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Autore: Trix_    18/05/2021    3 recensioni
Campagna inglese, inizi del '900. June ha sedici anni quando viene adottata dalla vedova Chandler: un evento insolito per una ragazza della sua età, ormai rassegnata a una vita in cui avrebbe dovuto cavarsela da sola. Tuttavia, arrivata alla tenuta della sua nuova famiglia, nulla di ciò che vi trova è quanto si era aspettato. La vedova Chandler non è una vecchia signora inglese, anzi: ama farsi chiamare zia Yoko ed è un'eccentrica, scandalosa e coltissima donna giapponese.
La sua casa è un luogo di rifugio per coloro che vivono ai margini della società, ben lontana dal caos di Londra.
Zia Yoko, però, è un cubo dalle mille facce. Il suo odio per le ingiustizie non si limita a garantire una tranquilla vita di campagna ai reietti, ma si tramuta in vendetta fredda e premeditata. In un mondo dove gli ultimi e i diversi non hanno voce, esiste un sottobosco che cerca di sopravvivere come può.
June sarà disposta ad aiutarla?
Genere: Malinconico, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate | Contesto: Età vittoriana/Inghilterra
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NdA: come coordinate ho inserito "età vittoriana - Inghilterra", ma in realtà la storia è ambientata poco dopo la fine del regno della regina Vittoria, vale a dire in epoca edoardiana









 
1.
 
 

Per arrivare alla tenuta dei Chandler la carrozza dovette imboccare una stradina dissestata di sassi aguzzi e polvere. Il conducente sbandava a destra e a manca come un giunco martoriato dalle onde del mare: sempre accomodante, ma comunque ben ancorato alla panca.

Lo schiocco della frusta squassò la calura umida di inizio estate, folta del canto dei passeri che zufolavano fra le fronde e del ronzio di grosse api che si tuffavano in bulbi di polline.

June schiacciò il naso contro il vetro, il labbro superiore imperlato dall'afa che ribolliva all'interno dell'abitacolo. La campagna inglese le scorreva di fianco, irrorata dalla luce del mattino, e c'era l'odore selvaggio della terra appena arata, lo sciabordio di un fiumiciattolo invisibile che scorreva nascosto dai cespugli di rovi.

"Sta' dritta con la schiena!" la bacchettò la signorina Balery, colpendole il ginocchio con il ventaglio. "Non vorrai farti vedere goffa e pigra fin da subito."

June si raddrizzò. "Perdonatemi. Sono stanca, siamo in viaggio da molte ore."

"Oh, la ragazzina è stanca! Ma se non fai nulla dalla mattina alla sera! Con quella linguaccia bugiarda non stento a credere che riuscirai a metterti nei guai fin da subito. Rimani composta e lascia parlare me, ci manca solo che ti rispediscano da dove sei venuta e io debba continuare a dannarmi per impartirti un minimo di educazione."

"Sì, signorina Balery."

"Questa è una grande opportunità, ricordatelo. Una grande, grandissima opportunità."

Per quanto la signorina Balery fosse una donnetta odiosa, acida come mosto rovinato dal caldo, non aveva tutti i torti. Era piuttosto raro che orfane di sedici anni, che in società qualcuno avrebbe potuto definire in "età da marito", venissero prese in carico dalle famiglie. Erano già formate, alcune addirittura rovinate, libri che non potevano essere riscritti a proprio piacimento. Benché l'orfanotrofio le avesse fornito un'educazione, il timore che non fosse abbastanza era in agguato. Le sarebbe piaciuto imparare a suonare il pianoforte per allietare gli ospiti nei salotti, magari, ma la struttura non ne possedeva uno e le suore si guardavano bene dal farla avvicinare all'organo della cappella.

La carrozza si fermò con uno scossone e la voce del vecchio conducente gracchiò: "Siamo arrivati".

June fece per scendere, ma la mano della signorina Balery la agguantò per un polso. Una morsa di ossa e calli, di vene sporgenti che le percorrevano le dita simili a bisce di fiume. Quanti schiaffi correttivi avevano donato, quanti strattoni per aggiustare le camminate o sistemare un colletto fuori posto – mai un briciolo d'amore, solo seccature e fastidi.

June realizzò che quelle mani non l'avrebbero punita più. Se tutto fosse andato secondo i piani.

"Aggiustati, sei un disastro" sibilò la donna, sfregandole il fazzoletto di stoffa sul volto, con una forza tale da arrossarle la pelle.

Le riannodò il fiocco del cappello sotto al mento, le ravvivò i capelli e la esaminò per un lungo, ultimo istante, con una smorfia molto simile a quella che le si era manifestata sul viso il giorno in cui un piccione le aveva defecato sul naso.

Il conducente aprì la portiera e sganciò il predellino. Mentre si dava da fare a scaricare i bagagli, June e la signorina Balery scesero. Si trovavano all'interno di un grosso giardino percorso da stradine di ghiaia e punteggiato di aiuole. Sarebbe potuto apparire grazioso, nel senso più delicato del termine, se le siepi non avessero avuto l'aria di essere state lasciate a loro stesse e galline e tacchini non razzolassero goffamente in giro.

Un maniero tetro e cigolante sorgeva tra gli alberi.

Una giovane domestica dalla carnagione scurissima e luminosa le attendeva in fondo alle scale. "Benvenute alla tenuta Chandler" sorrise. "Spero abbiate fatto buon viaggio. Prego, la signora vi attende."

Per un attimo, June ebbe l'impressione che un guizzo insolente avesse attraversato lo sguardo della domestica non appena questo si posò sulla figura tozza e altera della signorina Balery, troppo occupata ad ammirare la tenuta e aspettarsi remissività dalla servitù per accorgersene.

Vennero scortate dentro, in un vestibolo scuro e soffocante. L'aria all'interno era greve, simile a quella di una scatola rimasta chiusa troppo a lungo.

"Attendete qui" disse la domestica, prima di sparire su per le scale. 

Cadde il silenzio. La signorina Balery protese il naso adunco in direzione di quello che aveva tutta l'aria di essere un salottino, e di cui June riuscì a intravedere a malapena una porzione. Un frammento di pianoforte a coda e di parete riempita di quadri affollati di angeli danzanti e ninfe nude che si rincorrevano tra giochi d'acqua.

La signorina Balery storse la bocca, che si tramutò in un'unica, disgustata grinza. Le ricordò un segugio che smaniava per scavare nella tana della volpe, ma non poté biasimarla. Nonostante il nervosismo e la paura, anche June era divorata dalla curiosità nei confronti di quella donna misteriosa, che si era sobbarcata l'incarico di educare una ragazza troppo cresciuta.

Si udì un tramestio dal piano di sopra, seguito da improperi non proprio eleganti. June e la signorina Balery si scambiarono un'occhiata. Poi una figura fece la sua apparizione in cima alle scale.

June rimase senza fiato. Era la donna più alta, lunga e scandalosa che avesse mai visto. Il pallido corpo da giraffa della signora Chandler era avviluppato da una vestaglia di seta color borgogna, guarnito da ciuffi spelacchiati di piume di struzzo. Sotto, portava un lungo abito intriso di fantasie floreali e girali di foglie. Quando allungò un piede per scendere il primo gradino, June si rese conto che era scalza.

"Mia cara, cara ragazza!" trillò, discendendo dall'alto con movenze da diva del teatro. "Che piacere averti qui! Finalmente!"

Raramente la signorina Balery rimaneva senza parole. Reagì in ritardo persino nel tirarle uno schiaffetto contro il braccio per intimare a June di essere rispettosa.

La ragazza chinò il capo, ma quando la signora Chandler emerse dalle ombre ebbe l'impressione che la signorina Balery si fosse appena strozzata con una mosca. Non fu difficile capire il perché. Il viso della signora Chandler assomigliava a quello delle bamboline di porcellana che le era capitato di intravedere nelle vetrine degli empori che vendevano articoli esotici. Aveva occhi allungati, da gatta, le labbra a cuore e gli zigomi larghi. I capelli, di un nero fluente, erano appuntati sul capo in una treccia. Forse proveniva dall'Asia, anche se June non avrebbe saputo dire con precisione da dove. La direttrice dell'orfanotrofio non riteneva necessario che conoscesse il mondo oltre i confini di Londra, ed era cresciuta in una realtà di ragazze bianche, al massimo provenienti dalla Scozia o dall'Irlanda, mentre le donne nere erano relegate a ruoli di servizio.

I diversi, gli stranieri, era più facile che affollassero i sobborghi, le fabbriche e le case di piacere, lontani dai quartieri per bene.

Cosa ci facesse una donna come quella in un maniero della campagna londinese, di cui per altro era la proprietaria, era un mistero. Un mistero che June aveva una gran voglia di risolvere.

"Prego, seguitemi. Posso offrirvi una tazza di tè?" flautò, scivolando in direzione del salottino. Dopo che la signorina Balery ebbe annuito stolidamente, la signora urlò: "Dominique! Tè!".

Quel grido suonò così poco elegante – così poco femminile – che alla signorina Balery sfuggì uno squittio sconvolto. June strinse fra loro le labbra per sforzarsi di non ridere, mentre la signora Chandler sorrise a entrambe come se non si fosse accorta di nulla, i denti splendenti simili a perle di mare.

Entrare nel salottino fu come varcare le soglie di un museo devastato da un uragano. Le pareti erano colme di librerie che scoppiavano di volumi, e dove non c'erano librerie spuntavano quadri. Un mappamondo d'avorio stazionava di fronte al caminetto, illuminato da serpenti di luce che planavano dalle finestre. Mentre June e la direttrice prendevano posto sulle poltrone, la signora Chandler si sedette sui talloni, le mani sotto il tavolino.

La signorina Balery la osservava quasi di fronte a sé si fosse appena accoccolata una chimera.
Dominique, la domestica, fece il suo ingresso con il vassoio e lo appoggiò sul tavolino. La signora Chandler versò loro il tè in un modo che a June fece pensare a una sorta di rituale. Movimenti cerimoniali, lunghe dita che si agitavano eleganti, una preghiera sconosciuta a fiori di labbra. Ne rimase affascinata.

La signorina Balery sorseggiò il suo tè, scrutandola da sopra il bordo della tazza. "Il signor Chandler ci onorerà della sua presenza?"

La signora Chandler la fulminò con un'occhiataccia da sparviero tanto improvvisa che per poco la direttrice non si rovesciò il tè sulla gonna. Il suo volto si addolcì con una tale rapidità che June credette di esserselo immaginato.

"Suppongo non abbiate ricevuto la mia seconda lettera."

"La vostra seconda lettera?"

"Il signor Chandler era gravemente malato. È venuto a mancare appena una settimana fa. Un'orribile disgrazia, purtroppo." La tristezza sul viso della signora la toccò fin nel petto, e lo stomaco le si contrasse per il dispiacere. Alla signorina Balery parve solo l'ennesimo motivo per guardarla storto, probabilmente perché non vestiva di nero.

"Mi dispiace" mormorò June.

La donna la fissò dritta negli occhi, con un'intensità così penetrante da spingerla ad abbassare la testa. "È davvero un peccato che tu non l'abbia conosciuto, mia cara, ma è con le sue ultime volontà che mi ha appoggiata nel prenderti sotto la mia ala. Di sicuro, se fossi arrivata soltanto un mese fa, avresti incontrato solo lo spettro di ciò che è stato."

Le parole della signora Chandler erano seta contro le sue orecchie, frasi concatenate ad arte. Per questo il "Che Dio lo abbia in gloria" della signorina Balery le suonò tanto insignificante, e June ebbe il terrore di essere stata contagiata dalla stessa malattia.

La direttrice sospirò. "A questo punto mi sento in dovere di domandare se vi riterrete in grado di badare da sola alla ragazza. Per quanto sia cresciuta nella luce di nostro Signore, solo lui sa cosa passa per la testa delle giovani che non hanno ricevuto un'educazione adeguata."

"Pertanto, ritenete di non avergliela fornita. Che la voce di nostro Signore fosse troppo lontana affinché fossero udibili i suoi insegnamenti?"

La signorina Balery diventò paonazza.

"Ritengo di potermi occupare di lei al meglio delle mie possibilità, così come ho dichiarato per corrispondenza. O mi state dicendo che non mi ritenete idonea?"

Sulla scrivania c'era una pila di lettere ancora imbustate, tenute ferme da un tagliacarte perché il vento che soffiava dalla finestra non le sparpagliasse. In caso di risposta negativa, June non ebbe difficoltà a immaginare la signora Chandler che afferrava l'arma con un balzo e la piantava in mezzo agli occhi della direttrice, che balbettò: "Ma certo che no".

"Molto bene. Volete che vi mostri la casa? La stanza della ragazza, magari?"

Per quanto la signora Chandler mostrasse garbo, in lei c'era qualcosa di affilato e letale come la punta di uno spillone, negli occhi l'eleganza e la forza di una leonessa. La signorina Balery era abituata e rendere remissive ragazze indisciplinate, a punire con la verga giovani senza alternative o luoghi dove fuggire, ma fuori dal suo piccolo regno del terrore, fuori dalla Casa Cristiana della Clemenza, tornava ciò che era: una minuscola donna frustrata dalle disattenzioni del mondo. Spaventata da conversazioni imprevedibili come quella, e da donne che erano rompicapi da risolvere invece di semplici cassetti da aprire.

Per questo si limitò a un sorriso a denti stretti, forte della consapevolezza che di lì a poco sarebbe risalita sulla carrozza, di nuovo regina di quell'universo minuscolo tanto quanto lei.

"Sono sicura che svolgerete un'opera impeccabile."

Quando ormai il tè si era fatto freddo e la conversazione languiva nell'esaurimento dei convenevoli, Dominique accompagnò la signorina Balery alla porta. Lei e June si scambiarono un ultimo, silenzioso sguardo. Nessun abbraccio, nessun augurio per il futuro. D'altronde, sarebbero state parole senza significato.

Lo scalpiccio dei cavalli si fece via via più lontano.

Fu a quel punto che la signora Chandler si lasciò cadere in modo poco elegante sulla poltrona, estrasse un pacchetto di fiammiferi e un sigaro dalla tasca e se lo infilò tra le labbra. "Finalmente quella vecchia ranocchia si è tolta di mezzo, dico bene?"

June la fissò completamente scioccata.

"Non sta bene tenere la bocca aperta, cara. Ci entrano i fantasmi, e poi è un macello risucchiarli fuori."

La ragazza si riscosse. "Scusatemi, signora Chandler."

"Oh, ti prego, per quanto amassi George l'Inferno ghiaccerà prima che io porti il nome di un uomo. Chiamami zia Yoko, cara."

"Zia?"

"Di madre ne esiste una sola, di zie possono essercene molte. Mi auguro solo di diventare la tua preferita."

"Sareste l'unica che ho."

Zia Yoko esplose in una risata travolgente e per nulla educata. Per un attimo, June si convinse che sarebbe finita a gambe all'aria, le cosce oscenamente scoperte dalla veste raccolta sopra i fianchi. La osservò affascinata. La signorina Balery si divertiva a bacchettare le ragazze che si abbandonavano a simili eccessi di ilarità dicendo loro: "Il riso abbonda sulla bocca degli stolti".

Ma a zia Yoko non pareva importasse troppo che altri la considerassero stolta, oscena o scandalosa.

"Hai una voce così sottile, topolina" disse, asciugandosi teatralmente una lacrima. "Ma sei sfrontata."

"Perdonatemi." June chinò il capo con le guance in fiamme.

"Oh, piantala. Non voglio vivere in un mondo dove le persone si scusano per una battuta."

"E se quella battuta recasse seria offesa a qualcuno?"

"Allora non è una battuta, e a quel punto sarebbe opportuno scusarsi."

June stava ancora ponderando quella frase quando Dominique comparve sulla soglia. Non indossava più l'uniforme, ma una lunga gonna grigio chiaro e una camicetta candida. In una mano reggeva una ciotolina da cui pescava fragole. Si appoggiò allo stipite della porta, uno stivaletto accavallato sull'altro. Decisamente, ora, non sembrava una domestica.

"Dominique, cara, le mostreresti la vostra stanza?"

La ragazza scattò sull'attenti e si portò indice e medio alla tempia, scimmiottando il saluto militare. June la fissò con gli occhi spalancati. "Agli ordini! E tu, tesoro" la apostrofò, i modi di una donnaccia di strada smorzati dal languido accento francese, "aiutami a portare su le tue cose".






 

Curiosità: "In Inghilterra e nel Galles la prima legge regolatrice dell'adozione di bambini fu emanata nel 1926. Fino ad allora l'adozione dei bimbi avveniva in maniera informale e segreta e non dava alcun diritto ai genitori adottivi. Il genitore biologico poteva in qualunque momento riprendersi il bambino."

Una breve storia dell'adozione, Angela Vegliante.

   
 
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