’altro lo inseguiva disperato.

“Fatti gli affari tuoi, Frank” ribatté Lysander. “La mia lettera—”

“Non c’è” continuò Aleksandr per lui con un ghigno sulla faccia. “Non posso dire di essere dispiaciuto. Perché non lo sono, infatti.”

Lysander fece una smorfia.

Aleksandr si sedette al suo banco. Senza staccargli gli occhi di dosso, prese la sua lettera e la sventolò in alto, mentre il ghigno sulle sue labbra si allargava. “Grazie per avermi lasciato tutta la gloria, Doyle. Penserò a te quando mi acclameranno.”

E poi si voltò.

Lysander lo fissò. Lo fissò con puro odio negli occhi, e questa volta non pensò nemmeno un attimo di distogliere lo sguardo. Aleksandr sapeva quanto tenesse a quella lettera, ad arruolarsi. Come lui condivideva il sogno di diventare un grande Dyver, solo che pensava più alla fama e ai soldi.

Lysander non poteva credere che uno come Aleksandr fosse stato preso e lui no. Aveva i voti migliori di tutta la classe, e, forse, anche di tutta la scuola. Gli insegnanti non facevano altro che tessere le lodi della sua intelligenza, e, anche se non aveva il fisico di Aleksandr, aveva sempre ottenuto risultati soddisfacenti nelle prove fisiche. Per non parlare del nobile intento che lo spingeva a volersi arruolare.

E allora perché, nonostante tutto questo, era stato escluso?

La domanda continuò a girargli in testa per tutta la durata delle lezioni, impedendogli di concentrarsi. Era insolito per lui essere distratto e non alzare la mano per rispondere alle domande. I suoi compagni si voltarono spesso a guardarlo, compreso Aleksandr con il suo immancabile ghigno. Persino gli insegnanti gli lanciarono delle occhiate stranite.

Lysander si sentiva soffocare sotto il peso dei loro occhi, e dovette allentare il colletto della divisa un paio di volte per poter respirare. Continuava a spostare lo sguardo dal banco all’orologio fisso al muro. Non vedeva l’ora di tornare a casa per annegare nel suo sconforto, sapendo di non poter fare altrimenti, ma più guardava le lancette, e più il tempo sembrava allungarsi. L’attesa stava diventando una lenta agonia, e ciò non faceva altro che peggiorare il suo umore.

Quando finalmente l’ultima lezione terminò, Lysander si alzò bruscamente, con la mano stretta attorno alla maniglia della sua valigetta scolastica, che d’altra parte non aveva nemmeno aperto. Voleva andarsene, eppure i suoi piedi non si mossero, inspiegabilmente.

Tenne lo sguardo basso mentre i suoi compagni prendevano le proprie cose, apprestandosi ad uscire dalla classe. Con la coda dell’occhio vide Aleksandr riservargli un ultimo sorriso di scherno prima di andarsene con i suoi amici, o meglio sgherri, e non poté fare a meno di borbottare tra sé e sé quanto fosse insopportabile.

In pochi istanti, l’aula si svuotò e rimasero solo Lysander e l’insegnante, che si stava infilando il cappotto.

Lysander lo guardò con gli occhi incerti, e le labbra strette strette. Sapeva di non poter cambiare le cose, ma non voleva nemmeno andarsene senza capire come mai era stato escluso. Il non sapere lo stava divorando dentro quanto la delusione del non essere stato accettato.

E così si ritrovò a camminare verso l’insegante. “Professore,” lo chiamò.

L’uomo, dal viso anziano e dagli occhi vispi, si voltò verso di lui. “Oh, Signorino Doyle.” Gli sorrise. “Cosa posso fare per lei?”

Lysander fece un profondo respiro prima di parlare, “Sono stato… l’unico in classe a non aver ricevuto la lettera.”

“Sì, ne sono a conoscenza. Dopotutto, sono stato io a depositare le lettere nella vostra classe questa mattina.”

“Allora, lei sa—”

“So cosa, signorino Doyle?”

Lysander abbassò lo sguardo, sentendosi la gola farsi improvvisamente secca.

Non finì la frase.

L’insegnante lo fece per lui, con un tono sorprendentemente dolce, “So come mai è stato escluso?”

Lysander alzò gli occhi per un istante, e annuì.

L’uomo sopirò, come se quello che stava per riferirgli non gli portasse alcuna gioia. “Mi ascolti, signorino Doyle,” gli disse sottovoce. “So bene quanto lei tenga ad essere arruolato. Solo uno sciocco non avrebbe notato il suo sguardo brillare ogni volta che si parla dei Dyvers. È ammirevole, quello che vuole fare della sua vita, e ha le perfette capacità per realizzare il suo obbiettivo.”

Lysander si sentì lusingato dalle sue parole, anche se sapeva che c’era un ma che stava per arrivare.

“Ma—”
Eccolo, pensò tristemente.

“—sua madre ha fatto un appello al Concilio. Ha richiesto di farla escludere dall’arruolamento quest’anno e per tutti gli altri anni a venire,” concluse l’insegnante.

Lysander trasalì.

Rialzò lo sguardo, fissando l’uomo con occhi increduli. “Mia… Mia madre?” ripeté in un rivolo di voce.

L’insegante annuì, lentamente, mentre studiava la sua reazione. “Ebbene sì. È stata sua madre.”

Lysander si sentì frastornato. Un turbinio di pensieri ed emozioni tutte contrastanti lo travolsero all’improvviso, lasciandolo senza fiato.

“Io… Io non capisco,” mormorò Lysander con voce tremante. “Mia madre sa quanto è importante per me diventare un Dyver. È il sogno che ho sin da bambino. Non permetterebbe mai che—”

“Che suo figlio si arruoli, rischiando di non tornare mai più?”

Lysander guardò l’uomo con occhi sbarrati. “Cosa? No, Io—” continuò, con tono incerto, prima di zittirsi completamente.

Non sapeva più cosa dire.

L’insegnante posò una mano sulla sua spalla e la strinse, come se volesse rincuorarlo. “Sua madre ha a cuore il suo bene, e, come tante altre madri farebbero, si è spinta fino al limite dell’impossibile per tenerla al sicuro. Non è tutti i giorni che il Concilio offre così tanta clemenza, ma l’impegno di suo padre in guerra è stato di così grande rilevanza che le hanno permesso la grazia di risparmiarla, dopo che li ha pregati di farlo.”

Vedendo l’espressione amareggiata di Lysander, decise di aggiungere, “Non sia arrabbiato con lei. Ci sono tante altre cose che può fare per aiutare a proteggere Fontaine, cose che la terrebbero al sicuro.” Gli lasciò la spalla. “È uno studente brillante, dopotutto. Forse non è una brutta cosa che lei non vada a rischiare la vita in guerra. Ha tutte le capacità per arrivare fin in superfice e lavorare per gente molto importante. È una gran fortuna!”

Infine, l’insegnante gli diede una pacca di incoraggiamento sulla schiena, e poi lo lasciò, superando la soglia della porta con un sorriso in volto.

Lysander non lo guardò andare via. Tenne gli occhi fissi su un punto imprecisato tra le sue scarpe, sperando, con tutto sé stesso, che potesse risucchiarlo.

“Già.” Storse il naso. “Proprio una gran fortuna.”

Se l’insegnante sentì il sonoro schianto di una valigetta venire lanciata contro la lavagna, sembrò non darci peso, continuando invece a camminare.
   
 
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