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Autore: Semperinfelix    13/03/2020    0 recensioni
Benvenuti nel regno dell'impossibile e dell'assurdo.
Sedete pure e vi racconterò di come da villana mi feci regina: questa è la storia d'una vita incredibile, d'un matrimonio impensabile finito in tragedia e di un'ascesa vertiginosa ad un trono cosparso di sangue. Violenza, inganni e tradimenti: questa è la storia della turbinosa politica italiana.
Genere: Comico, Demenziale, Satirico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: Nonsense | Avvertimenti: nessuno
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Prefazione
 

Benvenuti nel regno dell'impossibile e dell'assurdo. 

Sedete pure e vi racconterò di come da villana mi feci regina: questa è la storia d'una vita incredibile, d'un matrimonio impensabile finito in tragedia e di un'ascesa vertiginosa ad un trono cosparso di sangue. Violenza, inganni e tradimenti: questa è la storia della turbinosa politica italiana.

Attenzione: per non infrangere le regole di questo sito ho dovuto cambiare i nomi di quasi tutti i personaggi, tranne il mio e quello dei miei familiari e conoscenti ovviamente. La versione non censurata potete trovarla su Wattpad a questo indirizzo: 
Il marito e l'amante

Quel che qui leggerete è solo parzialmente autobiografico. Ciò significa che non sono veramente innamorata di Armodio, o meglio: lo amo amichevolmente come si può amare un attore o un cantante o un divulgatore televisivo (e sapete a chi mi riferisco). Potreste talvolta incontrare anche parziali citazioni della Divina Commedia.
 


 

Atto I - La lettera
 
 
Era il 26 Maggio del 2019, erano le elezioni europee ed io, fresca diciottenne con tendenze monarchiche filoaragonesi, ero alle mie prime elezioni, che emozione! Un uomo solo amavo allora, quell'affascinante napoletano(1) dalle innegabili qualità, bel parlatore, giovane onesto, politico intraprendente: Armodio. Ogni qual volta lo vedevo sul piccolo schermo, ah, come sospiravo!
Eppure... che partito aveva sposato, lo sciagurato! che partito! Non potevo votarlo, no, o l'onta sarebbe ricaduta sul mio nome, macchiando per sempre il mio onore. Fu così che presi la decisone drastica: votare Aristogitone. Anche lui stimavo in verità, lo confesso, ed ero decisamente più in sintonia col suo pensiero che non con quello del mio Armodio, perciò lo feci.
Votare è un po' come fare l'amore, ed io ero allora ancora vergine. Fu così che, tra il rimanere schietta e l'accontentarmi, mi presi il milanese come amante e a lui diedi la mia fiducia tutta e la mia verginità politica. Il giorno dopo Aristogitone festeggiò la sua vittoria, ma io mica tanto, perché il mio Armodino era triste!
Venni poi a sapere che, demoralizzato dalla sconfitta, aveva deciso di interrompere lì la propria carriera politica. Non potevo assolutamente accettarlo. Pertanto gli scrissi una lunga, lunghissima lettera, vi stipai dentro tutto il mio amore, la baciai, la profumai, la chiusi con la cera rossa e gliela spedì lì a Napoli.
"Io t'amo, Armodio, e ti stimo più d'ogni altro", gli scrissi, "e tu, proprio tu, vuoi deludermi? Per un piccolo insuccesso vuoi buttarti via? Ahimè, perché a poco vento così mi cadi, o mio Armodio? Non puoi arrenderti, non tu, perché senza di te la politica italiana non ha senso!" E tante altre belle cose.
Gli dichiarai così tutto il mio amore e tutta la mia ammirazione e la lettera funzionò talmente bene che Armodio non solo si rimise in politica, ma volle persino conoscermi! Accadde così, un giorno qualunque, senza preavviso. Egli lasciò Napoli, sua terra natia, attraversò lo stretto e venne al mio paese, presentandosi sotto casa mia col Pandino bianco vecchio modello, di quelli che non ne producono più da almeno vent'anni. Irresistibile.
Citofonò e mia madre s'affacciò dal balcone. « Signora, sua figlia c'è? » le domandò allora. Mia madre cercò di capire chi mai fosse quel baldo giovinotto che chiedeva di me, ma l'alto abete dinnanzi casa le oscurava metà della vista, impedendole di riconoscerlo. « Mi scusi, ma lei chi è? » lo interrogò dunque.
« Ma come, signora, non mi riconosce? » fece lui con un sorriso. « Sono Armodio, da Neapoli ». Mia madre rimase a dir poco sbalordita. « Aspetti un attimo che gliela chiamo! » gli disse, e andò di corsa ad affacciarsi dal lato opposto della casa, dal lato della campagna dove io mi trovavo.
Io stavo in quel momento curando il pessimo giardinetto che tenevamo allora e con la zappa in mano scavavo una buca bella profonda per la mia pianta grassa che, ormai troppo grossa per il vaso, andava assolutamente travasata.
« Sofia! Sofia! » mi gridò quella a gran voce. « U sai cu cia? » Io sollevai la testa verso di lei e la guardai di sbieco. « E cu cia? » chiesi di rimando, approfittando della pausa per asciugarmi il sudore dalla fronte col dorso della mano.
« Vattalia dabbanna, alliestiti(2)! » mi suggerì allora mia madre e io sbuffando posai la zappa e andai a lavarmi le mani con il tubo dell'acqua per togliere ogni traccia di terra, poi me le asciugai nella lunga gonna blu scuro del mio vestito. Certamente dovevo avere i capelli pessimi, così raccolti in una treccia alla villana, ma poco m'importò in quel frangente.
Passai attraverso la casa di mia zia, casa che stava situata proprio accanto alla mia e che, ancora in costruzione e senza vere porte, non sarebbe stata mai finita. Affacciai in tal modo dal lato della strada e fu allora che lo vidi. Rimasi letteralmente a bocca aperta e allora sì che mi preoccupai del mio aspetto! Dovevo sembrare proprio una sciocca contadinella di provincia!
Egli mi venne incontro tutto sorridente: era bellissimo, con quella camicia bianca perfettamente abbottonata e infilata nei pantaloni neri, della stessa tinta delle scarpe tirate a lucido. Ci incontrammo proprio a metà della scalinata in cemento grezzo. « Sei tu che mi hai scritto quella lettera? » mi chiese allora. Dannazione! solo l'accento napoletano gli mancava, poi sarebbe stato perfetto.
Io annuì con grande imbarazzo, sfuggendo al suo sguardo. « Non volevo che abbandonassi la tua carriera politica per un nonnulla », gli spiegai, « sei onesto e distinto ed è raro trovare un uomo come te oggi, specialmente in parlamento ». Egli salì un altro gradino, venendomi più vicino, e mi sfiorò una guancia con la mano. « è altrettanto raro trovare una ragazza così giovane che si interessi di politica » mi disse.
« In verità me ne interesso fin da quando avevo tredici anni », gli confessai, ma ciò che non gli dissi fu che ben prima di quell'età iniziarono a manifestarsi le mie preoccupanti tendenze monarchiche e reazionarie, non esenti da un pizzico di dispotismo.
Dopo cotali parole fatte, Armodio fu talmente ammirato che, non più in grado di contenere la propria emozione, mi baciò sulla bocca, mentre i pochi vicini, intenti a spiarci da dietro le finestre socchiuse, ci festeggiavano con fischi e applausi.
Egli mi dichiarò il suo amore cocente ed improvviso e mi disse che voleva avermi. Io gli risposi che mi sarei concessa solo a due condizioni: la prima, che lasciasse il suo attuale partito e ne fondasse uno proprio depurato da sinistrini e comunisti e la seconda, che mi sposasse.
Armodio accettò entusiasta e quella sera stessa, a cena, chiese a mio padre la mia mano. « Pigghiatilla! » gli rispose immantinente mio padre, sollevando il bicchiere di vino verso di lui, « ca sta figghia o la scannu o la maritu(3)! »
Egli lasciò per me la sua bella fidanzata e in fretta e furia organizzammo il matrimonio, avvisando i parenti e miei e suoi. Io ero al settimo cielo dalla felicità, ché sognavo le mie nozze fin dalla tenera età di tre anni e per ben quindici avevo aspettato con ansia questo momento!
La mattina della cerimonia indossai l'abito da sposa di mia nonna, quello accollatissimo e tutto meravigliosamente ricamato, e sui lunghissimi capelli castani semisciolti sistemai il suo velo lungo oltre sette metri, estremamente semplice, ma d'un bianco purissimo. Mi adornai infine con gli orecchini di perla e l'anello d'oro bianco dell'altra mia nonna e ai piedi misi un paio di scarpette basse, poiché mio marito era un po' vasciuliddu(4) e io non volevo sembrare più alta di lui.
Feci promettere ad Armodio che non avrebbe invitato i suoi ex colleghi comunisti ed egli fu di parola: niente e nessuno arrivò a rovinare il nostro giorno speciale. Ci sposammo quindi nella chiesetta del mio paese, piccola ma deliziosa, con un basso campanile, una bella cupola e il soffitto cassettonato, per mezzo di don Massimo il nostro parroco.
Mio nonno era talmente felice che io avessi sposato il suo amatissimo Armodio che per dimostrare la propria immensa gioia svaligiò il supermercato del nostro paese di tutto il riso e, non contento, andò a svuotare anche quello del paese accanto. Fu così che ci ritrovammo a scendere le scalinate in marmo della chiesa sotto una pioggia fitta e incessante di riso, salimmo sul carretto siciliano che avevo insistito tanto per avere e facemmo un giro dell'intero paese, da ognuno dei millecentosettantanove abitanti applauditi.
Armodio non badò a spese: nella minuscola piazza, se tale si può chiamare una stradella meglio ammattonata situata sotto la chiesa, fu allestita una lunghissima tavolata imbandita per tutti gli invitati. Pranzammo lì, all'aria aperta, mentre il sole ci sorrideva e per l'aria risuonavano le festose canzoni d'una volta, ora napoletane, ora siciliane, accompagnate dal suono del tamburello e dello scacciapensieri. E tra un ballo e l'altro s'arrivò infine al taglio della torta nuziale: un'enorme cassata a tre piani, ripiena interamente di ricotta dolce e canditi e decorata con delizioso marzapane di cui andavo matta.
I festeggiamenti proseguirono ininterrottamente fino al calare del sole ed anche oltre: fu un giorno memorabile per quel paesino sperduto tra i monti ormai più abitato da morti che da vivi. Fu il giorno che decise le sorti non solo nostre, ma dell'Italia intera. Fu il giorno in cui io compresi che per mezzo di me tutto era destinato a crollare e a rinascere.

 
~~~

Note al capitolo:
(1) Napoletano per estensione.
(2) Vai a guardare dall'altra parte, sbrigati!
(3) Prenditela! Che questa figlia o la scanno o la marito.
(4) bassino.
 
 
   
 
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