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Autore: FrancescaPenna    26/07/2021    1 recensioni
In una società dove l'essenza viene spesso sottomessa all'apparenza, dove le persone rincorrono una perfezione che non esiste per sottrarsi ai pregiudizi, possono cinque ragazzi non ordinari sperare di trovare il loro posto?
Casey e Satèle Johns sono due gemelli albini. Markus Lancaster ama la lettura e odia le persone. Johnnie Bailey è silenzioso. Angel Hassler è un maschiaccio.
Cinque ragazzini diversi con cinque vissuti diversi, che si affacciano al contesto delle scuole medie diventando i protagonisti del primo atto di una storia che parla di diversità, accettazione, amicizie e primi amori, ma anche di bullismo, famiglie disfunzionali, autolesionismo e disturbi mentali.
Una storia in cui impareranno a conoscersi per come appaiono agli occhi di tutti, ma anche e soprattutto per come loro stessi si sentono dentro: strani.
Genere: Drammatico, Malinconico, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: De-Aging, Kidfic | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
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Prologo – Cinque insoliti ragazzini e tanti cambiamenti


Luglio 2011




Da sempre esistono persone difficili da catalogare e inserire all’interno di uno stereotipo.


Queste navigano controcorrente, ribaltano gli schemi mettendo in discussione tutte le opinioni precostruite e accettate dalle persone cosiddette normali, perché sono diverse da loro.


Possiedono un certo qualcosa di non convenzionale, un tratto distintivo che risalta subito, inevitabilmente, agli occhi di chi hanno intorno.


Ma che non sempre è benaccetto.


Spesso, la diversità spaventa.


Questo, Casey Johns lo sapeva bene. Lo aveva sperimentato sulla propria pelle, talmente bianca da sembrare trasparente, che in quel momento, a contatto con i raggi solari che oltrepassavano la finestra, stava bruciando.


“Tieni, mettiti questa”, gli disse premurosa sua madre, poggiandogli sulle spalle la felpa nera che gli aveva portato da casa.


Casey la guardò di sbieco e borbottò un grazie risentito. Che falsa, pensò. Non era stata mica così gentile quando, un mese prima, aveva irrotto in camera sua per sbraitargli in faccia che l’avrebbe separato da Satèle, la sua sorella gemella, così non avrebbero frequentato le scuole medie insieme.     


Inutile dire che era stata di parola.


Capoluogo della contea di Winnebago, Rockford era sede non solo della cattedrale del vescovo, ma anche del tanto prestigioso quanto severo collegio cattolico Hamilton.


In città correvano diverse voci su quel luogo, ad esempio che chiunque, una volta entratovi, non era più lo stesso, perché lì anche il più ribelle e indisciplinato dei ragazzi veniva immediatamente raddrizzato dalle suore, le quali gironzolavano per i corridoi tenendo fra le mani una robusta bacchetta di legno che usavano per colpire la schiena dei trasgressori.


In molti paragonavano l’Hamilton a un carcere minorile, che accoglieva ragazzini e ragazzine dagli undici ai quattordici anni.


Ecco dove stava per iscriverlo.


In quel momento, Casey si trovava in segreteria. Sedeva, con la postura rigida e le braccia stese lungo i fianchi, dietro un’importante cattedra in legno massello. Alla sua destra c’era Hannah, sua madre, invece a sinistra c’era Brad, suo padre, che con uno sguardo austero e penetrante gli incuteva pressione fino a farlo tremare.


Proprio davanti a loro era seduta una donna dai capelli biondi elegantemente raccolti in uno chignon, la segretaria, la quale chiese ad Hannah di porgerle come prima cosa la carta d’identità del figlio.


La donna rigirò il documento tra le mani e osservò attentamente la fotografia allegata, che raffigurava un ragazzino dai bei lineamenti, con il naso lungo all’insù e le labbra dal colorito roseo leggermente carnose, con la parte centrale ben definita che rendeva il suo sorriso dolce quanto il carattere.


Ciò che risaltava agli occhi della gente, però, non era tanto il viso angelico nel suo insieme, bensì la caratteristica che contribuiva a renderlo tale; il tratto distintivo, appunto, che sulla carta figurava tra i segni particolari. Casey era nato albino, pertanto l’assenza di melanina gli rendeva completamente bianchi sia la pelle che i capelli – che lui portava scalati e con il ciuffo laterale sfilato, – mentre i suoi grandi occhi a mandorla erano di un azzurro talmente chiaro da sembrare di ghiaccio.


Lo stesso valeva per Satèle, la quale era rimasta in piedi e a braccia conserte dietro di lui, pronta a fulminare con lo sguardo la bionda se solo avesse osato dire qualcosa di sgradevole a suo fratello.


“Dimmi, giovanotto”, lo interrogò la segretaria, “come si pronuncia il tuo nome?” Aveva un accento diverso, sicuramente non americano.


Casey sapeva prestare attenzione a questi dettagli: essendo nato a Dublino, anche a lui veniva riconosciuto subito l’accento irlandese.


Keisi”, scandì bene, rispondendo alla domanda della donna, che intanto aveva rivelato di essere austriaca e di non conoscere bene le regole della pronuncia anglofona. Dopodiché, chiese la tessera sanitaria e il libretto vaccinale.


“Come vede, è in perfetta salute. Non si lasci condizionare da… dal suo aspetto”, puntualizzò Hannah. Pronunciò l’ultima parola quasi con ribrezzo, Casey ne era sicuro, perché era questo che i suoi genitori provavano per lui e Satèle: ribrezzo.


Spesso, la diversità viene demonizzata. Pertanto, come si può sperare di essere accettati da chi si ha intorno quando la famiglia è la prima a non farlo?


L’unica con cui Hannah e Brad sapevano essere amorevoli era la loro primogenita, Coco, nata un anno prima dei gemelli e senza alcuna anomalia genetica, che in quel momento se ne stava seduta in fondo alla stanza a osservare la scena mentre si esaminava i capelli per scongiurare di non avere le doppie punte. Era piuttosto vanitosa.


“Ma certo, signora, si figuri”, rispose nel frattempo la segretaria, che stava registrando le informazioni nel database. “Ora mi dia le pagelle,” e Hannah tirò fuori dalla borsa una cartelletta che conteneva tutte le pagelle di Casey, dalla prima elementare alla quinta.


Per essere ammessi, all’Hamilton, erano necessari due requisiti fondamentali: denaro e una media scolastica almeno sufficiente.   


Sfortunatamente per sé, Casey li possedeva entrambi: i suoi genitori avevano risparmiato molto negli ultimi mesi, e lui, pur non essendo una cima, aveva sempre ottenuto buoni voti.


“Sei un bravo studente, Keisi”, commentò la segretaria. “Spero di averlo pronunciato bene.”


La cartelletta passò poi nelle mani della vicepreside, l’unica a possedere voce in capitolo sulle ammissioni.   


“Bene, signori Johns”, esordì, “la documentazione è in regola. Adesso, spiegatemi come mai vorreste iscrivere vostro figlio in questo collegio.”


Hannah si schiarì la voce prima di parlare. “Io e mio marito riteniamo che Casey abbia bisogno di abbandonare le cose futili e le distrazioni. È un ragazzino educato, per carità, ma pensiamo che non badi alle cose serie. Da adulto vorrebbe fare il musicista – che idiozia! Noi siamo assolutamente contrari, vogliamo che dia priorità allo studio, perciò iscriverlo in un istituto in cui vigono l’ordine e la disciplina ci sembra la soluzione migliore”.


Scrutò severamente il volto di Casey, ma lui non reagì in alcun modo.


“E soprattutto”, intervenne Brad, “intendiamo tenerlo lontano da chiunque possa esercitare una cattiva influenza su di lui.” Il suo sguardo, invece, si spostò su Satèle, che al contrario del fratello manifestò il proprio risentimento mostrandogli una linguaccia con tanto di chewing gum attaccato. Ciò indignò sia la segretaria che la vicepreside.


“Signorina”, la richiamò quest’ultima, “è vietato masticare la gomma qui dentro!”


Satèle si protese verso di lei e formò un grosso palloncino con il chewing gum, facendolo scoppiare rumorosamente prima di attaccarlo all’ultimo fazzoletto rimasto sulla cattedra.


I genitori arrossirono di vergogna.


Ecco a cosa si riferivano quando dicevano che Satèle aveva una cattiva influenza su Casey. In un primo momento, infatti, Hannah e Brad avevano pensato di iscrivere lei in collegio per farle conoscere un po' di regole, ma poi avevano cambiato idea perché certi che la figlia, per dispetto, si sarebbe cacciata nei guai fino a farsi espellere. Inoltre, al contrario del fratello, non si poteva certamente definire una brava studentessa.


Dei due era lei quella ribelle, quella che faceva di testa propria sempre e comunque, quella dal carattere più duro. O almeno così faceva credere, perché, nonostante tutto, Satèle non era una ragazzina cattiva. Casey, che la conosceva davvero, poteva confermare che il suo comportamento non era altro che il riflesso della mancanza d’affetto da parte dei genitori, sempre critici e freddi.


Hannah si alzò in piedi e si parò davanti alla figlia per giustificarla. “Perdonatela, è solo un po' nervosa. Stanotte non ha riposato bene.”


“Non è vero”, obiettò Satèle, solo per farla innervosire.


Casey si voltò verso di lei e le fece il gesto del silenzio, altrimenti la situazione si sarebbe messa male.


“Sei sfacciata, ragazzina”, le rinfacciò la segretaria.


“Vuole vedere quanto?”, la provocò Satèle, ma venne subito fermata da suo padre, che le mollò uno scappellotto dietro la nuca.


“Satheene, smettila!”, le sibilò a denti stretti, chiamandola con il suo nome di battesimo come faceva solo quando era arrabbiato.


Nessuno, infatti, la chiamava più così. Fin da piccolissima, i suoi nonni materni, che vivevano in Italia, erano soliti rivolgersi a lei chiamandola “Satèle” (così come viene scritto), perché non sapevano imitare la pronuncia corretta del suo nome, “Satèn”. A Satèle piacque quella storpiatura e cominciò a farsi chiamare così da tutti.


La vicepreside riprese parola.


“Veniamo al sodo, signori”, disse. “Se siete convinti della vostra scelta” – e alluse alla maleducazione di Satèle, – “possiamo anche iniziare a discutere sulle tasse, che varieranno a seconda che voi decidiate di far tornare a casa il ragazzo solo durante le feste oppure anche durante i fine settimana.”


“Preferiamo che ritorni a casa per i fine settimana”, rispose Hannah, non perché voleva che Casey trascorresse del tempo in famiglia, ma solo per affrontare meno spese.


“Bene”, convenne la vicepreside, “adesso la mia collega vi guiderà per farvi compilare il modulo d’iscrizione, dopodiché dovrete recarvi nella stanza in fondo al corridoio dove c’è la sarta, che prenderà a Casey le misure per l’uniforme.”


Squadrò il ragazzino da capo a piedi come se fosse quasi disgustata dal suo abbigliamento. Indossava una t-shirt dei Nirvana, dei jeans neri tenuti su da una cintura borchiata e delle Converse dello stesso colore. Un look piuttosto da “duro”, insomma, in contrasto con il suo temperamento tranquillo e il suo visino dolce.


“Spero sappiate che non gli permetteremo mica di andare in giro vestito di nero”, aggiunse.


“Ci perdoni, abbiamo detto mille volte sia a lui che a sua sorella di non conciarsi così, ma non ci ascoltano” rispose Brad.


Casey alzò gli occhi in segno di fastidio. Avrebbe voluto dirgli che si sbagliava, perché le uniche persone che non ascoltavano mai ce le aveva proprio lì accanto a sé, ma si astenne.


Intanto, i suoi genitori avevano finito di firmare i moduli.


Hannah aveva poi detto al marito di aspettare fuori con le ragazze mentre lei e Casey erano dalla sarta.


“Quante cazzate!”, sbuffò Satèle prima di uscire, e il padre la trascinò in corridoio prima che fossero la segretaria e la vicepreside a cacciarla.


Non appena furono soli, le tirò uno schiaffo.


“Ben ti sta”, fu il commento di Coco, che come sempre appoggiava i genitori.


A quel punto Satèle disse che aveva fame e che sarebbe andata a cercare un distributore di merendine.


Quando cominciò ad allontanarsi, suo padre e sua sorella la videro semplicemente come la ribelle di sempre che provava a svignarsela per non assumersi le conseguenze delle proprie azioni, quando, in realtà, non era che una ragazzina insicura e spaventata dalla lontananza dal proprio fratello, l’unica persona che amava e dalla quale si sentiva amata.


 


 




“Perché tremi, hai paura?”


“Sei proprio un codardo.”


“Un piccolo essere inutile.”


“So io come farti diventare forte.”


“Vieni qui, non ti faccio niente.”


Poi le luci si abbassavano e quel niente diventava follia.


Markus Lancaster si svegliò di soprassalto e col respiro corto, che solo il suo inalatore riusciva a regolarizzare.


Non ricordava di essere andato a letto, né tantomeno che fosse sera. Non indossava il pigiama e oltre la finestra della sua stanza si vedevano i muri delle palazzine circostanti illuminati dal sole.


Si accorse del libro che stava leggendo aperto sul petto e riuscì a ricostruire l’ordine degli eventi: sua madre e la sua sorellina Lily erano andate in bagno a prepararsi per il mare e lui, che non era assolutamente intenzionato ad andare con loro, aveva pensato di trascorre il tempo leggendo disteso sul letto. Sicuramente doveva essersi addormentato nel frattempo, reduce da una settimana di notti insonni. Ci era abituato.


Recuperò il segnalibro e riprese a leggere dal punto in cui si era interrotto, poi sua madre bussò alla porta e lui la lasciò entrare.


“Sicuro di non voler venire con noi?”, gli chiese.


“Sicurissimo”, rispose Markus.


“Dài, tesoro, stai sempre chiuso in casa! Un po' di mare ti farebbe bene”, provò a convincerlo lei.


“Odio il mare”, disse Markus perentorio.


“Puoi anche solo prendere il sole.”


“Odio il sole.”


“Non vuoi nemmeno aiutare Lily a fare i castelli di sabbia?”


“Odio la sabbia.”


“Magari potresti conoscere qualche tuo coetaneo.”


“Odio i miei coetanei. Sono stupidi.”


Emily Lancaster si mise una mano sulla fronte e sospirò: “Non c’è modo di convincerti, vero?”


“Esatto”, affermò Markus.


Allora sua madre e sua sorella lo salutarono, promettendogli che non sarebbero tornate tardi e che sarebbero corse subito da lui se ci fosse stato qualche problema.


“Divertitevi”, le raccomandò Markus, e dopo che se ne furono andate ritornò al suo libro, sperando che quella storia riuscisse in qualche modo a distrarlo dalla storia che ogni notte viveva nei propri incubi.


Quattro anni non erano bastati per dimenticare.


 


 




Gli amici di suo fratello erano tutti radunati intorno a lei e le cantavano Tanti Auguri a Te.


Angel Hassler soffiò sulle dodici candeline che ricoprivano la superficie della torta e tutti, inclusi gli sconosciuti seduti ai tavolini del bar che dava sulla spiaggia, le dedicarono un fragoroso appaluso.


“Auguri, sorellina”, le disse Shane, suo fratello maggiore, stampandole un bacino sulla fronte.


“Buon compleanno, tesoro”, le disse suo padre, facendo lo stesso. Poi prese la macchina fotografica e disse ai ragazzi di mettersi in posa accanto a Angel.


Dopo aver scattato diverse foto passò la macchina a Kyle, il migliore amico di Shane, e gli chiese di farne una a lui con i figli.


“Certo”, rispose il ragazzo e, ancora prima di riuscire a mettere a fuoco l’obiettivo, una voce femminile appartenente alla fidanzata del padre dei due ragazzi richiamò l’attenzione chiedendo se avesse potuto far parte della foto.


“Sicuro, amore, mettiti qui”, fece Michael, e questa risposta turbò un po' sua figlia, che nonostante tutto posò accanto a lei mostrando un (finto) sorriso smagliante.


Venne il momento del taglio della torta, e fu allora che Angel cercò di dileguarsi tirando dritta verso i bagni.


Lei non aveva amici della sua stessa età, perché le femmine la ritenevano troppo maschiaccio per stare con loro e allo stesso tempo i maschi la ritenevano troppo poco virile, ma gli amici di Shane – che avendo all’incirca una decina d’anni più di lei possedevano una maturità tale da non badare a certe frivolezze – le erano simpatici e la facevano sentire a proprio agio.


Avrebbe potuto essere un compleanno fantastico, se all’improvviso non fosse arrivata lei.  


“Piccola, dove stai andando?”, domandò suo padre.


“A lavarmi le mani”, mentì Angel. Peccato, era stata beccata.


Nessuno ci trovò nulla di strano in quella motivazione, eccetto Shane. Lui sì che riusciva sempre a capire quando c’era qualcosa che non andava, per questo la seguì e le mise una mano su una spalla, accarezzandogliela.


“Ehi, Angel, che succede?”


Angel non si voltò a guardarlo semplicemente perché non voleva farsi vedere da lui con le lacrime agli occhi, sapeva che l’avrebbe addolorato troppo.


Cercando di non singhiozzare e di mantenere un tono di voce calmo, rispose: “Voglio la mamma.”


 


 




Casey aveva appena finito di farsi prendere le misure per l’uniforme. Essendo esile, la sarta avrebbe avuto bisogno di poca stoffa per confezionargliela.


Insieme a sua madre stava ritornando da suo padre e le sue sorelle con una brutta notizia, almeno così era per lui e Satèle. Il solo pensiero che avrebbe ridotto il suo cuore in pezzi lo faceva rabbrividire.


Hannah sentì il cellulare vibrare nella borsa e lo tirò fuori per rispondere alla chiamata. Non appena vide che era di sua sorella, emise un sonoro sbuffo.


“Senti, Diana, non ho tempo da perdere. Sono con Casey a fare l’iscrizione per il collegio”, tagliò corto.


“Ma non è giusto, Hannah, ti prego!”, la implorò lei.


Anche se sua madre non stava usando il vivavoce, Casey riuscì a sentire sua zia che la supplicava. Sapeva, però, che ormai era impossibile persuadere sua madre.


“È mio figlio e so io cosa è giusto per lui!”, si alterò Hannah.


“Un giorno capirai l’errore che stai commettendo”, l’avvertì sua sorella.


“Non farmi ridere, Diana, che se proprio vogliamo parlare di errori, qui, sei tu l’esperta!”


E detto questo, Hannah le staccò il telefono in faccia.


Nel frattempo, l’attenzione di Casey era stata catturata da due persone che erano appena uscite dalla segreteria; un ragazzino della sua età e sua madre. Lei piangeva.


 


 




“Non mi perdonerò mai per quello che ti sto facendo”, diceva Jessie al figlio. “Ti prometto che, non appena si sistemerà tutto, ti tirerò fuori di qui.”


Johnnie allungò un braccio e le accarezzò una spalla, come per farle capire che sapeva che quella decisione era stata presa a malincuore.


“Grazie, piccolo. Ti voglio tanto bene”, rispose sua madre.


Johnnie allargò le braccia, poi la strinse forte a sé. Quello era a parer suo il modo migliore per dirle che anche lui le voleva un mondo di bene senza aver bisogno di parlare.


Aveva imparato che le parole, spesso, sono ingannevoli, mentre i gesti, quelli che provengono dal cuore, mai.


Vide avanzare verso di sé un’altra coppia formata da madre e figlio, ma dei due fu il ragazzo a colpirlo per un’unica, evidente ragione: era albino.


Aveva un viso tanto dolce quanto triste.


Poverino, pensò Johnnie. Sicuramente neanche lui doveva essere entusiasta di frequentare un collegio.


Non appena se lo ritrovò a pochi passi di distanza, gli sorrise e il ragazzo ricambiò, tuttavia non parve stare meglio.


 


 




“Eccoci qua”, avvisò Hannah, facendo voltare suo marito e Coco.


Satèle stava mangiando una barretta di cioccolato, ma appena incrociò lo sguardo di Casey e lesse il suo labiale, che mimava un doloroso “Mi dispiace”, la mise via e sentì il suo cuore spezzarsi.


Uscì la vicepreside, che chiese se il ragazzo avesse già preso le misure. Hannah rispose di sì e lei cinse le spalle a Casey e si schiarì la voce per annunciare solennemente: “Casey Johns, sei ufficialmente un alunno del collegio Hamilton. Ci si vede a settembre.”

   
 
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