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Autore: Hondaline    04/06/2021    1 recensioni
"Ora, Culpepper non è ancora stanco di quella stanchezza che ti fa dormire per tante ore di fila, ma quasi. Chissà se è stanco anche il vecchio.
‘E che?’
Culpepper è costretto a ripensare a quel pazzo di un ebreo col quale gli tocca dividere l’aria ghiaccia di quella stanza. Domani, almeno, prenderà il treno per Daeraevur e da lì raggiungerà Eymouth in battello. Lo aspetta un tale, al bazar delle Logge blu. Culpepper è sicuro di riuscire a tirare su una bella somma.
Le iridi blu dell’ebreo che gli sta di fronte gli frugano dentro rapaci. Culpepper vorrebbe ignorarle; HA DECISO di ignorarle, ma anche col kaiken a portata di mano si sente improvvisamente disarmato. Lui, Mina-vagante, pensa perfino che quel lungo sentirsi osservato lo abbia stancato più della domenica: c’è da presumere che lo sguardo del vecchio ebreo pesi più di un fottuto macigno".
Due uomini. La sala d'aspetto di una stazione: "mentre tutto intorno a loro gela, la notte tranquilla promette un tempo infinito".
Genere: Avventura, Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Julius mina-vagante Culpepper è immobile, ripiegato su se stesso su quel seggiolino duro.
L’uomo di fronte a lui gira avanti e indietro, in lungo e in largo, senza fermarsi.
‘Che gran figlio di puttana, quel tipo…’
‘Adesso mi ha stancato…’
Ecco cosa pensa Culpepper di quell’ebreo figlio di puttana. È quasi un’ora che gira a vuoto in quel buco di sala d’aspetto, ricurvo come il bastone di un vecchio marinaio.
Il primo treno partirà l’indomani alle 6 e 30.
‘Perché non si mette a dormire? O perché cazzo non si mette a sedere?’
Questo si domanda Culpepper. Quel vecchio ebreo lo innervosisce: pensa che potrebbe alzarsi e spaccargli una sedia di legno proprio in mezzo alla schiena, per farlo stare fermo. Ce n’è una proprio accanto a lui: potrebbe alzarsi, afferrarla e scagliarglisi addosso, mentre il vecchio è girato di spalle. Lo pensa senza avere paura: Culpepper non ha paura di niente, nemmeno di un uomo massiccio come quello.
Non è la prima volta che si ritrova a passare la notte in una stazione nel buco del culo del mondo ed è costretto a stare in compagnia di qualche svalvolato: giusto tre giorni prima era rimasto due ore seduto accanto a una vecchia che puzzava di cavolo e castagne fritte (davvero, chi diavolo mangia cavolo e castagne fritte?), ma quello gli sembra diverso da tutti i pazzi che ha incontrato. I pazzi di solito fanno rumore: ridono o piangono troppo, anche davanti alle altre persone. Gridano, ti toccano, perfino. Una volta un barbone gli aveva rubato il cappello, a Zoosdar. Glielo aveva tolto dalla testa per fargli uno scherzo, ma ci sono tre cose che a Julius mina-vagante Culpepper proprio non piacciono: gli scherzi e quelli che gli rubano il cappello sono entrambe nell’elenco.
E così lo aveva steso con uno schiaffone dato con forte senso di proposito.
Culpepper aveva due amici. Uno, se si esclude il suo cappello. Il suo amico si chiamava Aadil e veniva da oltre l’Oceano. Gli aveva insegnato uno scherzo che faceva da piccolo coi suoi fratelli: finiva sempre con un ceffone dato allo scemo che ci cascava. Tre anni fa Aadil era morto spiaccicato sotto i rulli di un macchinario per la filatura dei tessuti. Sono tre anni che Culpepper ha smesso di trovare divertenti tutti gli scherzi.
Insomma, quel vecchio ebreo cammina, ma in modo silenzioso. Solo i suoi occhi si muovono davvero: seguono le luci di Natale che si accendono e spengono a blocchi. Sono quelle del negozio di serrature di fronte, che si vedono appena, riflesse sulle pareti trasparenti della sala d’attesa: destra sinistra centro – centro sinistra destra, poi di nuovo da capo: destra sinistra centro- centro sinistra destra. Lui le guarda rapito. Il vecchio ebreo ha gli occhi blu, di un blu acceso: sono quasi elettrici, la sintesi chimica del cielo. Culpepper si domanda se sia la prima volta che l’ebreo vede delle luci di Natale.
Dal canto suo, Daniel D. Metzger non riesce a vedere bene il viso dell’uomo che gli sta di fronte. Da un po’ di tempo le cateratte non gli danno tregua, e teme perderà del tutto la vista. E pensare che da ragazzo, quando lavorava al negozio, i clienti lo chiamavano “habaz”, falco.
Dio è un padre, la fortuna è un patrigno.
La porta è praticamente chiusa ma uno spiffero è entrato e non dà tregua a Culpepper. Gli finisce dritto tra il labbro superiore e la punta del naso, che adesso è tutta intirizzita. Non gli è bastato accartocciarsi su stesso: lo spiffero lo ha seguito e batte sempre lì, tra la bocca e il naso, tra il naso e quel suo ruvido principio di barba. Culpepper guarda attraverso la finestra a vetri: non vede che un assurdo angolo di città. Fuori, nella notte peciata, solo qualche sbadiglio luminoso: i lampioni sono accesi.
Culpepper muove lo sguardo: il vecchio ebreo si è fermato ma guarda ancora le luci. Si è messo a fissarlo e la voglia tirargli un cazzotto non gli è ancora passata.
Metzger respira piano, ma in maniera regolare. Stretto nel giaccone scuro, emana dalla bocca vapore bianco nell’aria. La mano destra, in fondo alla tasca foderata, stringe forte un oggetto.
‘Si stancherà di starsene in piedi’ pensa Culpepper sistemandosi la tesa della lobbia ed evitando accuratamente di guardarlo. Metzger ha preso a fissarlo, non gli darà tregua.
‘Mina-vagante non esploderà’.
 
                                             
 II
 
Cinque minuti dopo, il vecchio ebreo si è messo a sedere, ma i suoi occhi sono sempre fissi su Culpepper. Il vecchio ebreo col pastrano blu notte gli sta proprio davanti: anche lui su un altro seggiolino freddo, anche il suo duro come il cemento. Culpepper è troppo stanco per fare a botte.
“Vecchia carcassa…” sbiascica Culpepper.
‘Non avrà mica intenzione di guardarmi per tutta la notte?’
Culpepper con le braccia incrociate si è voltato a destra. Allunga lo sguardo verso i casermoni dall’altra parte della strada e si sofferma sul più alto. Tutti devono essersi già addormentati, là dentro. In cima però, all’ultima finestra di destra, un filo di luce passa per la serranda grigia.
‘Quella sembra la finestra del Guercio’ pensa.
Il Guercio era il mansionario della chiesa che frequentava sua nonna. Da piccolo, Culpepper ci abitava proprio di fronte: aveva quasi settant’anni e si diceva che in gioventù fosse facile alle scazzottate. Una gli era costata una lesione all’occhio destro. Da quando aveva conosciuto Dio, verso i quarant’anni, non viveva più che della paura di morire, e la notte teneva sempre la luce della camera accesa, perché le tenebre lo spaventavano e temeva che il cuore potesse smettere di battergli mentre era al buio. Se avesse aperto gli occhi per un’ultima volta non avrebbe visto la foto di sua madre che aveva appesa proprio di fronte al letto. Il Guercio voleva la luce, anche di notte.
Culpepper si guarda le mani, ma sente gli occhi del vecchio ebreo addosso. L’alluce del piede sinistro è guizzato fuori dal buco sul calzino di lana. L’unghia, da dentro la scarpa, gratta la punta dello stivale. Culpepper tiene gli occhi bassi come uno che sceglie che adesso no, non ha voglia di guai.
‘Sei fortunato che non ti cavo gli occhi…’
‘Pazzo, pazzo di un pazzo ebreo…’
Culppepper tira fuori dalla tasca del giubbotto il suo kaiken. Gliel’ha regalato Banana Roy per il suo diciassettesimo compleanno e da quel giorno non esce mai senza. Lo mette sul poggia-braccio: lo fa lentamente, per farlo vedere al vecchio ebreo. Non ha spostato lo sguardo, mina-vagante Culpepper. Nonostante spesso gli faccia comodo dimenticarsene, lo ricorda ancora: era un bambino quando sua nonna gli disse per la prima volta che una pace cattiva è meglio di una guerra buona.
L’acqua sciaborda dentro il grosso termosifone: sembra il respiro notturno di un vecchio ciccione. Le lancette dell’orologio a muro hanno un movimento lentissimo e Culpepper, che adesso le guarda con l’intima convinzione di poterne accelerare il moto, si sente freddo di dentro. La colonna di ghisa che regge il tabellone con gli orari dei treni si distingue appena. Lì vicino, un pulsante rotondo sembra un’enorme pupilla rossa, il pezzo mancante di una scolta ciclopica sulla stazione deserta.
‘Cosa vuole da me?’
Culpepper si stringe nelle spalle quel tanto che basta per riscaldarsi un po’. Gli secca farsi tutte quelle domande sul vecchio ebreo. Ha deciso da un po’ di tempo di non curarsi più degli altri uomini, se non quel tanto che occorre per stenderli con un cazzotto.
Da quando è morto Aadil, lui, mina-vagante di nome e di fatto, non parla con gli altri uomini, non li guarda nemmeno: niente.
Qualche giorno fa una bambina vestita da principessa lo ha salutato: lui nemmeno le ha rivolto uno sguardo.
‘Fottuta principessa coi fottuti lustrini’ ha pensato Culpepper.
Il mese scorso uno zingaro gli si è buttato ai piedi per chiedere la carità.
‘Fottuti questuanti con le fottute preghiere’ ha pensato Culpepper.
Ogni volta che il giorno muore e si compie la diaspora della folla sotto la notte imminente, anche Culpepper si calma.
Va sempre così, da quella sera di maggio. Egli stesso non sa più che cosa dire agli altri: una folla di gente, e neanche una persona.
Fino a quella sera di maggio, qualche volta Culpepper aveva trovato qualche persona: gli era importato. Gli era importato di tira-palle Moe e lo aveva accompagnato all’aeroporto. Poi di Roxy belle gambe: aveva persino pensato di sposarla. Adesso, quando si siede ad aspettare i suoi treni, è proprio come se non vedesse nessuno: Culpepper guarda fisso in avanti, oppure alza lo sguardo al cielo, oppure lo punta in basso, sui suoi stivali, e se ne sta semplicemente lì. Se il suo sguardo arriva a toccare qualcuno, non è che per errore.
‘Che ho da interessarlo tanto?’
‘Cos’è che ha da fissare in questo modo?’
Con la coda dell’occhio, Culpepper continua a constatare che le iridi del vecchio Metzger non hanno intenzione di mollarlo. E poi se le sente addosso.
Puoi immaginarli bene, se ti concentri: Culpepper ingabbiato nel suo stesso torace, il cappello abbassato sulla fronte; Metzger diritto come un’antenna con un paio di occhi blu. Intorno, il sudicio gela per terra.
‘Affari suoi’ decide Culpepper sul conto del vecchio ebreo che continua a guardarlo. 
Poi smette di pensarci.
 
 
 
 III
 
È passata un’ora: l’orologio batte le ventitré.
Culpepper si è incantato a guardare il cartellone appiccicato con lo scotch da pacchi proprio alle spalle del vecchio ebreo. È un cartellone sulle montagne a nord di Musmerk: promozione del turismo. C’è stato qualche anno fa, sulle Montagne Bianche. Si chiamano così per via del sole, che persino Culpepper aveva visto imbiancare i massi di pietra chiara, come in un incendio di luce. Sulle Montagne Bianche c’era stato con Aadil per assecondare quella sua passione strana e sinistra per i monti e la fatica.
“Fottute Montagne Bianche”
“Fottuto te!” gli aveva risposto Aadil ridendo.
Erano arrivati quasi in cima a uno di quei massi ad un’ora imprecisata tra il mezzogiorno e il primo pomeriggio. Culpepper aveva guardato davanti a sé e aveva visto tutte le vette sfumarsi nell’aria celeste, in una leggerezza come di vapore trasparente. Da lassù, Aadil gli aveva mostrato il luogo che tutti chiamavano “Il cimitero dei falchi”: un lembo di terra smossa, tutta detriti e sassi, a strapiombo su un torrente. Era poco più che un canalaccio dal letto sonnolente, e intorno, l'acqua stagnava in lunghe pozzanghere grigie. Prima di arrivare in cima, un ragazzo in mountain bike gli era passato rasente a volo.
“Brutto infame di un italiano!” gli aveva gridato dietro per lo spavento, ma poi lo aveva seguito con gli occhi, fino a perderlo, su per la salita. Quell’infame aveva strisciato veloce come un rondone.
A concentrarsi, Culpepper poteva sentire il male alle gambe e alle reni che aveva provato sulle montagne anche in quel momento. Per lui, che non faceva sforzi da quando da ragazzino giocava ai quattro cantoni, quella era stata una faticaccia.
Stanco è stanco anche adesso, Culpepper: si vede dal gomito molle.
La domenica sta per finire: la domenica è la terza cosa che proprio non gli piace. Stare in giro la domenica è una missione per pazzi; Culpepper se lo ripete ogni volta che è costretto a farlo. Tutti sono persi la domenica, e privi di scopi. La calma domenicale rende le persone più occupate degli affari altrui e più dure verso coloro che non possono né riposarsi né godere del riposo comune.
Ora, Culpepper non è ancora stanco di quella stanchezza che ti fa dormire per tante ore di fila, ma quasi. Chissà se è stanco anche il vecchio.
‘E che?’
Culpepper è costretto a ripensare a quel pazzo di un ebreo col quale gli tocca dividere l’aria ghiaccia di quella stanza. Domani, almeno, prenderà il treno per Daeraevur e da lì raggiungerà Eymouth in battello. Lo aspetta un tale, al bazar delle Logge blu. Culpepper è sicuro di riuscire a tirare su una bella somma.
Le iridi blu dell’ebreo che gli sta di fronte gli frugano dentro rapaci. Culpepper vorrebbe ignorarle; HA DECISO di ignorarle, ma anche col kaiken a portata di mano si sente improvvisamente disarmato. Lui, Mina-vagante, pensa perfino che quel lungo sentirsi osservato lo abbia stancato più della domenica: c’è da presumere che lo sguardo del vecchio ebreo pesi più di un fottuto macigno.
Culpepper si difende.
‘D’accordo, vecchio pazzo’
‘Vuoi fare questo gioco? Facciamo questo gioco’
‘Io non volevo, lo vuoi tu, mi costringi tu.’
‘Io ho un coltello. Tu hai un coltello? Non mi sembri il tipo che se ne porta dietro uno’
‘Potevi portarti un coltello ma niente, nossignore’
‘Questa cosa degli occhi l’hai iniziata tu’
‘Ricordatelo bene quando magari ti avrò aperto un buco nella pancia o fratturato qualche costola’
Di colpo Culpepper si sistema dritto sul seggiolino, alza la tesa della lobbia, poi solleva il capo come il protagonista si uno spaghetti-western di second’ordine. Il vecchio guarda Culpepper, ma adesso anche Culpepper ha iniziato a guardarlo. C’è un collegamento diretto tra gli occhi dell’uno e gli occhi dell’altro. Io sono in alto, ma credimi, se ci passassi attraverso ne usciresti a fettine. Usciresti letteralmente tagliato in due, o tre, o quattro pezzi, o in tanti pezzi come si affetta la cipolla prima di un buon chili. C’è una spada che taglia, là in mezzo, te lo assicuro.
Insomma, questi due rimangono così per un po’: uno di fronte all’altro come i paladini di due eserciti schierati, a bollire nelle armature pesanti come patate in una pentola. Non c’è nessun rumore in particolare; non si può dire che sia silenzio, ma comunque non c’è nessun rumore in particolare. Non un’altra persona oltre a loro, neppure fuori: nessuno esce di casa con questo freddo da lupi.
Tendi l’orecchio.
L’hai sentito? Loro hanno sentito: mezzo squillo di trombone, che non sono i tre di tromba dell’inizio delle battaglie importanti. Mezzo squillo di trombone, dunque: è un giorno di riposo per tutti. Non sussultano le piume dei cimieri, non s’odono le eco metalliche degli elmi. Solo due uomini che hanno rinunciato a fare le loro solite pagliacciate e si guardano dritto negli occhi. Dritto, drittissimo; dico: si guardano davvero.
Julius mina-vagante Culpepper, con la lobbia grigia, la barba di due giorni e il giubbotto pesante.
Daniel D. Metzger, con gli occhi blu, senza occhiali. È convinto che Dio sorrida ogni volta che un uomo comincia a pensare.
‘Bene, bene, ora ti guardo anch’io’
‘Allora? Che dici vecchio pazzo? Che vuoi fare…’
Poi succede una cosa curiosa: Culpepper non sa spiegare bene come sia andato il fatto.
Bene, lui sta guardando il vecchio ebreo, solo che a un certo punto quelle due palle blu iniziano ad assomigliare a due mandorle cerulee. Gli occhi del vecchio ebreo cominciano a vibrare: sono diventati piccoli, non si vede che una striscia azzurrina, adesso, tra il bianco delle sclere. Culpepper esita: i suoi occhi ballano da destra a sinistra, da sinistra a destra, con quelli del vecchio su di sé. Di distogliere lo sguardo non se ne parla neanche per sogno: ormai c’è dentro con tutte le scarpe, in quella faccenda. Culpepper è a disagio: non capisce proprio come quei due laghi blu abbiano potuto restringersi all’improvviso: forse il vecchio è un fattucchiere, è un mago, e quello è solo un trucco: il trucco degli occhi che si restringono.
Poi un lampo, un ricordo. Si ricorda che anche quelli di sua nonna facevano così, a volte, Non sempre e quasi mai la mattina, ma di pomeriggio, ogni tanto, se non doveva lavorare. A volte anche quando giocavano insieme a canasta. È solo un’idea: Culpepper non ne è sicuro per niente. Verificare la sua idea è un azzardo: dovrebbe distogliere lo sguardo e questo non sa se può farlo.
Culpepper è lì, intento a pensarci su. Gli prude il mento, in alto a destra: la piccola cicatrice frizza sempre col freddo. Si gratta un poco, con l’indice, ma sotto il labbro, in quel punto, il viso ha preso una piega strana: Culpepper gratta ma non trova l’angolo della bocca.
Questo perché ancora prima che i suoi occhi potessero verificarlo, il suo cuore, vecchio muscolo borbottante, aveva già capito. Puoi fotografare l’esatto momento in cui anche il cervello di Culpepper ha compreso, sempre prima dei suoi occhi. Gli passa un lampo nelle iridi grigiastre: non è collera e nemmeno dolore. Certo, potrebbe prendere il kaiken e cavarsi gli occhi di netto: da una parte lo preferirebbe, ma da cieco non potrebbe più guadagnarsi da vivere. Non sarebbe saggio.
Il vecchio ebreo ha visto il cuore di Culpepper in quel lampo, così fa una cosa curiosa, che calma Culpepper, lo mette a suo agio: si toglie il cappello. Qualcosa nel suo volto dice la verità.
Culpepper ripone il kaiken e poggia la lobbia di fianco: se l’è tolta lui dal capo, nessuno gliel’ha presa, quindi gli sta bene. Ora torna a guardare davanti a sé: guarda quel vecchio pazzo che sorride. E lo vede. Si china in avanti, i gomiti sulle ginocchia, ed è sicuro di guardarsi allo specchio perché sa- lo sa perché l’ha capito- che anche il vecchio lo vede. La spada che c’era prima tra loro ora è scomparsa: devono averla lanciata lontana.
 Eccoli lì, allora, che si vedono e si sorridono (Culpepper un po’ timidamente). Mentre tutto intorno a loro gela, la notte tranquilla promette un tempo infinito.

 
 
 
 
 

   
 
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