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Autore: Margo_Holden    13/07/2017    0 recensioni
Hazel e Alexander.
Cameriera lei e killer di professione lui.
Sembrerebbero non avere niente in comune, eppure sono legati da un episodio accaduto dodici anni prima.
Perché lei ha perso tutto a causa sua.
Sarà quindi la sete di vendetta di lei e la voglia di cambiare di lui, a farli avvicinare.
Una morbosa storia d’amore fatta di violenza, sangue e passione diligentemente nascosta nei loro occhi.
Genere: Drammatico, Introspettivo, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza
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Capitolo 22

 

Con uno scatto secco il chiavistello della porta chiusa si aprì, rivelando un soggiorno ordinato solo a metà. 
Alex ne osservò ossessionato ogni singolo oggetto presente.
Il divano al centro della sala, coperto da una leggere ma larga coperta dai colori caldi, che andavano dal giallo, all'arancione e al rosso, con un grande disegno al centro,  che gli diede l'idea di un tatuaggio maori, rifinito con bordi neri. 
Il piccolo tavolino al centro tra il divano e la poltrona rossa. Quest'ultima presentava  abrasioni e striature date dalla vecchiaia, disseminate lungo tutto il perimetro. Se si osservava bene, quando si scendeva sempre più giù, si poteva intravedere anche il giallo pallido della spugna, messo in risalto dal pavimento in parquet scuro.

Chi sa perché, ma quella poltrona gli ricordò quella di pezza marrone usata da sua nonna. In un baleno, rivide il suo fantasma, seduto a fare la maglia, a fargli un maglione verde o blu, con la fronte corrucciata e solcata da tre grandi sorrisi, mentre le dita lunghe e affusolate saettavano veloci a intrecciare.
La memoria era una meravigliosa ma seccante invenzione, e questo Alexander sembrava saperlo bene. 

Serró la mascella e passò oltre.
Forse era meglio così. Perché pensare al passato faceva male, tanto, troppo male. Era un dolore con cui sapeva, avrebbe dovuto convivere per il resto della sua merdosa esistenza. Anche se vedeva in Hazel - quella silenziosa ragazza che come le onde se ne andava e veniva pacificamente - una possibile salvezza; in cuor suo e nella sua mente, conosceva già il destino rovinoso e putrido a cui era stato destinato. 
Navigava da anni ormai, in un mare di letame che gli toglieva il respiro e la visione della sua vita, se così poteva chiamarla. Forse l'unica prerogativa era la morte.
Ma la morte, forse perché la vedeva ogni giorno, non gli faceva paura. Per lui era solo un baluardo a cui ogni uomo o donna era destinato. L'arrivo indesiderato per gli altri, ma un evasione per il russo. Almeno, sussurrava a se stesso, rincontrerai tua madre.

Un clacson proveniente dalla finestra coperta da una finissima tenda bianca, lo fece tornare a quella stanza. C'era una televisione addossata al muro salmone, dal colore crepato per l'umidità, e un appendiabiti anch'esso vecchio e marrone chiaro, vicino l'entrata.
Basta era tutto lì. La ricchezza di quel monolocale per due, finiva ed iniziava lì. Tutto il contrario dell'artificio di casa sua. Mobili costosi, ogni tipo di elettrodomestico presente al momento e stanze vuote, prive di affetto e di luce. 
Per un attimo la invidiò. 
Invidiò quello stile semplice ma preciso. 
Invidiò quelle mure, quelle stanze e quei mobili che urlavano di gioia e di allegra vecchiaia.

─ Alex posso offrirti un tè? Oppure non so, della cioccolata?
Si girò verso di lei, con quelle stalattiti ancora una volta impassibili ma cristallini.
Vide il sorriso tenero e dolce su quelle labbra. 
Le guardò, forse più del dovuto, le studiò e un fuoco nacque iracondo dentro di sé.
La patta dei pantaloni si gonfiò leggermente e sperò - per il bene di quella creaturina, che passasse inosservato.
In un balzo fu da lei. 
Ancora una volta, si specchiò in quegli occhi vitrei, argentei spalancati.
Gli prese la nuca e l'avvicinò senza preavviso, senza cura o delicatezza per far combaciare in un bacio ardente le sue labbra a quelle di lei.

Hazel dapprima sconvolta e un po' impaurita, al tocco di quelle labbra dimenticò tutto, ancora una fottutissima volta.
Dimenticò di essere stata seguita, di quegli uomini vestiti di nero, di Chris e per l'ennesima volta, della sua sanguinosa discesa verso gli inferi.
Lui si staccò. Lei allora, lo ringraziò mentalmente e lo maledisse allo stesso tempo. 
Come era possibile che ogni volta che quell'uomo, così sbagliato, glaciale e freddo come il vento del nord, secco come l'inverno siberiano, potesse destabilizzarla così profondamente e potesse essere per lei, il coltello e la garza per far sanguinare e curare la ferita?
Le sue labbra, solo le sue labbra bastavano a far dimenticare tutto. 
Che ne era allora di quella storiella che si raccontava?
Forse sarebbe stato lui, a far cadere lei.
O forse, doveva anticipare il momento giusto. Non in quel momento.

 ─ Del tè, grazie.
Sbigottita e con le labbra leggermente dischiuse, ascoltava inerme quella risposta genuina ed inaspettata.
Con un segno di assenso con il capo - mentre i suoi capelli mossi sciolti e ripresi solo sulle tempie da due piccole treccine accompagnavano svolazzando il gesto - se ne andò nella piccola cucina, dal colore bianco e dallo stile shabby chic involontario.

Nel frattempo nel salotto, Alexander si spoglio del suo giaccone nero di Armani, per sfoggiare un elegantissimo maglione bianco con lo scollo ad u, mentre sistemandosi i corti capelli all'indietro, si diresse in cucina dalla ragazza.
La trovò appoggiata al lavandino, con le gambe incrociate, il viso imbronciato e lo sguardo assorto a guardare il nulla verso il pavimento mentre nervosa, o solo annoiata, tamburellava le sue corte unghie con lo smalto nero mangiucchiato, sul ripiano in finto marmo.
Sul fornellino nero, la teira in acciaio con il manico in plastica blu, stava bolledo lentamente l'acqua che sarebbe servita poi per il té.

Da quando l'aveva conosciuta, tralasciando la divisa da lavoro, l'aveva sempre vista portare maglioni grandi, vestiti estivi abbinati a magliette a collo alto e a calze pesanti, che non lasciavano trapelare nemmeno uno scroscio di pelle, il tutto accompagnato da quei suoi stivaletti neri un po' consumati. Oppure jeans larghi, per lo più a vita alta,  di quelli comprati nei mercatini o nei negozi vintage. Insomma,  sembrava quasi che avesse attraversato il tempo, per ritrovarsi agli anni novanta, gli anni del grunge e dello stile delle magliette su magliette e dei famosissimi anfibi Dr.Martens.
Anche lei si era tolta la giacca - quel suo immancabile e fedele amico Parka verde - rivelando un  maglia nera con su scritto in bianco My Chemical Romance e due ragazzi che sporchi di sangue, tentavano di baciarsi. 
Sopra, una camicia a scacchi verde, tipica dei boscaioli.
Scese sempre più giù, dove ad accoglierlo ci fu una gonna che arrivava a sfiorare il ginocchio, ma che non rimaneva stretta, in camoscio e con cinque bottoni usati solitamente per il denim,  sul davanti a fare da architettura alla sua morbidezza.
Le gambe non erano state coperta da calze colorate, ma bensì da quelle color carne, che le restituivano quel colore che di solito non gli apparteneva, e un paio di scarpe nere anch'esse in camoscio, tipiche dei punk.
Dio santo se si vestiva di merda!
Era come se prendeva dall'armadio le prime cose che trovava. Forse lo faceva anche al buio.
Alex inorridí e sorrise allo stesso tempo. 
Era così una bella ragazza, che non riusciva a spiegarsi la sua pressante volontà di coprire quel corpicino snello, anche se smunto e spigoloso. Insomma, quelle magliette larghe la divoravano e la rendevano ancora più magra, quasi scompariva sotto quello strato invalicabile di lana.

Fu la teiera, che fumava e cantava con voce stridula a far svegliare Hazel dal torpore in cui era caduta.
Nell'alzare gli occhi incontrò quelli del russo, che non la stavano soltanto osservando ma erano fissi sulle sue gambe.
Involontariamente si girò di spalle, storcendo di poco la bocca e stringendo gli occhi con fare altezzoso.
Odiava quando qualcuno sostava qualche minuto di troppo sul suo corpo, e odiava soprattutto quando a farlo era proprio Alex. Quell'uomo la destabilizzava talmente tanto, che a volte non riusciva nemmeno a formulare un pensiero, uno che fosse concreto.
In quel momento, mentre spegneva il fornellino e versava l'acqua nei contenitori di porcellana colorata, continuava a sentirsi su di se quei tizzoni blu che aveva al posto degli occhi.

─ In casa abbiamo il tè alla vaniglia, al bergamotto, l'Earl Grey e per finire ai frutti rossi. ─ grugnì, con quella voce alterata da un fastidio volutamente mal celato, mentre trafugava nella dispensa alle ricerca degli infusi.

Sentendo quel suo tono di voce, sul viso di Alex si dipinse un sorriso diabolico.
Aveva forzato la cosa e l'aveva irritata al punto giusto.
L'uomo si prese tutto il tempo di cui necessitava, e solo dopo decise di risponderle.
Infatti, prima si sistemò meglio sulla sedia, trovando la posizione più comoda e consona, poi si allungò verso il tavolino, poggiando sulla sua superficie - coperta da un sottile centrotavola bianco merlettato - i gomiti per unire e intersecare le dite delle mani.

─ Il bergamotto andrà benissimo.

Hazel intanto, prese gli infusi gusti dalle varie scatole di carta gialla, infusi rotondi all'inglese, li fece cadere nelle varie tazze ed infine posizionò il tutto sul cabaret in legno.
A quel punto dovette girarsi, ma fu lesta nel farlo cosa che gli permise di non lanciargli nemmeno un'occhiata data di sfuggita.
Con le mani ferme, tutta tecnica acquisita sul lavoro, si diresse a passo cadenzato verso il tavolino che era stato posizionato alla sinistra dell'arco che divideva la cucina dal soggiorno.
Nel poggiare il cabaret sulla superficie piatta, le tazzine e la zuccheriera tintinnarono, mentre i cucchiaini si mossero fino a scivolare sul fondo.
A quel punto, dopo aver servito il tè ad Alex e dopo essersi seduta, fu costretta ad alzare gli occhi su di lui, che li ritrovò nella stessa posizione di prima.

─ Smettila! ─ sbraitò spazientita, tirando fuori un bel po' di aria dai polmoni, facendo smuovere i capelli corti appena ricresciuti che le solleticavano la fronte in una carezza languida.

─ Di fare cosa? ─ chiese lui, facendo il finto tonto e non riuscendo a frenare il sorriso sulle labbra.

─ 'Fanculo, è un'ora che mi fissi, smettila! Lo detesto! ─ rispose ora arrabbiata.
Ma Alex non sembrò minimamente recepire il messaggio.

Sbuffando, alla ragazza non rimase che prendere il cucchiaino, immergerlo nel bianco dello zucchero, per mischiarlo con il liquido marrone del tè alla vaniglia, il suo preferito.
L'unica cosa che si poteva udire in quella cucina, di quel pomeriggio uggioso di dicembre era il tintinnio del cucchiaino che veniva sbattuto contro le pareti in ceramica della tazza.
Chi sa perché, il miglior compagno di quelle due anime combattenti era sempre e solo il silenzio.
Era qualcosa di cui non potevano farne a meno. 
Restare in silenzio, perdersi nei meandri della mente e riflettere, fino allo sfinimento, fino a stancarsi.
Cominciarono a sorseggiare il tè, questa volta anche Hazel aveva preso coraggio e aveva cominciato a guardarlo.
Questa volta fu a Alex a distogliere lo sguardo, preso come era nel guardarsi intorno.
Da dove era seduto, l'uomo vide uno stereo in legno scuro di ebano e poggiato sopra, vi era un bellissimo giradischi. Era di colore azzurrino, con gli angoli rotondi e qualche graffio bianco, ma si vedeva che era stato tenuto in buone condizioni, in ottime condizione. 
Sembrava quasi che tenesse talmente tanto a quel pezzo di arte - che ad occhio e croce siglava 1970 - da considerarlo parte integrante della sua famiglia, quasi fosse un piccolo animale domestico. 
Si alzò dalla sedia, tirandosela indietro,  per creare il giusto spazio affinché potesse uscire e si diresse verso di esso, posizionato vicino lo stipite del corridoio.

─ Non ti dispiace vero, se metto su un po' di musica.─ chiese rivolgendosi alla ragazza, mentre se ne stava chino sulle ginocchia, nel trovare il giusto vinile di suo gradimento.

Passò in rassegna molte custodie, alcune più rovinate altre più nuove, alcune con gli angoli completamente andati, mangiati dal tempo, usurati, il segno inconfondibile che erano stati ascoltati fino allo sfinimento, fino a prendere quello perfetto per la situazione.

Led Zeppelin IV del 1971, contenente forse, la ballad rock per eccellenza: Stairway to haven. Cosa c'era di più romantico di quella canzone? Dolce, delicata e tosta allo stesso tempo.

Le note pervasero l'ambiente e Hazel, come ipnotizzata dalle note della chitarra di Jimmy Page, si azlò.
Nello stesso momento Alex si girò nella sua direzione e guardandola, allungò verso di lei la mano, come a invitarla.
Hazel si avvicinò e con estrema lentezza gli concesse la mano, facendola congiungere con la sua.
Poi l'uomo l'avvicinò di più a se, andando a posizionare l'altra mano dietro la sua schiena.
Ad Hazel non rimase che appoggiare la testa sul suo petto ampio, respiralo e chiudere gli occhi, per lasciarsi cullare dalla donna che era sicura, che con una scala si potesse raggiungere il paradiso.

I loro corpi si muovevano lenti, stretti gli uni negli altri.
Un passetto a destra e un passetto a sinistra.
Le loro ginocchia si sfioravano, così come i loro cuori che sembravano battere all'unisono.
Quei capelli biondi arruffati, avevano la fragranza del vento e della stagione che come una tela, tesseva la loro storia: l'inverno.
Erano l'inverno, quelle due anime.
Hazel era l'inverno che non aveva bisogno dei guanti o del cappello. Rappresentava – se fosse stata arte – l'inverno secco, quello senza neve, dove si intravede il sole che colora e da speranza.
Alex invece rappresentava l'inverno rigido, con il termostato che segna i meno quaranta gradi e con la neve fin sopra gli stivali pesanti. Il sole si poteva solo immaginare. Era l'inverno delle lande della Siberia, dove le mani sanguino o gli occhi lacrimano involontariamente, perché il vento soffia gelido sul corpo caldo.

Chi sa perché, ma quando tornarono a far incastrare gli occhi, si ritrovarono in una voragine peccaminosa. Alex aveva premuto su di se le labbra di Hazel e per la prima volta era stato lei a spingerlo sul precipizio. Aveva incastrato le sue mani dietro il suo collo e lo aveva attirato a se. A quel punto l'uomo non aveva avuto il tempo di rifiutare, anzi, non aveva desiderato altro.
Fu lei a staccarsi, così come era stata lei a cominciare.
Atterrito Alex, si lasciò trascinare dal momento.
La ragazza l'aveva chiaramente invitato ad andare in camera sua.
Si era lasciato guidare e si era lasciato buttare a peso morto sul letto che sapeva di lei.

Per la foga del momento, il suo cervello non poté studiare la fisionomia della stanza.
Come poteva pensare all'arredamento, quando aveva il corpo di lei, muoversi lento sotto le sue mani?

Hazel riprese a baciarlo, a divorargli le labbra, quasi fosse stata in apnea per tutto il tempo. Insinuò una mano  sotto il caldo maglione bianco, tracciando l'addome piatto.
Si staccò da lui e raddrizzò la schiena.
Ora lo guardava dall'alto. Ne osservava i lineamenti, i capelli burrascosi, le labbra rosse, gli occhi scintillanti di lussuria, come i suoi d'altronde.
Un piccolo sorriso si disegnò sul viso che portava i segni dell'adolescenza, nonostante essa fosse stata passata da tempo.

Si mosse appena, giusto per trovare la posizione a lei più comoda, ma tutto quello che fece, fu infiammare ancora di più la situazione. Infatti, quello che ricevette in risposta dall'uomo, fu un grugnito di esasperazione e il ritrovarsi le sue mani affondare nella sua carne bollente.
Non potevano più aspettare, entrambi sentivano la volontà venir meno per lasciare spazio al desiderio. Così l'accolsero con tutto il fervore immaginabile.

Fu devastante, accattivante, un apnea nel fuoco.

Hazel graffiava la pelle già distrutta di Alex, ne accarezzava con fare quasi materno le cicatrici che nonostante tutto, non andavano a deformare la sua etera bellezza, semplicemente lo rendevano ancora più misterioso.
Alex invece, non poteva fare a meno del suo odore, della pelle pura, bianca come la neve. Era una droga, la sua droga. Potente, elettrizzante, subdola e feroce.

E poi semplicemente si addormentarono stretti in un dolce abbraccio, coperti solo dal piumone champagne.
Prima di chiudere gli occhi però, Alex la osservò dormire rilassata tra le sue braccia, il respiro leggero, regolare, il nasino dritto e piccolo, le sopracciglia bionde aggrottate che insieme alle labbra sottili, la facevano sembrare imbronciata. Sorrise triste e alla fine anche lui si lasciò cullare da Morfeo, traghettare nel mondo dei sogni.
Stettero in quella posizione per ore, fino a quando sazi di sonno si svegliarono, accorgendosi che il sole era già calato da tempo.
Così mentre la padrona di casa andò in bagno a farsi una doccia, l'uomo si rivestì in tempo per rispondere alla chiamata.
Sullo schermo lesse il nome di Sam.
Si passò una mano sugli occhi, quasi a strofinarli e poi decise di acconsentire alla chiamata.

─ Hai due secondi per parlare e convincermi a non riattaccarti in faccia!

Dall'altro lato della cornetta, si udì l'espressione di una leggera risata.

─ Dove sei? Anche se mi sono già fatto una mezza idea...comunque dopo che ci hai piantato in asso questa mattina, quel pazzo di un demone, ci ha obbligato a fare una capatina al The Devil's Night. Santo Dio che cazzo di nome! Imbarazzante.

Alex sbuffò e guardò la porta bianca che veniva varcata da Hazel che metteva in mostra le sua gambe nude, mentre il corpo era stato strizzato da un asciugamano bordeaux ormai sbiadito, colpa delle diverse lavatrici.
Quando gli passò davanti, sgambettando, non riuscì a resisterle e l'acciuffò al volo, cingendole i fianchi e trascinandosela sulle gambe, mentre gli lasciava un piccolo morso sulla pelle scoperta della spalla.

Hazel visibilmente divertita, non riuscì a trattenere un piccolo grido di sorpresa.
Cosa che non passò inosservato alle orecchie malate di quella volpe di Sam.

 Per favore, non scopate adesso, almeno aspettate che io riattacchi! Cazzo, fate più schifo di me!

Alex si inumidì le labbra, in un gesto che poteva risultare nervoso e cominciò a ridire, rendendo fastidioso il suono che veniva riprodotto poi, verso quel pazzo del suo amico.

─ Tra un'ora sono da te, amico. Fatti trovare pronto, altrimenti ti lascio a piedi!

Quando stava per riattaccare, sentì Sam continuare a parlare.

─ Facciamo che passo io da te e che se non sei pronto, te la fai a piedi.

E poi riagganciò, senza lasciargli il tempo di proseguire.

Nel frattempo la ragazza se ne stava ancorata alle sue braccia e lui, giustamente, non aveva la minima intenzione di lasciarla andare.
Tuffò il viso tra i suoi capelli legati in uno chignon distratto, inebriandosi del loro profumo, per poi andare più giù, fino ad arrivare all'incavo del collo, lasciando così, una scia di piccoli e veloci baci. A quel punto soddisfatto, la lasciò andare, facendola alzare e dandogli un'amichevole pacca nel didietro. Poi, guardandola in tutta la sua nudità mentre cercava i vestiti giusti da mettere, si abbandonò tra le morbide lenzuola, supino, con i palmi incastrati dietro la cervicale.

La pace trovata svanì quando il campanello prese a suonare.
Hazel, che nel frattempo aveva finito di vestirsi, si girò nella sua direzione. Lo vide scattare in piedi guardingo, come se fosse stato morso da un fastidioso insetto.
Chi poteva essere?
Improvvisamente si ricordò della telefonata che aveva ricevuto l'uomo, e un sollievo fiorì nel suo petto, allontanando così l'ansia di poter rivedere ancora quegli uomini vestiti di nero.
Stava per tranquillizzare il russo, quando quello la precedette.
Andò in salotto dove aveva lasciato la pistola sotto il giaccone e la impugnò, togliendo la sicura.
Intimando la ragazza di fare silenzio, si avvicinò con la stessa eleganza di un felino verso la porta d'ingresso della piccola casa.
Si appoggiò con le spalle e i reni al muro di sinistra,  per poi sollevare le braccia e protrarre all'altezza del petto, vicinissima al viso, la Glock nera.
Soddisfatto, girò lo sguardo nella direzione di Hazel, che intanto lo aveva seguito con gli occhi e con le gambe in ogni suo gesto.
Vide il killer farle un gesto con la testa, indicando la porta.
Forse gli stava semplicemente dicendo di aprirla.
Avrebbero evitato tutto quel siparietto, se solo l'avesse lasciata parlare.

Non curante del pericolo che sembrava albergare solo nella mente dell'uomo, Hazel con fare spavaldo e sicuro, si avvicinò alla porta, che intanto aveva smesso di suonare ininterrottamente, per aprire e rivelare la faccia scocciata ed annoiata di Sam.
Ma quell'espressione durò davvero poco.
Quando Alex gli puntò la pistola dritta in faccia, Sam non si lasciò intimidire anzi, con un balzo anche la sua Glock era fuori dalla custodia.

Quando si accorsero dell'enorme equivoco, abbassarono i ferri e nello stesso istante, scoppiarono a ridersi in faccia.
─ Stavo per dirtelo moro, ma tu non me l'hai permesso!
Lo rimproverò Hazel che intanto aveva invitato ad entrare Donovan, facendo ovviamente, le dovute presentazioni.
Quando anche il biondino entrò, la ragazza li fece accomodare entrambi nel piccolo cucinino, preparando l'ennesima tazza di tè.
Preso anche il tè, il quartetto subì diversi minuti di silenzio.

C'era Sam che girava e rigirava il cucchiaino, facendolo sbattere rumorosamente sul tavolino, producendo un suono cantilenante, a tratti fastidioso.
Donovan che se ne stava seduto con le mani strette in grembo, mentre osservava la casa in un gesto ripetitivo e imbarazzato.
Alex che fissava il vuoto nella tazzina.
Hazel che sentiva il dovere, da brava padrona di casa, di dire qualcosa, anche la più sciocca.
  ─ Allora Sam...─ e adesso? che cosa si sarebbe inventata? 
Pensa Hazel, digli...qualcosa!
Ottimista tornò all'attacco, accorgendosi di avere i riflettori puntati su di se.
 ─...da quando conosci Alex?

Sam smise di smuovere il cucchiaio, riservandole l'occhiata più stupita che potesse avere.
Era sbigottito, talmente tanto che il sorriso che era nato sul visino della biondina, si spense.
─ Ehm...da molto, ormai non ricordo nemmeno più quanti anni sono.
Poi la stanza piombò di nuovo in uno di quei silenzi al quanto imbarazzanti. 
Ma questa volta non durò a lungo, perché inaspettatamente fu Donovan a tagliarlo.
─  Hazel, scusami, potresti indicarmi il bagno?
I presenti all'udire il suono della sua voce, si girarono sorpresi a guardarlo, specialmente il biondo, che lo conosceva meglio di chiunque altro.
Hazel rimase in silenzio per alcuni secondi, lasciando che le parole le trapassassero la mente, fino a rendersi conto della richiesta che gli era stata fatta. Si alzò e con lei anche il giovane ed insieme, si spostarono verso il bagno.
Nel frattempo in cucina, Alex e Sam ne approfittarono per chiarire alcune cose, come la questione della misteriosa fuga di ALex.

─ Spiegami che ti è preso! Ora ti fai comandare dal cazzo?! ─ gli abbaiò contro il biondo, stizzito da tutta la situazione.
Alex prese un bel respiro e poi si girò nella sua direzione, lanciandogli uno sguardo duro, che nascondeva la necessità di ammonirlo.
─ No, stronzo. Quello fino a prova contraria sei tu!   
─ Allora spiegami! Avanti! ─ e nel dirlo, incrociò le braccia al petto.
Alex sentiva che doveva dirgli tutto. Spiegargli tutto. Primo perché aveva bisogno di capire, ma soprattutto di un aiuto e sapeva che avrebbe potuto contare sempre su Sam. Secondo perché si trattava di Sam, il suo migliore amico, nonostante la vita e il lavoro lo avesse messo sempre in allerta. Trasse un secondo grande respiro e iniziò a parlare.
─ Questa mattina Hazel mi ha chiamato dicendomi che due uomini l'avevano seguita, fin sotto casa sua. Era spaventata e io sono corso da lei, dovevo tranquillizzarla.
─ Perchè due uomini avrebbero dovuto pedinarla? Insomma fa la cameriera e nessuno, a parte me e te, sa di lei. 
Si guardarono per alcuni secondi negli occhi.
Entrambi smarriti o forse solo preoccupati. Cercavano di trovare le risposte celate nei loro occhi, ma al momento nessuno dei due le conosceva. 
Sentirono il pavimento scricchiolare  e di colpo, come risvegliati da un lungo sonno, tornarono con lo sguardo alle pareti della casa.

Hazel aveva accompagnato Donovan in bagno e il ragazzo, per tutto il tempo in cui erano stati insieme, le era sembrato nervoso. Quando le chiuse la porta in faccia, allora decise di tornare in cucina, dagli altri due.
Che strano che era il caso. Si trovava in casa sua, in compagnia di tre uomini pericolosi. Dei killer professionisti, il cui unico debito sembrava risiedere solo nei confronti dell'Altissimo. A quel pensiero, sulla pelle si disegnarono cento brividi di freddo, che la percorsero per tutta la lunghezza dello scheletro. Eppure si sentiva tranquilla. Sapeva che fino a quando ci fosse stato Alex nella sua vita, non le sarebbe accaduto niente, non in casa sua, non con Sam suo braccio destro non che suo migliore amico. Santo Dio che cosa era diventata la sua vita! Se ci avrebbe scommesso l'anno prima, avrebbe perso quel poco che possedeva. 
Quando stava per varcare la soglia che divideva la cucina dal resto della casa, sentì che il suo nome veniva pronunciato proprio dal russo.
Spinta dalla curiosità, decise di ascoltare la conversazione. In fondo stavano parlando di lei e lei non era presente. Nell'avvicinarsi maggiormente alla porta, la parte di parquet che era saltato a causa del tempo, scricchiolò. Si maledisse ma ormai non poteva fare più niente, se non tornare da loro.

Sorrise dolce ad Alex che fece lo stesso.
Ecco che continuava con la sua falsa. Ecco che la collera tornava a galla nel suo subconscio.
Strinse il pugno destro che nascose sotto il tavolo, mentre sentiva gli occhi neri di Sam sulla pelle. Distrattamente si girò nella sua direzione, trovandovi di fronte un ragazzo interessato a leggerle la mente. E certo, la stava studiando, stava capendo perché quegli uomini si fossero improvvisamente interessati a lei, interesse che coincideva con l'entrata in scena nella sua vita di Alex. Sperò che non andasse a dissotterrare la bara del suo passato, altrimenti sarebbe saltato tutto. Quel ragazzo era troppo sveglio. Era questa la cosa che più la preoccupava al momento.

Finalmente Donovan tornò dal bagno, lasciandosi dietro una scia che sapeva di profumato, di buono. Sam alzò gli occhi sulla figura dell'ultimo arrivato, scattando in piedi, cosa che fece poi anche Alex.
Hazel capì che si stavano congedando e non fu mai così felice per questo.
Doveva allontanarsi da loro, da lui. Altrimenti sarebbe impazzita.
Da brava padrona di casa li accompagnò fino alla porta, per poi richiuderla con il chiavistello.
Con una furia inimmaginabile, corse fino alla camera per buttarsi subito dopo a peso morto sul letto.
Schiacciò la faccia sul cuscino, strinse forte gli occhi e cominciò a urlare.
Le soffici piume contenute nella stoffa bianca riuscirono ad attutire le sue grida.
Grida di disperazione, di smarrimento, di stanchezza. 
Gridava per tutto. 
Perfino perché quella camera portava ritratto il suo inconfondibile odore.

   
 
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