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Autore: EternallyMissed92_    19/04/2021    1 recensioni
Era una notte buia e tempestosa in quel di Lambrusco al Calice, nella bassa pianura padana.
A ben guardare, la notte non era poi così tanto buia, considerato che non era notte ma mezzogiorno passato. E non era neanche poi così tanto tempestosa: era luglio inoltrato, il sole picchiava forte e all’ombra si registravano all’incirca trentacinque gradi.
Orsù dunque, rettifico e mi correggo.
Era un pomeriggio estivo, rovente, afoso ed asfissiante in quel di Lambrusco al Calice, nella bassa pianura padana.
Genere: Comico, Commedia, Demenziale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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ERA UNA NOTTE BUIA E TEMPESTOSA…

 

Capitolo 1 – Di Lambrusco al Calice e della leggenda della Signora Brambilla

 

Era una notte buia e tempestosa in quel di Lambrusco al Calice, nella bassa pianura padana.

A ben guardare, la notte non era poi così tanto buia, considerato che non era notte ma mezzogiorno passato. E non era neanche poi così tanto tempestosa: era luglio inoltrato, il sole picchiava forte e all’ombra si registravano all’incirca trentacinque gradi.

Orsù dunque, rettifico e mi correggo.

Era un pomeriggio estivo, rovente, afoso ed asfissiante in quel di Lambrusco al Calice, nella bassa pianura padana.

Il ridente – si fa per dire – paesino era molto antico e piccolo, ma così piccolo che non era nemmeno segnato sulle cartine geografiche più aggiornate.

Quando si provava ad inserirne il nome nei navigatori satellitari più efficienti, questi si ribellavano emettendo uno stridio acuto e prolungato, quasi volessero gridare tutta la loro sofferenza, e alla fine si autodistruggevano.

La maggior parte delle case erano pericolanti ed i tetti, le cui tegole richiamavano la tipica sfumatura rossa del vino caratteristico del paese, sembravano sfaldarsi ad ogni pioggia. I lambruschini – così si chiamavano gli abitanti – che vi risiedevano erano appena settanta. Cani, gatti, galline e tre cinciallegre compresi, ovviamente.

Lì, in quel paesino dimenticato da Dio e persino dai preti, i quali non passavano nemmeno per la benedizione delle case prima di Natale, non succedeva mai niente.

Ma mai, mai, mai.

L’unica volta in cui era accaduto qualcosa degno di nota risale al lontano 1957, quando la signora Brambilla, una novantanovenne benvoluta dai suoi concittadini, smarrì la propria dentiera. Fu un evento che scosse tutto il paese, che si mobilitò subito per ritrovarla. I lambruschini girarono in lungo e in largo, giorno e notte, estate e inverno, luna piena e luna nuova. I loro tentativi, però, furono del tutto vani e, ormai rassegnati, posero fine alle ricerche. Fino a quando non avvenne il miracolo.

Narra la leggenda che la signora Brambilla, colta da un dolore troppo grande per quella perdita gravissima, un giorno volle affogare la propria disperazione nell’alcool. Nonostante soffrisse di una forma cronica di artrite, recuperò la forza necessaria per precipitarsi velocemente verso il mobiletto sotto il televisore, dove soleva nascondere ad occhi curiosi una scorta piuttosto generosa di bottiglie di grappa. Ella si scolò una ventina di bicchierini, singhiozzando di quando in quando, e decise di accompagnare l’ubriacatura imminente con una fetta di dolce. Aprì quindi il frigorifero, vi scavò dentro con le mani rachitiche per farsi spazio fra le migliaia di ragnatele e, sorpresa delle sorprese, fu così che rinvenne la sua amata dentiera. La trovò appiccicata come una cozza alla glassa ormai solidificata della torta che aveva preparato all’incirca due anni prima e di cui, a causa della demenza senile, si era totalmente dimenticata. La sua gioia fu tale da provocarle un infarto immediato del miocardio. Se ne andò in pace e nel suo paese venne proclamata Protettrice dei Dentisti.

Poi, da quel giorno, il nulla.

Il nulla più totale.

Finché non arrivò il pomeriggio estivo, rovente, afoso ed asfissiante di cui vi avevo accennato all’inizio prima di perdermi in un bicchiere di Lambrusco raccontandovi situazioni di dubbia rilevanza.

Ma lasciamo perdere quanto scritto in precedenza e ripartiamo.

Era un pomeriggio estivo, rovente, afoso ed asfissiante in quel di Lambrusco al Calice, nella bassa pianura padana.

Ma non era un pomeriggio qualsiasi. Era un pomeriggio strano, molto strano. L’aria era incredibilmente tesa ed irrespirabile – colpa della cappa di umidità – e le tre cinciallegre, che erano tutto tranne che allegre, avevano smesso di sorvolare il paesino per andare a nascondersi nei loro nidi fatiscenti, intonando una marcia funebre.

Era, insomma, un pomeriggio in cui stava per succedere qualcosa.

Qualcosa di brutto.

Una Fiat 126 color grigio nebbia padana – una delle macchine più moderne in circolazione, che non si vedevano tutti i giorni – imboccò via Golasecca 17 e si fermò davanti al palazzo di tre piani che faceva ad angolo con via Tossegrassa Dica 33.

Brunello spense l’auto e, girando la manovella, tirò giù il finestrino per guardare fuori. Un ghigno malefico gli dipinse le labbra. Si girò verso il suo compare, Gian Carl Etto – diminutivo di Ettore – Pier Gigi Pino, che per comodità chiameremo Carletto, e gli picchiettò la spalla col dito indice.

«È questo il palazzo?», gli chiese.

«Non saprei… ma credo di sì.»

Gli occhi verde bottiglia di Brunello si spalancarono.

«Non hai controllato la via sulla cartina?»

«Non ancora.»

«E cosa aspetti a farlo, imbecille!», lo rimbrottò Brunello, mollandogli uno scappellotto sulla nuca.

Carletto, spaventato, aprì il vano portaoggetti dell’auto e tirò fuori la suddetta cartina. La svolse come si svolge un panino al prosciutto dalla carta stagnola e, con la fronte aggrottata, cominciò ad esaminarla attentamente. Dopo una decina di minuti di silenzio totale, Brunello, stanco di quell’attesa sfiancante, guardò in direzione del suo complice.

«Allora?»

         «Questa cartina è sbagliata», asserì Carletto, continuando a squadrarla da

molto vicino per non sforzare gli occhi già compromessi da una brutta miopia.

«Come sarebbe a dire che è sbagliata?», sbraitò Brunello e, dopo aver gettato un’occhiata fugace alla cartina, gli mollò un’altra pacca sulla nuca.

«Idiota! Non vedi che la stai tenendo al contrario?!»

«Oh… hai ragione», mormorò l’altro.

«Avanti, buono a nulla che non sei altro, dalla a me che controllo io.»

Carletto annuì, ma, nell’atto di passargliela, il caffè che stava sorseggiando in un bicchierino di plastica si rovesciò malamente sulla cartina, andando ad inzupparla.

Le vene del collo di Brunello presero a pulsare dalla rabbia, sull’orlo di scoppiare. Iracondo, gli strappò la cartina dalle mani e, invano, cercò di tamponare il danno con un fazzoletto di carta. Solo in quel momento si ricordò che Lambrusco al Calice non era segnato su nessuna cartina esistente e, placatosi, la appallottolò, buttandola poi fuori dal finestrino.

Con un ghigno malefico afferrò il proprio passamontagna dal cruscotto e se lo ficcò in testa, nascondendo così la sua brutta faccia al resto del mondo.

«Sei pronto?», chiese al suo compare.

Carletto consentì a fatica, troppo impegnato a disincastrare il suo lunghissimo e bitorzoluto naso dai buchi del passamontagna.

E fu proprio così che in quel pomeriggio estivo, rovente, afoso ed asfissiante in quel di Lambrusco al Calice, nella bassa pianura padana, gli abitanti dovettero prepararsi a passare dei guai.

Dei guai molto grossi.

E no, non c’entrano niente Jessie e James – con Meowth al seguito, ovviamente – del Team Rocket*.

Potete stare tranquilli, credetemi.

Non sto scherzando.

Giurin giurello.

Dico davvero.

Parola mia.

 

 

* Per chi non lo sapesse, il Team Rocket è il team villain presente nei Pokémon. Jessie e James ne fanno parte e sono famosi per annunciarsi iniziando il loro famosissimo motto proprio con: “Preparatevi a passare dei guai! Dei guai molto grossi!”.

 

   
 
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