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Autore: Made of Snow and Dreams    25/07/2020    3 recensioni
Il cane è una sgualdrina. Nonostante si affezioni fervidamente al padrone, scodinzola a qualsiasi altra persona che lo avvicini in modo pacifico. La mia gatta, invece, è uno spirito indomabile e fiero. Ci sono volte in cui si comporta più da donna che da gatta: un giorno decisi che come tale l'avrei trattata.
Genere: Introspettivo, Noir, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
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Lizzie

 

 

 

 

Abito in un appartamentino di sessanta metri quadri situato a nord della Farenda's Street, a dieci passi – dieci passi e mezzo, a voler essere precisi – dal bar Poligono. Se mi incontraste dal vivo la mattina, quando mi interstardisco a voler usare i mezzi pubblici anzichè comprarmi una macchina nuova di zecca, una di quelle volgarmente laccate di rosso, vedreste un uomo che, a detta dell'opinione comune femminile, è piuttosto attraente. Mi è stato detto che assomiglio ad un attore di Hollywood degli anni '50, un intramontabile Cary Grant – che onore! - o un fascinoso Rock Hudson, con i capelli laccati elegantemente all'indietro, lucidi di gel e cera di api, e un sorriso ammaliante che niente ha da invidiare ai modelli maschili che oggi popolano gli spot pubblicitari dei profumi o dell'intimo maschile.
Ho sempre avuto un certo successo con le donne. Stando ai più famosi rapporti sull'attrazione sessuale tra sconosciuti – quello che le ragazzine romanticizzano come 'colpo di fulmine ' - io ho tutte le qualità atte a farmi ricambiare dalle donne di tutte le età, quando e come voglio: un volto squadrato, un collo largo e taurino, spalle larghe, mani muscolose e una voce profonda e a tratti roca.
Ho avuto diverse amanti nella mia vita, ognuna con la propria fisicità, il proprio carattere, il proprio intelletto, la propria sensibilità, e tutte mi hanno sempre rimproverato una certa freddezza nei loro confronti, uno scudo imperforabile dettato, forse, da un certo disinteresse di fondo. Prendiamo Molly Brown, della quale nutro un piacevole ricordo: una chioma castana leonina, un paio di occhiali dalle lenti spesse come cocci di vetro adagiati su un nasino piccolo e delicato, fisico da ragazza prepuberale. Furono sei mesi conditi di dolcezza e premure, lei che era un'esperta botanica e lavorava come commessa in un negozio di fiori, il 'Viale Fiorito', che trasudava le fraganze più acute e insistenti di gelsomino e gardenia, brugmansia e lillà, i più odorosi del quartiere. Si dimostrò esperta anche nella gestione della casa, non trascurando il minimo granello di polvere, lucidando maniacalmente il forno e l'angolo cottura con una precisione degna di un chimico, e riempiendomi il frigorifero di manicaretti che, nei suoi momenti di assenza, ero costretto a buttare nella spazzatura per non rovinare il mio fisico, piuttosto tonico per un trentenne. Devo riconoscere, tuttavia, che era a letto che si compiva la magia, l'incantesimo che mantiene soggiogati i maschi al genere femminile: io ero perfettamente in grado di trastullarmi in quella magica boscaglia che era l'inguine della mia docile partner, ero abile nel possederla, imprigionando le sue fragile membra nella gabbia che erano le mie braccia, e sapevo nutrire l'incendio che si propagava dal nodo che teneva legate le nostre carni fino alle periferie ultime.

Il sesso non è mai stato un problema.

Il difetto, se proprio si può chiamare tale, era intrinseco in me, sin da quando ero un fanciullo in età adolescenziale. L'apatia, la nobile arte dello stoico greco, è vista di cattiva luce in quest'epoca: che sia l'indifferenza per le donne, l'inedia dei sentimenti, il distacco dalle gioie mortali, tutto questo è classificato come una sintomatologia di diverse malattie mentali. Depressione. Sociopatia. Ma io non mi sono mai sentito anormale – semplicemente, non era ancora sorto il giorno che mi avrebbe riscaldato il cuore di un impulso superiore, che non appartenesse alla cerchia di quelli primitivi e volgari dediti alla sopravvivenza. Il sorriso di una donna attraente, l'abbraccio di un amico fidato, la risata effimera di un bambino, lo sguardo tenero ed innocente di un animale – niente di tutto questo era riuscito a suscitare uno stimolo nel mio arido animo.
In primavera mi fidanzai con Elisabeth Wilson, una ragazza prosperosa dai lunghi riccioli neri e le gambe lanuginose, la cui aspirazione ultima era diventare una modella. Avrebbe dovuto perdere alcuni chili e lavorare sulla tonicità delle membra, ritrovatasi con il seno pendente e strabordante di grasso, e un addome di molto somigliante a quello untuoso e anguillesco di un rospo. Tuttavia era di compagnia: che fossimo in strada, in macchina o a casa mia, la sua bocca vomitava pettegolezzi sulla famiglia che abitava sopra il suo appartamento, del marito che tornava a tarda notte con la camicia sporca di rossetto e i capelli scarmigliati, o della loro piccola peste che batteva il pavimento - Cick Ciack, Cick Ciack, si lamentava lei – a tutte le ore, compresa la sera. O di cosa avrebbe dovuto compare per il compleanno della suocera per non sfigurare in sua presenza.
Io mi limitavo ad annuire per dimostrare la mia partecipazione a quelle sterili conversazioni, nonostante il mio animo fosse stanco, profondamente annoiato. Eppure, ciò che mi frenava dal liberarmi di quel fastidioso, futile suppellettile dalle movenze femminili, era la paura della solitudine: giorni senza proferire paura con un animo amico, sentirsi prosciugare dall'interno come una splendida rosa che appassisce dopo la potatura, disidratato di attenzioni da un altro essere vivente; avevo già sperimentato questa condizione dopo la morte di mia madre, e forse un abilissimo psichiatra con tripla laurea e sguardo saccente affermerebbe che stessi cercando mia madre in ogni donna che incrociavo, senza tenere in considerazione il mio bisogno primario, l'affinità con una creatura mortale.
Era un uggioso e plumbleo mercoledì quando proposi ad Elizabeth di uscire per una passeggiata. Era stata una strana settimana quella, stagnante di temporali e pioggie insignificanti, di quelle che si limitano ad arruffarti i capelli o a rovinarti il trucco, e io ero stanco di trascorrere le mie giornate davanti allo schermo della televisione, sprofondato sotto le coperte che condividevo con la mia nuova compagna. Quel giorno la mia cara Elizabeth era stata pervasa da una profonda inquietudine che aveva abbattuto il cicaleccio del suo organo fonico, costringendola a momenti di assoluta immobilità che, ammetto, mi lasciarono interdetto. Pensai che fosse una buona idea portarla a passeggio come se fosse un barboncino, che il petricore avrebbe rassenerato i nostri animi con l'ausilio di una tazza di cioccolata calda del nostro bar preferito, l'Avienne. Lei si era stretta a me, con i suoi riccioli che affondavano nell'incavo del braccio e il picchiettare dei suoi tacchi sulla strada; quanto a me, ero vestito nel mio usuale completo di camicia bianca di seta e calzoni grigi di flanella, il viso glabro e un cipiglio pensoso incastonato nel volto.
La strada che percorremmo era piccola, stretta, claustrofobica, nonostante ci trovassimo fuori dalle mura domestiche. L'ombrello che reggevo per entrambi amplificava il tamburellio delle gocce di pioggia sul vialetto spoglio; c'era poca gente a passeggiare, nessun padre di famiglia affacciato alla finestra con una cicca di sigaretta masticata tra le labbra, nessun lavoratore dal petto villoso a sussurrare oscenità al compagno di fatica. Tuttavia, i negozi, gli alberghi, i bar e i ristoranti con le loro variopinte e multicromatiche insegne erano aperti, invitanti: un seducente tepore tentò di conquistarmi mentre oltrepassavo il Bomprix, un grazioso negozio di abbigliamento perpendicolare alla Fifth Avenue.

'Sei particolarmente silenziosa oggi, mia cara. Qualcosa ti turba? ' chiesi io, interrompendo la monotonia fonica dei nostri passi sull'asfalto.

'La pioggia... ' mormorò lei, ' la pioggia mi rende sentimentale. Non siamo usciti per una settimana e ho avuto tempo... molto tempo per pensare, ecco. '

'E a cosa avresti pensato? '

La sentii deglutire. Intercettai i suoi occhi squadrarmi il volto, e instintivamente le sorrisi, adottando il Sorriso Numero 3 del mio repertorio personale, quello che rassicurava le donne. Elizabeth mantenne la testa bassa, permettendomi di scrutare la scriminatura centrale dei suoi capelli ispidi, canuti alle radici. Poi alzò la testa, di scatto, e sentii la sua mano stringermi il braccio con veemenza, come un serpente strangola la preda, e i suoi occhi effettuare uno strong eye contact.

'Voglio avere un bambino, ' pronunciò.

Ammetto, in tutta sincerità, di aver spesso riflettuto sul ruolo che ha la paternità sul genere maschile.
In un mondo squisitamente occidentalizzato, nel Paese patria del capitalismo più becero, procreare è considerato quasi un obbligo, nonostante si ostenti riserbo e pudore sull'argomento. E' sottointeso, sotterraneo, viscerale: nessuno obietta, solitario gabbiano che solca il cielo sfidando l'inevitabile tempesta, e nessuno asserisce l'ovvio. La necessità di avere figli è intrinseca nelle donne, più che nei maschi. L'istinto di maternità è trascritto nel codice genetico e si attiva naturalmente durante la gravidanza e dopo il parto con scariche continue di prolattina, l'ormone delle cure materne, e le anomale che resistono al loro destino dettato dalla natura, sono sospette di un'alterazione genetica. Ciò non si ripercuote sul genere maschile, invece: come disse uno dei miei conoscenti più fidati, un uomo con barba folta e parlantina unilaterale, 'l'uomo è cacciatore, e, come tale, ha il diritto di accoppiarsi con il maggior numero di femmine della sua stessa specie '.
Non ho mai condiviso quell'ideologia, non tanto perchè la trovassi volgarmente ripugnante, quanto perchè avevo già tutte le donne che volevo. Uno sguardo sfuggente, un sorriso ammaliante, una postura decisa e autoritaria temprata da gentilezza e finte premure mi hanno sempre agevolato il compito di conquistare la miss di turno. Non ho mai sofferto di polluzioni notturne, nè ho mai dovuto ricorrere all'abilità della mia mano destra. Ero, fisicamente parlando, totalmente appagato.
Il dilemma era la mia presunta genitorialità: un bambino, fino ai primi tre mesi di vita, non è altro che una poltiglia amorfa e grumosa di cellule che crescono, crescono nel ventre della donna come un piccolo tumore. E' dal quarto mese che quel piccolo essere si evolve: quel nocciolo parassita assume una forma, un carattere, una ragione di esistere. Si diffenzia dal resto della società, pretende un nome e una casa e un cognome, assicura la sopravvivenza della famiglia. Avrebbe dipeso dalle mie labbra per cure, educazione, amore, proprio come una qualsiasi donna adulta. In termini più schietti, non sarebbe cambiato proprio niente nella mia vita, se non l'incrementarsi di notte insonni e il manifestarsi di nuove preoccupazioni; nuove responsabilità. Avrei dovuto sposare la madre di mio figlio, legarmi socialmente ed economicamente a lei, sopportare la sua riluttanza a sottoporsi ai suoi doveri coniugali, vederla sfiorire. La mia serenità al posto di una zavorra emotiva.
Non dissi niente ad Elizabeth. I miei occhi si posarono automaticamente sulla strada, rifiutandosi di guardarla oltre. Sapevo bene che, se le avessi detto delle mie intenzioni di restare celibe a vita, qualcosa, nel nostro rapporto, si sarebbe inesorabilmente incrinato. E io avrei perso l'ennesima compagna, obbligandomi a cercarne un'altra che fosse di compagnia tanto quanto lei, e tremendamente stupida, tanto quanto lei.
Devo riconoscere che il Fato, quel giorno, si dimostrò generoso con me. La mia testa pollulava di possibili e ipocrite scuse per rinviare quella conversazione, quando una serie di grugniti catturò la mia attenzione. Avevamo appena sorpassato il Bel Air, un quartiere residenziale abitato da immigrati francesi, attiguo ad una piccola pescheria, e fu allora che il proprietario, un corpulento omaccione in sandali e canotta bianca, si palesò con una scopa in mano.

'Sparisci, bestiaccia! Via da qui! ' urlò lui.

Mi aspettavo che un grosso cane randagio balzasse fuori dalla pescheria, ma rimasi sorpreso – più del dovuto – quando scoprii che l'oggetto di tanta collera era, semplicemente, un gatto.

 

Il cane è una sgualdrina. Nonostante si affezioni fervidamente al padrone, scodinzola a qualsiasi altra persona che lo avvicini in modo pacifico. E' un animale lercio, rozzo, prevedivile: noioso. Tollero abbastanza bene i cani di taglia media o grande, specie se muscolosi e possenti, dal manto lucido, di quelli che si scorgono a sorvegliare i greggi di pecore o la casa del padrone: assumono una certa aria di nobiltà, di tutto rispetto.
Poi ci sono i toy dogs. Ho sempre nutrito una certa avversione per i cani piccoli, insignificanti, isterici, degni delle ragazzine e delle donne benestanti, di quelli che attirano carezze delicate dai passanti e commenti pieni di tenerezza dalle famiglie con bambini. Il loro aspetto non mi ha mai invogliato ad avvicinarmi ad uno di loro, anzi: lo sguardo riflesso nei loro stupidi e rotondi occhi neri mi ha sempre lasciato una nota di irrazionale irritazione che mi invogliava ad allontanarmi da loro il prima possibile.
I gatti sono diversi. Il gatto è l'animale con più affinità con l'uomo che io conosca. Nonostante il suo portamento fiero e indipendente possa ispirare antipatia e disprezzo, esso non può permettersi di essere ipocrita. Se piaci al gatto, te lo farà capire. Se non gli piaci, te lo farà capire lo stesso. Non ha rimorsi nell'usare i suoi micidiali artigli contro chi lo importuna, che sia un estraneo o il padrone stesso. Ciascun gatto – specie se randagio – detta le regole in casa; non si sottomette a nessuno, neanche se ciò gli valesse la sua stessa dignità. Da un certo punto di vista, si comportano proprio come se fossero degli esseri umani.
Mi avvicinai di qualche passo verso l'animale. L'uomo, vedendomi arrivare, arretrò dietro il bancone del pesce, chiaramente imbarazzato. Liberai il mio braccio dalla morsa di Elizabeth e lo allungai verso il gatto, stando bene attento a non compiere movimenti bruschi.
Il gatto mi fissò con i suoi languidi occhi gialli. Non so dirvi cosa trovai di così magnetico in lui, ma certo ammetto che era uno splendido esemplare di felino, nonostante la pioggia e il freddo gli avessero bagnato il pelo e la sporcizia gli si fosse incrostata sulle zampe. Le orecchie erano perfettamente proporzionate alla testa e il corpo era affusolato e snello, simile a quello smilzo di un siamese, ma più tondeggiante verso l'addome. Il pelo zebrato di rosso lo faceva splendere come una piccola stella nel grigiore mondano della strada allagata, e le lingue di fuoco sulla fronte accentuavano le lande desertiche che erano le sue iridi.

'Signor White, ' cantilenò Elizabeth, risvegliandomi dal mio torpore, 'Perchè ci siamo fermati? Non dovevamo andare all'Avienne? La cioccolata calda ci sta aspettando e qui fa freddo, perchè non andiamo avanti? '

'La cioccolata calda ' la interruppi io, ' può aspettare. Precedimi pure, se vuoi. Ti raggiungerò subito. '

'Vuole comperare del pesce, mister? ' farfugliò il pescivendolo con un gran sorriso.

'Sono più interessato al gatto che al pesce, in realtà. ' risposi io, sorridendo a mia volta in tono convincente. 'Sa se appartenga a qualcuno? '

Vidi la faccia del venditore contrarsi per la delusione e il fastidio. Fece ondeggiare lo sguardo da me al gatto, fino a fissare quest'ultimo definitivamente con astio. 'No, quel sacco di pulci viene sempre a disturbarmi mentre lavoro. E' un randagio. Se lo prenda pure, mi farebbe un gran favore. '

'Hai davvero intenzione di prendere quel coso dalla strada? ' starnazzò Elizabeth. 'Ma lo hai visto bene? E' lurido! E i suoi occhi poi, sono tutti rossi, sembra che pianga! Perchè prendere un gatto malato quando potremmo passare al Pet Paradise per acquistarne uno? Hanno dei cuccioli meravigliosi esposti in vetrina, sia cani che gatti! Scommetto che te ne innamorerai vedendone uno! '

'Già,' replicai io, 'perchè prendere un animale dalla strada quando puoi comprarne uno già nutrito, curato e sverminato, il perfetto soprammobile per gli inetti. Elizabeth, mi conosci da quattro mesi e sembra che tu non capisca. '

'Perchè spendere soldi per un gatto già adulto quando puoi avere un cucciolo? Un cucciolo è molto meglio, è più affettuoso, più tenero, puoi farci tutto quello che vuoi, puoi vestirlo come vuoi! Un cucciolo... ' aggiunse, e la sua voce si affievolì in un sussurro distante, '... è come un bambino. '

'Mia cara, ' dissi, in italiano, con un sorriso tirato e gli occhi rancorosi, 'dovresti pensare anche a me. Immagina, immagina... se tornassimo a casa dopo la consumazione al bar, senza novità all'orizzonte, nulla da fare se non dormire o leggere o guardare la televisione. Che vita noiosa sarebbe! E qui abbiamo una creatura che chiede aiuto. Non ti fa pena? Proprio tu che vorresti avere dei figli, dovresti essere la prima a provare compassione per un essere indifeso! '

'Ma non è la stessa cosa! '

'Invece è proprio la stessa cosa. ' dissi, voltandomi definitivamente verso di lei, ergendomi in tutto il mio metro e ottantasei centimetri. Avvertivo lo sguardo del pescivendolo su di noi: che spettacolo patetico dovevamo avergli offerto! 'Per quattro mesi ti ho accontentata in tutto. Ti ho portata in giro per teatri, cinema, mercati. Ti ho ascoltata mentre spettegolavi delle tue amiche, ti ho accontentata quando mi chiedevi questo o quel regalo, una collana, un anello di fidanzamento ' - non le ho mai detto che l'anello di fidanzamento che indossava Elizabeth, un anello con un piccolo diamante incastonato nell'oro di 18 karati, l'avevo acquistato nove anni prima per Mary Loue, una delle mie prime fidanzate ufficiali, e da allora aveva saggiato gli anulari di tutte le donne che l'avevano susseguita. 'E dopo tutto questo, non vuoi accontentarmi? '

Incastrai il mio sguardo nel suo. Mi avvicinai a lei per afferrarle gentilmente la mano destra, carezzandone il dorso con il pollice. Lei arrossì furiosamente, calando la testa verso il marciapiede.
Le cinsi il mento tra il pollice e l'indice, costringendola a guardarmi. 'Elizabeth, ' le mormorai nel tono più languido e sensuale che avevo faticato ad ammaestrare nel corso degli anni, 'ti prometto che ti farò un bel regalo, se mi permetterai di togliere quel gatto dalla strada. Potremmo farci un bel viaggetto, io e te, magari nella mia terra natale, l'Italia. Che ne dici? Ti basta un solo sì, Elizabeth, un solo sì... '
Lei tremava. Nel giro di un battito d'ali, mi giunse la risposta, dubbiosa, insicura, tentennante, ma pur sempre la risposta che volevo.

'Va bene. '

E fu così che la convivenza forzata, io ed Elizabeth e il gatto, fu battezzata sotto un cielo che odorava di pioggia.

Si scoprì, nell'ambulatorio veterinario più vicino a casa mia, che il gatto non era un gatto, bensì una gatta, una lei, e che aveva una tremenda necessità di cure mediche. Gli occhi, così come aveva notato Elizabeth, erano lacrimosi e contornati di rosso – il veterinario che maneggiò la piccola paziente sosteneva che si trattasse di congiuntivite, la temperatura corporea era di 37, 5 gradi – la micia si dimenò come un'anguilla mentre le veniva insinuato il termometro nel retto – e in generale occorrevano dei farmaci che uccidessero tutti i parassiti interni. La gatta fu lavata, sverminata, spulciata e vaccinata; le vennero pulite le orecchie, tagliate le unghie, il naso colante le fu asciugato e gli occhi le vennero trattati con un collirio. Il conto totale ammontò a 180 dollari – compreso l'acquisto di un trasportino, cifra che - stranamente! - non mi disturbò perdere, nonostante gli sbuffi di Elizabeth al mio fianco.
Mentre guidavamo verso il mio appartamento, Elizabeth lanciò continue occhiatine alla gatta, che se ne stava tutta acciambellata nel suo rifugio.

'Sei soddisfatto ora? ' mi chiese.

Lo ero davvero? Avevo fatto quello che la gente comune chiama 'una follia'. Avevo deciso di adottare un gatto randagio per accoglierlo nella mia casa, stravolgendo la mia vita e quella della mia compagna, in nome di una strana sensazione che mi aveva pervaso quando io e la gatta ci eravamo guardati per la prima volta. Mi era sembrato che quegli occhi mi parlassero, così espressivi da essere umani, il taglio elegante che ricordava quello degli occhi di una bella donna, sussurrandomi promesse di una forte intesa domestica, di un rapporto di reciproco rispetto che avrebbe oscurato qualunque relazione che io avessi mai avuto prima.

'Sì, sono soddisfatto. Ti ringrazio molto, carissima. Piuttosto, ora c'è una questione da affrontare: come chiamare la gatta! '

'Che ne dici di Lucy? Un nome semplice, d'effetto. '

'No, troppo banale. '

'Lorna? Neve? Julie? Beth? '

'Beth, ' dissi, sorridendole, 'è carino. BethBethBeth. Proprio come il tuo nome. Anche Lizzie non è male. '

'Preferisco più Lizzie. '

'Già, anche a me piace di più. Beh, è deciso! Quindi... ' mi rivolsi alla gatta, guardandola dallo specchio retrovisore, e lei mi guardò a sua volta, come se avesse capito, '... benvenuta a casa, Lizzie! '

A dispetto dei miei peggiori pronostici, Lizzie si ambientò bene. Non appena la sua piccola, tenera zampetta bianca emerse dal trasportito, accuratamete deposto sul pavimento per evitare di spaventarla – insistetti io stesso a reggerne il peso fino alla porta di casa - ella iniziò ad esplorare il suo nuovo territorio in quel delizioso modo che accomuna ogni felino, arcuando elegantemente la schiena e strofinando il proprio corpo su ogni suppellettile disponibile all'altezza dell'assito.
Mi ritrovai deliziosamente assorto nel cogliere ogni singola movenza che quella creatura così nobile e fiera compiva, arrivando addirittura a trascurare la mia cara Elizabeth per interi minuti, o forse mezz'ora – chi può dirlo? - nonostante fossi consapevole del suo sguardo accusatorio sulla mia schiena.
Credo che fu quello il momento in cui sperimentai il famoso coupe de foudre dantesco, preludio alla mia tragedia personale, perchè mai avrei potuto immaginare una simile alchimia tra me e un altro essere vivente, un incantesimo che prescinde ogni forma di controllo e di buonsenso, inconciliabile con la mia posizione di fidanzato modello. Il desiderio dirompente e soffuso, che appaga anticipatamente i sensi al punto da poterlo pregustare come il più raffinato e godereccio manicaretto, si stava manifestando nell'impulso che ogni mia più intima fibra richiedeva, come un assetato che assapora l'acqua dopo giorni di astinenza, di toccare quel manto rubicondo e godere dell'irresistibile calore che ne sarebbe sprigionato, estasiarsi del gorgoglio sullo stomaco che avrebbero prodotto le inevitabili fusa, miele per l'udito.

'Signor White... ' disse Elizabeth con voce cupa, tenebrosa.

Mi voltai verso di lei faticosamente, segretamente irritato per la sua interruzione. 'Sì, cara? Oh, che espressione! Elizabeth, qualcosa non va? ... non fare quella faccia, sai che non mi piace vederti triste. Le belle ragazze come te devono essere sempre allegre, quindi sorridi in quel modo che piace tanto a me. '
Le picchiettai l'indice contro la guancia paffuta e ottenni quello che volevo da lei, l'incresparsi delle labbra umide e il deformarsi della pelle al mio tocco, l'affiorare di una minuscola fossetta.

'Alla fine non siamo andati all'Avienne... ' mormorò lei, fissandomi negli occhi con un'intensità che non avevo mai visto prima. Poggiò la sua mano destra sul cavallo dei miei pantaloni. 'Come intendi farti perdonare? '

Non ho mai compreso pienamente la sfera emozionale delle donne, o, per meglio dire, non mi sono mai premurato di farlo. E' nelle mie abitudini cercare la risposta giusta che riporti la situazione in uno stato di quiete assoluta, l'ambiente ideale del mio equilibrio precario. Oggi so come si sentiva Elizabeth quel giorno – la gelosia era palpabile nel suo sguardo, nelle sue parole, nel suo tocco bramoso – ma all'epoca impiegai interi minuti a sperare che le mie membra rispondessero a quella stimolazione, o che quei filamenti grigi e contorti che s'inerpicano lungo la spina dorsale comunicassero correttamente con il cervello. Ciò che ricordo distintamente è, invece, il ribrezzo che avanzò nel mio animo come un'onda impetuosa ed irrefrenabile. Elizabeth doveva aver avvertito l'anormalità del mio comportamento, perchè la mano che prima era delicatamente poggiata sul mio inguine assente strisciò lungo la giacca che indossavo, producendo un tenue fruscio che l'accompagnò alla sua destinazione finale, la mia guancia.

'Non vuoi? '

Arretrai di un passo, cingendole la mano con quella che era la perfetta imitazione dell'affetto. 'No cara, certo che lo voglio! E' solo che mi hai colto così... alla sprovvista, insomma. Aspetta, aspetta, facciamo così! Io adesso vado in cucina e verso da bere per entrambi. Del brandy, ti va del brandy? Ho una bottiglia nuova di zecca, di ottima qualità.... credo si chiami Napoleon D'Este, viene direttamente dalla Francia. Ci metterò del ghiaccio e poi sarò subito da te, e poi... poi... '

Lei sorrise. 'Mi va del brandy, sì. Renderà tutto molto più eccitante per entrambi. Io vado a chiudere il gatto nel bagno, non voglio sentirmi osservata. '

Attraversai il minuscolo corridoio che sfociava nella cucina, e mi diedi subito da fare: nella dispensa avevo conservato, in una decina di volgari bottiglie dal collo allungato e il tappo in sughero, vini, liquori e alcolici di diverse qualità, dal Wild Turkey Master's Keep Bourbon del '97 al Whisky scozzese Laphroaig, ordinati rigorosamente dal più pregiato, posto nella bottiglia più brutta, al più comune, nella bottiglia buona. Ho sempre associato questa distribuzione alle donne: in fin dei conti, le donne più brutte sono quelle più saporite, con una storia alle spalle da gustare, pronte ad essere colte nella loro squisita maturazione. Le donne belle, le ragazze dall'aspetto fanciullesco, sono come i vini rozzi inscatolati nella confezione migliore del negozio, per nascondere il sapore acerbo e acquoso e al tempo stesso ingannare l'acquirente.

'Fai pure, cara. Sto mettendo il ghiaccio proprio adesso. Te ne metterò un pochino in più, perchè sai, in queste giornate di pioggia non c'è niente di meglio dell'essere brilli per far passare meglio il tempo! '

Sentii la porta del bagno scricchiolare ed Elizabeth sussurrare delle oscenità alla gatta. Rumore di passi pesanti sul pavimento. La gatta miagola e capisco che è arrabbiata, non vuole essere toccata perchè l'antipatia che prova Elizabeth verso di lei è totalmente e magnificamente reciproca. Poi mi giunge un lamento.

'Ahi, maledetta schifosa! '

Mi affrettai a raggiungerle entrambe con ampie falcate, i bicchieri di brandy in mano. Il polso sinistro di Elizabeth sanguinava: un filo rosso, lungo più o meno tre centimetri, le decorava il pallore della pelle. Lizzie fissava la mia compagna con il pelo irto e gli occhi brillanti di astio, rannicchiata contro il muro.

'Su, non te la prendere. Reggimi questo mentre vado a prendere disinfettante e cerotti. Faccio in un attimo. ' le dissi, porgendole uno dei bicchieri.

Lei annuì e non aggiunse altro, fissandosi il polso con irritazione.

'Siediti sul letto e rilassati. A Lizzie penso io. '

Il bagno era impersonale e monotono, con i muri dello stesso colore degli ospedali e lo stesso odore, quello di disinfettante e talco, ad aleggiare come un gas velenoso.
Aprii l'anta dell'armadietto dove tenevo disposti i cerotti, il disinfettante e i medicinali da banco, quando il mio sguardo ricadde su una boccetta dall'aria familiare. Lo Xanax sembrava sussurrarmi, piccola serpe tentatrice, di attuare l'inevitabile per la mia sopravvivenza: così facendo, sarei stato costretto a soli pochi minuti di tenerezze e poi lei si sarebbe scusata con me per essere improvvisamente stanca, di avere un gran mal di testa e di voler riposare. Io avrei felicemente acconsentito, fingendo delusione.
E poi, cos'avrei fatto? La prospettiva di dover trascorrere il tempo da solo, magari uscendo per un'altra, pericolosa passeggiata all'insegna di un cielo plumbeo e solitudine, mi repelleva. Non avrei potuto guardare la televisione o Elizabeth non avrebbe dormito bene, e io volevo che il suo sonno fosse un baratro dolce e mellifluo dove sprofondare. Oppure... avrei potuto conoscere meglio Lizzie.
Svitai la boccetta con tutta la velocità di cui ero capace, con il sangue che mi rombava nelle orecchie, e versai dieci gocce di Xanax nel bicchiere di Elizabeth. Quando mi voltai verso lo stipite della porta, notai Lizzie compostamente seduta sul pavimento come una brava scolaretta che obbedisce all'insegnante, e dal brillio che emanavano i suoi occhi sembrava che lei avesse capito ogni singolo dettaglio del piano e che fosse pronta a mantenerlo segreto, una piccola e perfetta complice. Mi sfuggì un sorriso, un sorriso spontaneo e, supposi, sincero, e la sorpassai, facendo attenzione a non pestarle la coda.
Trovai Elizabeth seduta sul letto, il posteriore sprofondato nel piumone policromatico, un'espressione accigliata dipinta sul suo volto deformato dal tedio.

'Ecco a te. ', e le porsi il bicchiere. Dapprima saggiò il bordo del bicchiere in vetro con le labbra, allargando le narici per accogliere l'aroma intenso e pungente del brandy, e mentre io mi accingevo a bere in pochi, deliranti sorsi da folle la mia razione, lei trangugiò in una volta sola l'intera miscela.

Si umettò le labbra con la lingua, le sopracciglia corrucciate in un'espressione confusa.

'Ha un sapore strano... '

Soffocai un colpo di tosse. 'Credo che sia per la marca, che è diversa. Vuoi che ti dia il mio? '

'No. No, va bene così. E poi, ho ben altro a cui pensare. '

Allungò ambe le braccia verso di me, un taciturno invito ad unirmi a lei. Fu allora che poggiai, in una parvenza di tenerezza, le labbra sulle sue, schiudendole quel tanto che bastava per raggiungere un ritmo languido e voluttuoso. Lei si abbandonò a me come una ballerina segue il ritmo del suo accompagnatore, spingendo il capo contro il mio, giocherellando con i bottoni della mia giacca, esalando degli evanescenti respiri che sembravano rimbombare per l'intera casa. Poi la sua mano ammorbidì la presa, la danza delle nostre bocche si attenuò fino a quando lei stessa decise di interrompere quel contatto: chiuse gli occhi e abbozzò un sorriso, pallida imitazione di una qualunque statua di una qualunque Madonna, e poggiò la fronte contro il mio petto.

'Non mi sento più tanto bene... ' disse in un soffio, 'Mi gira la testa, mi è venuto sonno. Sono stanca. Forse devo aver preso freddo lì fuori, sì, dev'essere certamente questa la spiegazione. Caro, mi dispiace per oggi. '

'Non preoccuparti. ' risposi io, carezzandole la fronte, 'Forse abbiamo camminato troppo. Sono successe tante cose oggi, tante novità, e forse questo non era il momento adatto. Riposa, anzi, riposiamoci entrambi, andiamo a letto. '

Lei si adagiò sulle coperte del letto come una balenottera spiaggiata, talmente stanca da non riuscire a coprirsi da sola con le coperte; non appena il suo viso rilassato affondò nel cuscino, Elizabeth si abbandonò tra le braccia di Morfeo sotto il mio sguardo trionfante e quello ammiccante di Lizzie.

 

Devo ammettere che quel primo pomeriggio con Lizzie si rivelò illuminante e decisivo. Pur non avendo mai avuto gatti, le dicerie che circolavano in famiglia – la mia cara mamma nutriva una vera e propria adorazione per loro, tanto che un giorno, in quell'equilibrio precario che è il confine tra la veglia e il sonno, mi confessò di aver donato metà dello stipendio di nostro padre ad un rifugio per animali abbandonati, il Dogs and cats happy village, e di esserne totalmente soddisfatta. Non cambiò idea nemmeno quando il mio caro paparino lo scoprì e la picchiò selvaggiamente, spedendola come un pacco ormai sgualcito in ospedale e giustificando gli ematomi nerastri e la frattura al femore come un incidente domestico: una banalissima caduta dalle scale.
'I gatti, ' soleva dirmi lei, 'sono l'espressione più pura dell'essenza femminile. I cani, i cani sono uomini, quando cacciano e uccidono, quando abbaiano senza resistere ai loro impulsi, quando si accoppiano con qualsiasi femmina nei dintorni. I gatti invece sono pazienti, riescono a capirti con un solo sguardo e ti consolano trattandoti come un loro pari; pretendono rispetto e la grazia, in loro, è innata. Te ne accorgerai guardandone uno mentre si lecca, o mentre si struscia contro la tua gamba. '
Mi resi conto che mia madre aveva pienamente ragione. Io e la gatta passammo un buon quarto d'ora a fissarci negli occhi, io esplorando le paiuzze dorate che contornavano le sue pupille nere, e lei... beh, lei era un enigma. Chiunque abbia mai avuto un gatto può confermare le mie parole: nessun padrone, neanche quello che millanta il rapporto più affiatato del mondo con il proprio felino, può asserire di sapere cosa passi nella testa del gatto in questione. Lizzie mi scrutava con aria assorta, socchiudendo a tratti le palpebre e leccandosi la zampetta bianca senza interrompere il contatto visivo. Sono sicuro che lei sapesse della mia fascinazione per lei e volesse amplificarla all'inverosimile, una mistress in tutto e per tutto che, senza alcuna traccia di condiscendenza, sembrava volermi sussurrare che era stata lei a scegliere me, e non viceversa. Lei, uno spirito indomito privo di sudditanza, che mi concedeva di sbirciarla durante la sua toeletta giornaliera: buffo che avessi trovato l'unico essere che mi avesse mai intrigato in un essere non umano, lei, così minuta in confronto ad Elizabeth o a qualsiasi donna che avessi mai avuto, lei che non temeva di mostrarsi insofferente alle mie attenzioni curiose, involucro di idiosincrasie e tenerezza.
Trascorsi quel pomeriggio studiandola, semplicemente studiandola, contemplando ogni suo singolo movimento come se ne dipendesse la mia vita, ignorando il russare sommesso proveniente dal letto.

 

 

Giovedì: Quando sono rientrato a casa dal lavoro sono apparse le mie due conviventi; Elizabeth, nella sua vestaglia bianca e le maniche leggermente a sbuffo, e Lizzie, seduta a debita distanza da lei, gli occhietti focalizzati solo sulla mia figura, un uomo distinto in giacca e cravatta e un sacchetto strabordante di disgustose scatolette di cibo per gatti.

'Bentornato, caro. ' credo che abbia detto Elizabeth, accontentatasi di un modesto e sfuggente bacio sulle labbra. Lizzie ha miagolato, un suono acuto e grazioso e femminile, frutto di una leggera vibrazione dei baffetti, e il tempo di chinarmi per carezzarle delicatamente la testa che lei ha prodotto la melodia più bella che un gatto possa mai comporre, la ripetizione continua di una sola sillaba dai toni duri e coriacei resa morbida e sinuosa dall'espansione del ventre asciutto.

'Ciao, Lizzie. ' ho sussurrato, ma poi mi sono ricordato di Elizabeth e i suoi occhi accusatori al mio fianco, e allora ho aggiunto: ' Ciao anche a te, Elizabeth. Cosa si mangia di bello? Ti raggiungerò subito a tavola, il tempo di dar da mangiare a Lizzie. '

'Ovviamente, ' l'ho sentita mugugnare, 'prima il gatto e poi noi. ' ed è rientrata dentro casa. Lizzie ha fatto lo stesso.

Ho scoperto amaramente che il cibo umido per gatti non è altro che tocchetti di carne di pessima qualità immersi in una gelatina giallognola dall'odore rancido. E' davvero disdicevole che la mia Lizzie si nutra di queste porcherie, quindi ho deciso di dividere con lei il mio pranzo, una pallida imitazione della pasta al pesto genovese – il pesto del supermercato più vicino, pieno di conservanti e aromi artificiali, ovviamente. Ho sempre cercato di confermare la mia identità di italiano, o, per meglio dire, di ibrido americano-italiano, scegliendo come mia patria natale la bellissima Italia e la sua meravigliosa cucina, ma in un mondo sempre più disgustosamente industrializzato è sempre più difficile trovare le materie prime, fresche di potatura. Per questo motivo, sotto lo sguardo sbigottito di Elizabeth, ho versato parte della pasta nel mio piatto nella ciotola di Lizzie, e credo che lei abbia gradito molto l'offerta, perchè nel giro di nove minuti e quarantacinque secondi – sì, l'ho cronometrata – la ciotola presentava solo degli sbuffi verdastri e le labbra di Lizzie erano del medesimo colore.

'Io non la pulisco, quella. ' ha detto Elizabeth, indicando la ciotola. 'Tu hai voluto il gatto, tu pulisci quello schifo. E pulisci anche lei, ha il muso tutto sporco. '

'Non ho bisogno che tu me lo dica. ' ho replicato io, irritato. E così ho fatto. Mi è piaciuta la consapevolezza di provvedere io stesso ai bisogni di Lizzie, e proprio in quell'occasione ho avuto modo di poterla maneggiare a mio piacimento, sempre secondo le sue direttive: zampetta sul mio braccio o sollevata a mezz'aria, fermati, mi dai fastidio!

Il suo mento è fulvo e morbido, mentre le labbra sono di una tenue sfumatura di rosa. Ricordano molto la pelle di un bambino appena nato, e in effetti anche la stazza è simile: un bambino che non ha ancora imparato a parlare striscia come un lombrico sul pavimento e, una volta acquistata un minimo di coordinazione, comincia a gattonare, a camminare proprio come un gatto. Lizzie mi ha permesso di toglierle gli aloni dal musetto con un panno appena imbevuto d'acqua. Sospetto che abbia compreso di non essere presentabile.

Venerdì: Dopo cena io ed Elizabeth ci siamo accomodati sul divano rattoppato per non perderci la programmazione del giorno, con annesso Guess who's coming to dinner – uno dei suoi film preferiti, l'inguaribile romantica. Nel bel mezzo della visione Lizzie è saltata sul divano e si è acciambellata sul mio grembo, pericolosamente vicina ai miei lombi, e ha iniziato a fare le fusa. Non so dirvi cosa scatenò il meccanismo fatale, ma iniziai a sentirmi costretto nei vestiti, riscaldati dal corpo di Lizzie sul mio. Ne ho approfittato per grattarle il mento e lei ha spinto la testolina ramata contro la mia mano, socchiudendo gli occhi come fa sempre quando mi vede, e il continuo rombare, simile a quello di una segheria, è aumentato al punto che Elizabeth ha gettato le mani sul grembo -Ciack, ecco il suono che ha fatto, così simile a quello che le dà tanto fastidio – e ha esclamato: 'Oh, ma qui non riesce a sentire più nulla! Smetti di accarezzare quella bestia, ti prego! '
La gelosia era evidente nei suoi occhi, nonostante sia sicuro che lei capisse, nel suo intimo, che era un sentimento totalmente illogico. Perchè Lizzie era solo un gatto, anzi, una gatta, un bellissimo esemplare dal pelo rosso e bianco, col carattere che avrei voluto trovare in ogni donna: silenziosa, amorevole a tratti, civetta, straordinariamente intelligente – nonostante non avessi voluto provare ad addestrarla, per non offendere la sua dignità.
'Quella bestia, come la chiami tu, ha un nome. Si chiama Lizzie e, a differenza tua, non si lamenta per ogni cosa! ' ho risposto io, ed Elizabeth si è ammutolita.
Non so dire esattamente quale fu l'attimo in cui smisi di vedere Lizzie come una semplice gatta.
C'erano 
dei momenti, quando si leccava pigramente una zampina o srotolava la lunga coda come un nastro, in cui lei non era più lei, ma una donna dai capelli fiammeggianti e gli occhi arguti, brillanti astuzia e promesse silenziose. Quando Lizzie compiva la metamorfosi, il mio corpo reagiva nell'unico modo in cui il corpo maschile dimostra fisicamente di apprezzare ciò che gli si prospetta davanti, e, penosamente compresso nei vestiti, mi accontentavo di strofinare il palmo della mia mano sul suo serico manto. Quel felino, che già era melodia violoncellistica per le mie orecchie e delizia per i miei occhi, divenne fuoco per il mio inguine. Non passò neanche una settimana che mi riscoprii terribilmente e tragicamente innamorato di Lizzie la Donna, Lizzie la Gatta.
Se dovessi elencare gli aspetti di lei che più mi attraevano, metterei al primo posto, senza ombra di dubbio, il suo posteriore: ciuffi di pelo, più corti del resto, permettevano ai miei occhi bramosi di scorgere l'oggetto della mia curiosità – e desiderio - i due orifizi perfettamente modellati. Avevo modo di studiarne la forma e chiedermi come risultassero al tatto solo quando Lizzie mi dava le spalle, con la coda alzata a formare un punto interrogativo, ma non avevo mai osato sfiorarli, seppur con la massima delicatezza possibile, per paura di essere scoperto da Elizabeth, l'altra donna, e di venir respinto da Lizzie stessa, la mia vera convivente.
A proposito dei genitali dei gatti, mi ero sempre domandato dove si trovasse l'organo partoriente delle micie, e fu proprio grazie all'attenta osservazione del sederino di Lizzie che scoprii la sua esatta ubicazione, proprio sotto l'ano, piccolo disco di carne rugosa. Una minuscola fessura, più simile ad una linea verticale, scaltramente mimetizzata dai peli rossi.
Quando ebbi modo di scoprirne ogni segreto lei mi lasciò fare, paziente come un'insegnante che attende che il proprio alunno apprenda.
Fu da quel momento in poi che Lizzie la Donna sostituì completamente Lizzie la Gatta ed Elizabeth, l'Illusa.
A proposito di Elizabeth, la povera e disperata Elizabeth, ella iniziò a mostrare segni di seria intolleranza verso il mio fulvo tesoro verso metà della seconda settimana. Se il mio rapporto con la micia era emblematico, il loro sfociava nel più democratico, diretto e sincero odio reciproco.

Un giorno, credo fosse il lunedì della seconda settimana di convivenza di noi due insieme, Lizzie cominciò a correre per il salotto come se una forza oscura e misteriosa la stesse inseguendo. Io mi limitai a seguire il suo percorso, piuttosto regolare e logico nonostante la foga – dalla televisione alle tende al divano, e non ebbi il tempo di rimproverarla – non l'avrei fatto comunque – che Lizzie sgualcì le preziose tende color caramello che Elizabeth stessa aveva acquistato per abbellire 'il nostro nido d'amore '. Quando captai il lacerarsi della stoffa era ormai troppo tardi: i micidiali artigli avevano rimosso due ampie sezioni di stoffa che ciondolavano sul pavimento, ormai esanimi.

'E tu gliel'hai lasciato fare? ' aveva urlato Elizabeth, in una grottesca imitazione de L'Urlo di Munch.

'Stai parlando di un gatto, cara. Non puoi fermarli quando sono in quello stato. '

'Sì invece! Prendi quella schifosa per la collottola, dalle un calcio, rinchiudila in un'altra stanza finchè non si sarà calmata! Hai un'idea di quanto mi erano costate quelle tende? Guarda ora in che stato sono... '

Una muta comunicazione tra Elizabeth e Lizzie mi fece intendere che la pazienza di Elizabeth si era già esaurita da tempo, e che Lizzie sarebbe stata più che felice di vederla andarsene da quello che era, ufficialmente, il suo territorio.

'Io non tratterei mai la gatta così, lo sai benissimo. ' dissi con voce sommessa, 'Sei proprio non riesci ad accettarne la presenza in questa casa, allora dovresti smettere di salire da me. Stai pure nel tuo, di appartamento. Potremmo vederci fuori, in strada, come agli inizi. '

Lei mi fissò per un lungo momento con gli occhi sbarrati dallo stupore. 'Non starai dicendo sul serio... ' bisbigliò.

'Mi alzai dal divano, poggiando il quotidiano sulla poltrona alla mia destra. 'Sono perfettamente serio, invece. Rettifico: se vorrai continuare ad occupare la mia casa, allora dovrai accettare la presenza di Lizzie. Questa è la condizione. '

'Ti rendi conto che mi stai cacciando solo per un... per un comunissimo gatto? ' urlò lei. 'Sin da quando quel coso ha messo piede in questa casa, ne sei ossessionato! Neanche fosse un oggetto prezioso, neanche fosse fatto d'oro! Quel gatto mi odia, te lo dico io, mi odia... se tu vedessi come sono ridotti i miei polsi – ma no, non li avresti mai visti comunque, perchè non mi tocchi più, mi guardi come se fossi un'estranea, una donna comunque. Io non posso continuare così. '

Colsi la palla al balzo. Con Elizabeth al limite della sua sopportazione e Lizzie, la mia sempre presente complice, al massimo dell'affiatamento, l'occasione propizia per recidere definitivamente quel legame incancrenito che teneva uniti me ed Elizabeth si presentò proprio in quel momento.
Fu per questo motivo che non ebbi alcun rimorso nell'utilizzare la maschera numero 2 del mio repertorio, quella che comunicava distacco e freddezza. 'Neanch'io posso continuare così. Ma forse è giusto che finisca in questo modo: in questi giorni mi sono reso conto della nostra incompatibilità, del tuo disprezzo verso chi è più debole, del tuo egoismo. Se questo è il modo con cui tratti questo animale, allora farai lo stesso una volta diventata madre. E sarai una pessima, pessima madre. '

Il silenzio calò come una cortina impenetrabile tra me e lei. Nessuno dei due osava parlare – soltanto Lizzie sembrava totalmente a suo agio, accucciata sulla poltrona, nel dormiveglia. Ricordo gli istanti successivi come se fossi in uno stato di totale annebbiamento. Credo che Elizabeth boccheggiò, priva di difesa e piena di insulti – ma non ne usò neanche uno quando si voltò verso l'ingresso, pallida in volto come un fantasma, e indossò i tacchi e il cappotto in pelliccia. Quando la porta si chiuse con un tonfo che fece tremare l'intero appartamento, mi sedetti vicino a Lizzie. Sospirai, confuso e felice e profondamente sollevato. Una strana euforia mi pervase, invasiva come una droga, mentre mi chinavo a carezzare la testolina di Lizzia la Donna al mio fianco.

'Ora siamo... noi due soli. '

 

Fine

 

 

  
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