Anime & Manga > Ranma
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Autore: orange    27/02/2013    5 recensioni
"Non lo disse ad alta voce, perché sapeva che a dirle, le cose belle non succedono." E. Hemingway, Il vecchio e il mare.
Perché il nostro corpo sa che, a volte, abbiamo solo bisogno di tempo.
Genere: Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Akane Tendo, Ranma Saotome
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Tempo

 

 

Il mare mosso faceva oscillare quella vecchia barca così tanto che lo stomaco aveva iniziato a farle male. Non aveva mai sofferto di mal di mare, ma non aveva mai viaggiato in quelle condizioni.

Lanciò un'occhiata rapida alle persone intorno a lei e una perfetta miscela di fastidio e affetto le strinse il petto. Immediatamente tornò a guardare il mare, preferendolo alla vista di quel mal assortito gruppo di viaggiatori. Poteva sentire lo sguardo di Ryoga fisso su di lei, trapassarla da parte a parte come se ancora non fosse convinto della sua presenza lì e, in effetti, non poteva biasimarlo, perché nemmeno lei ne era più così convinta. Sentiva a malapena la voce di Mousse che supplicava Shanpu, quella di Shanpu che tormentava Ranma e quella di Ranma che cercava di far reagire Ryoga, in qualunque modo, anche se sembrava che il ragazzo fosse troppo stanco.

In realtà, anche lei era stanca. Si sentiva esausta, mentalmente e fisicamente e, di certo, dover tendere tutti i muscoli del corpo per rimanere in equilibro su quella zattera -perché chiamarla “barca” sarebbe stato un complimento- non la aiutava certo a rilassarsi. Tra le onde e il peso del panda che sbilanciava quella zattera, si rese conto di pendere verso destra dal momento in cui erano ripartiti e che erano ore che non guardava il mondo stando in posizione eretta.

Cercò di muovere braccia e gambe e far circolare di nuovo il sangue in tutto il corpo, ma anche quello le sembrava troppo faticoso.

Chiuse gli occhi, prendendo un respiro profondo e sperando di riuscire ad isolarsi dal baccano che la circondava. Si augurava soltanto che quel branco di buffoni non facesse colare a picco la loro zattera come il giorno della partenza per la Cina. E si augurava anche di arrivare presto in Giappone, ma fortunatamente non doveva mancare molto.

 

Si passò una mano tra i capelli, godendosi la brezza, ma non la salsedine. Osservò il cielo a lungo, ma anche concentrandosi l'unica immagine che le passava davanti agli occhi era il volto di Ranma dietro le lacrime. Quando aveva riaperto gli occhi e l'aveva visto sopra di lei, così triste e preoccupato, era stato come se qualcuno l'avesse accoltellata al cuore e avesse rigirato il coltello più e più volte, nel tentativo di affondarlo nel petto, e si era detta che niente e nessuno avrebbe mai più potuto farlo sentire così, perché lei avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di impedirlo. Aveva pianto stretta tra le sue braccia ed era stato come se l'inferno e il paradiso fossero esplosi e implosi tra di loro, fondendosi nella perfetta consapevolezza di essere ancora viva.

Poi, sentì il suo sguardo sguardo su di sé. Avrebbe potuto riconoscerlo tra tutti gli sguardi del mondo, ma non si voltò. Quando sentì il rumore di passi incerti avvicinarsi a lei, la sensazione dello sguardo di Ryoga sulla sua schiena era scomparso.

Ranma afferrò il parapetto con entrambe le mani, che portavano ancora i segni degli ultimi, deliranti giorni. Si sedette accanto a lei e, all'improvviso, Akane non riusciva a respirare. Non era pronta a parlare con luie con tutto il cuore desiderò che nemmeno lui lo fosse, perché sapeva che, dopo tutto quello che era successo, avrebbero dovuto rispondere a milioni di domande mai fatte, ma lei, semplicemente, non era pronta, non lì, non in quel momento, non davanti a tutte le persone che avevano provato a separarli o a unirli con la forza. Era solo troppo stanca.

 

Si voltò per guardarlo in viso e lui fece lo stesso. Si chiese cosa gli passasse per la testa, quali paure dominassero il suo cuore, quali desideri lo riscaldassero, ma quello che lesse sul suo volto era solo dolore. Per cosa? Per aver rischiato così tanto? Per aver perso la possibilità di ritornare ad essere un ragazzo normale? Eppure, l'aveva salvata, di nuovo. Eppure, a lei non importava nulla della sua maledizione. Ma lui lo sapeva? Avrebbe voluto gridarlo a squarciagola, guardarlo negli occhi e dirgli che andava tutto bene, che finalmente stavano tornando a casa, insieme, sani e salvi, e che, prima o poi, nella loro complicatissima vita, tutti i pezzi sarebbero andati al loro posto e loro avrebbero potuto amarsi. Avrebbe voluto, ma non lì, non in quel momento. E lei era troppo stanca.

Lo guardò, più intensamente di quanto avrebbe voluto, sperando che leggesse nei suoi occhi tutte quelle parole, poi, come se non ci fosse nessuno intorno a loro, fece l'unica cosa che il suo corpo le permettesse di fare.

Gli sorrise, con tutto l'amore che avrebbe voluto trasmettergli. Le sembrò che, per un istante, Ranma fosse rimasto spiazzato, poi lo vide rilassare il collo e le spalle e notò che la presa delle mani sul parapetto si era allentata. Lui le sorrise a sua volta e il suo sorriso era così bello e puro che non lei riuscì più a pensare a nulla.

Tornò a guardare il mare, mentre i loro corpi si avvicinavano impercettibilmente. Presto sarebbero stati di nuovo a casa e tutto sarebbe stato migliore.

Sì, è così, pensò. Abbiamo ancora tempo, Ranma ed io.

 

 

 

 

 

 

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