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Autore: simocarre83    20/03/2017    1 recensioni
Secondo racconto che parte dopo l'epilogo del primo. quindi se volete avere le idee chiare sarebbe, forse, il caso di leggere anche il primo. Ad ogni modo, una brutta notizia che presto diventano due, due vittime innocenti, loro malgrado, nuovi personaggi e purtroppo nemici che compaiono o RIcompaiono. Ma sempre l'amicizia che ha, come nella vita, un ruolo fondamentale.
Genere: Drammatico, Fantasy, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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RITORNO AL PASSATO
Il sibilo durò per circa 3 ore. Durante le quali, a diverse riprese, avevano ripreso i sensi e riperso conoscenza. Tutti contemporaneamente. Quando era incominciato erano ormai le 19. Si risvegliarono definitivamente alle 22 passate.
“È incredibile!” disse Michele.
“Secondo me è stata colpa del sibilo!” aggiunse Giuseppe.
“Allora sapete anche voi quello che so io!” continuò Simone.
“Si! Almeno credo! Tutto ciò che riguarda il supercomputer e le tute ipertecnologiche!” concluse Michele.
Il cenno affermativo degli altri due non lasciava alcun dubbio.
Quello del sibilo, adesso lo sapevano, era un sistema costruito da Emanuele per inserire nella loro mente tutta quella mole di informazioni.
“Allora” esordì nuovamente Simone “Francesco e Emanuele hanno inventato questo sistema del sibilo, un super computer in grado di imparare dalle informazioni che riceve dall’esterno, ed un sistema autonomo di volo che utilizza l’energia solare o addirittura il calore corporeo per permettere di volare. A parte che non sappiamo solo questo. sappiamo anche i minimi particolari di progetto di queste tre cose. E sappiamo anche a che cosa sono servite tutte le invenzioni intermedie che hanno brevettato, e che gli hanno permesso di diventare ricchi”
“E forse sappiamo anche perché hanno messo a repentaglio la vita e l’hanno definitivamente persa per tenerlo nascosto. Ma sapete che queste cose, nelle mani sbagliate, sarebbero pericolosissime?” chiese Giuseppe.
“Si, Giuseppe! Lo sappiamo! Ed ecco perché Marco e gli altri hanno voluto a tutti i costi cercare le chiavi. Anche se dispiace tantissimo, menomale che Francesco e Emanuele non hanno rivelato nulla della loro esistenza!”
“Si, ma allora, come facevano Marco e gli altri a saperlo?!”
“PERCHÉ GLIEL’HO DETTO IO!”
Giuseppe, Simone e Michele si voltarono verso la porta della camera da letto, ma non c’era nessuno.
“Chi sei! Fatti riconoscere!” urlò Giuseppe, tentando di intimorire l’intruso.
“È INUTILE CHE URLI, TANTO CI SENTO BENISSIMO! NON ABBIATE TIMORE, SONO SEMPLICEMENTE QUESTA CASA”
“Questa casa?” esclamò Michele incuriosito da tutto quello che stava accadendo.
“SI! QUESTA CASA, O COME MI AVETE CHIAMATO PRIMA, IL SUPER COMPUTER CHE IMPARA ECC.ECC.”
“Si! effettivamente adesso che ci penso, sappiamo anche questo. Per permettere a tutta la memoria ed ai 50 microprocessori in parallelo di avere lo spazio necessario, Francesco e Emanuele hanno costruito il computer dentro questa casa, cioè tra le mura di questa casa. Se non sbaglio ti hanno chiamato Frem, dalle loro iniziali. O sbaglio?”
“NO! NON SBAGLIATE. EFFETTIVAMENTE SAPETE ANCHE QUELLO. IN REALTA’ IL SISTEMA DEI MIEI DUE PRECEDENTI PADRONI, PER INSERIRE NELLA MEMORIA DI QUALCUNO DELLE INFORMAZIONI, È STATA L’ULTIMA LORO INTEGRAZIONE NEL MIO SISTEMA. PURTROPPO LA PIU’ PREZIOSA E LA PIU’ PERICOLOSA. E NOTO CON PIACERE CHE QUESTA INVENZIONE FUNZIONA BENE!”
“Dove sono le tute!?” chiese Giuseppe. Simone e Michele si voltarono e gli lanciarono uno sguardo seccato e di incomprensione.
“Oh! Che volete?! Mi voglio divertire! So di poter volare, so come farlo, non voglio pensarci adesso alla morte di Emanuele e Francesco. Godiamoci questo momento!”
Effettivamente tutti e tre morivano dalla curiosità di provarle. Sentirono che una porticina si aprì, e notarono che l’anta dell’armadio si era scostata leggermente. Aprendosi.
All’interno, tre tute e tre caschi.
“ALLORA! QUESTE SONO LE TRE TUTE. CIASCUNO DI VOI DEVE INDOSSARE I CASCHI. LE TUTE, EVIDENTEMENTE SONO SCARICHE, QUINDI NON USATELE SE NON AL SOLE, ALMENO FINCHE’ IL COMPUTER DI BORDO NON SEGNALA LE BATTERIE COMPLETAMENTE CARICHE. TENETE CONTO CHE SI CARICANO ANCHE QUANDO LE INDOSSATE SEMPLICEMENTE, SENZA VOLARE. SOLO CHE SI CARICANO TANTO PIU’ VELOCEMENTE, QUANTO PIU’ LE TENETE ESPOSTE. QUINDI UN PICCOLO LEMBO AL SOLE CI METTE DI PIU’ A CARICARE LA TUTA. IL RESTO LO SAPETE. QUINDI BUON DIVERTIMENTO!” disse la “casa”.
In men che non si dica avevano indossato le tute e i caschi.
Non appena Simone aveva indossato il casco, quest’ultimo si accese. Se ne accorse perché sentì una piccolissima vibrazione dietro il collo. Per prima cosa provò a levitare in casa. Ci riuscì per un minuto buono, a circa trenta centimetri da terra. Era a dir poco eccezionale il modo in cui la tuta, che aderiva completamente al loro corpo, era in grado di sostenerlo, come se fossero su un piedistallo, ad una certa altezza. La forza di gravità sembrava annullarsi, invece, nel momento in cui si mettevano paralleli al terreno. Urlavano tutti e tre dall’emozione, ma i caschi erano completamente insonorizzanti, quindi dall’esterno non si sentiva niente.
“Ci hanno fatto un regalo bellissimo!” disse Michele agli altri due.
Pochi secondi dopo, le tute si posarono, in posizione verticale, nuovamente a terra. Cioè li fecero atterrare in piedi. Immediatamente dopo la vibrazione dietro il casco finì. Per questo compresero che le tute erano completamente scariche.
“Perché non andiamo a farci un giro all’aria aperta, così almeno si ricaricano un po’!?” chiese Simone.
Gli altri due accettarono.
Il modo principale per ricaricare le tute, rimaneva comunque tenerle all’aperto, o indossarle. Le tute infatti, si ricaricavano anche assorbendo il calore corporeo. Per questo motivo, riuscivano a mantenere al loro interno, una temperatura fissa di 25°C. in questo modo, riuscivano a subire sempre una cessione di calore dal corpo.
Si vestirono leggeri, con un paio di jeans e una camicia, almeno per non uscire così. E andarono a farsi una passeggiata. Un anonimo indicatore sulla manica destra della tuta, indicava lo stato della carica. Quando invece indossavano i caschi, sulla visiera avevano tutte le informazioni di cui necessitavano. Non solo sulla propria tuta e sui propri parametri fisici, ma anche sulle altre tute indossate in quel momento e sulle condizioni ambientali esterne di qualunque tipo. Almeno, questo loro lo sapevano teoricamente. Perché, per scambiare tra le tute e il super computer tutta quella mole di informazioni era necessaria una quantità di energia di alimentazione delle tute che loro, almeno per il momento, non avevano ancora. Si trattava di aspettare qualche ora. Una volta indossati i caschi, buona parte delle opzioni selezionabili, potevano essere scelte mediante comandi vocali.
“È incredibile quante cose è possibile fare con queste tute!” esclamò Giuseppe mentre erano in macchina “Dite che è questo che Marco e gli altri vogliono?”
“Beh! può darsi!” rispose Michele “il problema è capire come hanno fatto a venire a conoscenza di certe cose. È impossibile che abbiano saputo queste cose direttamente da Francesco e Emanuele!”
“A meno che Salvatore, dall’ufficio brevetti non li abbia informati!” suggerì Simone.
“Può essere, ma Francesco e Emanuele non hanno brevettato questi oggetti. Probabilmente rendendosi conto dei pericoli insiti nelle loro ultime tre invenzioni hanno preferito mantenerle segrete. Dite che se interrogassimo il computer saprebbe dirci qualcosa di più, forse sugli ultimi spostamenti di Francesco, prima dell’omicidio di Emanuele?”
“Credo proprio che sarà la prima cosa che faremo appena rientrati in casa!” concluse Simone.
Effettivamente era quasi mezzanotte quando tornarono a casa. Le tute si erano ricaricate veramente poco. Sapevano anche loro che l’unico modo per ricaricarle seriamente era volare all’aria aperta e alla luce del sole. Per questo avrebbero aspettato volentieri il mattino successivo.
“FACCIAMO COSI’: CHIAMATEMI FREM, ALMENO NON CONTINUATE A CHIAMARMI COMPUTER CHE È ANCHE PARECCHIO RIDUTTIVO NEI MIEI CONFRONTI!” disse il computer mentre stavano togliendosi le tute e riponendole nell’armadio.
“Va bene!” rispose Michele, divertito “ti chiameremo il modesto Frem!”
“Senti, Frem, puoi dirci qualcosa di più su ciò che è accaduto negli ultimi giorni di vita di Francesco e Emanuele?” chiese Simone.
“PENSO DI SI! DUE GIORNI PRIMA DELLA MORTE DI Emanuele, Salvatore È STATO RAPITO E TORTURATO, DA Marco E COMPAGNI. DI SOLITO Salvatore LI AVVISAVA DEI BREVETTI DEPOSITATI DAI DUE, E DEL LORO UTILIZZO, MA ORMAI DA PIU’ DI UN ANNO, Francesco E Emanuele NON PRESENTAVANO ALCUN BREVETTO. Marco AVEVA INCOMINCIATO A PENSARE CHE SOTTO CI FOSSE QUALCOSA, ALLORA AVEVA RAPITO Salvatore E L’AVEVA INTERROGATO. DOPO ESSERE STATO LIBERATO, E NON AVENDO COMUNQUE DETTO NIENTE, IN QUANTO ALL’OSCURO DI TUTTO, HA DECISO DI AVVISARE IMMEDIATAMENTE I DUE. CHE SI SONO SUBITO ALLARMATI, DOPO AVER FATTO DENUNCIARE A Salvatore LA PROPRIA AGGRESSIONE. Marco DEVE ESSERE RIUSCITO A RAGGIUNGERE Emanuele E UCCIDERLO. IL GIORNO DELLA MORTE DI Emanuele, MOSSO DAL PRESENTIMENTO CHE SAREBBE ACCADUTO PRESTO QUALCOSA, Francesco ERA VENUTO QUI A Policoro, PER NASCONDERE LE CHIAVI CHE PROVOCAVANO L’ACCENSIONE DEL DISPOSITIVO PER IL TRASFERIMENTO ACUSTICO DELLE INFORMAZIONI. LE QUATTRO CHIAVI. LASCIATE LE CHIAVI NELLA CASSETTA DI SICUREZZA DELLA BANCA DI PISTICCI, E AVVISATO DAL SOTTOSCRITTO DEL PERICOLO CHE CORREVA SUO FRATELLO, Francesco è VOLATO FINO A MATERA, DOVE HA TROVATO Marco. A SEGUITO DELLO SCONTRO, MARCO È RIUSCITO A PRENDERE LA TUTA DI Emanuele E QUELLA DI Francesco”
“Cioè vuoi dire che Marco ha due tute?!” chiese Giuseppe preoccupatissimo.
“SI! MA NON PUO’ USARLE. Francesco, POCO PRIMA DI PARTIRE PER MATERA, HA CANCELLATO QUASI COMPLETAMENTE LA MIA MEMORIA. HA ANCHE PROGRAMMATO IL SISTEMA ACUSTICO PER RESTITUIRMELA NON APPENA FOSSERO STATE USATE LE CHIAVI. IN PRATICA, SONO STATO INCAPACE DI FARVI USARE LE TUTE, FINO A QUANDO, PRIMA, NON AVETE ATTIVATO IL DISPOSITIVO. E TUTTORA, IO SONO L’UNICO CHE PUO’ PERMETTERE ALLE TUTE DI COMUNICARE TRA LORO. E SONO STATO PROGRAMMATO PER PERMETTERE DI FARLO SOLO ALLE VOSTRE TRE TUTE!”
“E poi cosa è successo?!” continuò Michele.
“POI Francesco E’ STATO ARRESTATO, MA SPIEGARE COSA AVEVA FATTO QUEL GIORNO A Policoro ERA POCO SAGGIO. PER QUESTO SI E’ INVENTATO DELLE SCUSE. L’ARRIVO DI Nicola GLI HA PERMESSO DI RISOLVERE BUONA PARTE DEI PROBLEMI ESSENDO SCAGIONATO ED AVENDO LA POSSIBILITA’ DI MODIFICARE IL TESTAMENTO. POI, PERO’, RITORNO’ A Policoro PER ORDINARE LA COSTRUZIONE DELLE TRE TUTE. QUANDO SE NE ERA APPENA USCITO PER TORNARSENE DEFINITIVAMENTE A MATERA, E’ STATO NUOVAMENTE INTERCETTATO DA Marco, CHE A QUESTO PUNTO NON HA AVUTO PIETA’. SONO RIUSCITO A PRELEVARE DALL’ARCHIVIO DELLA POLIZIA SCIENTIFICA IL FILMATO, E HO DECISO DI CANCELLARLO DALLA MIA MEMORIA, RICORDANDOMI IL MOTIVO PER CUI L’HO FATTO! DOPO LA MORTE DI Francesco MI SONO AUTO MESSO IN STAND-BY FINO AL MOMENTO IN CUI NON AVESSERO INSERITO LE TRE CHIAVI SPECIALI NELLA SERRATURA DI ATTIVAZIONE DEL SISTEMA ACUSTICO!”
“Cosa può fare Marco con le tute?”
“VOLARE E UTILIZZARE IL MANIPOLATORE MAGNETICO!”
“Il mani…cosa?” chiese Simone.
“IL MANIPOLATORE MAGNETICO. MA NON SAPETE CHE COS’E’?”
“No! Di cosa si tratta?” domandò Giuseppe. Non l’avesse mai fatto.
Cinque secondi di un fortissimo suono, pervasero la casa, e le loro orecchie. E cinque secondi dopo la sua domanda, tutti e tre lo seppero.
“Frem!?” chiese Simone.
“SI?!”
“La vuoi piantare una buona volta di usare quell’arma malefica?!” chiese, visibilmente alterato.
“VA BENE! SCUSA! NON LO FARO’ PIU’ SE NON SARETE VOI A RICHIEDERMELO!” rispose quest’ultimo tranquillamente.
“Grazie!”
“Quindi, come usano il magnetismo terrestre per orientarsi e per volare, allo stesso modo, possono sviluppare dei campi magnetici per spostare qualsiasi cosa di metallo! Siamo a posto!” concluse Michele.
Quello che udirono in quelle ore fu sufficiente per desiderare ardentemente di andarsene a dormire. Era quasi l’una e il giorno seguente avevano veramente tantissime cose da fare.
--O--

Il 26 Aprile, venerdì, Simone, Giuseppe e Michele furono impegnati tutto il giorno per completare gli ultimi e decisivi passaggi per la vendita di case e la cessione dell’azienda. Sentirono anche le loro famiglie, pur ritenendo opportuno non raccontargli nulla, di quello che avevano scoperto la sera prima. Grazie alla sapiente guida di Nicola, riuscirono a risolvere quasi tutto in giornata. Il lunedì successivo, una lunga seduta dal notaio avrebbe chiuso definitivamente quasi tutte le questioni.
Erano quasi contenti di apprezzare la compagnia di Frem. Risultava essere addirittura simpatico. Evidentemente Francesco ed Emanuele avevano inserito anche qualche programma che facilitasse le sue relazioni sociali.
Era la notte tra il venerdì e il sabato. Il silenzio in quella casa era solo interrotto dal respiro regolare di Michele e dal leggero russare di Simone. Finché un telefono che squillava non rovinò l’atmosfera idilliaca.
Il cellulare si mosse, guidato da una forza invisibile. In realtà era Michele, che al buio prendeva in mano il telefono e lo avvicinava a sé cercando di capire cosa stesse succedendo.
“Cosa è successo?!” chiese, svegliandosi e svegliando completamente anche gli altri due.
“Arrivo subito!” disse. Alzandosi immediatamente.
“Che cos’è stato?!” chiese un più che assonnato Giuseppe.
“Hanno ucciso Salvatore! Devo correre immediatamente a Matera. Fortunatamente la tuta è abbastanza carica” disse mentre la infilò.
“Vuoi che veniamo con te?” disse Simone.
“No, riposatevi pure!” concluse Michele, mentre prendeva il casco, dopo essersi completamente vestito.
Quattordici minuti e trenta secondi dopo, atterrò sotto casa sua, a Matera, dove poté indossare sulla tuta qualcosa di meno vistoso. La tuta era quasi completamente scarica. Evidentemente la velocità, facendo consumare più o meno energia, riduceva di parecchio la carica della batteria. Inoltre, avendo viaggiato di notte, non ebbe praticamente quasi alcuna fonte di energia alternativa da utilizzare.
Neanche quindici minuti dopo, si fece venire a prendere da una macchina della polizia per essere accompagnato sul luogo del ritrovamento del cadavere.
E ciò che vide lì fu incredibile. Solo il DNA aveva permesso di riconoscere immediatamente che si trattava di Salvatore. perché era irriconoscibile. Intorno al cadavere furono trovati una decina di aghi. Questo permise al medico legale di ricostruire come potevano essere andate le cose.
“È come se fosse stato attraversato decine, centinaia di volte da tutti questi aghi. Da parte a parte. È spaventoso!” disse il dottore.
“Era già morto?” chiese Michele.
“No! Non credo. Deve essere morto dissanguato. A giudicare dal più forte sanguinamento di alcune ferite rispetto ad altre, l’agonia deve essere durata almeno un paio d’ore. Comunque con gli strumenti che ho a disposizione in laboratorio, posso tranquillamente essere più preciso, ma domani mattina!” concluse il medico.
“Ok! Grazie delle informazioni! Attendo sue notizie! Io sono in ferie, quindi può tranquillamente mandarmi il referto lunedì, e comunque via e-mail. appena riesce a farci avere gli aghi gliene sarei molto grato!”
“Va bene, buonanotte!” disse il dottore, mentre si allontanava con i suoi due assistenti.
Michele rimase qualche altro minuto, incaricò uno dei suoi assistenti della gestione delle indagini e prese una macchina di servizio per ritornare a Policoro.
Alle sette del mattino dopo anche Simone e Giuseppe erano edotti della situazione.
“E così hanno eliminato l’unico testimone che poteva essere collegato a loro!”
“Già!”
“SCUSATE! GUARDATE QUI!” fece notare Frem, mentre accendeva il televisore.
“È STATO MESSO QUESTA MATTINA NELLA CASELLA DELLA POSTA DI QUESTA CASA!” disse.
Era un DVD. E conteneva un video. E anche un virus che poteva fare una copia di backup di tutto il contenuto di Frem e mandarlo via Internet in un posto imprecisato. Una volta reso inoffensivo il virus, Frem fece partire il video. Era, come per Francesco, il video della morte di Salvatore. Solo che c’era anche un appello.
“Cari vecchi amici! Sono convinto che la lezione che riceverà Salvatore servirà a farvi capire che faccio sul serio e che ho il potere di farlo. Voglio che, entro domenica sera, consegniate a Dorian i progetti della macchina per la memoria. Se non lo farete, farò lo stesso giochino con i vostri figli. Di cosa si tratta? Guardate!”.
Era Marco che parlava. Era cresciuto, era cambiato, ma era lui. E si scostò, mentre poco dietro di lui, si poteva scorgere la sagoma di una persona, con mani e piedi legati ad un palo. Su di essa, in preda ad urla inumane, iniziavano a comparire ed essere visibili, piccoli puntini rossi. Dopo pochi secondi, dai primi puntini, iniziava ad uscire il sangue.
“Stop!” gridò Simone. L’immagine scomparve.
“Abbiamo capito!” disse di nuovo, cercando di guardare verso l’alto.
“Quali sono le potenzialità del memorizzatore acustico?” chiese Michele.
“PRESSOCCHÉ ILLIMITATE. IN POCHI MINUTI PUO’ SCANSIONARE E DUPLICARE LA MEMORIA DI UNA PERSONA. PER RISCRIVERLA SU UN'ALTRA PERSONA IMPIEGA CIRCA DUE ORE. PUO’ INSERIRE INFORMAZIONI NELLA MENTE DI CHIUNQUE. PUO’ COSTRINGERE LA MENTE DI UNA PERSONA AD AVERE INCUBI, A SOGNARE, A CONVINCERSI DI FARE QUALSIASI COSA. PUO’ FORMATTARE LA MENTE DI UNA PERSONA, FACENDOGLI DIMENTICARE TUTTO. PUO’ CANCELLARE SOLO ALCUNI MOMENTI DAI RICORDI DI UNA PERSONA. PEGGIO ANCORA, PUO’ DISTRUGGERE LA MENTE DI UNA PERSONA, LASCIANDOLA IN STATO VEGETATIVO. ERA STATA DAPPRIMA INVENTATA DA Francesco E Emanuele COME UNA CURA PER L’HALZAIMER. E PERCHÉ FUNZIONASSE FINO IN FONDO HANNO DOVUTO PERMETTERE TUTTE LE ALTRE COSE!”
Un silenzio più che notturno cadde su quella casa, in quel momento.
“È semplicemente spaventoso!” esclamò Simone. “Non possiamo e non dobbiamo permettere che quella macchina infernale cada nelle mani sbagliate!”
“Ma come hanno fatto Marco e gli altri a venire a conoscenza dell’esistenza di questa macchina?” chiese Giuseppe.
“VI HO DETTO CHE SONO STATO IO. CIRCA UN ANNO FA, HO RILEVATO TROPPO TARDI UN ACCESSO NON CONSENTITO AL MIO SISTEMA. RITENEVO QUASI IMPOSSIBILE TROVARE UN INFORMATICO PIU’ ESPERTO DI FRANCESCO, MA EVIDENTEMENTE IL FRATELLO DI COSIMO, GIOVANNI, LO ERA. ANCHE PERCHE’ NON MI HANNO RUBATO I PROGETTI, MA SOLO LA DOCUMENTAZIONE PREPARATA PER LA PRESENTAZIONE DELLE INVENZIONI, CHE SPIEGA COSA POSSONO FARE. IN PRATICA SONO VENUTI A CONOSCENZA DELLA LORO ESISTENZA, MA NON DELLE LORO SPECIFICHE DI PROGETTO. E QUESTO E’ IL MOTIVO PER CUI LE VOGLIONO”
“E perché proprio quelli della macchina della memoria? Perché non le tute?” chiese Simone.
“PERCHE’ DELLE TUTE SONO GIA’ IN POSSESSO E CON LA STRUMENTAZIONE GIUSTA UN BUON INGEGNERE RIESCE A CAPIRNE IL FUNZIONAMENTO E RIPORODURLE. MA LA MACCHINA PER LA MEMORIA E’ EFFETTIVAMENTE TROPPO COMPLESSA. CONVIENE DECISAMENTE RUBARNE I PROGETTI E RIPRODURLA SULLA BASE DEI PROGETTI, CHE CERCARE DI SMONTARLA E COMPRENDERNE IL FUNZIONAMENTO”
“C’è solo una cosa che possiamo fare!”
Simone e Michele si voltarono, mentre un più che convinto Giuseppe continuò il suo ragionamento.
“Dobbiamo portare via le tute a Marco. Frem, quanto tempo ci vuole per convincere una persona a fare una cosa?!” chiese.
“MAH! DIECI, QUINDICI MINUTI! LA COSA PIU’ LUNGA E LA SCANSIONE DELLA MENTE DELL’INDIVIDUO. È NECESSARIA PER LA DECRITTAZIONE DEL CODICE! POI A PREPARARE L’INFORMAZIONE E INSTALLARLA, NEANCHE UN MINUTO!”
“Decrittazione di quale codice?!” chiese Simone, a cui quel particolare aveva colpito moltissimo.
“OGNI CERVELLO È UN MONDO A SÉ STANTE. OGNI PERSONA HA UNA MENTE DIVERSA, E LA PRIMA COSA CHE DEVE FARE IL DISPOSITIVO È LA SCANSIONE DELLA MENTE. POI DEVE RICONOSCERE LA PARTICOLARE SEQUENZA DI DECRITTAZIONE. UNA COSA È LEGGERE LA MENTE, UNA COSA È SCRIVERCI SOPRA. PER FARLO È NECESSARIO CONOSCERE IL MODO IN CUI LA MENTE ACQUISISCE E MEMORIZZA LE INFORMAZIONI. E IL MODO IN CUI VIENE FATTO È DIVERSO DA PERSONA A PERSONA. UNA VOLTA CONOSCIUTO QUELLO, SI TRASFORMANO LE INFORMAZIONI CHE SI VUOLE INSERIRE NELLA MENTE DI QUELLA PERSONA NELLA SEQUENZA DI SUONI GIUSTI. E L’EMISSIONE DI QUESTI SUONI CORRISPONDE ALLA SCRITTURA. IL FATTO E’ CHE OGNI QUANTO DI INFORMAZIONE APPORTA DELLE MODIFICHE, ANCHE SOSTANZIALI, AL CODICE. PER QUESTO CHE CI VUOLE COSI’ TANTO TEMPO: QUALUNQUE PICCOLA PARTE DELLA MENTE DI UNA PERSONA DEVE ESSERE SCANSIONATA E ANALIZZATA PER REALIZZARE IL CODICE GIUSTO”
“Quindi, se ho capito bene, la mia mente e diversa dalle altre, quindi il mio codice è diverso dagli altri, quindi il suono che, se si può dire, installa il programma, è diverso da persona a persona. Giusto?!” chiese Giuseppe.
“GIUSTO. PER ESSERE PIU’ PRECISI, CIO’ CHE SU UNA PERSONA SORTISCE PROPRIO L’EFFETTO SPERATO, SU CHIUNQUE ALTRO NON SORTISCE ALCUN EFFETTO!”
“Cioè il dispositivo, con noi, ha utilizzato tre segnali sonori diversi, per darci le stesse informazioni?!” chiese Michele.
“ESATTAMENTE! E CIASCUN SUONO HA AVUTO EFFETTO SOLO SULLA PERSONA PER CUI ERA STATO PREPARATO, E NESSUN EFFETTO SUGLI ALTRI!” concluse Frem.
“Possiamo fare così” esordì Giuseppe. “Quando Dorian viene qui, lo blocchiamo, anche usando le tute, se è necessario. E lo facciamo stare qui finché non è pronto il programma che poi lo costringerà a dirci dov’è Marco. Poi raggiungiamo Marco e lo fermiamo. Siamo tre contro due, come tute! Non dovrebbero esserci problemi!”
“TRENTADUE!”
“Semplice e coraggioso! Troppo semplice! Dobbiamo sperare che Marco non si sia premunito!” rispose Simone.
“Possiamo fare una cosa. Mentre Dorian viene qui, io aspetto da tutt’altra parte, nel caso ci fosse bisogno del mio intervento” continuò Michele.
“QUARANTASETTE!”
“Ma che stai dicendo, Frem?” chiese Giuseppe.
“SONO LE PERCENTUALI DI PROBABILITA’ DI SUCCESSO. PRIMA ERANO TRENTADUE. POI, CON L’IDEA DI Michele, SONO DIVENTATE DEL QUARANTASETTE PERCENTO!” rispose.
“Troppo poche!” disse Simone.
“Si, ma dobbiamo rischiare, altrimenti, è la fine. Per tutti!” rispose Giuseppe.
“Allora dobbiamo allenarci!” disse Simone “Frem! Ci puoi identificare una discarica nella zona?!”
“CE N’É UNA A TRE CHILOMETRI DA QUI, NELL’ENTROTERRA, DOPO IL MUSEO. PERCHÉ?”
“Siamo troppo poco esperti con l’uso del manipolatore magnetico. Almeno lì abbiamo tutto il materiale di cui abbiamo bisogno per fare le prove ed allenarci. In più una bella giornata di sole come questa, ci permette di stare all’aria aperta e ricaricare le tute. Siamo d’accordo?!”
“OK!” fu la risposta affermativa di Michele e Giuseppe. Immediatamente uscirono. Il sole era già alto nel cielo e la temperatura piacevole, per quanto fossero solo le otto del mattino. Un quarto d’ora dopo erano lì ad allenarsi.
Si accorsero di come con quella tuta era possibile fare cose veramente strabilianti. A parte il volo in campo aperto, che era stato provato, fino a quel momento, solo da Michele, Simone e Giuseppe capirono come potessero sollevare, spostare, gettare, oggetti metallici ben più pesanti di loro, molto più che a mani nude. Provarono anche a gettarseli addosso, per schivarli, deviarli, o addirittura fermarli. E dove non riuscivano a farlo da soli, in due era possibile. Passarono tutto il giorno ad allenarsi. Le tute si scaricarono pochissimo, perché c’era il sole e faceva caldo.
Tornati a casa, Simone, Giuseppe e Michele, si accorsero di una cosa. Una volta tolta la tuta avevano veramente caldo.
“PER FORZA. L’USO PROLUNGATO DELLE TUTE, FA AUMENTARE LA TEMPERATURA CORPOREA. IN PRATICA AVETE UNA FEBBRE DA AFFATICAMENTO. DOVETE BERE MOLTI LIQUIDI, RIMETTERVI IN FORZE E RIPOSARVI! IL FATTO CHE NON SUDIATE, NON SIGNIFICA CHE NON CONSUMIATE ENERGIA, SIGNIFICA SEMPLICEMENTE CHE QUESTA VIENE EFFICIENTEMENTE ASSORBITA DALLA TUTA. PRESTATE ATTENZIONE DOMANI!”
Sembrava quasi che avessero trovato un genitore.
Quella giornata terminò tranquillamente. I tre erano pronti per la sera successiva. La domenica trascorse senza grossi problemi, almeno fino alle 15. Alle tre e un quarto, avevano appena finito di riposarsi, quando udirono suonare alla porta. Michele sapeva che quello era il momento di andare via. E infatti Frem confermò che al di là della porta c’era effettivamente Dorian. Ricordando sottovoce che per attivare la scansione della memoria era essenziale che Dorian entrasse in casa, Simone e Giuseppe, con la tuta precedentemente indossata, andarono ad aprire. Michele, intanto, era uscito dalla finestra per ritrovarsi nella strada di Giuseppe.
Giuseppe andò ad aprire, mentre Simone, infilando il casco, attivò la tuta.
Dorian entrò. Sembrava tranquillo e rilassato. Erano quasi ventiquattro anni che non si vedevano, ma sapevano che cosa aspettarsi.
Almeno. Questo è quello che credevano.
“Buon pomeriggio!” disse Dorian.
Tre dei coltelli più affilati si avvicinarono a quest’ultimo, due allo stomaco ed un altro, il più affilato, alla gola.
Davanti a lui, Simone, con la tuta addosso, aveva steso le mani e stava facendo capire a Dorian che non era il caso di giocare brutti scherzi.
“Eh! Quante storie!” disse, ancora molto rilassato. “Se pensate che mi faccia paura una cosa del genere, allora vi sbagliate di grosso. Guardate qui!” disse Dorian, porgendogli un videotelefono, dal quale erano visibili delle immagini. Giuseppe si avvicinò al telefono.
“Di al tuo amico di abbassare le armi, e togliere il casco. Se non volete che gli accada qualcosa!” concluse.
Il videotelefono riprendeva Cosimo che si stava avvicinando a grandi passi dietro due ragazzini. Giuseppe ci mise un attimo a riconoscere che quelli erano Giuseppe e Simone. Sapeva che sarebbero usciti insieme quel giorno. Quella stessa mattina gli aveva dato lui stesso il permesso.
“Allora non mi sono spiegato. Cosimo è collegato telefonicamente con me, come potete vedere!” e Cosimo rivolse il videotelefono verso di sé salutando. “Se non abbassa subito tutte le armi, Cosimo, che ha una delle due tute, li spinge sotto un tram!” disse, mantenendo la calma.
Giuseppe diede il segnale a Simone, alzando la mano sinistra. I due coltelli tintinnarono cadendo.
“Ho detto tutte le armi!” disse, ancora più ad alta voce. E osservò Giuseppe negli occhi.
Anche il terzo coltello, quello che fino a pochi istanti prima, Dorian aveva puntato alla gola, cadde a terra, fermo.
“Bene!” esclamò sorridendo, e tirando fuori un telecomando. Aveva solo un grosso pulsante rosso, proprio al centro. E lì fece l’unico errore: esitare due secondi.
Frem, che nel silenzio teneva tutti i sensori puntati su Dorian, capì subito a cosa serviva quel telecomando. E riuscì a scaraventare Michele a tre chilometri di distanza, in circa cinque secondi. Proprio quelli che servivano per fargli fare quei tre chilometri. E portarlo a distanza di sicurezza.
Dorian premette il pulsante. Nel raggio di un chilometro, praticamente metà Policoro, tutti gli impianti elettrici cessarono di funzionare. Un impulso elettromagnetico aveva spento, istantaneamente, tutti gli accessori elettrici ed elettronici. Tute, Frem, dispositivi acustici, il cellulare, tutto si spense.
Simone non fece neanche in tempo ad accorgersi di aver perso tutta l’energia della tuta, che vide Dorian che gli puntava una pistola addosso. Immediatamente alzò le mani.
“Levati il casco. Anzi! Levatevi entrambi le tute e ce ne andremo subito!” disse.
Simone si levò il casco. Capì che tutto era finito. Vennero scortati da Dorian in camera a togliersi la tuta. Dopo neanche un minuto, arrivò Amaraldo, con un telefono, da cui aveva richiamato Cosimo. Così avevano sempre la visuale generale di quello che poteva accadere se loro non avessero fatto tutto ciò che gli chiedevano.
“Dov’è il dispositivo?” chiese Amaraldo.
“Non lo sappiamo!” fu la risposta di Giuseppe.
Ed era vero. Non sapevano dove fosse posizionato il dispositivo. E quell’impulso aveva impedito allo stesso di funzionare e quindi di farsi riconoscere in qualche modo.
Mentre se ne andavano, ancora con Dorian e la sua pistola puntata contro di loro, Simone e Giuseppe sapevano che solo una persona poteva salvarli in quel momento. A patto che non fosse stato impulsato anche lui. Stavano per uscire di casa e sentirono il frigorifero che ripartiva.
-Bene! significa che lentamente la corrente sta tornando. E che quindi tra un po’ Frem potrà ancora aiutare Michele. Speriamo!- pensò Giuseppe.
Entrarono nella macchina che li attendeva appena fuori casa di Simone. Alla guida c’era Amaraldo. La macchina partì. E si incamminò lentamente verso la sua destinazione. Quella strada Simone e Giuseppe la conoscevano troppo bene. Era quella per andare al lido Torremozza. Anzi, per essere più precisi, era quella che li avrebbe condotti alla radura. E quando se ne resero conto, un vecchio timore si impadronì di Giuseppe. E anche di Simone.
 
--O--
Dopo cinque minuti i sensori visivi di Frem si attivarono. Michele, in piedi in mezzo alla cucina, stava aspettando proprio quello.
“Rintraccia la macchina targata HS 309 FS” disse, ricordandosi la targa che aveva visto sulla macchina di Amaraldo.
Appena resosi conto di quello che era successo si era diretto nuovamente verso di loro, e dal tetto della casa di Simone aveva visto quello che era successo. Aveva riconosciuto Amaraldo, e aveva, purtroppo, anche capito dove stavano andando.
“Rintraccia immediatamente i miei figli, e dimmi dov’è e come funziona il dispositivo acustico!”
Frem comprese che quelli erano ordini ed era stato programmato per ubbidirgli, fintanto che gli fosse stato possibile.
“Il dispositivo è praticamente contenuto in questa casa, non è un oggetto unico. Per fortuna. Bisognerebbe staccare metà dei miei banchi di memoria per essere quasi sicuri di prenderlo completamente. Io e lui siamo una cosa sola” rispose il computer.
“Ho capito. Beh! meglio così! tra quanto funziona?!” chiese.
“Entro trenta minuti sarà nuovamente operativo! E Roberto e Francesca sono a casa di tua mamma, qui dietro. Ho rintracciato i segnali del cellulare!”
“Benissimo! Prepara un programma con tutta la conoscenza della tuta possibile e immaginabile, e abilita le tute di Simone e Giuseppe per essere indossate ed usate anche da loro due. Quando ritorniamo incomincia la scansione della loro mente, e appena pronto invia immediatamente il programma per la tuta nella loro mente!” ordinò Michele.
“Lo sto già preparando! Quali funzioni della tuta vuoi che carichi nella loro mente?!”
“Tutte! Comprese le armi!!”
“Non è un po’ troppo pericoloso?”
“Intercetta la videochiamata al telefono che ha comunicato prima qui dentro. E fammi vedere le immagini!” ordinò Michele, disinteressandosi, coscientemente, della domanda di Frem.
Le immagini erano inequivocabili. Cosimo aveva catturato anche i due giovani. E li teneva legati e nascosti in quella che sembrava essere una cantina di un anonimo palazzo di Milano.
“Voglio sapere l’indirizzo esatto di dove si trovano i figli di Simone e Giuseppe. Inserisci anche questo nell’installazione di memoria per Francesca e Roberto, come pure tutto quello che è accaduto in questi ultimi tre giorni. Genera anche il programma per la cancellazione della loro memoria da ora fino a quando ti dirò io!”
“RIPETO… NON È UN PO’ TROPPO PERICOLOSO?”
“Si! è pericolosissimo. Ma so che loro due possono farcela. E sono gli unici due che ci possono dare una mano adesso. E se lo faranno, pur non ricordandosi nulla, avranno provato per qualche ora il gusto di aver sconfitto l’ex-capo della banda dei Tre Fratelli!” disse Michele.
E se ne uscì. Dopo dieci minuti rientrò con i due ragazzi. Guardarono un po’ la televisione, visitarono la casa, gli fecero alcune domande su come si erano svolti alcuni fatti accaduti ventiquattro anni prima. Poi più niente. E la storia si ripeté.
Francesca e Roberto sentirono un sibilo fortissimo, che questa volta non fece assolutamente nulla a Michele.
Dieci minuti dopo erano nuovamente coscienti, pienamente consapevoli di quello che stava per accadere, completamente edotti di tutti i funzionamenti della tuta.
“Dobbiamo liberare Simone e Giuseppe a Milano? ma come facciamo ad arrivare fin lì?” chiese Roberto.
Sibilo.
“AH! È possibile fare addirittura questo?!”
“Si! e molto altro, come ormai ben sapete!”
“Tu cosa farai!?” chiese Francesca.
“Io vado alla radura. Simone e Giuseppe sono lì. E aspetterò il vostro segnale. Appena avrete liberato Giuseppe e Simone e sarete al sicuro fatemelo sapere che penserò agli altri due. Così risparmiamo il tempo del ritorno! Adesso andate!” disse Michele.
“OK!” risposero entrambi. Per poi essere richiamati dal loro padre.
“Io mi fido di voi! So che potete fare le scelte giuste. Sempre. Non avrei mai voluto mettervi in questa storia. E per questo che tra dodici ore tutto sarà finito e voi avrete dimenticato tutto. Su questo non transigo!” disse Michele.
“Lo sappiamo!” disse Francesca.
“E a dirla proprio tutta, potendo prevedere anche quello che ci toccherà fare e vedere in queste dodici ore, non vediamo già l’ora di dimenticare tutto!” continuò Roberto.
Un sorriso affettuoso comparve tra i tre. Roberto e Francesca infilarono i caschi ed uscirono dalla casa. Cercarono un posto leggermente nascosto e appartato. Partirono, accelerando, fino a superare il muro del suono, dopo qualche minuto, esattamente come loro padre aveva fatto in precedenza, poco prima dell’impulso lanciato dal dispositivo di Dorian.
-Andate ragazzi! La buona riuscita di questo piano dipende da voi!- pensò Michele mentre vide i due puntini ormai allontanarsi.
Rientrò e dalla “cabina di regia” rappresentata da Frem, seguì tutto quello che stava succedendo ai ragazzi.
Dopo trentacinque minuti, Roberto e Francesca, atterrarono a Milano.
Cosimo si era rinchiuso, con i due prigionieri, in un tunnel di servizio della metropolitana. Aveva usato delle vecchie lamiere per legarli ad un palo.
Usando il potere della tuta, rivolgendo la lamiera appuntita verso il loro viso li stava costringendo a guardare al videotelefono quello che gli altri, a Policoro, stavano facendo ai suoi genitori. Un giro di scotch impediva a Simone e Giuseppe di urlare, e la lamiera, ben stretta intorno ai loro corpi, gli impediva qualsiasi minimo movimento.
Per quanto cercassero di dimenarsi, Cosimo li aveva continuamente sottocontrollo. Alzò la visiera del casco.
Giuseppe e Simone lo osservavano completamente impotenti, cercando di capire chi fosse.
“È inutile che cercate di riconoscermi! Non mi conoscete! Comunque non è un problema! Mi chiamo Cosimo! Vi dice qualcosa questo nome?!” disse. Sapendo, per certo, che qualcosa gli diceva.
Ed in effetti Giuseppe e Simone cercarono di fare un ulteriore sforzo per urlare. Alla fine Cosimo si stufò e decise di lasciarli parlare. Alle sue condizioni.
“Adesso vi levo lo scotch. Non vi conviene urlare, altrimenti l’ultima cosa che vedrete sono queste punte di lamiera che vi entrano negli occhi!” disse, sorridendogli con quel sorriso ironico che aveva sempre utilizzato.
Con uno strappo deciso, Giuseppe e Simone ebbero le bocche libere.
“Quando mio padre ti trova ti concia come l’ultima volta!” disse Giuseppe, diretto verso Cosimo.
“Peccato che tuo padre è quello che per salvarti la vita, si sta prendendo tutte quelle botte. Guarda qui!” e gli mostrò la videochiamata. Giuseppe riconobbe suo padre immediatamente. Ed effettivamente lo stavano conciando per bene!
“E comunque non ti conviene rivolgerti mai più a me con quel tono!” disse, Cosimo, mentre con un quasi impercettibile cenno della mano, fece arrotolare di altri dieci centimetri buoni la lamiera attorno ai loro corpi, levandogli ancora di più il respiro.
I due cercarono di ricavare un po’ di spazio, ma per quanto provassero con tutte le loro forze, era impossibile.
E Giuseppe e Simone si sentivano ancora più impotenti. Non sapevano cosa fare, non sapevano come potersi aiutare e neanche se sarebbero usciti vivi da quella situazione. Quando ad un tratto, accadde una cosa. Che aveva dell’incredibile. Le manette, con cui Cosimo li aveva legati, e che oramai non impegnavano più la tuta, dal momento che si stava divertendo con la lamiera, quelle manette incominciarono a “parlare”. Fortunatamente se ne accorsero sia Giuseppe che Simone, contemporaneamente.
Stringendosi e rilasciandosi, mandavano un messaggio ai due ragazzi:
"… - .- - .   -.-. .- .-.. -- ..   …- ..   … .- .-.. ...- .. .- -- ---   .-. ..-."

Era codice Morse. E sia Giuseppe che Simone sapevano cosa significava: “State calmi vi salviamo RF”.
Venne ripetuto tre volte. E infatti alla terza volta i due ragazzi compresero il senso.
“Ma cosa sta succedendo?!” chiese d’un tratto Cosimo.
Michele capì immediatamente che l’uso dei campi magnetici per generare un segnale poteva essere tranquillamente percepito dalle altre tute, anche se non erano connesse con queste ultime. E che quindi Cosimo aveva capito. D’altra parte, era proprio per quello che da quando erano arrivati a Milano, Frem aveva interrotto la comunicazione fra le due tute e con lui.
“Lasciali andare!” disse una voce femminile.
Giuseppe ci mise una piccolissima frazione di secondo per capire a chi apparteneva quella voce. Quasi si vergognò di trovarsi lì in difficoltà e non poter essere lui a dover fare “l’uomo” correndo in soccorso della persona a cui voleva bene. Ma poi capì che forse quello non era il momento di sottilizzare.
Sentirono ancora la lamiera tendersi e stringerli ancora. Poi, i due lembi che si erano richiusi si accavallarono, l’uno sull’altro.
“Voi state qui buoni buoni! Che vado a divertirmi un po’ con questa ragazza!” disse Cosimo, mentre smetteva di concentrare il manipolatore magnetico sulla lamiera.
Neanche tre secondi dopo, centinaia di oggetti metallici si diressero contro Francesca. Che con un campo di forza li schivò tutti.
“Complimenti per la raffinatezza! Credo proprio che dovremo fare sul serio!” disse Cosimo, mentre metteva in tasca il videotelefono.
Nei successivi trenta secondi fu un continuo scambiarsi oggetti metallici volanti da Cosimo a Francesca e viceversa. Non risparmiarono alcun colpo.
In quel momento, quando Michele vide quello che stava accadendo, uscì velocemente di casa. Sapeva di essere arrivato al momento giusto per recarsi alla radura. Il casco gli permise di seguire come stavano andando le cose.
Ad un tratto, Cosimo ebbe la meglio, colpendo con una scatola di metallo Francesca in pancia.
Piegata dal dolore, Francesca si accasciò a terra. In quel momento, due lame acuminate si sollevarono da terra, e si avvicinarono a Francesca.
“Mi dispiace rovinare un così bel visino!” disse Cosimo.
Ma non fece in tempo ad andare oltre. Un colpo alla testa lo stordì. E cadde a terra svenuto. Dietro di lui, Roberto, con una mazza di legno in mano, ed in boxer.
“Sono un’arma a doppio taglio, queste tute. O le usi per un combattimento faccia a faccia, oppure non ci riesci mica a prenderli alle spalle, i nemici!” esclamò mentre Francesca si riprendeva.
“Grazie Roby! Menomale che sei arrivato in tempo. Qui sotto la tuta si stava scaricando molto velocemente!” disse Francesca rialzandosi.
Mentre Roberto rindossava la tuta, Francesca accartocciò lontano da Simone e Giuseppe la lamiera, e le manette.
“Grazie Ragazzi!” disse Giuseppe. Accompagnato anche da Simone.
“Ma che cosa sono queste tute?!” chiese immediatamente dopo Simone.
“Non lo sappiamo. Sembra che le abbiano inventate Francesco e Emanuele. Comunque sono fantastiche. C’abbiamo messo 35 minuti netti per arrivare fin qui da Policoro. Comunque ci sono molte altre cose che riguardano queste tute, delle quali, però, non possiamo parlarvi. Tu hai fatto tutto, vero Roberto?!” rispose Francesca.
“Si! Ho spogliato Cosimo della tuta e il videotelefono è inutilizzabile. Così papà può fare il suo dovere alla radura!”.
“Vabene! Allora noi facciamo il nostro qui. ok!?” disse Francesca.
Presero e accompagnarono i due ragazzini fuori dal tunnel di servizio, verso la stazione della metropolitana. Una volta in un luogo appartato di quest’ultima, procedettero all’ultima parte di questa missione. Francesca strinse tra le mani la testa di Giuseppe. Roberto quella di Simone.
“A che ora siete stati rapiti?” chiese Francesca.
“Poco dopo le tre. È già passata un’ora e mezza, e dovremmo quasi essere a casa!” rispose agitato Giuseppe.
“Bene! e voi lì starete andando!” concluse Roberto.
Poi parlò Francesca.
“Appena arriverete alla metropolitana, voi dimenticherete tutto quello che è accaduto nell’ultima ora e mezza, prenderete la metropolitana e tornerete a casa. Sarà stato un bel pomeriggio di divertimento, e basta. Non ricorderete mai più quello che è successo!” disse.
Entrambi, Roberto e Francesca, presero il loro casco e lo misero in testa agli altri due. Tempo trenta secondi di un suono strano e ripresero il casco indossandolo nuovamente.
Roberto li salutò e se ne andò. Francesca rimase un po’ di più.
“So che è una cattiveria e per pochi secondi anche tu te la ricorderai come tale. Ma sono completamente e fermamente convinta di essermi innamorata di te dalla prima volta che ti ho visto a casa tua!” disse a Giuseppe. Poi si avvicinò al suo volto e si baciarono.
Giuseppe capì che cosa intendeva Francesca, per “cattiveria”: essere costretto a dimenticarsi tutto dopo aver provato l’emozione più grande, bella, forte e profonda della sua vita poteva definirsi solamente una cattiveria. Però capiva che anche Francesca la vedeva così. e che anche lei stava per subire la stessa cosa. Poco prima di lasciarli andare, Giuseppe guardò Francesca negli occhi. Sorridendole.
“Anche a te succederà la stessa cosa. Anche io ti amo. Sei la cosa più bella che mi è capitata. E sono il ragazzo più felice del mondo per averti conosciuto. Ci sentiamo!”
Francesca lo guardò sbalordito. Poi suo fratello tornò a riprenderla. E corsero via mischiandosi tra la gente. Lasciando perplesso soprattutto Simone.
Arrivò la metropolitana.
Giuseppe guardò l’orologio.
“Mamma mia come è tardi! È volato il tempo questo pomeriggio! Però ci siamo divertiti! Eh, Simo!?”
“Si! Anche se sembra quasi che non abbiamo fatto niente!”
“Sai una cosa? Prima ho mangiato il gelato, al gusto di cioccolato e nocciola! Però adesso sento in bocca un sapore di fragola. Non riesco a capire come mai!” disse Giuseppe, mentre erano ormai seduti in metropolitana.
E non riusciva neanche a spiegarsi per quale motivo si sentiva felice, soddisfatto e anche parecchio euforico.
Tornarono a casa tranquilli.

--O--
Quando Michele sentì Frem che gli annunciava che la missione era compiuta e che tutti e quattro i ragazzi stavano tornando alle loro case sani e salvi, chiuse la comunicazione e si preparò a combattere.
Era arrivato alla radura già da diversi minuti e in quei minuti aveva visto Simone e Giuseppe subire torture paragonabili a quelle che avevano passato ventiquattro anni prima.
Marco aveva chiesto loro per diverse volte come era fatto il dispositivo acustico e dove si trovava.
Secondo loro Simone gli aveva detto che era a casa sua, dicendo la verità, ma mentendo gli continuava a ripetere che non sapeva dove fosse. E per questo motivo le torture continuavano.
Il problema era che quello che Simone gli aveva detto era vero. Anche se Michele aveva capito che, per qualche motivo ancora non del tutto compreso, Frem era arrivato al punto di mentirgli. Come avrebbero potuto, altrimenti, i suoi figli, cancellare la memoria di Giuseppe e Simone a mille chilometri di distanza dal dispositivo? Era possibile che le tute avessero, al loro interno, un congegno per distruggere, almeno cancellare, parte della memoria di un individuo? Se Marco fosse venuto a conoscenza di una cosa simile, avrebbe probabilmente fatto tutto quello che voleva a Simone e Giuseppe, oltre a quello che, attraverso delle bacchette di ferro, stava riuscendo a fargli, per procurargli più dolore possibile.
Michele attivò il dispositivo. Bloccò la bacchetta che stava colpendo Simone. Marco si accorse immediatamente della sua presenza.
Incominciò la stessa cosa che aveva visto con i suoi figli. Una cascata di bacchette, viti, bulloni, lame d’acciaio, qualunque oggetto metallico, prese la traiettoria di Michele. Solo per essere fermata, alla distanza giusta, dal suo campo di forza. Intanto, con i soliti bastoni, rimasti lì probabilmente da 24 anni, Amaraldo e Dorian continuarono il trattamento.
L’unica differenza tra Francesca e Cosimo, con Michele e Marco, era che loro erano all’aperto. E il sole faceva il suo dovere. Quindi i colpi erano molto più veloci, più forti e la carica delle tute molto più resistente.
Ad un certo punto, Michele si accorse del fatto che era arrivato quello che voleva.
Lanciò a debita distanza una scatola di latta. Circa tre minuti dopo la scatola, alla completa insaputa di Marco, che stava lottando con Michele, colpì Amaraldo e Dorian, ponendo fine alle torture di Simone e Giuseppe.
I vestiti erano ormai ridotti a brandelli. Ma finalmente era finita. Il filo di ferro che li teneva legato ai pioli si divelse come la lamiera dei loro figli neanche un’oretta prima. Liberandoli.
In quel momento Marco se ne accorse. E quello stesso fil di ferro, appuntito, si rivolse verso Giuseppe e Simone.
Non fece però in tempo ad arrivare, perché la disattenzione alla propria guerra costò caro a Marco. Un cuscinetto di ferro lo colpì alla testa, stendendolo a terra svenuto. Michele aveva vinto. Con l’aiuto di Francesca e Roberto, ma aveva vinto.
I due atterrarono andando a soccorrere Simone e Giuseppe.
“Grazie per il vostro intervento! Ne abbiamo prese veramente tante, questa volta!” disse Giuseppe, provando addirittura a sorridere.
“Ehi! Un momento! Non sono collegato con Frem! Che cosa è successo!” urlò Michele mentre li stava raggiungendo.
“Vai a controllare!” disse Simone.
“Questa era di Emanuele!” disse Roberto, lanciandogli la tuta che avevano preso a Cosimo.
Giuseppe e Francesca, intanto, levarono anche la tuta a Marco. Mentre Michele, più veloce che poteva, cercava di raggiungere quella casa così vicina, eppure troppo incustodita.
Roberto e Francesca, legarono e imbavagliarono Amaraldo, Dorian e Marco nella radura, mentre Simone e Giuseppe andavano a vestirsi con le tute di Emanuele e Francesco, finalmente recuperate.
Pochi secondi dopo, una comunicazione da Frem li fece tremare.
“ATTENZIONE! ALLARME ROSSO! VIOLAZIONE DELLA SICUREZZA IN CASA. A SEGUITO DELL’UTILIZZO DEL DISPOSITIVO PER RILASCIARE GLI IMPULSI ELETTROMAGNETICI, SONO STATO DISABILITATO PER CIRCA DUE MINUTI, DURANTE I QUALI SONO ENTRATI IN CASA. HANNO TRAFUGATO I PROGETTI PER LE TUTE E PER IL SISTEMA ACUSTICO!”
A folle velocità, giunsero a casa. Michele era già arrivato da un pezzo ed era stato lui ad avvisarli, mediante Frem, dell’accaduto.
“Devono essere stati Massimo e Giovanni, i due fratelli di Cosimo a usare il dispositivo ad impulsi e rubare quello che gli serviva!” dedusse Giuseppe.
“Questo è un guaio! Oramai saranno lontani, e possono aver attivato il dispositivo, spegnendo Frem ben prima che lui potesse sospettare qualcosa” concluse Simone.
“EFFETTIVAMENTE IN MEMORIA NON HO NULLA CHE POSSA FARMI SCOPRIRE QUALCOSA SU DOVE SIANO ADESSO QUEI DUE!”
“Allora che facciamo!?” chiese Michele.
“Proseguiamo come se nulla fosse!” rispose Simone “Tanto per il momento Marco e gli altri sono inattivi, non avendo più con loro nessuna tuta, e passerà un po’ di tempo prima che riescano a fabbricarne. La stessa cosa vale per la macchina. Noi, invece, ne abbiamo cinque. E possiamo difenderci benissimo in caso di bisogno!”.
Giuseppe guardò gli altri due e disse una cosa che, comunque, frullava già anche nella testa degli altri.
“Direi che Roberto e Francesca, come hai detto prima, possono tranquillamente tornare a casa e non ricordarsi definitivamente di nulla. Io, però, non ho voglia di avere certi ricordi. Quindi vorrei che, per difendermi, fossero ancora vividi fino alla fine di questa breve vacanza. E poi vorrei dimenticarmi di tutto fino al nostro ritorno a Policoro. Che ne dite, direi il 3 Agosto?! Pensate che sia una cosa ragionevole?!”
Tutti e due gli altri la ritennero una cosa più che ragionevole. Per questo motivo, programmarono Frem per ricordargli tutto quello che riguardava la vacanza, salvo le cose speciali che avevano vissuto, il giorno del loro ritorno a Milano, mentre fargli ottenere la memoria completa una volta tornati a Policoro. In modo da ritornare nel pieno possesso della loro mente e della loro conoscenza della situazione per essere in grado di proteggere nuovamente le loro famiglie, al massimo delle loro possibilità.
Tanto non tornare a Policoro non sarebbe servito a nulla, perché, una volta ricostruite le loro tute, Marco e compagnia bella avrebbero potuto raggiungerli ovunque, anche al Polo Sud.
Così il resto della vacanza passò in maniera relativamente tranquilla. Giuseppe, Simone e Michele fecero tutto quello che dovevano fare, in modo da non avere più nessuna incombenza burocratica da risolvere relativamente all’eredità. Simone sbrigò anche tutte le questioni relative a dei pagamenti in sospeso della famosa commessa di Matera, e le questioni relative alla nuova azienda appena acquisita.
Michele dal giovedì ritornò al lavoro e scoprì che sugli aghi che avevano ucciso Salvatore non c’era nessuna traccia fisiologica del probabile assassino, però erano leggermente magnetizzati. Quella che, però, era una prova inconfutabile della colpevolezza di Marco, non lo poteva essere per nessuno, soprattutto perché oltre ai progetti della tuta e del memorizzatore acustico, i due nemici avevano anche rubato il DVD. Quindi nessuna prova riconducibile a Marco, nessun caso risolto, una lavata di capo da parte del questore e la voglia, incontrollabile ed incontrollata di vacanze. Anche se velate da una leggera inquietudine, che neanche Michele riusciva bene a spiegarsi.

---

NdA: Buongiorno a tutti, e benvenuti a questo nuovo capitolo. Lo so, lo so, la piega che stanno prendendo gli avvenimenti rasenta più il fantasy della fantascienza. però mi sono divertito parecchio a scriverlo, questo racconto. Quindi spero che la lettura possa divertirvi! fatemi sapere!
  
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