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Autore: Kim WinterNight    19/06/2021    6 recensioni
Un martedì mattina qualunque, Martin e Joe stanno facendo colazione con la radio in sottofondo.
Tutto sembra procedere come al solito, quando i due fidanzati vengono catturati dalle suadenti previsioni astrologiche del famoso Brian Wolf.
Martin le considera delle stupidaggini, mentre il suo ragazzo sembra convinto che tra le parole udite alla radio non si nascondano solo mere coincidenze.
Chi dei due avrà ragione?
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Genere: Romantico, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
- Questa storia fa parte della serie 'Martin&Joe'
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If you don’t believe, it can’t hurt you
 
 
 
 
 
 
 
8 giugno 2021
 
 
Martin, seduto al tavolo rotondo della piccola cucina, mangiava uno dei suoi yogurt preferito: bianco con i cereali.
Ormai si era abituato a controllare meticolosamente la scadenza sulla confezione, non aveva più alcuna intenzione di farsi prendere in giro dal suo ragazzo; ogni volta che afferrava un vasetto e lo scoperchiava, si prodigava nell’esaminarlo con attenzione e cominciava a gustarlo solo dopo essersi assicurato che non avesse la muffa.
Joe, muovendosi in maniera piuttosto disinvolta, lo raggiunse poco dopo e, procedendo con cautela, si sedette accanto a lui e sbadigliò.
In sottofondo, la stazione radio preferita di Martin mandava una canzone di Bruno Mars.
Joe ridacchiò. «Meno male, almeno stamattina non mi hanno accolto con le solite hit dell’estate in avvicinamento» commentò, spostando lentamente le mani sul ripiano del tavolo alla ricerca della sua tazza di caffè.
Martin lo tenne silenziosamente d’occhio, assicurandosi che cominciasse a fare colazione senza imprevisti; lo osservò mentre trovava la zuccheriera alla sua sinistra – proprio dove lui stesso la sistemava ogni mattina per non disorientarlo – e versava due cucchiaini abbondanti di zucchero nel caffè. Come spesso accadeva, un po’ di granelli caddero sul tavolo e Joe sbuffò.
«Fregatene, dopo puliamo» lo rassicurò Martin, dando uno sguardo all’orologio: erano da poco passate le sette e mezza e a breve entrambi sarebbero dovuti uscire per andare al lavoro.
«Sì, ma così lo spreco» borbottò Joe, ricacciando indietro una ciocca di capelli ricci.
Martin si strinse nelle spalle e la sua attenzione venne improvvisamente attirata dalla radio in sottofondo: Jerry Good, lo speaker che intratteneva il pubblico mattutino di Modern FM, stava lanciando il momento dedicato all’oroscopo.
Generalmente i due ragazzi non davano peso alle sciocchezze che venivano declamate dall’esperto astrologo, ma capitava che le ascoltassero per farsi due risate.
Nessuno dei due credeva a certe idiozie.
«Buongiorno a tutti e benvenuti all’oroscopo di Modern FM a cura del vostro Brian Wolf. Oggi è martedì 8 giugno 2021 e direi di cominciare subito con il primo segno… siete curiosi?»
Joe finì di bere il proprio caffè e a tentoni recuperò il vasetto di miele posto accanto alla zuccheriera, poi spostò la mano sinistra a raccogliere il coltello e sbuffò.
Martin sorrise, sapendo che probabilmente il suo fidanzato era contrariato sia dallo sproloquiare dell’astrologo alla radio, sia dalla consapevolezza di non poter più spalmare il suo amato burro d’arachidi sul pane tostato. Da quando aveva scoperto di esserne allergico, aveva continuato a farne una tragedia per mesi.
«E ora passiamo al Cancro, miei carissimi ascoltatori! Cosa posso dirvi? Beh, dovete cercare di non cedere alle influenze esterne nella vostra vita quotidiana, poiché molte di esse possono danneggiarvi. Capite?»
«Capito, Joe? Non lasciarti influenzare da me» scherzò Martin, pescando dalle pareti del vasetto gli ultimi residui di yogurt.
Il riccio grugnì. «Forse si riferisce a mia madre, non a te… non potresti influenzarmi nemmeno se volessi» commentò.
«Siamo di malumore stamattina?» lo punzecchiò l’altro, allungandosi per lasciargli una carezza tra le ciocche castano chiaro che gli ricadevano sulle spalle.
«Per quanto riguarda l’amore…» riprese Brian Wolf.
«Lasciami sentire, questo mi interessa» disse Joe.
«Sarà il momento opportuno per rafforzare le relazioni sul posto di lavoro con i vostri colleghi. Beh, ascoltatori, qualcuno di voi forse è innamorato del proprio capo o collega di ufficio, quindi… dateci dentro!»
«E questo cosa c’entra con l’amore?» osservò Martin perplesso.
«Che ne so, magari sei innamorato di Duncan e devi rafforzare i tuoi rapporti con lui» ironizzò Joe, finendo di preparare la sua fetta di pane tostato con miele.
Martin alzò gli occhi al cielo. «Duncan ha dei gusti sessuali ben definiti, e non coincidono con i miei. E poi Cancro è il tuo segno, non il mio» puntualizzò.
«Altrimenti ci proveresti con lui?» si indispettì subito Joe, per poi dare un morso alla sua colazione.
«Certo.» Il moro incrociò le braccia sul tavolo e si godette la smorfia di disappunto che comparve sul viso delicato del suo ragazzo. Sapeva che dipendeva dal suo ultimo commento, ma anche dal sapore del miele che non rientrava esattamente tra i cibi preferiti da Joe.
«Ascoltiamo il tuo oroscopo, vediamo che cosa ti capiterà oggi» cambiò argomento il riccio tra un morso e l’altro.
«Tanto non credo a certe cose» borbottò Martin in tono lugubre.
I due continuarono a battibeccare per un po’, finché Brian Wolf non annunciò che era giunto il momento del segno dei Pesci.
«Lo stress causato dal superlavoro non vi fa sentire bene psicologicamente, la vostra testa si riempie di uccelli e iniziate a pensare negativamente ad alcuni o tutti i problemi.»
«La vostra testa si riempie di… uccelli?» sbottò Joe stranito.
Martin scoppiò a ridere e scosse il capo, notando l’espressione sempre più maliziosa che si dipingeva sul viso del suo compagno.
«Da oggi dovete prendere tutto con più filosofia e… dov’è finito quel fine senso dell’umorismo e dell’ironia che avete? È tempo di usarli a fondo e uscire da questa mini depressione primaverile che vi affligge quotidianamente e che può rendere la vostra giornata amara» continuò a declamare l’astrologo.
«Mini depressione primaverile? Uccelli? Ma siamo sicuri che non stiamo ascoltando il meteo?» commentò Martin, mettendosi in piedi per sparecchiare. Ormai si stava facendo tardi ed entrambi dovevano darsi una mossa se volevano giungere in orario al lavoro.
«Zitto, fammi ascoltare!» lo bloccò Joe, inclinando la testa verso sinistra, la tipica posa che assumeva quando si concentrava su qualcosa.
«È possibile che oggi vi siate sbagliati su qualcosa, ma non succede nulla. Tutti commettono errori e la vita è fatta di successi e fallimenti ogni giorno. Ma voi, cari ascoltatori del Pesci, cercate di guardare sempre il lato positivo! Prenderlo bene vi farà sentire più rilassati e gioverà anche a chi vi sta intorno, che paga per i piatti rotti del vostro malumore» concluse Brian Wolf, per poi salutare e dare appuntamento al mattino successivo.
«Prenderlo bene, dice lui…» bofonchiò Martin, raccogliendo le stoviglie sporche e riponendole nel lavello. «Sembra più il tuo oroscopo che il mio: non è che hanno scambiato le stronzate del Pesci con quelle del Cancro?» proseguì.
Udì Joe sghignazzare alle sue spalle e si voltò a lanciargli un’occhiataccia – anche se il suo ragazzo non poteva vederlo, Martin sapeva perfettamente che fosse in grado di percepire i suoi sguardi, anche se non aveva idea di come facesse.
Stavano insieme ormai da cinque anni, ma Joe non smetteva mai di sorprenderlo.
«Non c’è niente da ridere» commentò Martin.
«Dov’è finito quel fine senso dell’umorismo che avete?» lo prese in giro Joe, scimmiottando l’astrologo. «Avete gli uccelli in testa, capito? Prendete il lato positivo» proseguì con fare canzonatorio.
«Piantala.»
Martin era effettivamente un po’ seccato, complice l’intensa giornata di lavoro che la aspettava in piscina: a parte le solite lezioni nel pomeriggio, doveva occuparsi anche di diversi recuperi nel corso della mattinata e avrebbe decisamente preferito andare in spiaggia e farsi una nuotata al mare, piuttosto che chiudersi in una sorta di serra piena d’umidità e combattere con bambini urlanti. Amava il suo lavoro e gli piaceva insegnare ai più piccoli, ma arrivava un periodo dell’anno in cui desiderava soltanto staccare la spina e prendersi una pausa.
«Ma che hai oggi?» brontolò Joe, alzandosi a sua volta.
«Sono solo stanco» ammise il moro, sospirando pesantemente.
Joe circumnavigò il tavolo e percorse i pochi passi che lo separavano dal lavello, raggiungendo Martin.
Lo abbracciò maldestramente, lasciandogli un tenero bacio sotto l’orecchio destro. «Povero tesoro…»
La sua voce era venata d’ironia e Martin se ne accorse, cercando di sottrarsi alle sue attenzioni. Non era più in vena di scherzare.
Joe fece un passo indietro e tenne i palmi appoggiati sul suo petto, inclinando la testa verso sinistra. «Sì, dev’essere lo stress da superlavoro, come ha detto quello dell’oroscopo.»
«Stronzate» replicò Martin.
«Ehi, non mi piace sentirti così. Di solito sono io quello acido e incazzato.»
Il moro portò una mano tra i capelli del compagno e lo osservò per un istante, incrociando quelle iridi azzurre e vuote che non potevano metterlo a fuoco e che saettavano qua e là senza meta. In tanti rimanevano impressionati e quasi impauriti dallo sguardo privo di vita di Joe, ma a lui non aveva mai dato fastidio.
Si lasciò sfuggire un altro sospiro e baciò il compagno sulla fronte, per poi dirigersi verso il bagno. «Andiamo o faremo tardi» concluse.
Joe lo seguì poco dopo e in cucina non rimase che il gracchiare di Modern FM in sottofondo.
 
 
Martin ripartì dopo aver lasciato Joe di fronte all’ingresso dell’associazione in cui teneva le sue lezioni di braille.
L’auto procedeva nel traffico mattutino e ancora una volta ringraziò di vivere in una cittadina non troppo grande, almeno poteva evitare gli ingorghi e le code quando aveva fretta o usciva di casa in ritardo.
Come quella mattina.
Mentre era fermo a un semaforo, con la fedele Modern FM in sottofondo, ripensò distrattamente alle stronzate che aveva sentito pronunciare all’astrologo: lo stress da superlavoro, gli uccelli che gli offuscavano la mente, l’ironia mancante…
Scosse la testa e regolò l’aria condizionata al massimo, avvertendo il caldo farsi pressante; erano solo le otto e mezza del mattino, eppure il sole batteva cocente sulle strade della città e rendeva l’aria irrespirabile.
L’oroscopo del suo segno aveva predetto delle cose che, effettivamente, non erano poi tanto diverse dalla realtà che stava vivendo. Eppure non ci credeva, non ci aveva mai creduto.
Joe, invece, sembrava aver preso tutto alla lettera e nel viaggio verso la sede dell’associazione non aveva fatto altro che punzecchiarlo e fargli notare ogni segnale che potesse vagamente rimandare alle idiozie di Brian Wolf.
A un certo punto Martin aveva sbagliato a schiacciare sul pedale della frizione e la marcia non era entrata, così Joe aveva cominciato a ridere. «Vedi? Può capitare a tutti di commettere un errore, ma la vita è fatta di successi e fallimenti. Prendila in modo positivo!» aveva esclamato.
Il viaggio verso la piscina proseguì tranquillo, ma Martin si sentiva sempre più a terra: non aveva la minima voglia di lavorare, era come se il caldo avesse improvvisamente risucchiato tutte le poche energie che gli erano rimaste.
Quando finalmente posteggiò nel parcheggio interno – un desolato spiazzo in cemento per niente ombreggiato – ebbe quasi paura di lasciare l’abitacolo fresco e confortevole.
Sbuffò, recuperò lo zaino dal sedile posteriore e scese dall’auto.
Entrò dall’ingresso di servizio e raggiunse in fretta lo spogliatoio dedicato al personale; sistemò la sua roba nell’armadietto contrassegnato con il suo nome e si preparò alla prima lezione della giornata.
In corridoio incrociò una delle colleghe più anziane, Monica, colei che un tempo era stata la sua insegnante di nuoto.
«Ciao Martin! Perché hai quella faccia da funerale?» lo apostrofò subito lei.
Lui sbuffò e forzò un sorriso nella sua direzione. «Buongiorno. Sono solo un po’ stanco e accaldato, niente di grave. A te come va?»
La donna gli sorrise con fare amorevole e gli picchiettò sulla spalla. «Ti capisco. Ieri ero talmente fuori fase che ho sbraitato contro mio marito perché ha permesso a nostra figlia di mangiare due gelati!»
«Tipico dei bambini!»
«Sì, hai ragione, a volte Grace mi fa proprio dannare!»
Martin sorrise appena e, dopo averle lasciato due baci sulle guance, la salutò e i due si separarono.
Almeno non era il solo ad avvertire quel senso di oppressione.
E, a meno che anche Monica non fosse dei Pesci, quelle dell’oroscopo continuavano ad apparirgli come un mucchio di stronzate.
Quando entrò nella sala più grande della piscina, si trovò di fronte a una scena apocalittica: due donne discutevano animatamente, tenendo per mano due dei suoi allievi più piccoli.
La cosa che più lo faceva impazzire del suo lavoro era dover avere a che fare con genitori e nonni inopportuni; riusciva a gestire molto meglio i bambini, ma con gli adulti si trovava spesso in difficoltà. La sua indole calma e pacifica lo spingeva a non discutere se non era necessario, ma c’erano delle volte in cui era impossibile.
«A me ha detto di venire martedì alle nove, altrimenti non sarei qui» stava sbraitando la signora Darren, la nonna della piccola Melissa.
«Beh, vale lo stesso per me! Signora Darren, vuole per caso darmi della bugiarda?» ribatté piccata Sheila Mulin, la madre di Jason.
I due bambini si guardavano con gli occhioni spaventati, indecisi se fare amicizia o litigare come le due donne che li accompagnavano.
Martin si passò una mano tra le ciocche corte e corvine e raggiunse le due litiganti. «Buongiorno, signore. Cos’è successo? Sheila, perché è qui?»
La madre di Jason, una giovane sui trentacinque anni, lo fissò stranita. «Me l’hai detto tu: martedì alle nove per il recupero della settimana scorsa!»
A Martin cominciarono a sudare i palmi delle mani. «Ci dev’essere stato un malinteso» rispose con garbo.
«Un malinteso?»
«Io l’ho detto!» intervenne la signora Darren con insolenza.
«Ascolti, la smetta! Ormai sono qui, ho chiesto un’ora di permesso dal lavoro per accompagnare Jason a nuoto, quindi mi faccia il favore di…»
«Sta scherzando, vero? Lei crede che io non abbia niente da fare tutto il giorno?» sbraitò la più anziana, mentre la sua nipotina scoppiava a piangere, forse spaventata dalle troppe urla.
Martin si trattenne per non mettersi le mani in testa e cercò di mantenere la calma. «Signore, possiamo trovare un compromesso…»
Le due smisero di guardarsi in cagnesco e puntarono gli occhi furenti su di lui.
«Questa è colpa tua, giovanotto! Qui c’è gente che ha degli impegni, cosa credi?» lo accusò la nonna di Melissa.
Martin si schiarì la gola, mentre un moto di disappunto si faceva largo nel suo petto. «Anche io ho da fare, sa, sto lavorando» fece notare in tono un po’ troppo duro.
«Questo ti sembra il modo giusto di farlo? Siamo venute in due per niente!» rincarò la dose Sheila Mulin.
Il ragazzo allargò le braccia e sospirò piano. «Mi dispiace, ho sbagliato. Ero convinto che oggi alle nove fosse libero per Jason, invece sono già occupato con il recupero di Melissa» ammise.
«Facile scusarsi dopo aver fatto perdere tempo alla gente! Ora vado a parlare con il signor Duncan e vediamo cosa ne pensa» abbaiò la madre di Jason, dirigendosi a passo di marcia verso l’uscita.
La signora Darren le andò dietro con fare impettito e Martin rimase solo con i due bambini.
Melissa ancora piagnucolava e si strofinava gli occhi con il dorso delle mani, mentre Jason la guardava atterrito.
Martin li osservò dall’alto, poi si accovacciò di fronte a loro e tentò di sorridere nel modo più convincente possibile. «Ditemi una cosa, piccoli, vi andrebbe di giocare insieme nella piscina?» propose.
Jason si limitò ad annuire, mentre Melissa scoppiò nuovamente in un pianto disperato e si lanciò tra le braccia dell’istruttore. «Nonna è arrabbiata!» strillò, trapanando l’orecchio sinistro di Martin.
Lui la strinse con delicatezza e le accarezzò la testolina coperta da una scintillante cuffia rosa. «Non è arrabbiata con te, stai tranquilla. Calmati, sono sicura che Jason vuole diventare tuo amico e giocare con te in acqua. Vero, Jason?»
Il bambino fece qualche passo in avanti e picchiettò timidamente sulla spalla di Melissa. «Non piangere» sussurrò.
La bimba lasciò andare Martin e si voltò a guardare il suo nuovo compagno di nuoto; lui sorrise e fu subito in grado di contagiare anche lei.
Martin tirò un sospiro di sollievo e sperò che quell’errore non gli costasse il posto di lavoro.
Era decisamente stanco e stressato, forse le previsioni dell’oroscopo non erano state poi così sbagliate.
Scosse il capo e seguì i bambini verso la vasca a loro dedicata, la più piccola delle due presenti.
 
 
Aveva svolto la lezione sotto lo sguardo vigile e minaccioso di Sheila Mulin e della signora Darren, chiedendosi come fosse andata la loro conversazione con il suo capo.
Aveva cercato di non pensare troppo alle conseguenze, anche se un moto di preoccupazione lo invadeva ogni volta che qualcuno entrava nella sala delle vasche; temeva che il signor David Duncan andasse a chiamarlo per dirgliene quattro, ma fu sollevato quando il tempo trascorse tranquillamente e senza intoppi.
Subito dopo svolse un’altra lezione di recupero con Tim, un bambino autistico di sette anni.
Dalle undici alle due aveva una pausa, così decise di tornare a casa per pranzo, anche se sarebbe stato solo perché Joe il martedì era solito pranzare con Maddy, la sua migliore amica.
Uscì dalla sala delle vasche e stava per dirigersi verso lo spogliatoio quando una voce a lui nota lo richiamò.
La voce di David Duncan, il suo capo.
Martin sobbalzò e si voltò con calma. «Sì, capo?»
«Vieni un attimo nel mio ufficio» lo incitò in tono perentorio.
Martin annuì. «Certo. È per la storia di Jason e Melissa?»
L’uomo corpulento dalla pelle scura evitò di rispondere e gli fece strada lungo il corridoio, per poi svoltare a sinistra e scomparire alla sua vista.
Martin sospirò e lo seguì.
Poco dopo si ritrovo nel minuscolo antro del signor Duncan, con il solito odore di chiuso e umidità a permeare tutto e le scartoffie a ingombrare ogni superficie disponibile, eccezion fatta per le sedie.
L’uomo si sedette dietro la scrivania e incrociò le braccia sul petto massiccio.
«Scusa, capo, ho sbagliato e…»
«Io e te lo sappiamo che quelle sono due megere stronze, vero?» esordì Duncan senza giri di parole.
«Beh, non esageriamo.»
«Martin, lo sappiamo che sono due megere stronze, vero?»
Il più giovane si ritrovò suo malgrado ad annuire, capendo che non era il caso di contraddirlo.
«Bene. Ma sappiamo anche che pagano bene per mandare i marmocchi qui da noi. Giusto?»
«Suppongo di sì» convenne Martin.
Duncan gli indirizzò un ghigno. «Allora comportiamoci come si deve, chiaro?»
«Ti giuro che ero convinto che oggi alle nove fosse libero per Melissa, altrimenti…»
«Non me ne frega un cazzo di cosa eri convinto, ragazzo. Il punto è che il cliente ha sempre ragione.»
«Non ho mancato di rispetto alle signore, ho cercato di spiegare le mie ragioni e mi sono scusato» si giustificò Martin, sentendosi sempre più a disagio.
«Ma a loro non interessa. E neanche a me. Per stavolta lascio perdere, ma ti voglio più attento e concentrato, capito?»
Martin annuì sconfitto e si alzò, lasciando l’ufficio con la coda tra le gambe.
La giornata continuava a procedere nel modo peggiore e non era neanche a metà.
Si sentiva sfinito e l’unica cosa che desiderava era raggiungere la spiaggia e liberare la mente con una bella nuotata.
Forse, se si dava una mossa, avrebbe fatto in tempo a mettere in pratica quel piano che lo allettava sempre più.
Tuttavia, quando passò di fronte al banco della reception per tornare verso gli spogliatoi e recuperare la sua roba, la giovane addetta all’accoglienza lo fermò.
«Martin? Oh, per fortuna sei qui! Ho chiesto anche a Monica e Max, ma non hanno tempo!» esclamò, uscendo dalla sua postazione per raggiungerlo.
«Di cosa hai bisogno?» domandò lui, temendo già la risposta.
Lei, abbassando il tono di voce, riprese a parlare: «Quel signore vuole far fare una lezione di prova ai suoi figli. Ci pensi tu?»
Martin seguì lo sguardo della collega e notò un uomo sulla quarantina che sedeva nei pressi dell’ingresso insieme a due bambini che dovevano essere gemelli, visto quanto si assomigliavano.
Si trattenne per non sbuffare sonoramente e tornò a scrutare la ragazza. «Sandy, ma le lezioni di prova non dovrebbero essere finite a giugno? Tra un mese chiudiamo…»
Lei si strinse nelle spalle. «Ha insistito, dice che vuole portare i bambini al mare ma hanno paura dell’acqua alta.»
«E crede che supereranno tutto in un paio di lezioni?» sibilò.
«Non so cosa dirti.» Sandy sorrise dispiaciuta. «Ci pensi tu, per favore?»
Martin alzò gli occhi al cielo. «Sì, certo. Ci penso io.»
E, mentre si stampava in faccia l’ennesimo sorriso tirato e raggiungeva i nuovi potenziali allievi, si rese conto che non solo avrebbe saltato il pranzo, ma anche la rilassante nuotata che tanto desiderava.
Stava cominciando a detestare le previsioni dell’oroscopo, perché continuavano ad avverarsi minuto dopo minuto.
 
 
Martin fino a quel maledetto giorno non si era mai accorto di essere tanto stressato dal proprio lavoro.
Eppure, mentre masticava velocemente un sandwich tra una lezione e l’altra, si rese conto che effettivamente le forze non facevano che abbandonarlo sempre più.
Era partito con le migliori intenzioni, ignorando le stronzate che aveva sentito alla radio a proposito del suo oroscopo, eppure più le ore avanzavano, più si ritrovava sommerso dal lavoro, dalla stanchezza e dall’eco degli errori che stava commettendo.
E gli pareva quasi di vederli, quegli uccelli di cui Brian Wolf aveva parlato, assieparsi nella sua mente e oscurare ancora di più il suo umore.
Una bella nuotata l’avrebbe aiutato a rilassarsi, ma non aveva avuto il tempo per pensarci davvero.
La lezione prova con i gemelli era stata terribile: i due marmocchi non avevano fatto che gridare e schizzarsi, mentre lui cercava disperatamente di insegnar loro qualcosa.
Le cose non erano migliorate quando il primo allievo del pomeriggio si era presentato un’ora in anticipo, asserendo di averlo avvisato, anche se Martin non ne aveva alcuna memoria.
Era stato costretto a rinunciare alla pausa pranzo e tra le due e le tre si era dovuto presentare per la seconda volta nell’ufficio di Duncan, beccandosi una strigliata degna di nota.
Finì di mangiare e proprio in quel momento notò i primi ragazzini della lezione di gruppo fare il loro ingresso nella hall della piscina.
Cominciava ad avvertire un accenno di mal di testa martellargli nelle tempie e pregò con tutto se stesso che la situazione non peggiorasse.
Invano.
Le grida e le risate dei suoi piccoli nuotatori – come amava chiamarli – che rimbombavano nell’enorme sala delle vasche non lo aiutarono per niente.
Faticava a stare appresso al gruppo, cosa che in genere gli risultava piuttosto semplice o quanto meno piacevole; adorava lavorare con i bimbi, gli riempivano il cuore di allegria e di calore, e spesso rientrava a casa di buonumore nonostante la stanchezza fisica.
«Jesse, attento, non tuffarti così!» strillò, notando uno dei più piccoli che si buttava in acqua di pancia.
Fu ignorato e la cosa lo fece innervosire più del solito. Incrociò le braccia al petto e lanciò un’occhiata minacciosa in direzione della vasca. «Jesse, stavi per dare un calcio a Danny! Quante volte ti ho detto di non fare così?»
«Non è vero!» ribatté il bambino con aria beffarda.
Martin sospirò e tentò di mantenere la calma.
Proprio in quel momento si accorse che uno dei più grandi, Mason, aveva tirato via la cuffietta alla sorellina di Danny; la bimba scoppiò in lacrime e si portò le mani sui capelli strettamente legati in uno chignon.
Martin non ci vide più. A grandi falcate raggiunse il bordo della piccola piscina e afferrò Mason per un braccio, ma mentre stava cominciando a sgridarlo il suo piede sinistro scivolò.
Tutto accadde in un attimo: i bambini gridarono, Martin gridò, il mondo intorno a lui vorticò.
Un attimo di silenzio, poi un tonfo seguito da un mare infinito di schizzi.
Martin si rese veramente conto di essere caduto dentro la piscina soltanto quando le fragorose risate dei bambini lo riportarono alla realtà.
Per poco non era andato a sbattere contro il bordo della piccola vasca, ma il suo primo pensiero fu soltanto uno: aveva fatto del male a qualcuno?
Spalancò gli occhi e si sollevò a fatica, i vestiti completamente infradiciati e i capelli zuppi che gli si appiccicavano alla fronte; si guardò attorno allarmato, cominciando a controllare se tutti i suoi piccoli nuotatori fossero sani e salvi.
«State tutti bene?» domandò in tono apprensivo, afferrando il bordo della propria t-shirt per strizzarlo.
I visetti arrotondati dei suoi allievi gli si presentavano di fronte, divertiti e sereni.
«Ho schiacciato qualcuno?» chiese ancora.
«No! Ma sei tutto bagnato!» Mason lo indicò e scoppiò nuovamente a ridere, contagiando anche il resto della combriccola.
Martin voleva soltanto correre via, andarsene a casa e non pensare più a quella terribile giornata; eppure non poteva: aveva del lavoro da svolgere e, oltre a quella che cercava di impartire in quel momento, c’erano in programma altre due lezioni di gruppo.
Non sapeva se ce l’avrebbe fatta.
Si mise le mani in testa e notò che una figura familiare si era avvicinata al bordo della vasca dei bambini.
Monica lo guardò confusa. «Martin, che ci fai là dentro?»
«È caduto! È caduto!» urlarono i bambini in coro, poi qualcuno di loro uscì rapidamente dall’acqua per mostrare alla nuova arrivata come si fosse svolta la scena.
La donna rise. «Ti sei fatto male?»
«No.» Sospirò. «Ma avrei preferito» aggiunse in un mormorio.
«Come?»
«Niente, sto bene!» la rassicurò, rimettendosi in piedi fuori dalla piscina. «Tu non hai lezione?»
«La signora Anderson mi ha dato buca» spiegò Monica.
«Beata…» esalò Martin, tirandosi indietro i capelli neri con una manata. «Puoi stare un attimo con i bambini mentre vado a cambiarmi?»
Lei annuì e gli sorrise comprensiva. «Vai pure, ci penso io.»
Il ragazzo si voltò verso la piscina e attirò l’attenzione degli allievi. «Bambini, ascoltatemi! Vado a mettermi dei vestiti asciutti, vi lascio con Monica: comportatevi bene!»
«Sì, Martin!» gridarono in coro.
Lui sbuffò e, prima di lasciare la sala, notò che Monica si era avvicinata a Sophie per aiutarla a rimettere la cuffietta al suo posto.
Sicuramente la sua collega se la sarebbe cavata molto meglio: per lui non era decisamente giornata.
Una volta sulla soglia, con le scarpe zuppe d’acqua che scricchiolavano e lasciavano impronte a ogni passo, fu costretto a fermarsi: di fronte a lui troneggiava la figura imponente del capo David Duncan.
L’uomo lo squadrò da capo a piedi e lo fulminò con un’occhiataccia. «Cosa cazzo hai combinato? Ma oggi ti sei drogato prima di venire al lavoro?»
«Capo, io…»
«Cambiati e vieni subito nel mio ufficio» lo interruppe bruscamente l’altro, poi lo superò ed entrò nella sala delle vasche.
«Non c’è due senza tre» commentò Martin affranto, dirigendosi a capo chino verso gli spogliatoi del personale.
Era certo che Duncan l’avrebbe licenziato.
 
 
Aprì la porta dell’appartamento che erano quasi le sei e mezza del pomeriggio.
In genere impiegava una decina di minuti a percorrere la strada dalla piscina a casa, ma si era imbattuto in un ingorgo di auto in centro e il tempo si era quasi triplicato.
Trovò Joe seduto al tavolo della cucina, intento a sorseggiare un po’ di tè freddo.
«Ciao» borbottò, lasciandosi cadere sulla sedia di fronte a quella del suo ragazzo. Incrociò le braccia sul ripiano in legno chiaro e vi abbandonò il capo, esalando un lungo sospiro.
«Ehi, che succede?» chiese Joe, il tono di voce venato di preoccupazione.
Alcuni istanti dopo Martin avvertì le dita sottili e gentili del riccio insinuarsi tra i suoi capelli e accarezzarli piano.
Chiuse gli occhi e si lasciò coccolare, evitando di rispondere alla domanda: avrebbe volentieri evitato di parlare della tremenda giornata che aveva appena vissuto al lavoro, ma sapeva di non poter tacere a lungo. Stare con Joe gli aveva insegnato a sfogarsi più spesso e a non tenersi tutto dentro com’era solito fare.
«Martin?» si sentì richiamare.
Sospirò ancora e sollevò piano il capo, lasciando che le mani del suo compagno tracciassero il profilo del suo volto. Mise a fuoco il viso delicato di Joe, le sopracciglia inarcate e le iridi celesti che schizzavano in tutte le direzioni.
Si sporse in avanti e portò una mano dietro la sua nuca. «Baciami» soffiò.
Joe parve sconcertato per un istante, poi obbedì: le loro labbra si scontrarono e subito si unirono in un contatto profondo e lento, caldo, rassicurante.
Martin gli posò le mani sulle guance e continuò a carezzargli la lingua, ad assaporarlo e a farsi rincuorare da quel gesto che sapeva di casa.
Poi si fece indietro e tornò a osservare il viso chiaro di Joe. «Oggi è stata una giornata di merda.»
Il riccio inclinò il capo verso sinistra e sulle labbra rosate gli si dipinse un minuscolo ghigno. «Non dirmi che si sono avverate le previsioni del tuo oroscopo!» replicò.
Martin lo lasciò andare e appoggiò i gomiti sul tavolo, prendendosi la testa tra le mani. «Più o meno» fu costretto ad ammettere.
Joe scoppiò a ridere e allungò le mani, trovando i suoi polsi per stringerli. «Ora devi raccontarmi tutto!» lo incitò.
«Non c’è niente da ridere e non è divertente» borbottò.
«Non fare così, su! Dimmi cos’è successo.»
Martin sbuffò per l’ennesima volta durante quella giornata e cominciò a descrivergli tutti i disastrosi eventi che gli erano capitati, partendo dal primo equivoco della giornata fino alla rovinosa caduta dentro la piscina dei bambini.
«Martin, ti giuro: a volte vorrei non essere cieco per poter vedere certe scene apocalittiche!» sghignazzò Joe, ridendo senza ritegno.
«Tanto non eri con me, non mi avresti visto comunque» replicò piccato. «E smettila, ridi come hanno fatto i miei allievi» aggiunse.
«Andiamo, non te la sarai mica presa! Tu adori i marmocchi!»
Martin scosse il capo e gli lanciò un’occhiataccia, ben sapendo che Joe l’avrebbe avvertita pur senza scorgerla concretamente. «Oggi non ho adorato nessuno. O forse solo Monica quando mi ha sostituito» borbottò.
«Monica è un mito, lo penserò sempre!» si entusiasmò Joe, esibendosi in un enorme sorriso. «E Duncan l’ha saputo?»
«Che sono scivolato dentro la piscina? Certo, figurati, mi ha beccato mentre uscivo dalla sala bagnato dalla testa ai piedi.»
«E che ha detto?» domandò il riccio, accarezzandogli piano le braccia.
«Mi ha subito convocato nel suo ufficio per la terza volta in una giornata. Non mi era mai successo, ho superato il mio record» ironizzò Martin. «E mi ha intimato di non farmi vedere in piscina per le prossime due settimane.»
«Come?» sbottò Joe sconcertato.
«Già.»
«Ti ha cacciato? Ma non può farlo, che bastardo!»
«Tranquillo, mi ha soltanto dato qualche giorno di ferie. È stato molto comprensivo, devo ammettere che non me l’aspettavo.»
Joe tirò un sospiro di sollievo. «Beh, da quando hai ripreso a lavorare a settembre non hai mai preso un giorno di permesso» osservò.
«È quello che mi ha detto anche Duncan. Ma io non volevo fare casini, il mio lavoro mi piace, è solo che…»
Martin avvertì le dita del compagno cercare nuovamente il suo viso e si lasciò accarezzare, socchiudendo le palpebre.
«Sei solo stressato e stanco, è normale che tu abbia sbagliato. Non farne un dramma e prendila con filosofia: hai due settimane di ferie, puoi riposarti e andare a nuotare tutte le volte che vuoi» lo rassicurò dolcemente il riccio, proseguendo a coccolarlo con gesti leggeri.
«Tu dici?»
«Certo! E comunque hai fatto male a non credere nell’oroscopo: hai visto che poi si è avverato?» lo punzecchiò l’altro.
Martin grugnì.
«Li hai sentiti gli uccelli nella testa?»
Il moro scoppiò a ridere e scosse il capo, liberandosi dalle mani del compagno. «Lasciamo perdere! Giuro che non ascolterò mai più Modern FM di mattina, almeno non rischio di attirarmi la sfiga addosso con le previsioni di Brian Wolf» replicò.
«Mai sottovalutare gli astri, ricordalo sempre!» concluse Joe, prendendo un altro sorso di tè freddo. «Vuoi?»
Il moro ci pensò su, poi si sporse verso di lui e gli rubò un altro bacio, scaldando in un attimo la sua lingua ancora fredda per la bevanda appena ingerita.
«Sì» sussurrò dopo essersi staccato dalla sua bocca.
Joe allora sorrise malizioso e bevve un altro po’ di tè, per poi permettergli ancora di assaporarne il gusto zuccherino tramite l’ennesimo profondo contatto.
Martin, decisamente più rilassato e rincuorato, mise da parte i cattivi presagi e si preparò per godersi le sue meritate quanto inaspettate due settimane di ferie.
Quindici giorni di baci come quelli che stava scambiando con il suo uomo, di nuotate ristoratrici al mare e di pensieri positivi.
 
 
 
 
 
 
♥ ♥ ♥
 
Ciao a tutti e benvenuti nella mia nuova OS sui miei Martin&Joe *___*
Stavolta – come al solito, poi – Martin è stato un po’ sfigato, povera stella!
Però mi sono troppo divertita a fargli capitare di tutto e a raccontare un’altra delle sue tipiche giornate di lavoro nella piscina del signor Duncan :)
Ringrazio tantissimo i giudici del contest a cui la storia partecipa perché mi hanno dato, con uno dei loro pacchetti, la giusta ispirazione per tornare a raccontare qualche nuova avventura su questi due ragazzotti :D
Non ho tanto da dire, ho cercato di spiegare ogni cosa durante la narrazione per renderla più completa e accessibile possibile a chi si avventura per la prima volta in un racconto su loro due, ma per ogni dubbio o perplessità sono qui ^^
Le previsioni dell’oroscopo che avete letto, declamate dall’esperto astrologo Brian Wolf – avevo pensato di chiamarlo Brian Fox per rimandare al famoso Paolo nostrano, ma ho lasciato perdere XD – le ho pescate direttamente dall’oroscopo dei Pesci e del Cancro dell’8 giugno 2021 che ho trovato in questa pagina:
Oroscopo Branko oggi Martedì 8 Giugno 2021, previsioni zodiacali della giornata - Controcopertina.com
Martin è nato il 2 marzo, quindi è “nato sotto il segno dei Pesci” (XD), mentre Joe è un Cancro del 20 luglio :D
Ultima piccola annotazione: il titolo della storia è tratto dal brano Graveyard Whistling dei Nothing But Thieves!
E niente, spero vi sia piaciuta e sia stata piacevole da leggere ^^
Grazie a chiunque sia passato e alla prossima ♥
  
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