Crossover
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Autore: Registe    22/05/2021    3 recensioni
Quarta storia della serie "Il Ramingo e lo Stregone".
La guerra tra l'Impero Galattico e la famiglia demoniaca si è conclusa, ma non senza un costo. Vi è una cicatrice profonda che attraversa mondi e persone, le cambia, rimane indelebile a marchiare i frammenti di tutti coloro che hanno la fortuna di essere ancora vivi. Qualcuno decide che è il momento giusto per partire, cercare di recuperare qualcuno che si è perso. Qualcuno decide di dimenticare tutto e lasciarsi il passato alle spalle.
Qualcun altro decide invece di raccogliere i frammenti di una vita intera e metterli di nuovo insieme, forse nella speranza che lo specchio rifletta qualcosa di diverso.
Genere: Avventura, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Film, Libri, Videogiochi
Note: Cross-over | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Il Ramingo e lo Stregone'
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Capitolo 13 - Lontano da te







Jango Fett








Boba conosceva a memoria i ronzii della Slave. Non come suo padre, ovviamente, ma più di una volta aveva strappato un suo sorriso di approvazione quando riusciva a percepire il fischio di una valvola da pressurizzazione allentata o il cedimento di una piastra prima ancora che venissero segnalati dal quadro comandi.
“Secondo me c’è qualcosa che non va al cannone destro, pa’ …”
Aguzzò l’orecchio, sforzandosi di dare il massimo. I cannoni della Slave I facevano un ripristino automatico del caricamento al plasma ogni otto minuti, ed era da quando avevano lasciato Kamino che il suono alla sua destra giungesse con un leggero ritardo rispetto a quello di sinistra. Affondò ancora di più nella poltrona da copilota, fissando suo padre alla propria destra con lo sguardo fisso nello spazio.
L’apprezzamento desiderato non arrivò.
“Pa’ …?”
Voltò lo sguardo oltre il finestrino, alla ricerca di cosa stesse occupando l’attenzione di suo padre. La sagoma di un pianeta si stagliava a diversi parsec di distanza, ma oltre quello non riusciva a vedere navi avversarie, asteroidi, qualunque cosa che potesse distrarre suo padre dal lodarlo come faceva sempre.
Non era la prima volta che lasciavano Kamino in fretta e furia, lasciandoselo alle spalle per qualche giorno quando suo padre si rendeva conto di avere dei cacciatori rivali alle calcagna; ma nelle altre volte lo sguardo di Jango era sempre nervoso, spesso a scatti, e le sue mani volavano freneticamente sulla consolle dell’aereonave per seminare questo o quell’inseguitore.
Lo chiamò di nuovo flebilmente, senza risultato.
Il computer della Slave lo avvisò che il pianeta in avvicinamento si chiamava Geonosis: Boba cercò di concentrarsi sul colore rossastro e sui cinque anelli che lo avvolgevano, ignorando di proposito la voce artificiale della nave che forniva dati non richiesti sulla gravità del posto e sulla percentuale di ossigeno ed anidride carbonica presenti nell’atmosfera. Non vi erano mai stati fino ad ora, né gli era parso di sentirlo nominare da suo padre negli ultimi tempi. Ma dopotutto Jango non gli aveva fornito alcuna spiegazione da quando era tornato da quella missione su Coruscant, ed aveva imparato negli anni che suo padre parlava soltanto quando era necessario.
La mano dell’uomo si strinse sulla sua.
Boba trattenne il fiato, sbirciando da sotto i capelli l’espressione immobile di suo padre, i denti serrati e gli occhi ancora fissi davanti a sé.
Lasciò lentamente che guidasse la propria mano, e con delicatezza si ritrovò a stringere la cloche centrale, quella che regolava l’atterraggio e l’abbassamento di quota. Ne sentì la forma leggermente troppo grande per il suo palmo, tiepida nonostante il metallo.
Guidato dal tocco di suo padre, invitò la Slave I ad atterrare, senza trattenere un sorriso di gioia.
Solo in quel momento notò che al polso di Jango era avvolta una strana collana: era fatta di sottili anelli di beskal, e da sotto vi ricadeva un unico pendente con dei cristalli kyber incastonati.
 
 
Era passata oltre un’ora da quando Jango era entrato in quella stanza. Ora in cui Boba aveva provato ad origliare alla porta, ma la spessa lastra di pietra che conduceva agli alloggi del Conte Dooku sembrava impedire anche ai suoni più violenti di uscire, facendolo desistere. Stava per frugare nella propria sacca da viaggio alla ricerca di una consolle portatile quando suo padre uscì, l’elmo che gli copriva il volto ed il passo senza dubbio più sicuro di quando erano scesi dalla Slave sulla superficie di Geonosis. Con un cenno della testa gli ordinò di seguirlo, ed i due si incamminarono lungo la sottilissima scala spiraleggiante che conduceva alla base della piramide alveare che il Conte Dooku, capo dei Separatisti, aveva scelto come quartier generale.
“Ti hanno detto qualcosa, pa’?”
“Non è mai piacevole ammettere di aver fallito una caccia, Boba” rispose, rallentando il passo per permettergli di venire vicino. “Ma, dopotutto, si trattava di uno Jedi. Il Conte ci ha permesso di rimanere qui finché le acque non si saranno calmate”.
Boba guardò fuori dall’edificio: per quanto il terriccio rossastro e sabbioso di Geonosis fosse una novità rispetto al turbinare del mare e dei venti di Kamino, aveva già il sospetto che in quel luogo non ci sarebbe stato molto da fare. Aveva adocchiato qualche fabbrica di droidi non lontano da dove avrebbero dato loro degli alloggi, ma le macchine erano molto meno divertenti dei cloni e lo annoiavano. Sull’olonet aveva sbirciato che nelle regioni meridionali del pianeta vi erano delle intere pianure adibite alla caccia dei nexu, ma aveva il sospetto che suo padre non lo avesse portato su quel pianeta per esercitarsi col blaster. Con uno sbuffo gli venne vicino, ripromettendosi di chiederglielo tra qualche giorno. “Zam ci raggiungerà qui?”
Jango si bloccò.
Boba si accorse di averlo sopravanzato di almeno cinque o sei passi prima di fermarsi e guardare nella sua direzione. Sotto il casco non poteva vederne l’espressione, ma c’era qualcosa nelle sue spalle che lo spaventò. Anche con l’intera armatura addosso vide che scattarono di colpo, come se qualcosa lo avesse disturbato.
E poche cose nella Galassia potevano disturbare suo padre.
“Non credo, Boba…” mormorò “… non credo”
Il ragazzo sapeva riconoscere quando un argomento era chiuso.
Ripresero a camminare qualche istante più tardi, e per evitare quello scomodo silenzio che si era creato Boba accese la piantina olografica che gli aveva dato un inserviente geonoisano e prese a cercare l’alveare in cui avrebbero trovato l’alloggio assegnato. Era certo che suo padre sapesse benissimo dove avrebbero dovuto dirigersi, ma camminò lo stesso davanti a lui, cercando di fargli vedere quanto fosse bravo con le mappe anche di luoghi che non aveva mai visto.
Gli alveari geonoisiani avevano una struttura molto simile agli stabilimenti di Kamino: tutti uguali, tutti perfettamente allineati, tutti con delle cellette delle stesse dimensioni.  Ma se i maestri clonatori si vantavano di poter replicare all’infinito ogni cosa, dalle loro stesse esistenze al più piccolo tubo di scarico, il ronzare dei geonoisiani aveva qualcosa di ipnotico che gli faceva pensare che si muovessero senza davvero sapere cosa stessero facendo. Le creature insettoidi volavano intorno a loro, affaccendandosi lungo le impalcature rocciose che mettevano in comunicazione i vari livelli degli edifici.
Sebbene suo padre non accendesse mai l’ologiornale, negli ultimi mesi Boba si era accorto che, quando lui era nell’altra stanza a giocare, talvolta lui e Zam ascoltavano dei notiziari commentandoli a voce più alta del solito. Era chiaro a tutti e tre che i committenti di suo padre per le numerose cacce fossero i Separatisti, ma Jango non era convinto che coincidessero con chi gli avesse commissionato anche il ruolo di matrice dei cloni. I primi cloni kaminoani erano infatti stati imbarcati su navi della Repubblica, dunque non potevano essere stati pagati dai loro nemici Separatisti.
Jango sosteneva sempre che per lui non aveva alcuna importanza, ma era chiaro che Zam non la pensasse allo stesso modo.
“Ci conviene passare per l’arena” disse, almeno per catturare l’attenzione di suo padre. Ingrandì il proiettore olografico, poi indicò il percorso segnato. La mappa consigliava un cunicolo sotterraneo, ma ad un rapido calcolo Boba capì che avrebbero potuto raggiungere i loro alloggi anche passando dall’esterno. Fece scorrere il dito nell’immagine sfrigolante nell’area, mostrando all’uomo il percorso alternativo. “Secondo me potremmo anche fare prima”
“E magari vedere se fanno qualche spettacolo con le belve acklay nell’arena, vero?”
Boba arrossì, un po’ punto sul vivo.
E nulla, suo padre riusciva sempre ad indovinare i suoi secondi fini. Sempre.
Con un gesto di sentì sollevare da terra, e l’attimo successivo si ritrovò al collo di Jango che lo stava abbracciando con tutta la forza che avesse in corpo. Boba si lasciò trascinare in quella stretta improvvisa, trattenendo il fiato.
Non seppe dire quanti secondi fossero passati, felice solo di sentire suo padre così vicino.
Quando si staccarono, però, gli parve che fosse trascorsa più di una eternità.
“Ormai sai leggere una mappa meglio di me, Boba” disse, sistemandosi il casco sul viso. “Immagino proprio che fare un salto all’arena sia la scelta più adatta. Fai strada!”
Il ragazzo sorrise, e lo prese per mano tirandolo un po’.
Raggiunsero l’arena della capitale in meno di dieci minuti. Il sole illuminava il terriccio rossastro, interrotto solo dalle lunghe ombre dei tre pali piantati al centro. Lungo le scalinate normalmente adibite all’accoglienza degli spettatori vi erano soltanto dei droidi di pattuglia ed alcuni nemoidiani che passeggiavano sotto dei baldacchini semoventi, e Boba non nascose il suo disappunto nel sapere che quel giorno non era prevista alcuna esibizione. Osservò le catene che pendevano dai pali, immaginando i prigionieri dibattersi davanti alle belve più forti e sanguinarie della galassia, e fece nota di cercare sull’olonet le date degli spettacoli successivi.
Scese un paio di gradini, saltando da un anello all’altro, e con una mano sugli occhi per proteggersi dal sole guardò verso l’alto, dove il podio d’onore destinato ai nobili ed agli ospiti d’eccezione si proiettava proprio dal lato opposto del cancello d’ingresso per permettere ai privilegiati di vedere l’arrivo delle belve ancora meglio che in un documentario. Anche se, ad essere sincero, forse gli sarebbe piaciuto un posto sugli anelli più bassi della tribuna per godersi meglio tutti i dettagli delle zanne e delle zampe dei mostri.
In assenza di spettacoli le barriere protettive erano abbassate, e Boba atterrò con un salto nel terriccio dell’arena, divertendosi a lasciare delle impronte.
Da oltre il cancello d’ingresso, un verso lungo e alto, simile ad un fischio, attrasse la sua attenzione.
“È una belva Nexu, pa’!” gridò, senza trattenere l’emozione. “Ne sono sicuro!”
“Hai l’udito di un vero cacciatore”.
Jango scendeva le scale lentamente, voltandosi ogni tanto verso qualche droide di servizio. Al suo richiamo si girò, e con un cenno del capo gli indicò l’area dedicata alle gabbie. “D’accordo … puoi andare a vederlo. Ma fai attenzione”
“Sarà fatto”.
Schizzò via verso l’ingresso, e fu ancora più felice quando vide che l’accesso alle gabbie non era interdetto al pubblico. Sentì un altro paio di versi, un altro fischio ripetuto ed un ruggito sommesso, e con un paio di salti superò il cancello con l’olopad acceso e pronto ad immortalare le bestie che aveva visto soltanto nei documentari.
Quello che gli impedì di proseguire, però, fu un silenzio innaturale alle sue spalle. Qualcosa di freddo, strisciante, sembrò lambirgli la mente come il tocco di uno spettro malevolo; perse la presa sul pad, che cadde a terra, e non ebbe idea di quanti secondi avesse trascorso fissando la sua stessa mano aperta a mezz’aria, incapace di riprendersi dallo stupore. Le belve nelle gabbie iniziarono ad emettere dei fischi ripetuti, come infastidite da quella presenza a cui il ragazzo non riusciva a dare una forma, ancora spaventato da quel freddo che gli stava entrando anche nelle mani. Poi, dal silenzio più profondo, sentì la voce di suo padre.
“Un bel trucco da circo, Jedi”.
Il suo blaster si attivò, sganciando la sicura con un click che arrivò fin da lui. “Ma con me dovrai fare di meglio”.
“Arrenditi senza fare storie, mandaloriano, e potrai venire a Coruscant con tutti gli arti al posto giusto” fece una voce che Boba non aveva mai sentito prima.
“E se dovessi declinare l’offerta?”
“In tal caso … in tal caso ammetto che non ne sarei affatto dispiaciuto. Abbiamo un conto in sospeso”.
Boba voltò la testa, cercando di guardare l’area; muovere ogni singolo centimetro del capo era un’agonia, come se il freddo spettrale lo bloccasse sul posto, sospingendolo con una mano a guardare oltre, a fissare le belve nelle gabbie, ma il ragazzo si oppose alla sfida e, lentamente, vide con la coda dell’occhio una figura umana in piedi al centro dell’arena con una tunica scura lunghissima che gli arrivava quasi fino alle caviglie. Era un umano di circa venti o trent’anni, e alla luce del sole la sua ombra sulla sabbia sembrava così lunga e nera da fendere in due l’arena; era come se lo strano freddo che era di colpo calato originasse dalla sua stessa figura ma, come notò con un sottile sorriso, suo padre non ne sembrava affatto scalfito. Jango era sceso dagli anelli, blaster in un pugno, e con dei passi leggeri si era portato proprio davanti ai cancelli, coprendolo all’aggressore. “Per una volta mi trovi d’accordo, Jedi. Che fine hai fatto fare a Zam?”
A quelle parole, Boba trattenne il fiato.
“L’unica che si meritava. E la stessa che farai anche tu, cacciatore” disse.
La morsa che lo attanagliava si allentò. Non del tutto, ma abbastanza da farlo voltare nella loro direzione. Anche dietro l’armatura di suo padre che gli faceva da scudo, Boba vide l’aria intorno allo Jedi saturarsi di energia nel momento in cui dalle sue mani si accese la sagoma luminosa di una spada laser azzurra. “Il vostro tentativo di assassinare la senatrice Padmé Amidala finisce qui”.
“Ancora una volta sono d’accordo. Uccidere la tua senatrice era solo un lavoro come un altro. Con te, Jedi …” mormorò, accendendo i motori dello zaino a razzo “… la questione è MOLTO più personale!”
Quando Jango scagliò il primo detonatore fu così rapido che nemmeno gli occhi di Boba ne seguirono il movimento.
Qualunque cosa stesse trattenendo il ragazzo si dissolse, e Boba si ritrovò a terra con la testa rintronata per l’esplosione; uno scintillio guizzò nella polvere e suo padre si sollevò in aria col jet pack acceso. Uno dei pali delle esecuzioni venne travolto dall’energia termica e l’arena si riempì di un nugolo di schegge tale che per qualche istante coprì persino la sabbia e l’aria tersa. Il ragazzo tossì nella manica, osservando lo schermo in frantumi del pad che gli era caduto a terra, ormai inservibile, e si portò d’istinto le mani alla testa per controllare se quella strana presenza fosse tornata. Dietro di lui gli animali feroci emettevano versi disperati, come impazziti, ma i suoi occhi erano soltanto per l’arena e per le raffiche rosse di blaster che suo padre sparava dall’alto, dirette verso il punto dove fino a qualche istante prima vi era lo Jedi.
La lama azzurra emerse dalla confusione ben distante dal punto in cui Boba la aveva visto l’ultima volta, ed il loro assalitore menava fendenti precisi che rispedivano gli attacchi di suo padre all’indietro. Per un istante Boba ebbe l’impressione che uno di quei colpi fosse riuscito a colpire Jango, ma l’armatura mandaloriana era pensata proprio per queste occasioni; l’uomo appariva e scompariva nell’aria approfittando della sabbia sollevata e del pochissimo vento lungo la superficie geonoisiana, raddoppiando l’incalzare dei colpi con un blaster per mano. Di norma Boba sapeva che suo padre non amava prendere iniziative nella fase offensiva per calcolare meglio le abilità dell’avversario, ma stavolta era chiaro che avesse scelto un altro approccio.
Il giovane si acquattò dietro il cancello, osservando lo scontro sapendo di non essere visibile. Cercò di guardare verso gli anelli dell’arena nella speranza che qualche soldato Separatista venisse ad aiutarli, ma intorno ai due guerrieri non vi era nessuno.
Boba sapeva che solo i migliori Mandaloriani potevano uccidere uno Jedi.
E suo padre era il miglior Mandaloriano esistente, ma …
Una seconda granata, stavolta priva di anticipazione.
Jango scagliò verso lo Jedi uno dei trucchi preferiti di Boba, un contenitore di gas tibanna. L’aria si colorò immediatamente di arancione, ed il ragazzo si coprì il naso e la bocca con la manica per non respirarlo. Sapeva che usarlo in zone ventilate avrebbe potuto trasformarsi in uno svantaggio, ma come al solito suo padre calcolava sempre tutto alla perfezione: il gas rimase in mezzo all’arena, fluttuando sopra la sabbia, ed il quella cortina vide suo padre atterrare e spegnere il jet pack, totalmente al sicuro nella propria armatura.
Senza dubbio lo Jedi non aveva previsto quella mossa, perché Boba vide la sua sagoma scura immergersi ancora di più nel gas con dei movimenti imprecisi, come a cercare di coprirsi a sua volta il naso per non respirarlo, ma suo padre passò immediatamente all’offensiva, liberando le lame a rilascio rapido che teneva fisse nell’avambraccio. Dal suo nascondiglio ne udì il sibilo, ma le vide perdersi nel tibanna arancione.
Non che suo padre potesse mancare un bersaglio.
La lama azzurra saettò nel gas, ma anche da lì sentì il loro assalitore grugnire per il dolore. Jango si spostò, di nuovo frapponendosi tra il suo nascondiglio ed il nemico, ma nello scivolare di lato scagliò una seconda ondata di lame. “Non dovevi avvicinarti a lei, Jedi”.
Ne seguì un altro verso, più basso e distante, che strappò a Boba un sorriso di soddisfazione. La spada laser si spense di colpo, ma anche così suo padre aveva entrambi i blaster puntati verso il centro, scivolando lungo il perimetro degli anelli con la schiena al riparo. Col cuore in gola il ragazzo tese le orecchie e trattenne il fiato, terrorizzato anche solo di spezzare la concentrazione di suo padre; si sporse di poco per cercare la forma vestita di scuro in mezzo al vapore che ancora stentava a ritardarsi, e quando la vide il suo urlo di avvertimento fu coperto dal grido di battaglia dello Jedi.
L’uomo uscì dal tibanna a meno di due metri dal nascondiglio di Boba eseguendo un salto assolutamente innaturale per un essere comune, una macchia nera che accese la spada laser a metà del salto.
Jango si spostò, ma non fu abbastanza rapido.
Quando lo Jedi atterrò davanti a lui retrasse il braccio con pochi attimi di ritardo, e la lama si abbatté tagliando in due il blaster.
Le celle energetiche esplosero ed entrambi finirono a terra, sbalzati dalla forza della reazione al plasma.
“Pa’!” gridò, vedendolo cadere all’indietro e svanire.
Lo Jedi atterrò poco distante dal cancello, ma si rimise in piedi in pochi attimi, con un’agilità simile a quella che aveva visto solo con Zam. Cercò d’istinto qualcosa da tirargli addosso per distrarlo, anche solo per dare pochi secondi di vantaggio a suo padre, ma nel tempo che impiegò a cercare qualcosa di utile nel suo zaino l’aggressore era di nuovo corso in avanti, saturando l’aria della sua luce azzurra. Il gas lentamente prese a diradarsi, e dopo quello che gli parve un infinito scambio di ronzii e colpi di arma da fuoco vide suo padre cercare di librarsi di nuovo in aria: il nemico deflesse qualche sparo con la propria spada, poi estese il braccio in aria, diretto contro Jango.
Per quanto Boba sapesse che gli Jedi avessero poteri “strani”, non riuscì a soffocare un urlo di spavento quando vide suo padre in aria divincolarsi, lo zaino a razzo che invece di allontanarlo dallo scontro sembrava rispondere alla volontà dell’avversario, facendolo tornare indietro. La traiettoria del jet pack portava dritta alla spada azzurra, ma quando fu quasi ad un metro da terra suo padre sganciò le cinghie del dispositivo e si lasciò cadere a terra con un tonfo.
Si rialzò, il lanciafiamme nel braccio destro pronto a partire, ma il ragazzo non poté non notare la sua stanchezza nel rialzarsi.
“Non sai proprio arrenderti, cacciatore di taglie …” fece lo Jedi, che al contrario sembrava ancora pieno di energie. “…speravo che fossi più ragionevole della tua compagna”.
“Non posso dire di essere dispiaciuto nel deludere le tue aspettative, Skywalker”.
La figura in nero si fermò, quasi divertita. Da sotto i capelli disordinati Boba fu quasi sicuro di vedere le sue labbra assottigliarsi. “Vedo che hai fatto ricerche su di me. Ne sono quasi contento”
“Ti ho riservato un posto d’onore nella lista dei miei obiettivi”.
Lo Jedi doveva conoscere l’arma di suo padre, perché si teneva ad una discreta distanza, la spada laser ancora accesa ma con la lama rivolta verso il basso; si scrutarono, scivolando l’uno al lato dell’altro, ma al ragazzo non sfuggì il dettaglio che suo padre si stesse avvicinando ai pali da esecuzione. “E ora fammi il piacere di crepare”.
Non fu il lanciafiamme a crepitare.
Con un movimento rapido del braccio sinistro Jango sparò col blaster a qualche metro dal nemico. Boba sobbalzò, chiedendosi come fosse possibile che suo padre potesse sparare in modo così impreciso, ma quando lo sguardo di Skywalker si voltò per seguirne la traiettoria vide suo padre gettare a terra l’arma e con un solo guizzo far saettare il cavo di beskal che teneva nello stesso braccio tra un palo e l’altro, collegandoli con un rapido movimento. La minuscola spia gialla lungo l’armatura segnalò l’attivazione delle microcariche piazzate nei rampini del cavo, e non appena suo padre fece qualche passo indietro, tirando con tutta la forza che aveva in corpo, la durezza del beskal e le microcariche fecero il resto, distruggendo i due pali alla base in un rombo che senza dubbio avrebbe lasciato anche lo Jedi senza fiato. E, mentre le due colonne in legno venivano giù, il lanciafiamme esplose alla massima potenza e trasformò il campo ormai libero dal tibanna in una prigione di fuoco, il legno ormai impregnato del gas.
Il ragazzo sorrise.
Suo padre aveva calcolato tutto.
Trovò il coraggio di far sporgere la testa dal cancello giusto per vedere i due giganti infuocati impattare contro lo Jedi e sfracellarlo a terra.
Ma i pali non toccarono la sabbia.
Skywalker aprì la mano verso di loro: si piegò su un ginocchio, come se l’intero gesto gli stesse costando una fatica incredibile, ma sotto lo sguardo del giovane le colonne infuocate rimasero a mezz’aria, le fiamme che ormai avevano avvolto tutto il legno crepitare con le lingue a poca distanza dal loro aggressore. Il freddo che aveva avvertito all’inizio del duello si fece sentire come un colpo di frusta dietro la nuca, e dopo qualche secondo Boba vide i pali fluttuare lontano dallo Jedi, diretti contro suo padre prendendo sempre più velocità.
Non trovò il coraggio di guardare, perdendosi solo nel rumore dello schianto e di un urlo di Jango.
Quando si fece coraggio, riprendendo a sbirciare con il gelo ancora strisciante lungo le tempie, vide suo padre bloccato al di sotto delle colonne, il beskal dell’armatura leggermente annerito dal fuoco ma ancora intatto. Stava cercando di sollevarsi e scrollarsi quella mole di dosso, ma lo Jedi gli era venuto accanto, torreggiandolo con tutta la sua statura; era chiaro che anche lui fosse provato dallo scontro, ma quando accese la spada il ragazzo cercò di strillare qualcosa, scoprendo di non sentire più le gambe dalla paura.
“Cercando di assassinare Padmé, maledetta feccia separatista, avete decretato la vostra fine” fece, spostando lentamente il peso da una gamba all’altra, piegato in avanti fino a gettare un’ombra nera sull’uomo bloccato ai suoi piedi. “Sarà un vero piacere cancellarvi tutti dalla faccia della Galassia. E tu … sei solo il primo”.
Boba implorò alle proprie gambe di correre, di alzarsi, di uscire dal nascondiglio e di correre verso Jango. Implorò fino alle lacrime, cercando di zittire quell’urlo senza forma che era uscito nell’istante in cui lo Jedi aveva di nuovo acceso la lama e l’aveva calata verso il basso, eppure si ritrovò ad ascoltare la propria voce inarticolata come all’infinito.
La testa di suo padre rotolò a terra, nel casco, ancora con un sottile filo di fumo.
 
 
 
 
“Ci mancava solo che tardassi. Quelle sanguisughe del Clan Bancario possono aspettare”
Tarkin fece un cenno ad AL-4YS di avvicinarsi.
Il droide si era allontanato per deferenza, lasciando che il governatore salutasse la piccola Shandra prima di andare a dormire, ma saettò sulle gambe bianche non appena l’uomo si sollevò dal bordo del letto. Tarkin si voltò verso sua figlia, sollevando il sopracciglio. “Ma adesso qualcuno deve fare la brava e dormire. Neos su questo è più diligente di te”.
“Ma io dovevo aspettarti”.
“Hai fatto bene. Saper attendere è una dote” fece, lanciando uno sguardo al bicchiere d’acqua che il droide stava portando sul comodino della bambina come a scandagliarne la più piccola goccia. Al suo gesto ne seguì un rapido scanner oculare del droide, i cui occhi si illuminarono di una sottile luce verdastra ad indicare che non vi fosse nulla di tossico o pericoloso nel bicchiere.
La sicurezza prima di ogni altra cosa.
In piedi fuori dalla porta, concluso il suo giro di visita, Boba osservò Shandra alzarsi in punta di piedi sul letto, scoccare un bacio sulla guancia di suo padre e poi ributtarsi sotto le coperte con un unico salto. Tarkin mormorò qualche altra istruzione al droide, poi uscì dalla stanza e richiuse la porta alle proprie spalle.
“Grazie per averla intrattenuta. La riunione con Saruman è durata più del previsto” fece Tarkin, digitando velocemente un paio di istruzioni sul pad per ritardare l’inizio dell’incontro successivo: come riuscisse ad organizzare un intero pianeta anche in orari così improbabili era per Boba un autentico mistero.
“Non c’è di che. Ma sai che sarebbe in grado di rimanere sveglia tutta la notte pur di aspettarti”.
“Sa quello che vuole e sa come ottenerlo”.
“È proprio tua figlia”.
Il vetracciaio che si affacciava nel cielo scuro di Coruscant rubò per un istante il rado sorriso soddisfatto del suo amico.
Stavano per incamminarsi verso il centro comunicazioni personali del suo amico quando l’olopad di Tarkin suonò nonostante il governatore lo avesse silenziato appena qualche istante prima. La sua espressione cambiò di colpo, specie quando entrambi osservarono il nome del mittente e la lunghezza del file allegato ad esso.
Maul non inviava comunicazioni urgenti se non strettamente necessario.
Gli occhi di Tarkin guizzarono rapidamente sul monitor, scivolando tra le parole e le fotografie con una velocità che il cacciatore di taglie riteneva spesso portentosa, certo che gli occhi rapaci dell’altro potessero afferrare il significato più recondito del messaggio anche solo ad una primissima lettura. I suoi lineamenti, se possibile, si fecero ancora più scavati. Boba rimase alle sue spalle, lo sguardo rapito dagli speeder che saettavano intorno all’edificio, e quando voltò la testa il suo amico aveva già riposto l’olopad in tasca, lanciandogli uno sguardo stizzito. “Maul ha ricevuto una comunicazione dall’agente 447. Potremmo essere incappati in qualcosa di più interessante del previsto” sussurrò, l’espressione tipica di quando la sua mente cercava di incastrare più tasselli di un mosaico che il cacciatore di taglie talvolta non riusciva nemmeno a vedere. “Posso contare su te e Maul per questa … variabile?”
  
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