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Autore: Mariam Kasinaga    18/07/2021    2 recensioni
Un volta hai detto che a lungo andare saremmo diventati tutti schiavi del sistema, che avremmo varcato il punto di non ritorno e non avremmo più potuto riprenderci la nostra libertà.
Questa storia partecipa al Contest "Dai vita alla tua fantasia con i generi letterari! II edizione, il ritorno." indetto da 6Misaki sul forum di EFP.
Genere: Introspettivo, Malinconico, Triste | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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LETTERA MAI INVIATA


Nuova Roma, anno 16 p.c.
 

Non so se leggerai mai questa lettera, se riuscirò mai a trovare qualcuno che riesca a spedirti queste pagine su cui sto annotando tutti i miei pensieri.
Ti ricordi, come è iniziato tutto questo?
Da qualche parte, così tanto tempo fa da non ricordare neppure quando, avevo letto che le dittature iniziano tutte allo stesso modo, imponendo il coprifuoco.
All’inizio dicevano che era per la nostra sicurezza, per cercare di tenere sotto controllo tutto il casino che era successo; e noi, forse senza sapere cosa stesse succedendo, ci abbiamo creduto.
Ogni volta che spariva qualcuno dell’opposizione, ci siamo voltati dall’altra parte; ogni volta che facevano passare un nuovo disegno di legge per quanto assurdo potesse sembrare, abbiamo pensato che fosse ciò di cui avevamo bisogno; quando si sono impadroniti di tutto, privandoci persino della libertà di stampa, abbiano creduto che forse non ne avevamo mai avuto bisogno.

Chissà perché siamo stati così stupidi. Forse l’essere umano ha davvero così paura della libertà, da preferire che qualcuno decida al posto suo. Magari abbiamo talmente bisogno di qualcuno più in alto di noi, da credere a tutte le sue menzogne.
E così, abbiamo rinunciato ai nostri sogni, al nostro futuro, al libero arbitrio.


Tutte le giornate scorrono uguali: mi alzo, faccio colazione, vado al lavoro, torno a casa, ceno e vado a letto.Non si può fare molto altro, qui a Nuova Roma: le persone non hanno voglia di parlare, temono sempre di lasciarsi sfuggire una delle Parole Proibite dallo Stato. Si può guardare solo la tv di Stato, ascoltare la musica di Stato, apprezzare l’arte dello Stato.
I cartelli con cui hanno tappezzato la città non aiutano: enormi manifesti con il volto del Presidente, su cui campeggia una scritta rossa “Il Grande Fratello ti osserva”.
Una parte di me è convinta di aver già letto quella frase, da qualche parte, una citazione di un’opera che sarà stata data alle fiamme anni fa, se mai è esistita.


Ho nascosto il violino sotto al letto.
Ti ricordi, quello che mi hai regalato l’ultima volta che ci siamo visti? Dicevi che avevo un brillante futuro come violinista, che avrei calcato i palcoscenici più importanti d’Europa.
Chi si sarebbe aspettato un epilogo simile? Ancora una volta, quando abbiamo visto le cose cambiare poco a poco, quando il partito ha messo al bando Mozart e Verdi, quando hanno proibito i concerti, quando hanno chiuso i conservatori, siamo stati zitti e non abbiamo fatto nulla.
Ora, cosa significa vivere? Trascorrere ogni giornata una uguale all’altra, facendo tutto ciò che ci viene detto da bravi Cittadini dello Stato, in modo che l’Ordine prevalga sul Caos, consentendoci di vivere in tranquillità.
A volte penso che siano tutte menzogne: bugie confezionate ad hoc dalla Propaganda di Stato trasmesse ad ogni ora per farci il lavaggio del cervello.


Vivere così potrebbe andarmi bene: il mio appartamento non mi dispiace, il lavoro è monotono ma vicino a casa.
Ma la musica… come faccio a vivere senza la musica?
Non sai quante volte mi sdraio sul pavimento della camera, guardando sotto il letto e sfiorando con le dita la custodia del violino. Ci sono dei giorni in cui sento il desiderio di prenderlo in mano e suonare, non importa cosa.
Poi, però, penso ai vicini che mi denuncerebbero ed alla Polizia che farebbe irruzione in casa mia per portarmi in un Istituto correttivo statale.
Chissà perché il Governo ha paura di Mozart, chissà quali pericoli pensano siano celati nella Sonata per violino e pianoforte n. 26 in si bemolle mag K 378. Te la ricordi, era la nostra composizione preferita: io suonavo il violino, tu mi accompagnavi con il piano.


Mi sono innamorata di te per il modo in cui suonavi: ho amato fin dal primo momento come sentivi la musica, l’espressione assorta ogni volta che provavi un pezzo nuovo, il modo in cui interpretavi ogni brano, rendendolo ancora più magico.
Abbiamo vissuto degli anni meravigliosi, insieme, e nella nostra giovanile ingenuità pensavamo che nulla sarebbe mai cambiato.
Né io né te potevamo aspettarci la crisi, i disordini, la rivoluzione…
Tu eri diverso da tutte le altre persone che conoscevo: tra i due, sei sempre stato quello coraggioso, il primo ad urlare contro le ingiustizie, il primo a difendere la libertà ed il primo a cercare inutilmente di aprirmi gli occhi.


Se tutti fossimo stati come te, forse il corso degli eventi avrebbe preso una piega differente.
Invece, purtroppo, la maggior parte delle persone assomiglia a me: pecore che preferiscono scrollare le spalle e voltarsi dall’altra parte, piuttosto che prendere una decisione.
Ed ora eccoci qui: tanti piccoli automi che compiono sempre le medesime azioni per il bene dello Stato.
Sempre più spesso ci sono dei giorni in cui non riesco ad alzarmi dal letto: le tue parole stanno facendo effetto, seppur in ritardo. Quando mi sento così triste, mi aggrappo all’unica cosa che mi è rimasta di te: ricordo ancora quanto ti avevo preso in giro, il giorno in cui hai comprato quell’orribile ciondolo a forma di donnola. Avevi speso un sacco di soldi credendo fosse in argento, invece era solo una paccottiglia per fregare i turisti.
Ci ho messo giorni a capire che animale fosse!
Solitamente le persone comprano collane a forma di gatto o di cane, ma tu sei sempre stato diverso da tutti gli altri. Quel giorno hai detto che la donnola, nella cultura di chissà quale popolo sperduto, ha un significato che un giorno avrei capito.


Se al lavoro sapessero che lo indosso mi licenzierebbero e mi farebbero un richiamo scritto: sai, da un paio d’anni è vietato indossare gioielli che non siano autorizzati dallo Stato.
Lo indosso sotto i vestiti, di nascosto, e qualche volta mi sembra di essere una rivoluzionaria per compiere un gesto così banale.
Un volta hai detto che a lungo andare saremmo diventati tutti schiavi del sistema, che avremmo varcato il punto di non ritorno e non avremmo più potuto riprenderci la nostra libertà. Forse su una cosa sbagliavi: forse la libertà non si conquista con il frastuono di grandi gesta eroiche; forse sono i piccoli gesti, quelli compiuti dalla gente comune, che ci salveranno.


Magari, tutto può cambiare grazie al suono di un violino.

   
 
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