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Autore: sarrestephan    07/07/2024    1 recensioni
Lysander Doyle ha un sogno; diventare un Dyver e proteggere la città di Fontaine dalle minacce dell'Abisso, come fece suo padre. Dopo aver dato prova del suo coraggio e delle sue abilità durante un assedio alla città, riesce finalmente a ottenere il permesso di arruolarsi. Ma diventare un Dyver si rivela essere tutt'altro che facile. Tra duro allenamento, pericolose prove fisiche, e il sorgere di un nuovo e pericoloso nemico, Lysander dovrà esercitare al meglio la sua intelligenza e le sue capacità strategiche per tenere in vita la sua squadra.
Nell'Accademia militare di Fontaine, i soldati vengono divisi in quattro divisioni a seconda delle loro capacità e abilità; i Sentinels, rappresentati dalla medusa e dal colore verde, i Bishops, rappresentati dalla balena e dal colore blu, i Raiders, rappresentati dallo squalo e dal colore rosso, e infine la divisione a cui appartiene Lysander, il protagonista, ovvero i Pioneers, rappresentati dalla piovra e dal colore viola.
Genere: Dark, Romantico, Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: Lemon | Avvertimenti: Contenuti forti
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UN SOGNO INFRANTO V








 

NOTA

Questo è stato un capitolo difficile da scrivere, e ancora non sono soddisfatta. Il problema è stato che ho passato una settimana in Germania e non sono riuscita a mettermi a scrivere come si deve, ero troppo distratta.

Mi scuso ancora per il ritardo. Probabilmente aggiungerò delle modifiche nei prossimi giorni, oltre a quella nella presentazione generale del libro.





Una volta sceso alla sua fermata, Lysander venne subito investito dall’odore di piscio e feci umane, a cui aveva fatto l’abitudine a suo malgrado. Non per questo, però, lo trovava più gradevole delle prime volte. Il puzzo, infatti, era a dir poco invasivo. Cercava di entrargli nelle narici, insistente, costringendolo a tapparsi il naso con due dita per non respirarlo.

Non era sempre stato così. Certo, la città di sotto non era mai stata pulita e profumata come quella di sopra, ma con l’aumento del malcontento e delle difficoltà della vita la situazione era sprofondata nella degenerazione più totale, causando anche un’impennata nel numero di senzatetto, e di criminali. Perché, purtroppo, c’erano anche loro.

Lysander si incamminò con passo frettoloso, attraversando la piccola stazione del suo quartiere, e tenne lo sguardo basso per evitare di incrociarlo con quello della figura rannicchiata contro il muro. Era un senzatetto, dagli occhi ingialliti e alienati, con cui Lysander aveva avuto il dispiacere di avere a che fare non poche volte.

Si comportava in modo piuttosto irascibile, oltre che imprevedibile. Sembrava avercela con tutti, tanto da arrivare ad assalire chiunque osasse incrociare il suo sguardo, o provasse ad avvicinarsi a lui.

Lysander lo aveva detestato all’inizio, addirittura ripugnato, per via del tanfo che si portava addosso e della sua bocca volgare. Poi, gli giunse voce della sua infelice storia, e smise di disprezzarlo, provando invece una sorta di compassione.

Da rispettato e privilegiato uomo del Concilio a un senzatetto tormentato dai fantasmi del suo passato.

Nessuno sapeva di più, e nessuno chiedeva di più, compreso Lysander, ma nella sua mente si domandava sempre cosa avesse causato la sua caduta in disgrazia.

Nonostante la sua curiosità, lo superò senza dargli troppa attenzione. Era meglio così, e quell’uomo non voleva altrimenti.

Ma la sua voce, rauca e gracchiante, si fece sentire all’improvviso, e Lysander gli lanciò una veloce occhiata. Perdonami, signore. Perdonami, per le mie colpe. Perdonami, perché è tutta colpa mia, sussurrava, battendo la testa contro il muro a ogni pausa tra le parole. Il lento e cadenzato tum, tum, tum che ne scaturì fu un suono a dir poco agghiacciante.

Lysander sentì un brivido attraversarlo, distogliendo bruscamente lo sguardo. Liberò il naso dalla stretta delle dita e velocizzò il passo per salire i gradini che lo avrebbero portato fuori dalla stazione.

Il suono dei suoi passi affrettati rimbombò lungo le pareti della scalinata, ma non fu abbastanza alto da coprire il lamento che raggiunse le sue orecchie alcuni gradini più tardi.

La mia piccola Sissy… Sentì, e un altro brivido lo attraversò. La mia Sissy!...

Lysander raggiunse l’ultimo scalino, lasciandosi alle spalle il lamento del senzatetto con un sospiro di sollievo.

Poi, si incamminò verso casa.

Attraversò la lunga galleria che collegava l’edificio più vicino alla stazione. I vetri trasparenti permettevano una chiara visuale della natura marina delle acque circostanti. I loro colori erano difficili da ignorare, specialmente quando erano così vicini.

Lysander rallentò il passo per alcuni istanti, così da ammirarne l’intensità, il bagliore, ma poi un’anziana signora sbattette contro il suo fianco, riscuotendo la sua attenzione.

“Giovani!” La sentì esclamare con voce stridula, prima di abbassare la voce. “Sempre con la testa per aria.”

Lysander le scoccò un’occhiataccia. “Buongiorno anche a lei,” le disse, anche se questa lo ignorò, proseguendo per la sua strada.

Lysander fece lo stesso, facendosi strada tra le persone che camminavano avanti e indietro. Avevano tutti un atteggiamento affrettato e infelice. Tenevano la testa bassa come se fossero persi nei loro pensieri, o meglio nelle loro preoccupazioni. Molti erano in tenuta da lavoro, e quella maggiormente utilizzata era indubbiamente quella da operario di sicurezza, forse l’occupazione più pericolosa dopo il mestiere di Dyver.

C’era sempre una grande richiesta di forza lavoro quando si trattava di operai di sicurezza, dal momento che erano addetti alla regolare manutenzione e il giornaliero controllo delle difese di Fontaine.

Come i Dyvers venivano trasportati fino al fondale marino sotto la città, e indossavano delle tute da palombaro, anche se più semplici e ingombranti.
Lavoravano in parte ai grandi archi di cemento e acciaio che, ancorati al fondale, aiutavano a sostenere Fontaine. Essi si congiungevano tutti nel suo centro, tra la città di sopra e quella di sotto.

In parte, però, gli operai di sicurezza lavoravano anche alle torrette e alle mura di difesa. Queste formavano un ampio anello attorno a un profondo e oscuro buco nel fondale marino, che veniva costantemente monitorato da appositi dispostivi lungo tutto il perimetro delle mura e in cima alle torrette.
Quel buco, era conosciuto come la Gola.

La Gola era il canale che congiungeva il mare sottostante alla città di Fontaine a un luogo oscuro, e pieno di insidie, chiamato l’Abisso, dove serpeggiavano i mostri che minacciavano la sopravvivenza della città.

Non c’era da meravigliarsi nel vedere i volti consumati degli operai, mentre superavano Lysander per andare a prendere il sottomarino. La paura e la tensione a cui erano sottoposti ogni giorno sarebbero state in grado di mettere in ginocchio anche il più sicuro e forte dei Dyvers, soprattutto perché, a differenza loro, non avevano alcun modo di proteggersi.

Le loro tute erano pesanti, impedivano loro libertà nei movimenti, ed erano completamente prive di protezioni o armi.

In poche parole, se un Dyver aveva la possibilità di sopravvivere nell’incontro con un Abissino, così venivano chiamati i mostri, gli operai potevano solo sperare di ricevere una morte veloce e indolore.

Ma non era mai così.

Lysander non volle pensarci, così distolse lo sguardo dagli operai, che camminavano come se fossero già morti. Proseguì oltre, uscendo dalla galleria e addentrandosi nel quartiere in cui viveva.

Era un agglomerato di palazzi con una piccola piazza al loro centro, sormontata da una cupola di vetro trasparente come quello della galleria. La vista del mare era meravigliosa, ma non si poteva dire lo stesso della piazza vera e propria.

Quello che un tempo era un luogo felice e ameno si era ormai trasformato nel suo esatto opposto. Via erano andati gli striscioni dagli slogan entusiasti, le decorazioni che abbellivano le vetrine dei negozi, e le bancarelle traboccanti di merce.

La vita sembrava essersi spenta insieme alla speranza di sopravvivere, trascinando con sé anche l’intera città di sotto, facendola assomigliare a un luogo tetro e grigio.

Morto.

Lysander attraversò la piazza, facendosi spazio tra la folla silenziosa, fatta eccezione per alcune grida che catturarono subito la sua attenzione.
“L’Abisso ci divorerà tutti!” urlò un uomo vestito di stracci, dai capelli unti e stropicciati. Aveva gli occhi rossi, così tanto da sembrare iniettati di sangue, e dimenava le braccia verso l’alto, come se cercasse di rivolgersi a una entità divina.

Lysander si scostò per evitarlo mentre lui continuava il suo discorso, “Confessate i vostri peccati, pregate l’Abisso, nostro signore, di risparmiarci!”
“Maledetti fanatici,” mormorò un uomo alla sinistra di Lysander, e lui non poté altro che concordare.

Tra tutte le problematiche della loro vita c’erano anche i fanatici, persone disperate e spaventate, che vedevano l’Abisso come una entità divina venuta a giustiziare l’umanità. Credevano che piegarsi al cospetto di questa presunta divinità li avrebbe risparmiati, e, convinti di questo, esortavano anche gli altri abitanti a unirsi al loro culto.

All’inizio era sembrata una stupidaggine, ma le loro parole cominciarono presto a fare breccia nei cuori della gente, facendo leva sulle loro sofferenze e sulle loro paure.

I membri del culto erano cresciuti di numero in poco tempo, e, se la situazione non fosse migliorata nel vicino futuro, sarebbe continuato a crescere.
Lysander sperò che non si arrivasse a tanto, o si sarebbero davvero perduti per sempre.

Continuò il suo cammino, e, percorrendo due, tre viuzze, si ritrovò finalmente davanti a casa sua.

Anche se casa non era più.

Dal momento che il padre di Lysander era morto, e che quindi non poteva più mantenere la famiglia, sua madre, Susan Alles, si era vista costretta a inventarsi un modo per sopravvivere. Essendo una semplice cameriera prendeva ben poco, perciò aveva deciso di mettere in piedi una piccola tavola calda insieme al fratello, lo zio di Lysander, Lennon Alles.

Il piano, fortunatamente, aveva funzionato, e l’attività aveva permesso alla famiglia di andare avanti, ma per metterlo in atto l’immobile dove abitavano era stato modificato. Molte delle stanze che un tempo costituivano la loro casa erano state trasformate, lasciando solo due stanze da letto, un bagno, e un piccolo soggiorno. La cucina era diventata quella della tavola calda, e così come i tavoli che usavano per mangiare.

Era stato un duro sacrificio, specialmente quando si è trattato di svuotare la camera di suo padre, ma era stato a fin di bene.

Lysander vedeva le luci accese delle finestre, e scorse alcune figure passare davanti. Dovevano aver cominciato il turno senza di lui, e Lysander si sentì in colpa per essere arrivato tardi. Era sempre disposto ad aiutare sua madre e suo zio come cameriere, dal momento che per lui non era stancante raccogliere ordinazioni e ritirare piatti sporchi.

Lysander decise, quindi, di mettersi subito al lavoro, entrando nell’edificio dove abitava, costituito solamente da un lungo e unico piano terra. Davanti all’entrata principale, quella utilizzata dai clienti, suo zio aveva appeso un cartello con su scritto il nome della tavola calda, La seppia nera, che sbattette contro la porta quando Lysander la richiuse dietro di sé.

Come si aspettava, erano nel pieno del turno pomeridiano, e suo zio non era in vista, stranamente. L’uomo era solito portare le ordinazioni ai tavoli insieme a Lysander, anche se in realtà lavorava come cuoco. Aveva cominciato a farlo da quando la madre di Lysander e sua sorella, che lavorava come cameriera, si era ritirata nelle sue stanze private. Da quel momento in poi, Susan Alles non aveva più messo piede fuori dalle stanze della loro abitazione, rinchiudendosi sempre di più in sé stessa.

Sua madre aveva resistito per tutto il funerale, e per i giorni a seguire. Durò ben due settimane, il tempo di mettere in piedi l’attività della tavola calda, e poi era crollata.

La realizzazione che suo marito fosse morto l’aveva colpita in ritardo, tutt’a un tratto, facendo crollare quella maschera di sicurezza e fermezza che stava cercando di mantenere.

Di conseguenza, Lysander non si aspettava di vederla nel piccolo ristorante.

Eppure la vide.

Era proprio lei. Stava servendo i tavoli con un sorriso, forzato, di cortesia, ma pur sempre un sorriso, e si destreggiava tra i tavoli con facilità e scioltezza, come se non avesse mai smesso.

Lysander non poteva credere ai suoi occhi.

“Lysander, ragazzo mio!” Sentì un forte colpo alla spalla, e trattenne un grugnito di dolore. Suo zio non era mai stato bravo a contenere il proprio entusiasmo. “Mi stavo domandando dove fossi finito!”

Lysander si voltò, posando lo sguardo su suo zio, vestito nella sua tenuta da cuoco. Lennon Alles era un uomo molto alto e dalle braccia forti. I suoi occhi brillavano sempre di una luce calda, confortevole, e Lysander ne sentì il calore addosso non appena li incrociò con i propri.

“Che mi venga un colpo! Hai fatto a pugni con un Abissino?” gli chiese lo zio con tono vagamente divertito. “Non vorrai far preoccupare tua madre, spero.”

Alla menzione della madre, Lysander si voltò verso di lei, ancora una volta incredulo, stranito. “È…” Gli mancavano le parole. “È bello vederla tornare al lavoro. La compagnia dei clienti le farà bene…Credo.”

Vide suo zio annuire con la coda dell’occhio.

Come se sua madre avesse percepito che stessero parlando di lei, si voltò, e i suoi occhi si spalancarono quando videro Lysander. All’inizio, sembrarono atterriti, come se non si fossero aspettati la sua presenza, poi divennero arrabbiati, constatando le condizioni del suo viso, per poi cambiare nuovamente, luccicando infine di una strana luce. O forse era semplicemente il bagliore delle lampade riflesse nelle sue iridi a farli apparire in quel modo.

Si guardarono per alcuni istanti.

A un certo punto un cliente richiamò l’attenzione di sua madre, e lei si voltò, ma a Lysander non mancò l’aria colpevole che il suo volto aveva assunto.
Comprendendone subito il motivo, sentì un nodo allo stomaco, e cercò di ignorarlo, consapevole che non era né il momento e né il luogo adatto per discuterne.

Perciò, si rivolse allo zio, chiedendogli, “Hai delle portate in attesa?”

L’uomo gli sorrise. “Certo, ragazzo.” Gli diede un affettuoso colpetto sul braccio. “Sarà meglio che tu ti metta al lavoro. Qui stanno morendo di fame!”
E così fece.

Lavorando, il tempo passò in fretta. Tra il prendere le ordinazioni, portare il cibo ai clienti, e ripulire i tavoli, i minuti divennero ore, e le ore si susseguirono fino ad arrivare all’orario di chiusura a tarda sera. Fu un turno lungo, faticoso, molto più di quanto Lysander pensasse, e il motivo stava nel fatto che si era spesso imbattuto nella madre, che evitava palesemente il suo sguardo. I clienti, invece, lo fissavano, attirati e incuriositi dal suo viso malmenato, ma non indugiarono in una conversazione al riguardo, per sua fortuna, limitandosi solamente ad alcuni commenti a bassa voce.

Nonostante ciò, tutto andò liscio. Lysander sapeva, però, che presto le cose sarebbero cambiate, e che quella discussione che tanto temeva e tanto desiderava stava per arrivare.

E quando infine arrivò, realizzò di non essere pronto.

I clienti erano andati via, lasciando la saletta vuota e fredda. Anche Lennon aveva fatto lo stesso per tornare dalla moglie e dai suoi due figli, che erano molti piccoli e ancora bisognosi di attenzione.

Le luci della tavola calda erano flebili, fioche. Permettevano alla penombra di regnare nella saletta, facendola sembrare ancora più vuota e fredda, senza vita. Era sempre così quando i clienti se ne andavano.

Lysander stava spazzando per terra. Il rumore della scopa era tutto ciò che si poteva sentire nel silenzio della stanza, carico di anticipazione, perché sua madre era proprio lì con lui. Se ne stava seduta a uno dei tavoli con ancora indosso il grembiule da cameriera. Aveva lo sguardo abbassato sulle sue mani, che teneva in grembo, eppure Lysander sentiva la loro intensità come se lo stessero guardando.

E infine, lo fecero, lo guardarono, e Lysander lesse una miriade di emozioni in essi, completamente in contrasto le une con le altre.
Non riuscendo a sopportarne l’intensità, si voltò, continuando a spazzare.

Non passò molto tempo prima che sua madre rompesse il silenzio. “Sei tornato tardi,” mormorò. La sua voce era piatta, quasi monotona.

Lysander si fermò. Scoccò un’occhiata a sua madre. “E tu sei tornata a lavorare.”

“A quanto pare.”

Si guardarono per alcuni istanti, e poi distolsero entrambi lo sguardo.

Lysander ritornò a spazzare. Pensava che la discussione fosse finita lì, così con due parole, come succedeva da molto tempo oramai, ma sua madre lo sorprese facendogli un’altra domanda.

“Hai fatto di nuovo a pugni?”

Lysander sapeva che sua madre aveva notato lo stato del suo viso, sperava però ci sarebbe passata sopra. Non aveva voglia di parlarne, non quando non avevano ancora discusso l’elefante nella stanza.

“Sì, è così,” si limitò a dire, e ritornò in silenzio.

Sua madre sembrò fare lo stesso, ma riprese subito a parlargli dopo alcuni istanti. Questa volta con più insistenza nella voce.

“Non ti ho fatto escludere dall’arruolamento per farti ammazzare per strada.”

Lysander fece un sorriso tirato nel sentire quelle parole. Fu come se qualcosa si fosse spezzato in lui, rilasciando tutta la frustrazione, la delusione e la rabbia che stava trattenendo dentro da tutto il giorno. “Ah, allora vuoi parlare di questo.” La sua voce uscì più dura di quanto volesse. “Sono tutt’orecchi.”

La sentì inspirare bruscamente. “Lys, ti prego,” lo supplicò. “L’ho fatto per il tuo bene. Ho dovuto farlo.”

“Questo lo pensi tu.”

“Non permetterò che butti via la tua vita come ha fatto tuo pad—”

“Non osare! Non parlare così di papà!” urlò improvvisamente Lysander, sbattendo la scopa a terra. Si voltò verso sua madre, che a sua volta si alzò dalla sedia con il volto rigido e le mani stette in grembo.

Lysander le puntò il dito addosso. “Papà non ha buttato la sua vita per niente!” Era la rabbia e tutte quelle emozioni che lo stavano travolgendo a spingerlo a parlare. “Lui ha fatto qualcosa della sua vita! Non è rimasto a piangersi addosso e ha lottato duramente. Ha mostrato a tutti che era molto più di quello che dicevano. È diventato qualcuno, un eroe!”

“Un eroe morto, è pur sempre morto!” gli rispose indietro sua madre, alzando la voce. “L’essere un eroe lo ha ucciso, e adesso è solo un cadavere sepolto in mare!”

Gli si avvicinò con gli occhi che iniziavano a inumidirsi, e gli disse, “Il suo duro lavoro è stato per niente! Non c’è speranza per noi della città di sotto, non lo vedi? Potrà aver fatto vedere alla città di sopra che siamo molto più di quello che dicono, potrà aver vinto questa battaglia, ma alla fine ha perso la guerra.”

Una lacrime le scese sul viso, e lei se la asciugò con un gesto frettoloso della mano, come se avesse voluto nasconderla. “Si può vincere contro la città di sopra, ma nessuno può vincere contro l’Abisso,” sussurrò. La sua voce era diventata flebile, tremolante.

Lysander non vedeva così tanta emozione in sua madre da molto tempo. Era trattenuta, certo, ma era lì, in superfice.

“Lo so quanti volevi diventare un Dyver, Lys,” continuò lei, avvicinandosi di un altro passo. “Ma devi lasciar andare questo sogno prima che questi ti trascini in fondo al mare. Approfitta di questa occasione, e vivi. Sarai alla mercè dei signorotti della città di sopra, lo so, ma almeno non rischierai la vita. Loro possono tenerti al sicuro!”

“Fino a quando non li infastidirò con il mio odore,” ribatté Lysander. “O magari con il modo in cui scrivo. Quanto tempo ci vorrà prima che uno di loro mi butti in strada per un capriccio?”

“Lys—”

Mamma, smettila,” la fermò lui, alzando le mani per enfatizzare le sue parole. “Non puoi vendermi così a loro. Mi tratterrebbero come uno sguattero, un loro servitore, e papà non vorrebbe che mi piegassi così!”

“Ma almeno vivresti a lungo!”

“Vivere nascosto come un codardo non è veramente vivere. Preferisco vivere una vita breve ma piena di significato piuttosto che questo, anche se significa morire!”

Lysander le aveva praticamente urlato addosso, e se ne pentì subitamente, ritraendosi da lei. Si passò una mano sui capelli, lasciandosi sfuggire un sospiro agitato, turbato.

Sua madre non disse nulla. Anche lei si era ritratta, abbracciandosi forte come per sostenersi.

Lysander lo notò, e si sentì ancora più in colpa.

Così, con voce ammorbidita le disse, “Lo so che ti preoccupi per me, lo apprezzo molto.”

Lei si irrigidì.

“Ma non vuoi che io sia felice?” Glielo chiese con la voce che tremava, con il pomo d’Adamo che sobbalza nella gola.

Sua madre lo guardò. Aveva gli occhi lucidi e arrossati, e il labbro inferiore che le tremava. “Saresti davvero felice se la morte fosse alle tue porte domani?”

Lysander fece un sorriso. Non era forzato, era semplicemente piccolo, e sincero. “Dobbiamo tutti morire,” rispose, con le stesse parole che suo padre gli aveva detto tempo addietro. “Tutto ciò che possiamo fare è vivere una vita degna di tal momento.”

Sua madre aveva gli occhi spalancati.

Dopo alcuni istanti si premette forte una mano sulla bocca, soffocando un gemito addolorato, e iniziò a singhiozzare.

Era da tempo che non piangeva in quel modo.

Lysander sospirò. La ascoltò piangere in silenzio fino a quando non ne poté più, e la lasciò sola nella stanza vuota e fredda, con il suono del suo pianto a scivolare lungo le pareti.
   
 
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