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Autore: yonoi    13/04/2021    11 recensioni
Una gelateria un po’ nascosta, da qualche parte in Riviera. Di notte, con le sue luci, è un’isola sospesa tra il rumore del mare e il fruscio della pineta. Ma un’altra luce si accende alla finestra di fronte: dal buio prendono vita la musica e la danza. Un misterioso ballerino esegue i suoi esercizi, puntuale, preciso e insonne.
Questa storia partecipa al contest “Storie alfabetiche” indetto da Lady Palma sul Forum di EFP.
Genere: Dark, Drammatico, Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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amico tra gli amici
come ben dice Woodstock di…
Snoopy.
 

 
Zenzero e pepe nero
 

 
A notte fonda, quando i contorni del mondo diventavano netti e al tempo stesso sfuggenti, i gelati nelle vaschette si trasformavano in miniature di paesaggi: le onde del ribes erano piste da sci decorate da bacche di brina e zucchero; il loto era verde profondo, come l’acqua su cui il fiore si alza diritto, per poi sbocciare aprendo la punta delle dita.

Bisognava conoscerlo, quel locale, sapere che c’era in fondo alla traversa per potere gustare quelle tinte bizzarre, montate su coni alti come pinnacoli. C’erano compagnie che si davano appuntamento dopo la discoteca, i falò sulla spiaggia, i bagni di mezzanotte. Di solito arrivavano alle ore più piccole, portando con sé il tepore notturno della salsedine.

Erano pochi i clienti abituali: qualche turista con la schiena spelacchiata, gli zoccoli e la sabbia; c’erano le bambine della scuola di danza, con lo chignon e le scapole come alucce, famiglie coi passeggini quand’era ancora chiaro e la pineta non incuteva timore; dopo di che la notte si accovacciava sul marciapiedi e nel locale iniziava una lunga pausa di quiete.

Finché non arrivavano le combriccole reduci dal giro dei locali, gelati non se ne vendevano più: ma era pieno di vita, in realtà, quello spazio fatto di buio e pineta. Gli ultimi villeggianti sparivano negli hotel lasciando il lungomare alla voce della risacca, al fresco che veniva dalla macchia. Hu hu, borbottava il gufo e Snoopy, il gelataio, usciva per ascoltarlo ma anche perché, di lì a poco, nella scuola di fronte sarebbero iniziati la musica e la danza.

Il ballerino che volteggiava sul palco della notte come se si trovasse in un teatro affollato, di fatto non lo conosceva nessuno: Snoopy aveva provato a chiedere in giro, ma da quelle parti erano diffidenti. Lui stesso, dopo anni, era considerato ancora un forestiero, tanto che lo chiamavano col nome del suo negozio, Snoopy’s Ice Cream: sicché di riuscire a ottenere una risposta non se ne parlava proprio.   

Mentre Snoopy trascorreva le notti sempre col naso in su, rivolto alle finestre della scuola di ballo, la convinzione che il ballerino fosse in realtà una creatura dell’altro mondo assumeva sempre maggior consistenza.

Non erano solo i gelati nelle vaschette a ispirare suggestioni. Ogni gesto dell’anonimo danzatore, l’apparente assenza di gravità e fatica nei movimenti, agli occhi di Snoopy acquistavano la densità di un sapore: un gusto di latte, unito a qualcosa che fosse penetrante come il suo desiderio.

Per un poco le cose erano andate avanti così: con la gelateria come un’isola in mezzo al buio, l’insegna che bruciava moscerini nella calura e il ballerino dalla carnagione così chiara che pareva non avere mai visto un raggio di sole. Qui ci vorrebbe una base di vaniglia senz’altro, pensava Snoopy tra sé, convinto più che mai di non avere mai visto, in vita sua, nulla di più armonioso.   

Regolarmente, era tentato di bussare alla scuola di ballo per sapere almeno il nome del suo compagno di veglie, ma poi si ripeteva che un nome non è niente, che lui e il ballerino si conoscevano già: lo dimostrava il fatto che questi, a un certo punto, s’era accorto di lui e aveva cominciato a salutarlo, chinando il capo in un gesto che a Snoopy aveva suggerito pensieri impuri e torrenti di fiordilatte.   

Si era ormai in autunno quando, inaspettatamente, la finestra aveva smesso di illuminarsi: forse si accenderà tra poco, aveva pensato Snoopy, per poi restare tutta la notte ad attendere che un barlume prendesse vita insieme alla musica; all’alba, aveva tirato giù la serranda constatando che l’aria era sempre più fredda e il sole più distante.

Tardi nella stagione, quando la spiaggia era ormai soltanto orizzonte e l’orizzonte bruma, per caso, in un caffè, aveva ritrovato quel volto sul giornale: ne aveva riconosciuto i lineamenti uno per uno, pur avendoli visti soltanto da lontano.

Un articolo su più colonne riprendeva una notizia che Snoopy aveva già sentito alla radio, senza prestarvi attenzione: un casotto nella pineta aveva restituito un corpo di molti giorni, incastrato così ad arte nella canna fumaria che cavarlo era stata un’impresa.

Va da sé che Snoopy smise di bere caffè da quel giorno, e un lutto esagerato gli si accovacciò accanto, trascorrendo con lui tutto l’inverno: per i giornali, non c’era alcun dubbio circa l’identità di quei resti salati dal vento; soltanto si ignorava per quali vie misteriose il ballerino fosse giunto fin lì.

Zenzero e pepe nero fu il nome che gli diede di testa sua Snoopy, e il giovane tornò a danzare l’estate seguente su coni altissimi e impervi, con onde che sfidavano la forza di gravità: il gelato era di un fiordilatte così bianco che di notte splendeva di luce propria; frammenti di pepe e zenzero bruciavano nella bocca, proprio come ogni dolore che si rispetti.
 
 
 
 
 
  
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