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Autore: Kimando714    01/09/2021    0 recensioni
“-Fosse per me salterei volentieri la cena e mi butterei direttamente a letto- bofonchiò Filippo […]
-Ti rendi conto che questa è, di fatto, la prima notte che dormiremo qui? Nella nostra casa?- domandò Giulia, sorridente e a tratti un po’ ansiosa: le faceva ancora un po’ strano definire quell’appartamento come la loro casa. Ci avrebbe dovuto fare l’abitudine, d’ora in avanti.
-Mi sa che devo ancora realizzare bene questa cosa-.”
La vita da ventenni è tutt’altro che semplice. Tra convivenze che iniziano (e altre che finiscono, qualche imprevisto di troppo e molte emozioni diverse, forse però ne può valere la pena. D’altro canto, è questo che vuol dire crescere, no?
“È molto meglio sentirsi un uccello libero di volare, di raggiungere i propri sogni con le proprie forze, piuttosto che rinchiudersi in una gabbia che, per quanto sicura, sarà sempre troppo stretta.
Ricordati che ne sarà sempre valsa la pena.”
Genere: Introspettivo, Sentimentale, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate | Contesto: Universitario
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Walk of Life'
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DISCLAIMER
Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale. I nomi dei personaggi e dei luoghi sono di nostra invenzione, e ci scusiamo in anticipo per qualsiasi omonimia non voluta.
I diritti di questa storia appartengono esclusivamente alle sue autrici. In caso di plagio et similia, non esiteremo a ricorrere per vie legali. Uomo avvisato, mezzo salvato 😊
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Ebbene sì, siamo tornate !🤩 come avete passato l’estate?
Visto che da stasera inizieremo la pubblicazione della nostra nuova storia, nonchè sequel di Walk of Life - Youth, volevamo fare un veloce riassunto sia per chi ha letto la prima storia e magari vuole fare un veloce ripasso, sia per chi vuole leggere direttamente da Growing (che non è assolutamente vietato, anche se proteste perdervi qualche dettaglio sui personaggi e le vicende già accadute).

 
⏮ Previously on Youth:
Giulia, Filippo, Caterina, Nicola, Pietro e Alessio sono un gruppo di sei aamici che, per casualità o per destino, si sono conosciuti a scuola. Durante questi anni molte cose sono successe e finalmente, dopo un anno di "separazione", anche Giulia e Caterina sono approdate in quel di Venezia, come i ragazzi avevano già fatto l'anno precedente ... Ed è proprio qui che ci eravamo lasciatiGiulia e Caterina si stanno ambientando nella nuova vita universitaria e lagunare; Filippo e Nicola danno loro una mano; Alessio è determinato e vuole raggiungere il suo obiettivo, ovvero fare carriera; infine Pietro invece fatica a convivere con le proprie emozioni e il proprio orientamento.
 
Detto ciò, vi lasciamo alla lettura del prologo di Growing!😎
Kiara & Greyjoy



 
PROLOGO - TIME FLIES



 
“Il tempo è troppo lento per coloro che aspettano, troppo rapido per coloro che temono, troppo lungo per coloro che soffrono, troppo breve per coloro che gioiscono, ma per coloro che amano il tempo è eterno” - Henry van Dyke

 
Ci si poteva perdere, in quel labirinto infinito di strade cupe e anguste.
Ci si poteva perdere, e mai più ritrovare il punto di partenza, in quelle strade lastricate ed antiche, strette tra palazzi dagli intonaci colorati che sembravano appartenere ad un’epoca ormai lontana.
Il tempo stava volando, ma quella città sembrava rimanere sempre la stessa, sospesa negli attimi, ed essere sempre diversa allo stesso tempo: non erano cambiati i lunghi canali, dove l’acqua sciabordava e rifletteva i raggi del sole, alto nel cielo. Le barche che partivano dal molo tagliavano ancora l’acqua della laguna, giorno dopo giorno, anno dopo anno, sempre sotto le luci di San Marco e accompagnate dal volo dei gabbiani.
Ma oscillavano le foglie degli alberi, dondolate dal vento e cullate da quella stessa brezza che, da un momento all’altro, le avrebbe fatte cadere in un lungo viaggio di morte fino al terreno. Erano le stesse foglie che sarebbero rinate la primavera successiva, sui rami di quegli alberi dalla vita lunga e infinita, e che sarebbero morte ancora una volta nell’inverno successivo.
Tutto oscillava come un pendolo, tra l’immutabilità immobile e il cambiamento dinamico delle cose; tra la monotonia eterna e gli attimi fuggenti che si coglievano a fatica; tra la vita e la morte, e tutte le altre eterne leggi che governavano il mondo.
E il tempo volava, inesorabile, a volte lento e a volte più veloce, lasciando dietro di sé strascichi passati, volando sempre più vicino ad un futuro ormai divenuto presente.
 
***
 
Osservava le acque scure della laguna ondeggiare al ritmo del vento e infine infrangersi contro le pance delle barche ormeggiate sul molo. Il cielo si stava facendo sempre più scuro, ed alzando il capo vide nuvole plumbee farsi sempre più minacciose: avrebbe piovuto tra poco.
Sarebbe dovuto tornare a casa, ma non riusciva ad alzarsi da quella panchina. Non sapeva da quanto tempo si trovasse lì, ad osservare le acque profonde farsi sempre più agitate, i vaporetti veneziani che di tanto in tanto riempivano il silenzio con il loro rombo.
Una prima goccia di pioggia gli arrivò sul viso, destandolo da quella sorta di ipnosi nella quale era caduto già da tempo. Doveva andarsene, ma per la prima volta in vita sua non sentiva affatto la voglia di tornare a casa.
Si sentì un mostro, a quel pensiero: chissà come doveva sentirsi Caterina in quel momento. Forse stava piangendo fuori tutte le lacrime trattenute, o forse non stava facendo nemmeno quello, troppo ferita e troppo sola anche solo per aver la forza di sfogarsi in un qualsiasi modo.
Sì, doveva essere così: probabilmente non stava piangendo. Molto più probabile si stesse domandando perché era tornata con qualcuno che l’aveva abbandonata e lasciata a se stessa per molto meno già quattro anni prima.
Nicola si prese il capo tra le mani: era sicuro di non essersi mai sentito così in vita sua. Così sprovveduto, egoista, codardo. Aveva appena toccato il fondo, preferendo scappare da tutte le sue paure piuttosto che rimanere accanto alla donna che amava.
“Perché l’ho fatto, perché?”.
Era più forte di così, doveva esserlo. Doveva farlo per sé, per Caterina ... Per lui, o lei, o qualunque cosa fosse. Ancora non si rendeva bene conto di ciò che Caterina gli aveva detto, e ancora gli sembrava tutto così irreale, anche solo per poterlo pensare.
Riaprì gli occhi lentamente, e davanti a lui trovò la stessa identica immagine di quando li aveva chiusi: era quella la realtà che stava vivendo. Non era un sogno, né un miraggio: non poteva rifugiarsi nell’idea che di lì a poco si sarebbe svegliato, come una qualunque mattina, pensando di aver vissuto un incubo lungo solo una notte.
Prima o poi si sarebbe dovuto alzare da lì, e prendere coraggio. Era ciò che gli mancava, il coraggio anche solo per pensare di potercela fare, di poter andare avanti.
L’immagine di Caterina gli balenò in mente, e per quanto potesse sentirsi incerto nei suoi confronti, sentiva anche un’enorme dispiacere verso di lei. Non poteva lasciarla così, non di nuovo.
Era cresciuto, era più forte ora; per quanto la paura lo lasciasse senza fiato, doveva tirare fuori quel coraggio che sentiva di poter trovare.
Non poteva commettere gli stessi errori che si era ripromesso di lasciarsi alle spalle per sempre

 
“Essere amati profondamente da qualcuno ci rende forti. Amare profondamente ci rende coraggiosi” - Lao Tzu
 
*
 
Un’altra fitta l’attraversò in tutto il corpo; le contrazioni si stavano facendo sempre più ravvicinate e sempre più dolorose, e avrebbe voluto tanto che tutto quello finisse entro poco. Sapeva già che era una vana speranza, che quei dolori tremendi e mai provati in vita sua sarebbero durati ancora per ore e ore, ma ormai cominciava ad avere la mente meno lucida. Sentiva solamente quei dolori lancinanti partirle dalla pancia e diffondersi in ogni angolo del suo corpo.
Trasse un profondo respiro, inspirando dalla bocca come le avevano insegnato, e il dolore parve meno forte e dilaniante, almeno per un momento. Poi giunse l’ennesima contrazione, e strizzò nuovamente gli occhi, cercando di trattenere inutilmente un gemito di sofferenza.
Passò quasi un minuto, prima che Caterina potesse sentire meno dolore. Si guardò intorno, asciugandosi con una mano la fronte imperlata di sudore e scostando le ciocche appiccicate al viso: le pareti bianche ed azzurre dell’ospedale,  completamente asettiche, le incutevano ancora più ansia in quel momento, come se non si sentisse già abbastanza terrorizzata.
Guardò in basso, sfiorandosi il pancione con timore: era solo l’inizio, quello, e già si sentiva così tremendamente stanca e impaurita. Stanca per le contrazioni, e impaurita per tutto ciò che si sarebbe dovuta lasciare alle spalle d’ora in avanti.
Forse le sarebbe mancata la sua vecchia vita. Sicuramente le sarebbero mancate molte cose che difficilmente avrebbe potuto rifare negli anni futuri. Di certo, più di tutte le cose che avrebbe dovuto abbandonare per un bel po’, c’era la sua indipendenza come persona. Il suo essere giovane, spensierata, e indipendente.
Sapeva che non sarebbe più stato così – come minimo per i prossimi diciotto anni-, e in un certo senso anche quella consapevolezza la stava dilaniando, esattamente come stava facendo il dolore fisico.
Avrebbe tanto voluto riavere indietro la sua vecchia vita, perché almeno non si sarebbe ritrovata in lacrime per la sofferenza in un letto d’ospedale, ad attendere il dolore ancor più grande del parto.
Avrebbe tanto voluto riavere indietro la sua vecchia vita, perché probabilmente suo figlio non si meritava una madre troppo giovane e troppo inesperta come lei – anche se, in fin dei conti, non doveva essere poi così tanto più inesperta di tutte le altre donne che affrontavano la loro prima gravidanza.
Avrebbe tanto voluto riavere indietro la sua vecchia vita, perché ancora aveva troppe cose da fare, troppe cose ancora da vivere, prima di mettere al mondo un bambino che avrebbe avuto bisogno di lei in continuazione.
Mentre si toccava ancora il pancione, in un raro attimo di pacifica sofferenza, pianse silenziosamente: quell’addio era ormai inevitabile.
La sua vita non sarebbe stata più la stessa, e a quel punto, a cosa le serviva pensare a tutto ciò che non avrebbe rivissuto più?
La mano si fermò sul basso ventre, nel punto dove probabilmente se ne stava la testa di suo figlio, pronto per nascere e venire a sconvolgerle la vita. E al diavolo il passato, non ci poteva fare niente: ormai era quello il suo presente e il suo futuro.
Non sarebbe più stato lo stesso, ma un nuovo mondo le si apriva davanti agli occhi: stava abbandonando il suo passato di sola figlia, per abbracciare il suo futuro anche come madre.
 

“Il passato è un paese straniero. Lì, tutto si svolge in modo diverso” - L.P. Hartley
 
*
 
Il sole caldo di giugno lo stava facendo sudare, e la tensione non gli stava per niente venendo in aiuto. Si sciolse appena il nodo della cravatta, stretta attorno al collo: si sentiva ancora un po’ a disagio, in quella giacca scura e nella camicia chiara e costosa che gli donavano un aspetto curato e a tratti reverenziale.
Mancava poco alla proclamazione: era l’ultimo passo, l’ultimo ostacolo che lo divideva dalla vita che aveva sempre voluto e che aveva sempre rincorso. L’aveva inseguita con così tanta ostinazione e determinazione che, finalmente, ce l’aveva fatta: era pronto per tuffarcisi subito, a capofitto.
Alessio si passò una mano tra i capelli biondi, le cui ciocche sfioravano il colletto della camicia. Sentiva mille emozioni rimescolarsi dentro di lui, dall’agitazione all’euforia, alla soddisfazione.
Sì, quello era l’aggettivo esatto: si sentiva soddisfatto, per la prima volta dopo tanti anni.
Quello era il suo giorno, il suo nuovo inizio: un’altra battaglia da poter perseguire, un’altra vittoria da poter conquistare.
E che se ne andassero al diavolo tutti coloro che non avevano mai creduto in lui: aveva toccato il fondo, vero, ma si era rialzato. Ed era arrivato sempre più in alto, e anche se l’ultima meta era ancora distante la prima tappa l’aveva raggiunta.
Si chiese cosa gli avrebbe detto suo padre, se fosse stato lì con il resto della sua famiglia e ai suoi amici, in piazza San Marco che, come sempre, accoglieva i laureandi in attesa della proclamazione. Provò ad immaginarselo lì davanti a sé, con i suoi soliti abiti sofisticati e costosi, gli occhi neri e il ghigno derisorio: probabilmente lo avrebbe sminuito, dicendogli che se voleva davvero arrivare dove era arrivato lui, di strada ne aveva ancora molta da fare. Forse non sarebbe mai riuscito a superarlo, forse neppure ad eguagliarlo.
Riusciva perfino a sentire la sua voce, mentre se lo immaginava sputargli addosso quelle frasi. In un qualsiasi altro momento si sarebbe sentito arrabbiato, nell’immaginarsi suo padre, ma non quel giorno: probabilmente, se lui fosse stato presente, Alessio sarebbe riuscito a rispondergli, una volta tanto.
Si sentiva irrefrenabile, invincibile: avrebbe fatto di tutto per difendere i propri sogni, le proprie ambizioni. Avrebbe lottato ancora con le unghie e con i denti, a costo di sembrare arrogante ed egoista.
E forse un po’ lo era davvero diventato, arrogante ed egoista, ma non gliene importava. I progetti e la carriera che avrebbe potuto intraprendere si stavano facendo sempre più nitidi, minuto dopo minuto, e lui non se li sarebbe lasciati scappare, per nessuna ragione.
Quel giorno iniziava una nuova era, gli si apriva una nuova porta davanti: quella che avrebbe portato alla vittoria, alla sua realizzazione personale.
Non vedeva l’ora di percorrerla.
 

“Nella vita ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto” - Michael Jordan
 
*
 
Stava soffocando, per l’umidità di agosto, per l’agitazione che si sentiva addosso, per la difficoltà a  mantenere la calma e la mente lucida. Le mani gli tremavano appena, e faticava nell’annodarsi la cravatta; in quel momento avrebbe avuto seriamente bisogno di una mano.
Dopo l’ennesimo tentativo, lanciò la cravatta sul letto, spazientito. Si riaprì i primi bottoni della camicia bianca, sospirando rumorosamente e passandosi una mano tra i capelli, spettinandoli. Ora, più che uno sposo pronto al grande evento, sembrava più un fuggitivo disperato.
Filippo rise appena tra sé e sé, a quel pensiero: in realtà l’idea di fuggire non lo aveva nemmeno sfiorato per un secondo. E di quello si stupiva ancora adesso, positivamente: era sicuro che arrivato a quel punto, nella mattina del suo matrimonio, probabilmente si sarebbe sentito agitato, tentato di mollare tutto.
E invece no. Era sì ansioso, ma in una maniera che lo faceva sentire carico, entusiasta ed esaltato insieme. Non pensava si sarebbe mai potuto sentire in quel modo, così pieno di energie.
Si sedette per alcuni attimi sul letto, un sorriso accennato disegnato sul viso che sembrava non volersene andare. Ripensava a tutti i mesi precedenti, a tutti i preparativi e alla tensione che li aveva accompagnati: aveva speso tantissime energie fisiche e mentali, ma non se ne pentiva per niente. Si sentiva pienamente convinto di ciò che stava facendo, come non mai.
Ed ora, a ripensare a quei mesi difficili, non poteva fare a meno di sorridere. Da lì in avanti, poi, la fatica non sarebbe di certo finita, certo che no: quello era solamente l’inizio di tutto. E non vedeva l’ora di iniziare anche quella nuova avventura, con un tale ottimismo che gli sembrava impossibile perfino per lui.
Si riabbottonò la camicia, e recuperò la cravatta: doveva riprovare ad annodarla, prima di uscire dalla camera in cerca di aiuto. Chiedere aiuto sarebbe stata l’ultima spiaggia.
Si rialzò, avvicinandosi allo specchio: si sentiva più rilassato ora, meno agitato. Le mani non tremavano quasi più, e finalmente, con un sospiro di sollievo, riuscì a fare un nodo anche solo vagamente decente. Poteva comunque dirsi soddisfatto di se stesso. Cercò di risistemarsi anche i capelli ricci, passandosi le mani tra i fili castani delicatamente.
Lo specchio rifletteva ora l’immagine di un giovane uomo sorridente, dall’aspetto elegante e affascinante. Era finalmente pronto per il grande passo, con il cuore che batteva all’impazzata e il sorriso ancora stampato in viso.
 

“Nessuno ha detto che sarebbe stato facile, hanno solo promesso che ne sarebbe valsa la pena” - Harvey Mackay
 
*
 
Si rigirava l’anello di fidanzamento tra le mani da ore, ormai, e ancora sembrava essere in preda a mille pensieri che le occupavano la mente. La pace sembrava essere il più lontana possibile da lei, in quel momento. Il vestito bianco la stringeva un po’, e anche se in parte aveva il timore che, restandosene seduta così scompostamente per troppo tempo, sarebbe finito per rovinarsi un po’, Giulia non accennò ad alzarsi.
Si sentiva già troppo stanca, le girava troppo la testa e la nausea stava cominciando a farsi sentire di nuovo, nonostante fosse mattina ormai inoltrata. L’ansia le stava giocando brutti scherzi.
Come per tranquillizzarsi, poggiò una mano sul ventre. Sperava che almeno loro stessero bene, che non sentissero la sua agitazione.
Stava forse facendo una pazzia? Non faceva altro che chiederselo da quando si era svegliata diverse ore prima. Le risposte non erano mai state così discordanti tra di loro, così contraddittorie e insicure.
No, quello che stava per compiere era sì un passo importante, ma non insolito per una coppia di lunga data.
Sì, erano troppo giovani per farlo, troppo spiantati, troppo tutto.
No, doveva tutelare sia se stessa, che Filippo, che la loro famiglia.
Sì, forse cominciava a non essere poi così sicura delle sue scelte.
Ma no, non poteva nemmeno dirsi pentita. La paura era normale, c’era per chiunque in momenti simili. Anche Filippo doveva sentirsi così, immaginava, elegante nel suo completo scuro e agitato come non doveva mai essere stato.
E se lui invece ci avesse ripensato durante quella notte? Se ci avrebbe ripensato una volta sposati? Giulia si morse il labbro inferiore, sull’orlo di una crisi di nervi. Non doveva essere così pessimista, non quel giorno. Sarebbe dovuto essere uno dei giorni più belli della sua vita, e invece si sentiva così maledettamente insicura.
Insicura di sé, insicura di Filippo.
Trasse un respiro profondo, cercando di calmarsi. Doveva stare tranquilla, nella situazione delicata in cui si trovava, ma in quel momento le risultava davvero difficile.
Era solamente scombussolata, confusa e disorientata per ciò che stava succedendo, per come tutto nella sua vita sarebbe cambiato: ma, in fondo, sapeva che di Filippo poteva fidarsi. Poteva fidarsi anche delle sue precedenti valutazioni, fatte sicuramente a mente più lucida e con molta più calma rispetto al presente.
Doveva ignorare quelle insicurezze, quelle debolezze che la stavano attaccando e che stavano penetrando fin troppo profondamente in lei.
Sperava solamente che anche per Filippo potesse essere lo stesso, che anche lui stesse combattendo e vincendo quelle paure che stavano assaltando anche Giulia.
, doveva avere fiducia in lui, come l’aveva sempre avuta.
Doveva avere fiducia in loro due, perché solo così sarebbe riuscita ad alzarsi di lì a testa alta, ed affrontare tutto con la giusta lungimiranza e la giusta forza.
 

È abbastanza ironico che nella vita, la persona che tira fuori il meglio di te e l’unica che ti rende forte è in realtà anche la tua debolezza”
 
*
 
Le dita minuscole del bambino si strinsero attorno al suo dito, teso vicino al viso del piccolo che teneva in braccio saldamente e delicatamente allo stesso tempo. Non aveva mai sentito una pelle più morbida della sua, talmente setosa da sembrare quasi irreale.
Lo cullò un altro po’, sperando si fosse finalmente addormentato: teneva gli occhi piccoli chiusi, ma la mano stringeva ancora il suo dito, come a volergli dire di non andarsene, di non lasciarlo.
Pietro sorrise istintivamente, continuando ad osservare il volto tranquillo e beato di suo figlio: poteva starsene tranquillo, non lo avrebbe lasciato mai, per niente e per nessuno.
Era lui, ora, il centro del suo mondo, la persona da cui ripartire, l’unico per cui si sarebbe sacrificato senza pensarci due volte. Si sarebbe fatto forza per suo figlio: glielo doveva, come genitore.
Si sedette sul divano, tenendo ancora contro il petto il bambino: gli sembrava così piccolo, stretto tra le braccia, e così indifeso. Ancora così innocente e ingenuo riguardo al mondo che lo circondava.
Quel bambino era il segno evidente del suo destino. Non c’era più tempo per rincorrere sogni ed amori impossibili, non c’era più tempo per struggersi nella delusione e nel dolore di non poter avere chi amava davvero.
Quello era il punto finale e il punto di svolta allo stesso tempo. Il momento in cui non poteva più trascinarsi dietro il passato e certi sentimenti che sarebbe risultati di troppo d’ora in avanti.
Avrebbe usato l’amore inespresso per Alessio per dargliene ancor di più a suo figlio. Doveva farlo, non aveva altre scelte davanti a sé.
Eppure, insieme alla felicità più grande che il viso addormentato di suo figlio poteva donargli, si mescolava in lui la disperazione più nera e profonda. E non riusciva a fare a meno di sentirsi uno stupido, a sentirsi così male per qualcuno che non aveva mai davvero avuto, e che ora non avrebbe avuto mai.
Non poteva permettersi distrazioni, non più: c’era suo figlio ora, era lui a cui doveva dedicarsi con tutto se stesso. Non doveva esserci più posto, nel suo cuore, per due persone.
Per quanto male potesse fare, doveva mettercela tutta per superare quel dolore, per nascondere nell’angolo più remoto di se stesso quell’amore distruttivo: non voleva mostrarsi a suo figlio come un uomo incapace di prendere le scelte più giuste, incapace di controllare i propri sentimenti.
Ce la doveva fare, e ce l’avrebbe fatta, o almeno era ciò di cui doveva convincersi.
Il suo unico problema era che, per quanti sforzi potesse fare, al cuore non si poteva proprio comandare nulla.
 

È uno strano dolore ... Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai” - Alessandro Baricco
 


 

NOTE DELLE AUTRICI
Beh, che dire: questo prologo ha riservato di certo più di una sorpresa!
Ma andiamo con ordine: quelli che avete letto finora sono flashforward, spezzoni di eventi che devono ancora accadere nel tempo della narrazione, ma che di sicuro sono seminati tra i 41 capitoli che compongo Growing.
Questa seconda parte riguarderà eventi che si collocheranno tra gennaio 2017 e agosto 2019 (è quindi staccata dal finale di Youth di due anni e un paio di mesi), tutti da scoprire. Ma per ora potete lanciarvi in ipotesi e teorie su come si arriverà, e quali conseguenze avranno, ad ognuno degli eventi accennati in questo prologo (che, in ogni caso, sono solo una parte... Quindi aspettatevi colpi di scena)!
Visto che questo di stasera era solo un breve prologo, ci rivediamo già mercoledì prossimo con il capitolo 1!
Kiara & Greyjoy

 




 
   
 
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