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Autore: ChrisAndreini    12/08/2021    1 recensioni
Una figlia di papà rigida e viziata
Un insicuro amante dei film d'autore
Una ragazza abile a non farsi notare
Un caotico fervido sostenitore di diritti LGBT+
Una entusiasta e goffa artista
Un musicista appena arrivato in città
Un laboratorio al quale sono costretti a fare gruppo nonostante le marcate differenze
E una tempesta inaspettata che li colpisce donando loro mistici poteri
Il caos è inevitabile, così come i sentimenti
Genere: Fantasy, Romantico, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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Invito a cena con delitto

 

Carrie era non poco irritata al momento, dato che erano più di venti ore che scriveva al suo ragazzo e non aveva ancora ricevuto risposta. Anzi, i suoi messaggi non gli erano neanche arrivati, quindi iniziava a credere che l’avesse bloccata, e Carrie non era tipa da accettare che un ragazzo la bloccasse su whatsapp. Aveva provato a chiamarlo, a inviargli messaggi normali, a scrivergli su Instagram, Facebook, e per e-mail, ma niente, nessuna risposta.

E questo significava una sola cosa: morte!

Non letterale… forse… ma di certo Carrie non ci sarebbe andata giù leggera.

Come osava quel tipo lasciarla sulle spine in quel modo?!

Quella mattina, prima dello scadere delle ventiquattrore che avrebbero sancito la fine metaforica e forse letterale del giovane, Carrie si avviò al DAMS per controllare in prima persona la situazione.

E sorprendentemente, non dovette cercare molto segni del ragazzo, perché lo trovò all’ingresso, che parlava con Catherine.

Sì, Carrie doveva necessariamente elaborare un tremendo piano di vendetta.

Si nascose tra i cespugli e si avvicinò discretamente, per osservarli meglio e capire cosa si stessero dicendo. Non si aspettava un tale tradimento da parte della sua migliore amica. Come osava parlare con il suo ragazzo. E stava anche sorridendo appena!! Inaccettabile! L’avrebbe fatta espellere dall’università seduta stante. E avrebbe trovato un modo per ucciderla socialmente… non che avesse una vita sociale da uccidere… un momento, cosa poteva usare Carrie contro di lei? Non conosceva nessun dettaglio della sua vita, tranne che Kenneth era suo cugino. Non sapeva neanche dove abitava, né chi fossero i suoi genitori.

Mmmm, doveva informarsi.

Ma prima doveva vendicarsi di Noah. Gli avrebbe giocato un tiro molto mancino. Magari utilizzando i suoi nuovi e straordinari poteri!

-Ma è l’ultimo modello! Non posso accettare un telefono tanto costoso- si stava lamentando proprio Noah, cercando di restituire una piccola scatola che Catherine gli aveva appena porto.

…telefono? Catherine gli aveva comprato un telefono?! Come osava fare un regalo così intimo! E poi perché proprio un telefono? AH! OVVIO! Voleva cambiare numero per ignorare Carrie! 

Si sarebbe vendicata con grande crudeltà!

-È il minimo che io possa fare! È colpa mia se lo hai rotto!- obiettò Catherine, con voce più forte di quanto Carrie fosse abituata a sentire. E con anche più parole di quanto fosse abituata a sentire.

…telefono rotto?

La rabbia di Carrie iniziò a scemare, e si mise più in ascolto, cercando di capire esattamente cosa stesse succedendo tra i due.

-Ma sono stato io a lanciarlo. Si sarebbe rotto comunque- ribatté Noah, continuando a cercare di restituire il regalo.

-Ti prego, accettalo e basta e non ne parliamo più!- Catherine glielo spinse contro, rossa come un pomodoro, e allontanandosi poi il più possibile per evitare che glielo porgesse nuovamente.

Carrie decise di intervenire, per indagare un po’ meglio.

-Noah!- lo chiamò, con gioia, avvicinandosi al ragazzo e mettendogli affettuosamente una mano intorno alle spalle.

Noah si irrigidì, ma Carrie non ci fece troppo caso. Probabilmente era solo sorpreso dal suo imminente arrivo, era riuscita a sorprenderlo.

-Carrie… hey- la salutò lui, con voce tremante, e un tirato sorriso.

-Ciao Carrie- Catherine agitò la mano, diventando di colpo completamente impassibile.

-Vedo che la mia migliore amica e il mio ragazzo sono in rapporti amichevoli, di cosa parlavate?- chiese Carrie, indagando meglio su quello scambio e lanciando un’occhiata alla scatola del telefono nuovo.

Era l’ultimo modello di samsung, con un costo considerevole, ma comunque niente di che. Carrie, se avesse dovuto regalare un cellulare a Noah, gli avrebbe decisamente comprato un iPhone.

Lei non era una tirchia come Catherine.

Non si poteva neanche considerare un bel regalo, il suo.

-Il tuo ragazzo?! Cosa…?- cominciò ad obiettare Noah, ma Catherine gli salvò la vita interrompendolo.

-Non direi proprio rapporti amichevoli, siamo solo compagni di laboratorio. Ieri c’è stato un incidente e il suo telefono si è rotto, così gliene ho comprato uno nuovo perché era colpa mia. Tutto qui- spiegò la situazione, in tono impassibile, e guardando Carrie dritta negli occhi per mostrare la propria sincerità.

…forse poteva anche non indagare su di lei per rovinarle la vita. Alla fine si riconfermava la sua migliore amica.

Carrie sorrise, soddisfatta.

Noah era pallido come un fantasma.

-Quindi è per questo che non mi rispondi da ventidue ore e quattordici minuti- osservò Carrie, guardando Noah con attenzione per controllare se confermasse la versione di Catherine.

Lui annuì.

-Sì, purtroppo non ho imparato il tuo numero a memoria, e non ho avuto tempo di collegarmi al computer, quindi non ho potuto avvisarti, mi dispiace- ammise, abbassando la testa.

Okay, la sua vendetta poteva aspettare.

-Meglio scrivertelo su un foglio di carta allora, così se dovesse succedere un altro imprevisto, sarò io stessa a comprarti un nuovo telefono, ahahah. Magari un iPhone!- si propose, stringendogli con più forza il braccio.

-Oh, no, non preoccupartene. Poi non mi piacciono gli iPhone, non riesco ad usarli- Noah provò a mettere le distanze, infastidendo non poco Carrie, che non lo lasciò andare, e guardò Catherine come se fosse colpa sua.

La ragazza non li stava neanche guardando, ed era al proprio cellulare.

-Neanche io sono grande fan della apple- borbottò, dando le spalle ai due -Ciao Carrie- salutò solo l’amica, e senza attendere risposta entrò nell’edificio.

-Noah, mi stai evitando?- chiese Carrie, facendo due enormi occhi da cucciolo e tornando a guardare il ragazzo, stringendogli il braccio più forte.

Il ragazzo le sorrise.

-No, certo che no. Solo…- quel “solo” non le piacque per niente -Sai, Carrie… sono molto impegnato con le lezioni. Devo provare a laurearmi il prima possibile. E so che sono al primo anno, ma sono comunque in ritardo dato che ho preso un anno sabbatico, e non posso stare troppo al telefono o uscire, o avere troppi amici…- Carrie aveva sentito scuse tutta la sua vita, ma mai qualcuno le aveva detto scuse tanto inverosimili e assurde. Però poteva lavorarci.

-Lo capisco bene, in effetti gli amici prendono tanto tempo. Ma un po’ di attenzione alla tua ragazza la puoi dedicare, no?- se non voleva avere amici, a Carrie andava anche meglio. Sarebbe stato tutto suo!

Noah impallidì, e cercò di liberare il braccio dalla sua presa.

-Carrie… tu mi piaci un sacco…- era chiaramente la premessa per un “ma”. Carrie lo interruppe.

-Anche tu mi piaci un sacco, Noah. Che ne dici se andiamo a pranzo fuori dopo le lezioni?- propose, in tono civettuolo.

Era uno che si arrendeva alle cose, quindi sicuramente non avrebbe insisti…

-Non posso, oggi, mi dispiace- rifiutò, liberandosi definitivamente il braccio -Ho già un impegno. Mi vedo con Kenneth e Adam- spiegò, contraddicendo ciò che aveva detto poco prima.

-Pensavo non volessi farti degli amici e concentrarti sull’università- gli fece notare lei, mettendolo maggiormente in difficoltà.

-Infatti, sono compagni del laboratorio di filmmaking. Dobbiamo parlare del cortometraggio!- però lui si recuperò subito.

-Okay…- Carrie finse di crederci e cedere, ma tornò immediatamente all’attacco -…allora a cena?- 

-Carrie…- Noah sospirò, e si guardò intorno come ad accertarsi che ci fossero altre persone. Purtroppo per Carrie, che non amava fare scenate, l’ingresso dell’università era gremito, e c’era anche qualcuno che osservava il confronto tra i due.

-…io penso che… potremmo… essere una buona coppia…- Noah provò di nuovo a fare il discorso™, che Carrie avrebbe evitato a qualsiasi costo.

-Ma lo siamo!- annunciò infatti, gioiosa, e sperando che cedesse. Era un tipo arrendevole, era palese che lo fosse. Doveva cedere dal provare a mollarla. E sembrava davvero in procinto di cedere.

-No, non lo siamo!- …appunto, sembrava.

Carrie doveva sfoggiare le armi pesanti. Portò una mano alla bocca, e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Ahhh, benedetto il giorno in cui aveva imparato a piangere a comando. Non se lo ricordava perché aveva imparato quando era ancora molto molto piccola, ma benedetto quel giorno, davvero!

Gli occhi di Noah, infatti, si riempirono di panico, e questa volta si guardò intorno nella speranza che non fossero in troppi ad osservare la scena. Carrie era riuscita a portare la situazione a suo vantaggio, come faceva sempre.

-Ho fatto qualcosa di male? Ho qualche mancanza. Non ti chiamo abbastanza spesso?- chiese, fingendo di tentare di non singhiozzare, ma singhiozzando parecchio.

-No, no! Mi chiami abbastanza, anche troppo. Insomma, come ti dicevo, mi piacerebbe stare con te…- non stava affatto dicendo quello, ma Carrie era felice di essere alla fine riuscita a manipolarlo a suo piacimento.

-E allora possiamo stare insieme, nulla ci ferma- lo incoraggiò, tornando sorridente.

-Sì… infatti, ma…- ma? Ancora ma? Noah era più tosto di quanto Carrie pensasse. Non sapeva se irritarsi o essere affascinata. Una sfida, dopotutto, è molto più divertente di avere il ragazzo che voleva immediatamente. Alla fine l’importante era averlo, e lo avrebbe avuto, in ogni caso.

Carrie lo fece continuare, chiedendosi con una certa curiosità che sciocchezza si sarebbe inventato questa volta.

-…ma io sono all’antica. Non mi piace buttarmi in una relazione, così, su due piedi. Preferisco farla procedere lentamente, uscire, corteggiarti, per mesi… o anche solo settimane, insomma, preferisco prenderla lentamente… è una cosa di famiglia…- la conclusione della frase di Noah era più interessante di quanto Carrie avrebbe pensato.

-Corteggiarmi?- chiese la ragazza, intrigata all’idea.

-Sì! Lentamente… ma non troppo lentamente… insomma… magari non stasera a cena, ma… vorrei fare io i primi passi! Sì! Essere io ad invitarti… portare fiori! Magari sentirci anche meno per rendere la relazione più speciale…- continuò ad illustrare il suo pensiero.

A Carrie sembrava una cavolata abissale… ma allo stesso tempo l’idea di un amore d’altri tempi non la dispiaceva affatto.

Sembrava piuttosto romantico, come le commedie che adorava guardare. Molto diverso da Gorgeous, dove in ogni episodio succedeva di tutto, e che per essere una serie di centinaia di episodi, andava davvero troppo veloce.

Era più simile a… Pretty, un’altra soap opera che adorava, dove tutto accadeva estremamente lentamente, ma i risultati erano sempre molto più soddisfacenti, proprio perché dopo venti episodi di preparazione, si raggiungeva l’agognato bacio, o l’appuntamento, o il flirt.

Era molto meno famosa rispetto a Gorgeous, ed era stata cancellata dopo appena sette stagioni (contate che Gorgeous ne ha più di trenta), ma Carrie riusciva ad apprezzare un amore lento e soddisfacente.

Decise di concedere a Noah il beneficio del dubbio. Non solo poteva essere un’interessante novità, ma poi Noah era troppo carino, le sarebbe dispiaciuto liberarsi di lui così in fretta.

-Che tenero che sei…- commentò, squadrandolo con interesse crescente.

Noah sembrò davvero sorpreso dal suo commento. Accennò un sorrisino.

-Davvero? Non ti sembra… strano? Noioso… o altro?- chiese, come se volesse incoraggiarla a non perdere tempo con lui e i suoi modi lenti.

Carrie decise di ignorare i segnali palesi e dargli un’occasione.

-No, anzi, lo trovo estremamente romantico! Sono pronta ad essere corteggiata. Però non lasciarmi troppo sulle spine, okay?- Carrie ridacchiò, esaltata all’idea.

Noah sembrò spaventato e rassicurato al tempo stesso… strana accoppiata contraddittoria, ma le persone sono contraddizioni, molto spesso, e in quel momento lui ne era una vivente.

Alla fine il sollievo vinse sulla paura, e sorrise, prendendo poi la mano di Carrie e dandole un fugace bacio sul dorso.

Proprio un gentiluomo di altri tempi. Che carino!

-Aspettati un appuntamento per questo weekend!- le promise, prima di lasciarla e allontanarsi -Ora però scusami, ma devo proprio andare a lezione- si congedò, guardando l’orologio, e salutandola prima di correre verso l’edificio.

Carrie ricambiò il saluto, soddisfatta. Sabato sarebbe stato presto, dopotutto, quindi non serviva insistere maggiormente.

Ma allo stesso tempo, non riuscì a non pensare a Catherine, Adam, Kenneth e in generale al laboratorio di filmmaking che sembrava stare molto a cuore a Noah.

Potevano essere un problema, e allo stesso tempo un’ottimo modo per tenere d’occhio il ragazzo.

Ma come ottenere informazioni sul laboratorio di filmmaking? Catherine era silenziosa, e non era ancora fuori dai sospetti di tradimento. Kenneth era il cugino di Catherine, quindi Carrie non poteva fidarsi di lui. Adam era il suo cagnolino fedele. lui e Carrie non si erano mai parlati.

Poi… chi altri c’era nel gruppo di Noah? Noah gliel’aveva detto una volta, ma non ricordava proprio gli ultimi due nomi. 

Una chioma bionda che si dirigeva elegantemente all’interno dell’edificio, senza neanche salutarla, le fece venire un colpo di genio.

Queenie!

Queenie era perfetta per lo scopo.

Carrie prese il telefono e fece uno dei numeri più usati, dopo quello di suo zio magistrato.

-Carrie, sono a lezione, cosa ti serve?- chiese la voce preoccupata di suo fratello, dopo due squilli, dall’altro lato della cornetta.

-Stasera hai una cena con Queenie, giusto?- chiese, sperando di ricordare bene. Era troppo egocentrica per pensare agli impegni degli altri.

-Sì, a casa mia, perché? Hai bisogno di me per qualcosa? Devo disdire?- chiese lui, quasi speranzoso.

-No! Assolutamente no! Ma mi unisco a voi!- si autoinvitò lei, con un ghigno soddisfatto.

-Cosa?! Ma…- provò ad obiettare Jack, preoccupato, ma lei gli chiuse il telefono in faccia.

Quella serata le avrebbe dato parecchie risposte sul fantomatico laboratorio di filmmaking.

 

Jack detestava caldamente quando Queenie e Carrie si riunivano per qualsiasi motivo.

Soprattutto se tale motivo era una cena, a casa sua, dalla quale lui non poteva scappare.

Ancora di più quando quella cena teoricamente sarebbe dovuta essere quella in cui voleva finalmente lasciare Queenie, ma sebbene lui fosse un pessimo ragazzo, non era ancora così pessimo da lasciarla quando Carrie era a cena con loro. Sapeva che poi Carrie non avrebbe perso tempo a gettare sale sulla ferita.

Jack era suo fratello, ma quella ragazza lo inquietava. 

E ovviamente, la cena stava andando non male… peggio che male. Proprio uno schifo.

-Non so cosa ti aspetti di ottenere da me, ma non ho intenzione di rivelare nulla circa il progetto del laboratorio di filmmaking- stava ripetendo Queenie, come un disco rotto, da qualche ora, ogni volta che Carrie provava ad indagare al riguardo.

La ragazza di Jack era rigida come un blocco di ghiaccio, e teneva le mani strette a pugno l’una sull’altra come se si stesse trattenendo dal prendere a pugni la sua interlocutrice.

Nonostante fosse solo l’inizio di Ottobre, tirava già un’aria gelida, ed era molto strano a New Malfair, dove il clima era piuttosto mite, e le mezze stagioni esistevano ancora.

Si vede che questa storia è inventata.

E non per i poteri.

Ma meglio non tergiversare. 

Jack mangiava il dessert con estrema concentrazione, cercando di metterci più tempo possibile ma contemporaneamente tenendo la bocca costantemente impegnata in modo da non essere costretto ad intervenire.

Odiava intervenire tra Carrie e Queenie. Erano un’accoppiata disastrosa.

-Ma dai, non è mica un progetto segreto! Non vuoi vantarti un po’ dei vostri successi con la tua sorellina preferita?- Carrie aveva il suo tono più zuccheroso, anche se la sua facciata adorabile stava scemando mano a mano che Queenie continuava a rifiutarsi di aiutarla.

Effettivamente, conoscendo Queenie, doveva essere esaltata all’idea di condividere i propri successi, in qualsiasi cosa. Quindi Jack era da un pezzo arrivato alla conclusione che probabilmente non c’era alcun successo da condividere, e il laboratorio di filmmaking non le stava dando alcuna soddisfazione personale.

Ma non era abbastanza masochista da provare a dirlo ad alta voce, dato che Carrie avrebbe cavalcato l’onda dell’insuccesso della cognata, e Queenie gli avrebbe lanciato un’occhiata di ghiaccio. Se avesse parlato, insomma, avrebbe solo peggiorato le cose.

-Non capisco perché debba interessare una studentessa di giurisprudenza- Queenie continuò a chiudersi a riccio.

-Anche le persone che fanno università davvero utili a volte si divertono ad ascoltare storie di università inferiori- ridacchiò Carrie, facendo irrigidire Queenie.

Jack mise tutto il dessert rimanente in bocca e cercò di mangiarlo più in fretta possibile, per avere la scusa di portare i piatti in cucina ed evitare la bomba che di lì a poco sarebbe esplosa.

Queenie diventava estremamente permalosa quando si sentiva demolita per la facoltà che aveva scelto. E Jack sapeva benissimo che con le sue capacità sarebbe stata in grado di fare qualsiasi università. Si potevano dire molte cose negative su di lei… MOLTE cose negative, ma era determinata, e intelligente. Se faceva il DAMS non era perché era la sua seconda opzione, ma perché il suo sogno era di entrare nel mondo del teatro professionale, del cinema, dell’intrattenimento generale, e si impegnava al massimo delle sue possibilità per raggiungerlo.

Certo, la sua strada era abbastanza spianata, con i genitori che possedevano il teatro più importante della città, e suo fratello che lavorava a Broadway da qualche anno, ma ciò non significava che non dava il massimo per perseguire i suoi obiettivi.

-Non ho nulla di interessante da raccontare a chi fa un’università “davvero utile”- stranamente, questa volta Queenie non si mise immediatamente sulla difensiva, ma cavalcò l’onda del non velato insulto, per evitare nuovamente di dare informazioni alla ragazza.

-Oh, quindi ammetti che la mia università è superiore alla tua- Carrie era così sorpresa dall’essere riuscita a far ammettere a Queenie di essere inferiore, che per un attimo lasciò perdere il laboratorio di filmmaking.

L’atmosfera si fece così gelida che Jack era convinto che gli sarebbe venuto un raffreddore.

O forse era solo il gelato che gli stava congelando il cervello per quanto in fretta lo stava mangiando.

-Socialmente la tua università sarà maggiormente considerata, ma l’utilità di un’università è relativa all’uso che ne fai, e dubito che una ragazza come te, abituata a far affidamento solo sugli altri per ogni tuo capriccio riuscirà mai a meritare qualsiasi laurea prenderà, in qualsiasi università. E quando i contatti finiranno, e sarai sola al mondo, io sarò a Broadway, o a Hollywood, o ancora qui, forse, ma almeno la mia inutile università mi avrà dato i mezzi per raggiungere il mio obiettivo. E ho intenzione di far fruttare la mia inutile università molto meglio di quanto farai tu con la tua utile. Quindi… la tua università sarà anche migliore della mia, ma io sono migliore di te- Queenie non si fece intimorire, e Jack interruppe la sua abbuffata per lanciarle un’occhiata piuttosto ammirata. Era parecchio che non era più innamorato di lei (sempre se lo fosse mai stato effettivamente), ma in momenti come quello si ricordava cosa lo avesse spinto a mettercisi insieme. Adorava il suo modo di usare le parole, la sua intelligenza, e la sua enorme sicurezza in sé stessa. Era piuttosto ammirevole.

Ma Jack doveva scappare.

Perché se Queenie non era esplosa, e aveva detto quelle cose, significava solo che da un momento all’altro…

-COME OSI?!- gridò Carrie, alzandosi e sbattendo i pugni contro il tavolo.

…troppo tardi.

-Come oso cosa? Dire la verità?- la provocò Queenie, con un sorrisino vittorioso. Aveva appena vinto la gara a chi sarebbe rimasto calmo più tempo.

Jack avrebbe preferito che vincessero entrambe.

Ora si ritrovava nel mezzo di un campo minato, e dubitava che stare fermo e zitto come una statua l’avrebbe aiutato ad evitare di esplodere.

-COME OSI INSINUARE CHE IO SIA MENO DI TE?! SENTI CHI PARLA, POI! SEI PIÙ RACCOMANDATA TU DI QUANTO IO SARÒ MAI!- Carrie iniziò ad urlare al massimo delle sue forze. Cosa che sarebbe stata quasi accettabile nella loro casa in periferia, ma non lo era minimamente nel suo minuscolo appartamento con i muri di carta. Se continuava così rischiava che qualche vicino chiamasse la polizia.

-Carrie… i vicini…- provò a richiamarla. La sua voce piccola come il pigolio di un pulcino.

E si pentì di averla tirata fuori, perché la sorella gli lanciò uno sguardo molto assassino.

-SEI DALLA SUA PARTE?! GUARDA CHE HA INSULTATO ANCHE TE! PENSA SIAMO DUE RACCOMANDATI!- Carrie iniziò a sfogare la propria rabbia anche su di lui. Jack alzò le mani.

-Non sono dalla sua parte!- si affrettò a tirarsi fuori, anche se era obiettivamente vero che loro due fossero raccomandati. Padre preside, patrigno sindaco, madre assistente del sindaco e zio magistrato… avevano parecchi contatti, che Carrie utilizzava più e più volte.

-Già, quando mai sei dalla parte della tua ragazza…- lo accusò Queenie, lanciandogli a sua volta un’occhiata gelida che gli provocò un vero brivido lungo la spina dorsale.

-No, non sono neanche dalla parte di Carrie!- provò a tirarsi nuovamente fuori, del tutto. Ma entrambe le ragazze lo guardavano storto.

-DA CHE PARTE STAI?!- Carrie gli puntò il dito contro. Queenie lo guardò con cipiglio severo.

Jack voleva seppellirsi.

-Da nessuna parte, risolvetevela voi!- si alzò, e nel momento stesso in cui lo fece, la sedia che fino a pochi secondi prima lo stava sorreggendo si ruppe. Fosse stato pochi istanti più lento si sarebbe fatto non poco male.

Guardò con confusione e una certa paura la sedia, le cui gambe si erano staccate contemporaneamente senza alcuna spiegazione logica.

-SEI UN TRADITORE DEL TUO STESSO SANGUE!- lo accusò Carrie, furiosa, prendendo i piatti ammassati sul tavolo e sbattendoli a terra. I cocci volarono da tutte le parti, e non colpirono Carrie per puro miracolo. La ragazza poi si fiondò nella camera degli ospiti, senza dare tempo a nessuno dei due di commentare oltre.

-Queenie, stai bene?- Jack decise di non pensare a lei, e si affrettò a controllare le condizioni della ragazza, che si era alzata a sua volta e si era allontanata dai piatti rotti.

Sebbene fosse molto più lontana di Carrie dal punto di impatto, era stata meno fortunata di lei, e parecchi cocci appuntiti le avevano colpito le gambe e alcuni punti delle braccia che aveva portato davanti al viso.

Una scheggia molto piccola si era infilata nella sua guancia, che iniziava a sanguinare.

Jack si sentì parecchio in colpa per come sua sorella reagiva a quel tipo di provocazioni, e corse verso il mobile dove teneva i medicinali, tra cui disinfettante e cerotti.

-Non te ne preoccupare- lo dissuase Queenie, scuotendo la testa, e prendendo un fazzoletto per pulire il sangue sul volto.

-Cosa? Ma sei ferita! Ti disinfetto e…- provò ad insistere, ma la ragazza lo spinse via con una certa violenza, e prese la borsa e il cappotto pesante che aveva portato nonostante non facesse così freddo fuori.

-Non voglio il tuo aiuto in queste cose! Non ci sei quando conta, quindi perché dovrei fidarmi di te per le sciocchezze!- la sua voce rimase bassa, ma era molto più di impatto di quella di Carrie.

-Io…- Jack provò a giustificarsi, ma Queenie scosse la testa.

-Non ho bisogno delle tue stupide scuse! La prossima volta che inviti anche Carrie alle nostre cene, assicurati di dirmelo prima, così troverò una scusa per non esserci!- si infilò il cappotto, e raggiunse in fretta la porta.

-Aspetta, Queenie…!- Jack provò a fermarla, ma era congelato sul posto. Non sapeva minimamente cosa fare, ed era chiaro che Queenie non voleva averlo vicino al momento.

Però… era quasi mezzanotte, ed era rischioso camminare o aspettare un taxi a quell’ora in quella zona della città.

Jack avrebbe dovuto quantomeno accompagnarla.

Ma non aveva proprio voglia di seguirla, litigare, e poi rendersi conto che aveva sbagliato a preoccuparsi per lei perché aveva sempre, costantemente tutto sotto controllo.

Era davvero impossibile essere il fidanzato di Queenie Neige.

Ed era ancora più difficile smettere di essere il fidanzato di Queenie Neige.

Sospirò, e decise di uscire sul balcone, per fumare di nascosto una sigaretta, e magari guardare la ragazza da lontano per assicurarsi che stesse bene e intervenire se necessario.

Dopotutto il suo balcone dava sulla strada, e c’era una buona visuale.

Queenie era troppo intelligente per camminare a quest’ora, quindi sicuramente avrebbe chiamato un taxi e avrebbe aspettato lì, dove sarebbe stato facile chiedere aiuto nel caso si fosse trovata in difficoltà.

E Jack doveva quantomeno assicurarsi che prendesse il taxi, prima di chiudersi in camera e provare a dormire e dimenticare la pessima serata.

Avrebbe pulito tutto il giorno successivo.

Una volta fuori dal balcone, dopo aver acceso una sigaretta, vide distintamente la sua ragazza che camminava a passo svelto verso lungo il cortile, verso la strada. Sembrava più agitata di quanto avesse dato a vedere in casa, e dove passava sembrava… sembrava che lasciasse qualcosa di… bianco? Ghiacciato? Cosa?

-Tutto bene, vicino? Ho sentito urlare- una voce alla sua sinistra per poco non lo fece cadere di sotto, e si affrettò a nascondere la sigaretta dietro la schiena, agitato all’idea di essere beccato.

Non era un gran fumatore, ma quando era troppo stressato indugiava in un tiro o due. Era solo per lo stress. E non lo doveva sapere nessuno.

-Woah, attento! Scusa, avrei dovuto sapere che eri così agitato da rischiare di cadere di sotto- dal balcone accanto comparve la testa di Ava, la vicina di casa, che Jack aveva visto alcune volte di sfuggita. Era in pigiama, e aveva una sigaretta a sua volta tra le mani. Evidentemente quello era il balcone di camera sua, e si stava fumando l’ultima sigaretta prima di andare a dormire.

-No, tranquilla… mi hai solo preso alla sprovvista. Non mi aspettavo di vederti qui- Jack si affrettò a spegnere la propria sigaretta, e lanciò un’altra occhiata verso il cortile, alla ricerca di Queenie, che però era sparita.

Non si era avviata a piedi, vero?

-Tutto bene? Ci siamo un po’ preoccupati quando abbiamo sentito urlare- Ava insistette, guardandolo con attenzione, come se cercasse di leggere i suoi pensieri.

Poi guardò la strada vuota.

-Aspetti qualcuno?- chiese, attirando l’attenzione del ragazzo.

-No! Nessuno… spero. Scusa per le urla, mia sorella è molto enfatica quando discute, ma non è successo niente di ché- era successo molto di ché, ma niente di nuovo. Carrie era ingestibile.

-Capisco… lo supponevo. Insomma, conosco Carrie, e quando mia madre voleva chiamare la polizia le ho detto: “no, mamma, è solo Carrie”… al ché lei ha detto “Proprio per questo dobbiamo chiamare la polizia”…- Ava continuò la conversazione occasionale, e le preoccupazioni di Jack sembrarono scemare mentre inalava il fumo passivo e sentiva la calda e rilassata voce della giovane.

Non aveva tutti i torti.

-….poi io le ho ricordato che “ma visto che è Carrie anche se chiamiamo la polizia non le faranno niente, quindi rischiamo solo una denuncia. Meglio non immischiarsi”- continuò il racconto Ava, facendo ridacchiare il ragazzo tra sé. Aveva molto ragione su questa cosa -… senza offesa, eh, so che è tua sorella, ma è…- 

-… un incubo- borbottò Jack, sbuffando.

-Stavo per dire “privilegiata”, ma credo che “un incubo” renda meglio la mia idea. Sei più obiettivo di quanto pensassi- Ava gli sorrise.

Jack ricambiò.

-È stata una serata disastrosa- ammise, sospirando.

-Non ho molti consigli su come badare a sorelle indisciplinate perché le mia sono molto meno peggio della tua… e affatto privilegiate, quindi tutto ciò che posso offriti al momento è una sigaretta e una spalla su cui sfogarti- Ava gli passò la sigaretta che fino a quel momento era stata tra le sue dita e tra le sue labbra, e Jack fu parecchio tentato di prenderne un tiro o due. Sollevò istintivamente la mano nella sua direzione, ma la ritirò quasi immediatamente, e distolse lo sguardo da Ava. Sapeva che era solo una sigaretta, ma era come un bacio indiretto, e lui stava ancora con Queenie… Queenie… chissà se Queenie stava bene.

Ava ritirò l’offerta, un po’ delusa, ma non dandolo troppo a vedere.

-Scusa, ma davvero non posso- Jack tornò a guardare la strada, e si arrese ad uscire per andare a controllare.

-Sei proprio un bravo ragazzo- borbottò Ava, finendo la propria sigaretta e spegnendola su un posacenere.

Prima che Jack potesse ribattere, anche se non sapeva bene con cosa, un lampo di luce bianca, seguita da ciò che sembrò il rumore di un muro che crollava, proveniente da poco lontano fece sobbalzare sia lui e che Ava, che si sporsero dal balcone per cercare di capire cosa stesse succedendo.

Un brivido di freddo gelido li colse entrambi, e fu Ava ad accorgersi per prima che qualcosa proprio non andava.

-…sbaglio o… sta iniziando a nevicare?- chiese, confusa, indicando dei piccoli fiocchi di neve che iniziavano a cadere dal cielo notturno.

Quando parlò, una nuvoletta di condensa si formò dalla sua bocca.

Ma non aveva il minimo senso. Fino a poco prima c’erano più di venti gradi fuori, e all’improvviso, il gelo totale.

-Sarà meglio rientrare, prima di prendere freddo- suggerì Jack, estremamente confuso e spaventato. Ava annuì, e lo precedette all’interno.

Jack prese il telefono, e cercò di chiamare Queenie per assicurarsi che stesse bene, ma il telefono lo mandò in segreteria.

Queenie… dove si era cacciata?!

 

Queenie sentiva freddo, un freddo insopportabile.

Sapeva benissimo di non doversi aspettare più nulla da Jack. Sapeva benissimo che la voleva lasciare, che il loro rapporto era una copertura, e che non aveva abbastanza spina dorsale per prendere le parti di qualcuno, soprattutto se si trattava di andare contro sua sorella. Ma era stata lei a cominciare, era stata Carrie ad insistere, e assecondare i suoi capricci da bambina che alzava la voce, sbatteva i piedi, e si aspettava di ottenere tutto ciò che voleva, non l’avrebbe mai fatta crescere.

Queenie non sopportava più questa situazione.

E sentiva un freddo insopportabile mano a mano che si tratteneva dall’esplodere e urlare.

Grazie al cielo trattenere le sue emozioni stava funzionando alla grande per evitare ghiaccio e neve che NON poteva evocare! Ma ogni tanto sentiva come se non si sentisse più le mani per il freddo, e aveva seriamente paura di morire di ipotermia. Almeno le ferite che aveva sulle gambe e sulle braccia avevano smesso di sanguinare a causa del freddo, ma era un minuscolo lato positivo.

Perché era talmente tanto desiderosa di tornare a casa il prima possibile e farsi una doccia bollente, che non riusciva a pensare lucidamente, e prima che si rendesse conto esattamente di cosa stesse facendo, si ritrovò a camminare per le strade di uno dei quartieri che le piacevano meno a New Malfair, a mezzanotte, senza neanche aver chiamato un taxi.

Armeggiò nella borsa per trovare il telefono, ma neanche il tempo di prenderlo tra le mani ormai quasi bloccate dal freddo, che lo ritrovò completamente ghiacciato, bloccato e inutilizzabile.

Queenie si fermò, iniziando a farsi prendere dal panico, e sentendo ancora più freddo. Provò a scongelarlo, ma le sue mani erano diventate difficilissime da muovere, e aveva ormai perso la sensibilità.

Iniziò ad essere davvero tanto, troppo spaventata. Il suo cuore batteva furiosamente nel petto, ma invece di mandarle calore, sembrava solo raffreddarla sempre di più, sempre di più…

Non era tanto quello che era successo con Carrie, né il non agire di Jack, o le sue ferite.

Era tutto quello che stava succedendo dalla tempesta. I poteri, i litigi, con Kenneth, ma anche con Aria.

Soprattutto con Aria. E il ruolo nello spettacolo, nel laboratorio. Ultimamente Queenie si sentiva trascinata da una corrente che non riusciva a combattere, e più ci provava, più affondava nei suoi meandri.

Ma poteva ancora risalire, poteva ancora risalire.

Doveva solo respirare, provare a calmarsi, camminare fino ad un locale ancora aperto e chiedere di usare il loro telefono per chiamare un taxi.

Doveva solo respirare, sarebbe andato tutto bene.

-Wee, bella- sentì una voce chiamarla alle spalle, facendola irrigidire più di quanto già non fosse… anche se non credeva potesse essere possibile.

Provò a convincere le proprie gambe a correre via, a collaborare con lei, per una volta, ma era ghiacciata sul posto.

-Stammi lontano- provò a dire, con voce tremante. Riuscì comunque a risultare abbastanza minacciosa.

-Oh, perché così evasiva? Ti sei persa? Potremmo aiutarti- una seconda voce si unì alla prima, e Queenie riuscì a girarsi per vedere a chi apparteneva.

Erano due uomini di mezza età, ubriachi, e con due identici ghigni poco raccomandabili.

Queenie non riusciva a credere che una cosa del genere stesse succedendo proprio a lei.

Era praticamente il suo peggior incubo.

Beh, dopo… un’altra cosa. Ma in quel momento era il suo peggior incubo.

-Non ho bisogno di aiuto. Sto aspettando qualcuno- mentì, riuscendo a fare un passo indietro. La voce le stava uscendo meglio, e i suoi muscoli iniziarono a funzionare di nuovo.

Però… l’aria intorno a lei si fece davvero fredda.

No! Non poteva permettere a quel potere di uscire fuori.

-Se vuoi potremmo aspettare con te. A noi farebbe tanto tanto piacere un po’ di compagnia- il primo uomo si avvicinò, barcollando. Dalla sua bocca uscivano nuvolette di condensa, segno che anche lui e il suo amico erano entrati nel vortice di freddo. Freddo che Queenie stava portando ovunque.

Doveva trattenere, doveva respirare, doveva trovare una soluzione per quella situazione e non farsi scoprire.

Non poteva far scoprire i suoi poteri.

…ma non voleva restare alla mercé di quei tipi loschi, che continuavano a fissarla come fosse un prelibato pezzo di carne.

Che schifo! Che schifo! Che schifo!!

-Sì, dai, facci un po’ di compagnia, non ci vorrà molto, eheh- il secondo tipo la prese per un braccio, e l’istinto di combatti o fuggi di Queenie si attivò

NON AVREBBE MAI PERMESSO A NESSUNO DI FARLE NULLA! LEI ERA QUEENIE NEIGE, MALEDIZIONE!

La ragazza, letteralmente, esplose.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(A.A.)

Wo, cliffhanger. Chissà cosa è successo con i poteri di Queenie.

Ma parlando in modo ordinato del capitolo.

Carrie è determinata ad ottenere il suo principe azzurro, ma Noah inizia a resistere. Chissà se la sua strategia funzionerà. Per chi non avesse capito bene la strategia, tra un paio di capitoli verrà illustrata meglio.

Comunque Carrie è uno dei personaggi più inquietanti che io abbia mai scritto. Una yanderissima!

La parte di Jack è stata un po’ meh da scrivere, anche se spero che la personalità di Queenie sia uscita un po’ meglio. Mi piace comunque scrivere di una coppia che non sta bene insieme non per qualche strano motivo particolare, o perché uno dei due è una cattiva persona, ma solo perché non stanno bene insieme, fine. Anche se le parti con Queenie sono sempre le più difficili da scrivere. Aggiungiamoci poi Carrie la yandere, e capirete perché questo capitolo ci ha messo tanto ad uscire.

Spero però che Ava vi sia piaciuta. Lei è una forte.

E passiamo a Queenie… wow! La situazione si è fatta brutta molto in fretta. Alla faccia di “voglio scrivere una storia bella piena di cose carine e poco angst”. Povera Queenie. Per fortuna la regina di ghiaccio ha cacciato gli artigli… o meglio… le stalattiti.

Insomma, sembra che si sia difesa… ma starà bene? E gli altri tizi? Al prossimo capitolo per scoprirlo!

 

 

 

 

 

 

Nel prossimo episodio: Aria va presto alle prove di teatro, Kenneth e Adam studiano insieme

   
 
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