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Autore: TigerEyes    18/03/2021    18 recensioni
Studenti di giorno, apprendisti agenti segreti di notte, l'uno all'insaputa dell'altra.
Cosa accadrà quando scopriranno le rispettive doppie vite?
Sulla falsariga di Mr & Mrs Smith, penso l'abbiate già intuito...
IV CAPITOLO ON LINE!
Genere: Commedia, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: What if? | Avvertimenti: nessuno
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Nel ringraziare come sempre Moira78 per la betalettura e Tyllici per la consulenza, mi scuso per il ritardo con cui pubblico questo capitolo e vi auguro buona lettura (spero)!





IV

LUNA DI MIELE

I parte




Il viaggio in treno fu un incubo.
Erano sposati da un giorno – in teoria in luna di miele – e nello scompartimento a loro riservato da Nabiki erano seduti a una poltrona di distanza l’uno dall’altra. E solo perché Kasumi e Tofu tornavano a Nerima insieme a loro, altrimenti sarebbero stati seduti agli angoli opposti.
Akane guardava disperatamente fuori dal finestrino e pazienza per il torcicollo che le sarebbe venuto, perché non riusciva nemmeno a guardare la sorella seduta di fronte a lei, figuriamoci suo mar… Ranma. Ogni volta che ripensava a quel che era accaduto quella mattina, sprofondava un altro po’ nella poltrona. Se solo avesse avuto P-chan sottomano, almeno avrebbe avuto qualcosa da strizzare fino a farsi passare l’ansia.
Che poi il problema non era la scenata di quelle tre – quella se l’aspettava – no, il problema, anzi, i problemi erano altri e l’attendevano al varco.
Tanto per cominciare, sarebbero rimasti soli in casa per un mese intero e questo significava, prima di tutto, che difficilmente avrebbe potuto ignorare Ranma come si era sempre sforzata di fare e forse nemmeno lui avrebbe più potuto ignorare lei. Ciò si poteva tradurre, quasi inevitabilmente, in un intralcio alle sue missioni, perché suo marito avrebbe potuto accorgersi dei suoi strani movimenti, peggio ancora dei suoi travestimenti e chiederle spiegazioni che lei non voleva dare. Anche se, a pensarci bene, non gli doveva un bel niente.
Invece sì, è tuo marito, ora!
Accidenti. E poi c’era il problema di Nabiki, che aveva indovinato in men che non si dica che loro non avevano… consumato e pretendeva che lo facessero o avrebbe spifferato la verità ai loro genitori, ben sapendo che non potevano permettersi il suo silenzio. Avida ricattatrice che non era altro.

(Vi assicuro che non ve ne pentirete, anzi, vi divertirete)

Se avesse parlato per esperienza personale, lo ignorava, ma Nabiki non apriva mai bocca se non era graniticamente certa di ciò che affermava, quindi doveva concludere che la sua fosse una sorta di indiretta confessione. Se ciò era vero, la situazione era persino paradossale: Nabiki si divertiva con chissà chi senza problemi, mentre lei – pur di entrare a far parte della Fenice Bianca – aveva fatto credere di avere esperienze che erano solo nella sua sfocata immaginazione. E la Fenice Bianca ne aveva approfittato per appiopparle missioni sempre più indecenti e al limite del rischioso. Se invece avesse avuto una esperienza reale – diretta – di ciò che Nabiki aveva suggerito, di certo non si sarebbe più sentita in imbarazzo e sarebbe stata più disinvolta nel fingersi una donna vissuta o nello svolgere finti adescamenti. Sperando che la Fenice Bianca non le chiedesse mai di giacere con qualcuno che avrebbe solo dovuto spiare... Finché era una minorenne, del resto, poteva dirsi al sicuro, ma poi, compiuti i ventun’anni?
Comunque, anche se fosse stata felice – piena di vergogna, sì, ma felice, che diamine! – di… di… consumare il suo matrimonio, rimaneva il terzo e ultimo problema: i sentimenti di Ranma. Nonostante le rassicurazioni di Kasumi, suo marito era così contraddittorio che non sapeva più cosa pensare. Le voleva bene? La sopportava? Dalla sera prima non faceva altro che pensare e ripensare a quel che era accaduto fra loro, o meglio, a ciò che Ranma – incredibile a dirsi – aveva fatto senza esitazione, tra gettarsi per ben due volte su di lei fino addirittura a baciarla, fosse anche solo per finta.
“Akane?”.
Eppure aveva avuto forte l’impressione che stesse per baciarla di nuovo per davvero, prima che quelle tre furie scatenate irrompessero nella stanza…
“Sorellina?”.
Era struccata, spettinata, assonnata, tuttavia lui… possibile? Del resto, ciò che aveva sentito fra le gambe non se l’era sognato!

(Mi sembra ti piacciano, i fianchi da tricheco...)

Allora, forse… forse Ranma non pensava sul serio che lei fosse una donna tubolare*…
“Akane?!”.
“Eh? Oh?”, se ne uscì lei sbattendo sorpresa le ciglia davanti a una Kasumi perplessa.
“Tutto bene? Guardi fuori dal finestrino come se volessi incenerire il paesaggio…”.
“I-io? No-no! Affatto! Ero solo concentrata!”.
“A fare che?”.
“A… ehm… a pensare a tutto quello che ci aspetta a casa, sai, preparare la cena, disfare i bagagli…”.
“Godervi la luna di miele…”, intervenne il dottor Tofu sorridente.
“Sarà un po’ difficile se sarà lei a cucinare”, ribatté Ranma sarcastico.
Il pugno partì da solo, come quando d’estate nel dormiveglia cercava di schiacciare le zanzare contro il muro. Solo che quella faccia di bronzo di suo marito lo evitò con la consueta disinvoltura che le faceva spuntare le vene a croce sulla fronte.
“Suvvia, Ranma, Akane sta imparando, vedrai che presto saprà prepararti degli ottimi piatti”.
“Certo, per spedirmi dritto all’obitorio”.
Stavolta Ranma non riuscì a evitarlo e lei calcò il pugno con estrema soddisfazione in quella faccia da calci in bocca.
“Strano, pensavo che ormai le vostre divergenze si fossero appianate, dopo ieri notte…”, osservò un sempre sorridente ma ora anche confuso dottor Tofu.
Allarme rosso!
Akane afferrò la mano di Ranma fino a spremerla, ma lui fece anche di più: le ghermì una spalla e l’attirò a sé con un sorriso a quarantacinque denti, mentre lei ne approfittava per premergli l’altra mano sul petto e sorridere di rimando fino a farsi venire una paresi.
“Ma certo che abbiamo superato le nostre divergenze!”, rise Ranma nervoso.
“Cosa vi fa pensare il contrario?”, trillò lei dandogli manforte.
Quasi le sembrò di vedere due goccioloni di sudore scivolare dalle tempie di sua sorella e di suo cognato.
“Beh… ehm… non saprei, ragazzi, è che sembrate così… così…”.
“…finti?”, terminò Kasumi per suo marito.
Adesso era lei ad avere un gocciolone formato tanica che scorreva lungo una tempia.
“Mannò, oneechan, cosa dici!”, ribatté Akane con una risata quasi isterica.
“Questo è il nostro modo di andare d’accordo, pensavamo fosse chiaro, ormai!”, la spalleggiò Ranma stringendola di più contro di sé. Akane spalancò gli occhi e si voltò a fissare il suo profilo come folgorata.
“Beh, è un modo un po’ insolito, però in effetti se ormai siete abituati così…”.
“Sì, infatti! È più forte di noi!”, confermò Akane.
“Comunque, che ne dite di cenare da noi prima di tornare a casa?”.
“Un’idea eccellente!”, saltò su Ranma mollando le sue mani per afferrare quelle di Kasumi con occhi adoranti.
Se il treno non avesse iniziato a rallentare, Akane lo avrebbe volentieri preso a sberle.


- § -


La cucina di Kasumi era sempre la cucina di Kasumi. E come se la lauta cena non fosse bastata a saziare la sua pancia e le sue papille, dato che lui e Akane erano in luna di miele e i coniugi Tofu non volevano disturbarli, quella santa donna aveva cucinato tanto di quel cibo, quella sera, da sfamare lui e sua moglie per i prossimi due giorni. Ranma però avrebbe suddiviso tutto quel ben di dio in porzioni, lo avrebbe stipato nel congelatore e avrebbe cercato di consumarlo con parsimonia per tirare avanti il più possibile. Anche se fosse diventato immasticabile. Perché qualsiasi cosa, anche una suola di cuoio, era meglio di ciò che partoriva la fantasia di Akane quando prendeva tra le mani una pentola.
“Sarai soddisfatto, almeno per un po’”, disse acida lei facendolo ripiombare sulla terra dalla nuvoletta dorata sulla quale svolazzava con una busta per mano. O meglio, facendolo ripiombare sulla strada fiocamente illuminata dai lampioni che stavano percorrendo per tornare a casa Tendo. A casa sua.
“Altroché”, ribatté lui. “Ma confessa che lo sei anche tu”.
“Io? Che vorresti dire?”, lo squadrò lei malevola.
“Che non dovrai sforzarti di sfornare qualcosa di per lo meno digeribile per i prossimi giorni, mi pare ovvio, così potremmo continuare a calpestare questa terra ancora per un po’…”.
“Giuro che ti strozzerei, se solo non avessi le mani impegnate a reggere due buste! Devo ricordarti che sto frequentando una scuola di cucina? E dammi un po’ fiducia!”.
“Ma io ho fiducia in te! Ho fiducia nel fatto che avvelenerai anche quel povero chef che tenta disperatamente di insegnarti a bollire l’acqua senza squagliare il pentolino”.
“Idiota!”, lo insultò lei tentando di calciarlo e per poco, dovette ammettere, non riuscì a colpirlo in piena faccia. Aveva quasi dell’incredibile…
“Dolce Akane Tendo, non sprecare altre soavi parole per un individuo tanto spregevole!”, se ne uscì un’inconfondibile voce proveniente da un’ombrosa figura appostata a capo chino davanti al portone di casa Tendo, le vesti da kendoka sbatacchiate dal vento. “Oh, Ranma Saotome, come hai potuto traviare un’ingenua fanciulla come Akane, costringendola con l’inganno a contrarre matrimonio così da approfittare del suo candore e violarla nel modo più bieco?!”, declamò Tatewaki Aristocrat Kuno detto il Tuono Blu uscendo dalla penombra e incedendo col bokken tenuto con tutt’e due le mani puntato contro di lui.
“Te ne occupi tu, maritino? Tanto ce l’ha con te…”, disse Akane con un sorriso da un orecchio all’altro. Ranma sbuffò sonoramente.
“D’accordo, tu porta il cibo in cucina e aspettami, non buttarlo alla rinfusa nel congelatore come tuo solito!”, rispose mollandole anche le sue buste.
“Che noia che sei…”, sbuffò Akane incamminandosi. “Sbrigati, almeno”.
“Dammi cinque secondi”, ribatté lui incamminandosi a sua volta, ma verso il senpai.
“Dannato Saotome, come osi sottovalutarmi? Ti ridurrò in sottili fette di sashimi con la mia giusta ira, ti farò…”.
Ranma afferrò saldamente con una mano la “lama” del bokken puntata contro il suo petto sfoggiando un sorriso da ‘cos’è che vorresti fare?’ e mentre il senpai tentava senza successo di tirarla via, Ranma iniziò a sollevare il babbeo da terra poco per volta senza scalfire il proprio sorriso.
“Lo so che tanto non ti entrerà in quella zucca piena di spifferi, ma ci provo lo stesso: Akane adesso è mia. Se ti avvicini ancora a lei, farò allo spiedo Verdolino e poi dovrai spiegare a quella pazzoide di tua sorella perché ho infilzato la sua lucertola e l’ho messa a rosolare sul teppan di Ucchan. Tutto chiaro?”.
“Come osi minacciare la mia famiglia, Saotome?”, strepitò Tatewaki sgambettando. “Io ti…”.
Ranma lo lanciò alle sue spalle facendolo volare nello spazio siderale. Gli anni passati a farsi proiettare in orbita da Happosai non erano stati vani, dopotutto…
E alé, anche lui era sistemato. Ahhh, finalmente a casa, una casa che poteva dire veramente sua, anche se l’avrebbero lasciata in breve tempo. Ma non gli andava di pensarci, adesso voleva solo buttarsi a ronfare e non pensare a niente fino a domatt…
“P-chan!”.
Eccheccavolo.
Ranma chiuse gli occhi, frustrato. A quanto pareva, quella era la giornata del chiudere i conti con tutti. E va bene, evidentemente era venuta l’ora di sistemare anche il suino.
Percorse il vialetto ed entrò in casa, trovando in cucina il suddetto prosciutto che annaspava contro il petto di Akane.
Sua. Moglie.
Lei, felice, lo stringeva tanto a sé da soffocarlo, ma anziché tentare di liberarsi arrossiva, il maiale.
“Ma guarda chi si rivede…”, sorrise Ranma nel pregustare il momento scrocchiando le mani una alla volta. Ryoga formato insaccato si girò verso di lui emettendo un verso stridulo che avrebbe dovuto sembrare un ringhio e invece pareva gli stessero infilando un termometro dove non batteva il sole.
“Hai visto chi è tornato?”, chiese Akane giuliva mentre Ranma si avvicinava.
“Già, peccato che non si sia fatto vivo prima…”.
“Che vuoi dire?”, domandò lei sulla difensiva, mentre lui si fermava di fianco a loro.
“Che ieri avrebbe potuto portare le fedi al nostro matrimonio, sarebbe stato un paggetto perfetto, non credi?”, dichiarò Ranma rigirandosi la fede all’anulare davanti al muso del prosciutto.
Prosciutto che si pietrificò alla velocità di un asteroide che cade.
“È vero, hai ragione!”, esclamò Akane scostandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio e mostrando così, involontariamente, il proprio anello nuziale.
Il suino si spaccò in più punti e si frantumò riducendosi a un mucchietto di detriti sul pavimento.
“Oh, cielo! Che ti succede, P-chan?”, si chinò Akane affranta.
“Non è ovvio? È il dispiacere di non esserti stato accanto nel tuo giorno più bello, prendi un po’ d’acqua… fredda, mi raccomando”.
Akane si alzò per correre a riempire un bicchiere, mentre Ranma sollevava un Ryoga esanime per la collottola, la lingua penzoloni di fuori e due crocette al posto degli occhi.
Sssssìììì, che goduria!
“A che ti serve?”, chiese Akane porgendogli il bicchiere d’acqua.
Ranma lo afferrò per infradiciare Ryoga, che si svegliò di soprassalto più imbufalito di un caimano con le emorroidi. Cercò in ogni modo di divincolarsi e di mordergli un dito al tempo stesso, ma ottenne solo di strozzarsi con la sua stessa bandana.
“Ridammelo, non vedi che non vuole essere tenuto da te?”.
Ranma lo lanciò ad Akane, sapendo che Ryoga sarebbe corso via, piuttosto che rimanere un minuto di più in quella casa.
“No, P-chan, aspetta, torna qui! Ma che gli è preso?”.
“Tranquilla, non è andato lontano… ma ho idea che d’ora in poi non dormirà più con te”.
“Perché? Che vuoi dire? Che gli hai fatto?”, gli chiese lei iraconda mentre Ranma si allontanava.
“Nulla”, rispose compiaciuto senza voltarsi. “Ancora…”, aggiunse fra sé.
Tanto sapeva dove si era cacciato.
Aprì la porta dell’antibagno, la richiuse e aprì quella che dava sul bagno vero e proprio, nella cui vasca un prosciuttino nero stava cercando di girare la manopola dell’acqua calda coi denti. Ranma afferrò il manico del soffione, girò la manopola e restituì al maiale la sua forma umana.
“Ranma, maledetto, t’ammazzo!”, urlò lanciandosi contro di lui.
Lui, per tutta risposta, bloccò il pugno di Ryoga e lo ricacciò nella vasca.
“Akane ti sta cercando, P-chan, devo spalancare la porta?”.
“Non ti azzardare!”.
“Allora zitto e ascolta. I nostri genitori ci hanno imposto il matrimonio in fretta e furia, non potevamo rifiutarci, siamo ancora minorenni. Nabiki ha organizzato tutto in segreto, ci hanno scaricato su un treno senza dirci la destinazione, ci hanno vestito e un sacerdote ha celebrato le nozze. Siamo tornati a casa solo poco fa. Questa è la realtà e tu devi accettarla: d’ora in avanti sarò io a dormire con Akane”.
Il cervello minorato di Ryoga stava cercando di dare un senso alle sue parole, lo capì dallo sguardo da ebete che stava sfoggiando. Come capì il momento esatto in cui il messaggio arrivò finalmente forte e chiaro a destinazione: dal tic nervoso a un occhio, preludio a un probabile infarto imminente.
“Quindi tu e Akane avete…”.
“Sì, Akane e io abbiamo…”, mentì lui spudoratamente. Non poteva fare altro, del resto, ma era anche vero che togliere di mezzo Ryoga era ciò che aveva sempre voluto: già era stata dura, in quei due anni, accettare che il maiale ogni tanto dormisse con Akane. Adesso non l’avrebbe tollerato, nemmeno se Ryoga fosse caduto nella sorgente nel microbo affogato.
“Allora non mi resta che…”.
“Esatto, non ti resta che sparire. Puoi tornare quando vuoi, naturalmente, saremmo felici di accoglierti in casa nostra, ma scordati di continuare a essere il suo animaletto domestico”. E qui si avvicinò assottigliando lo sguardo per sfoggiare un sorrisetto sadico. “Perché se cercherai ancora le braccia di Akane, stavolta farò in modo che Shampoo ti faccia diventare sul serio il piatto forte del suo ristorante”.
Ryoga deglutì rumorosamente al ricordo di come fosse finito in padella al Nekohanten rischiando la cotenna.
“E-e va bene, mi arrendo…”, disse con voce vibrante di pathos e lacrime. “Me ne andrò per sempre, Ranma, mi terrò lontano da Akane miglia e miglia, non cercherò più il conforto delle sue carezze, vagherò sperduto per il mondo e prima o poi, ramingo, riuscirò a dimenticare il mio unico e solo…”.
“Sì, sì, sì, come vuoi, ma prima rivestiti. Dove hai lasciato la tua roba?”.


- § -


“Non sono riuscita a trovarlo da nessuna parte”, si lamentò frustrata mentre finiva di sistemare il cibo nel frigo.
“Vedrai che prima o poi tornerà”, commentò annoiato Ranma dietro di lei. “Salta sempre fuori come una moneta falsa”.
“Speriamo”, ribatté Akane lanciandogli un’occhiata di sottecchi mentre si puliva meticolosamente le mani per prendere tempo. “Beh, io qui ho finito, quindi… andrei a dormire”.
“Sì, anch’io”, rispose lui grattandosi la nuca. “È stata una giornata lunga e sono stanco”.
Invece rimase lì impalato a osservare il soffitto. E lei a rigirarsi lo strofinaccio fra le mani.
“Bene, allora vado…”, annunciò poggiando il panno sul ripiano.
“Sì, anch’io, non vedo l’ora di buttarmi sul futon…”, rispose lui sbadigliando nell’infilarsi le mani in tasca. Eppure non si mosse.
Di colpo Akane realizzò che non solo erano soli in casa, ma che soprattutto ci sarebbero rimasti per un mese intero. E come quella sera lontana in cui lei era stata preda del raffreddore e Ranma l’aveva abbracciata ogni volta che le era scappato uno starnuto, le venne la tentazione di vestirsi da kendoka e armarsi di arco e frecce.
“Non è che invece ti ritrovo all’improvviso in camera mia in piena notte, vero?”, le uscì di bocca prima di poterselo impedire. Stupida che non era altro, così gli offriva il fianco, ma che le prendeva?
Ranma, difatti, le lanciò uno dei suoi sguardi boriosi che la ferivano e la urtavano al tempo stesso. Ma la cosa peggiore fu che suo marito non ebbe nemmeno bisogno di proferire parola: bastò il suo ghigno derisorio a farle realizzare quanto suonasse ridicola un’affermazione del genere ora che un paio di fedi dimostravano che, in realtà, avrebbe avuto tutto il diritto di entrare nella sua stanza. E quando Ranma si degnò di aprir bocca, fu come se le avesse letto nel pensiero.
“Anche se abbiamo un anello al dito, resti sempre un maschiaccio privo di sex appeal, quindi sogna, Akane, sogna… buonanotte!”, disse dandole la schiena per uscire dalla cucina.
“E tu un idiota senza speranza!”, gli urlò dietro per correre via, superarlo, salire le scale verso la propria stanza e buttarsi sul letto per prendere a pugni il cuscino tra le lacrime.

(Questo è il nostro modo di andare d’accordo, pensavamo che ormai fosse chiaro!)

Stupido baka!
No, stupida lei, che ci aveva anche creduto! Ma quale andare d’accordo?! Sul serio si era illusa che dopotutto loro avessero comunque un’intesa, sebbene fuori dai canoni? Sì, non era altro che una stupida!
“Muori, ragazza violenta!”.
Akane riuscì per un soffio a evitare il bombori gettandosi sul pavimento e alzandosi in piedi subito dopo in posizione di difesa, le mani protese in avanti, mentre Shampoo, ritta sul suo letto, estraeva la sua arma dal materasso che aveva sfondato. Ma da dove era piovuta? Dal soffitto come Kodachi anni prima?
“Ma sei impazzita?”.
“Non penserai che mi sia bevuta la farsa di stamattina? Ranma non avrebbe mai sposato di sua volontà una come te, lo avete costretto, ammettilo! Ma io lo libererò da questa unione fasulla e me lo riprenderò!”, la minacciò puntandole contro l’altro bombori.
“Non ti conviene sfidarmi, Shampoo, non sono più quella di una volta. Fai ancora in tempo ad andartene sulle tue gambe. Ranma è mio marito, fattene una ragione e cresci, perché non lo lascerò mai a nessuna”.
“Ranma deve sposare me!”, gridò lei saltando già dal letto. “Non posso tornare in Cina senza di lui al mio fianco, quindi o rinunci al mio futuro marito o stanotte morirai!”.
Akane chiuse le dita a pugno così forte da farle scrocchiare.
“E va bene, gatta morta, adesso basta, mi hai davvero stancato”.
Shampoo le si lanciò contro cercando di colpirla con entrambi i bombori, ma Akane riuscì a pararli con gli avambracci e a respingerli e quando Shampoo tentò di colpirla una seconda volta con uno di quegli arnesi, Akane lo calciò via con un piede facendolo volare contro la finestra che andò in frantumi.
“Akane? Quanto ci vuole a prendere questo cuscino?”, chiese l’inconfondibile voce di Ranma fuori dalla porta. “E cos’è questo baccano?”, chiese poco prima di girare il pomello ed entrare, trovando la camera a soqquadro.
Ailen!”, cinguettò Shampoo mollando il bombori superstite per gettargli le braccia al collo.
Ranma, incredibilmente, la schivò all’ultimo istante e per poco la cinesina non finì contro lo stipite della porta. Se non l’avesse visto coi propri occhi non ci avrebbe creduto.
“Avanti, moglie, hai perso la scommessa, quindi dormirai tu da me, prendi quel benedetto cuscino e fila di sotto”.
Lei sbatté le ciglia senza capire, finché un lampadario non si accese nel cervello: l’ennesima recita a uso e consumo della sua – ormai ex – spasimante, che li guardava con tanto d’occhi senza credere alle sue orecchie.
“D’accordo, marito!”, sbuffò Akane fingendo irritazione e sbattendo un piede per terra per essere più credibile. “Tanto più che Shampoo ha distrutto il mio letto, quindi dormiremo comunque nella tua stanza, d’ora in poi”.
“A proposito, Shampoo: che sia l’ultima volta che attenti alla vita di mia moglie: se tu o la vecchia mummia ci provate di nuovo, rado al suolo il Nekohanten finché a forza di ricostruirlo non vi ridurrete sul lastrico”.
La cinesina guardò alternativamente lei e Ranma pensando forse di essere precipitata in un incubo a occhi aperti.
“Ma… ma allora voi due siete davvero…”, balbettò stravolta.
“Sì, noi due facciamo sul serio, cosa non ti è chiaro di quello che hai visto stamane?”, mentì lui, mentre Akane lo raggiungeva per cingergli la vita e poggiare la testa sulla sua spalla. Sperò solo che nella penombra Shampoo non si accorgesse quanto fosse avvampata.
Per sua fortuna, la cinesina scoppiò in lacrime, si coprì il volto con le mani e saltò dalla finestra. Akane si staccò immediatamente da Ranma, dubitando che le sue parole avessero avuto davvero effetto e che la ragazza dai capelli lavanda o la bisnonna pluricentenaria si sarebbero arrese. E ciò significava che lei non avrebbe mai dovuto abbassare la guardia.
“Che razza di situazione…”, commentò fissando meditabonda i vetri sparsi sulla scrivania. “Comunque non era necessario che intervenissi, me la sarei cavata da sola”, disse rivolta a Ranma senza voltarsi a guardarlo.
“Sì, come no…”, la canzonò lui. “Dai, muoviti”.
“Muoviti?”, chiese volgendosi finalmente verso di lui.
“Certo, dormi da me, non stavo bluffando, prima”.
“Non dire assurdità, posso dormire in camera di Kasumi, o di Nabiki”.
“E rischiare che ci scoprano? Non hai ancora capito che nonostante la nostra recita qualcuno ha dei sospetti?”.
“Temi che Shampoo possa tornare?”.
“Forse lei no, ma Obaba sì, oppure Kodachi… abbiamo degli spasimanti piuttosto accaniti”.
“Parla per te, io non ho pretendenti pazzoidi”.
“E Tatewaki dove lo metti? Chissà per quante ore è rimasto appostato davanti al cancello di casa in attesa che tornassimo per sfidarmi, non oso immaginare cosa partorirà la testa di quella sciroccata di sua sorella per vendicarsi di te…”.
Akane sbuffò.
“Accidenti… E va bene, ma tieni la zampe a posto”, gli intimò mentre scendeva le scale.
“Tienile tu, piuttosto!”, ribatté lui alle sue spalle.
“Che vorresti dire?!”.
“Che durante la notte diventi un boa stritolatore”.
“Io?! Tu vaneggi!”, obiettò lei entrando nella stanza di Ranma e prendendo il materasso del signor Genma dall’armadio per srotolarlo sul tatami accanto a quello del suo fidanz… suo marito.
“Così tanto che stamattina stavo soffocando tra le tue spire!”.
“Ma davvero? E perché non mi hai svegliata subito, invece di aspettare che quelle tre invasate irrompessero nella nostra stanza?!”, lo accusò sbattendo il cuscino sul futon.
“C’ho provato, ma avevo gli arti intorpiditi e tu sembravi in coma! Manco le cozze sono così abbarbicate agli scogli!”.
Lei poggiò le mani sui fianchi in segno di sfida.
“O magari in realtà ti piacevano le mie spire avvinghiate ai tuoi arti, non è così?”, azzardò puntandosi un dito contro. “Dì la verità!”.
“Sicuro, come no! È una meraviglia sentirsi come un agnello che sta per essere ingoiato intero dalle fauci di una serpe coi fianchi di un tricheco!”.
“Come osi! Non sono grassa, io, razza di baka!”, urlò afferrando di nuovo il cuscino per lanciarglielo, pur sapendo che l’avrebbe schivato.
“No, infatti, tu sei tubolare!”, ribatté lui mimando la forma di un tronco.
“E tu hai il cervello di una gallina! Non vedo l’ora di chiedere il divorzio!”. E lì s’illuminò. “Anzi, perché aspettare? Lo chiederò domani stesso!”.
Ranma sgranò gli occhi, di colpo sbiancato.
“Cosa? Ma che stai dicendo?”.
Era un’impressione o il tono sembrava allarmato?
“Hai capito benissimo, non intendo portare avanti questa farsa, non ti sopporto più, questo… matrimonio deve finire, adesso!”, urlò Akane puntando stavolta il dito verso il pavimento. “Vattene pure al diavolo con Shampoo o Ukyo o persino con quella matta da legare di Kodachi, spero che ti strozzi con i suoi nastri!”.
Erano lacrime quelle che pungevano gli angoli degli occhi? No, no, no, non ora, doveva resistere!
A Ranma, invece, caddero le braccia lungo i fianchi, mentre la osservava… incapace di credere a quanto aveva udito? Sembrava addirittura nel panico, da come respirava.
“Non parli sul serio…”.
“Altroché! Sono stufa, sono arrivata al limite, basta! Non avremmo mai dovuto acconsentire a questa buffonata, era ovvio che non avrebbe funzionato, non ci sopportiamo, altro che resistere fino alla maggiore età! È passato solo un giorno e già sono pentita!”.
Ranma continuava a guardarla sbigottito e a lei dava sempre di più l’impressione di un ragazzino spaesato.
“Ma… ma… Io credevo che questo fosse il nostro modo di andare d’accordo…”.
“Ah, certo, lo hai detto anche a Kasumi e Tofu, ma ti sei sbagliato di grosso, se hai pensato davvero una fesseria del genere, ma soprattutto se pensi che io ti permetta di insultarmi in questo modo anche solo un giorno di più! Quindi voglio il divorzio!”.
Aveva il fiato grosso come nemmeno dopo una corsa, mentre Ranma sembrava aver perso il suo. Finché non lo vide stringere i pugni.
“No”.
Un semplice monosillabo che fece piombare il silenzio nella stanza. Fu lei a osservarlo, ora, con tanto d’occhi.
“Cosa hai detto?”.
Ranma deglutì come se un sasso gli ostruisse la gola ma proprio non riuscisse a mandarlo giù.
“Ho… ho detto di… di no”.
La sua voce tremolava o aveva allucinazioni uditive?
“E per quale motivo dovresti essere contrario? Oh, ma certo, perché altrimenti tu e tuo padre vi ritrovereste in mezzo a una strada!”.
“Non è per questo!”, tuonò lui.
“E allora cosa?”.
Se le diceva un’altra volta che era carina come quando aveva cercato di avere la meglio sulla tutina della forza, poteva considerarsi morto.
Ma Ranma chinò il capo e si richiuse a riccio nel suo mutismo. Tipico.
“Bene, se non rispondi, la prima cosa che farò domattina appena alzata sarà…”.
“Io voglio che funzioni!”.
Akane aggrottò la fronte, mentre lui preferiva guardare la parete di fianco e respirare come se gli mancasse il fiato.
“Che cosa dovrebbe funzionare?”, chiese con un sopracciglio inarcato.
Ranma aveva anche iniziato a sudare copiosamente.
“Il… il… il…”.
“Il?”.
Una vena si gonfiò sulla fronte.
“Il n-nostro m… mmmm… mmmmmmm…”.
Stava cominciando a sudare pure lei.
Materasso? Maglione? Maniscalco?Maiotiprendoacalcisenonparli?! E dillo!
“…matrimonio!”.
Kamisama che parto! Se si trattava di insultarla però non aveva freni, eh? Bene, qui bisognava battere l’acciaio finché era caldo. Akane incrociò le braccia al petto e prese un bel respiro.
“E perché mai? Non sono un maschiaccio privo di sex appeal, incapace perfino di far bollire dell’acqua? Che ci fai con una come me?”.
Ranma strinse i denti e una vena sul collo cominciò a pulsare così forte che temette di vederla scoppiare.
“P-perché tu m…. mmmmm…mmmmmmmmmmmmmmmmm…”.
Non è che il suo cervello rischiava di incepparsi? Intanto che lui cercava di articolare qualcosa di sensato lei si guardò dapprima le unghie, poi si ricordò che gli aveva scaraventato contro il proprio cuscino e andò a riprenderselo.
“…mmmmmmmmiiiiiiiiiiiii…”.
Ranma era quasi chino su se stesso per lo forzo che gli stava costando un embolo, ne era sicura: il volto più rosso di una rapa, mancava poco che gli occhi schizzassero fuori dalle orbite.
Vabbè, tanto valeva sdraiarsi sul futon, che qui la cosa andava per le lunghe.
“…iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii…”.
Akane si rimboccò la coperta, tentata di mettersi i tappi nelle orecchie, mentre tamburellava le dita di una mano sul dorso dell’altra in attesa che lui deflagrasse. In realtà, era lei ormai a essere al limite: se non lo fermava, gli sarebbe uscita un’ernia.
“E basta!”, esplose esausta.
“Piaci!”, sbottò Ranma accasciandosi sfinito sul proprio materasso, neanche avesse combattuto per cinque ore di fila. Akane si alzò a sedere mentre Ranma, carponi, tentava di riprendere fiato. Non poteva credere ai propri occhi: erano davvero goccioline di sudore quelle che gli cadevano dalla fronte e dai capelli imbrattando il futon. E loro avrebbero dovuto consumare?! Era una parola! Un’altra domanda scomoda e sarebbe andato in coma, figurarsi fare ben altro! Eppure non poteva demordere.
“Già una volta hai tentato di farmelo credere, perché adesso dovrei darti ascolto?”.
E con questa poteva pure andarsene a dormire, perché tanto gli avrebbe risposto l’indomani.
“P… p… perché…”.
Appunto.
Akane si coricò di nuovo e gli diede le spalle con un buonanotte ricco di foschi presagi.
“Perché è vero!”.
Lei spalancò gli occhi, allibita.
“È sempre stato vero! Io…”.
E si voltò a guardarlo. Possibile? Lei gli piaceva? Stava sognando?
“…non ti ho mai mentito…”.
In effetti, considerò, quando Ranma fingeva era disinvolto fino a superare in ridicolaggine perfino Tatewaki, mentre dire la verità gli costava sempre uno sforzo sovrumano. Peccato che gli insulti che lui le aveva elargito in due anni e mezzo avessero offuscato ciò che aveva davanti agli occhi e ciò che arrivava alle proprie orecchie. Difatti, faticava ancora a crederci.
“Bene, allora… perché, ecco…”. Adesso s’inceppava lei? “Anche a me piacerebbe che… che tra noi…”, annaspò torcendosi le dita mentre fissava con ostinazione la parete di fronte a sé.
“Su… su… su…”.
“Sì, sul serio!”.
Oh kami, aveva confessato! E se l’avesse presa in giro? Che razza di stupida!, si disse coprendosi la faccia con tutt’e due le mani.
Invece Ranma si limitò a sedersi sul materasso. Incredibile ma vero, il suo fidanz… marito rimase in silenzio: niente battute ironiche, niente frecciatine. Forse stava arrossendo come lei.
“Quindi… ehm… che facciamo?”, azzardò a chiederle con un filo di voce. Lo udì perfino deglutire.
“Direi di… dormirci su e domani… Domani ricominciamo da capo”, suggerì lei senza osare guardarlo.
“Mi... mi pare un’ottima idea…”.
Silenzio di tomba.
Era un grillo quello che sentiva fuori dalla finestra?
“Bene, ehm… ci-ci-ci mettiamo a dormire?”, le chiese esitante.
“Sì!”, rispose buttandosi lesta sul futon e dandogli di nuovo la schiena. Dietro di sé udì Ranma fare altrettanto dopo aver spento la luce.
Occhi sbarrati a fissare il buio, Akane non mosse un muscolo per tutta la notte e fu graniticamente certa che nemmeno Ranma riuscì a chiudere occhio.





*Nella new edition italiana del manga. Tra l'altro nella vecchia edizione Neverland, relativamente all'episodio della tutina della forza, Ranma dice ad Akane che lei gli piace. In realtà il traduttore si è inventato quella frase, perché nella nuova edizione italiana riveduta e corretta, Ranma dice ad Akane che lei è carina (e per lui è già tantissimo, figurarsi dirle chiaro e tondo che le piace! E infatti gli ho fatto fare uno sforzo ancora più titanico! XDD).

   
 
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