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Autore: Semperinfelix    05/09/2021    2 recensioni
Anno domini 1475. Beatrice d'Este, figura tanto sorprendente quanto poco considerata. Ignorata, quasi odiata, dai suoi stessi genitori fin dalla nascita, cresciuta nella colorita corte aragonese del nonno Ferrante, sovrano di Napoli, troverà a Milano terreno fertile dove far sbocciare la propria personalità quando lì si trasferirà, quindicenne, per sposare il brillante, affascinante e prepotente Ludovico il Moro, duca de facto di Milano e ventitré anni più vecchio di lei. L'amore li travolgerà entrambi come un torrente in piena, ma, finita la bella stagione, si prosciugherà improvvisamente. Qual è la verità sulla sua prematura e controversa morte? Non è tutto come è stato tramandato: le prove riemergeranno dal fango e dalla polvere e sveleranno un mistero lungo cinquecento anni.
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"et ebbe quel che raro i cieli danno:
senno e fortuna in giovenil etate,
cortesia profusa in alto scanno,
mente pudica in singular beltate,
sublime ingegno in cor puro e sincero,
alti pensieri in quieta umiltate,
grazie che fan ciascun degno de impero".
Vincenzo Calmeta, Triumphi, elogio a Beatrice.
Genere: Drammatico, Guerra, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Medioevo, Rinascimento
Capitoli:
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Prima d'iniziare, domandiamo ai lettori se desiderano che le frasi in dialetto vengano tradotte a fine capitolo come abbiamo fatto in questo, o se risultano abbastanza comprensibili da non necessitare di traduzione. Avvisiamo anche che nel capitolo V, nella scena dell'arrivo di Eleonora a Napoli, era per errore saltato un pezzo di dialogo, per la qual cosa la conversazione risultava insensata. Abbiamo provveduto ad aggiustarla e preghiamo i lettori che le prossime volte, se dovessero accorgersi di un errore simile, vogliano avvisarcene. 

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Era Agosto a Milano e in quei giorni la duchessa Bona si svegliava sempre d'umore splendidissimo. Quella mattina in particolare la si sentiva perfino cantare, seduta alla specchiera, un motivetto delle contrade di Francia, mentre con un pettinino d'argento lisciava i lunghi capelli biondo chiaro.

Era ancora in camicia da notte, assai discinta nell'aspetto; l'orlo delle ampie maniche scopriva sovente le braccia bianche, ogni qual volta le sollevava per raggiungere la nuca. Alle sue spalle qualcheduno rideva. Una risata giovanile, gaia, effervescente. La risata d'un uomo.

« Che hai tanto da ridere, Antonio? » Col pettine sospeso a mezz'aria, Bona volse un attimo il capo in direzione dell'uomo sdraiato a letto e gli sorrise, quindi riprese laddove aveva interrotto.

Si trattava di Antonio Tassino, giovanotto non ancora trentenne, ma che già dai tempi di Galeazzo Maria serviva alla mensa ducale in qualità di scalco personale della duchessa, ossia di trinciatore da tavola. Coi grandi occhi castani tendenti al verde, il naso dritto e regolare, le labbra carnose e i folti capelli biondi sempre perfettamente pettinati, costui era dotato d'una bellezza non certo eccezionale, tuttavia era giovane e oltremodo attento alla cura del corpo, nonché, essendo di origini ferraresi, era un grande amatore. Per merito di queste sue virtù in breve, dopo la morte del duca, era salito in tanta reputazione presso la duchessa che nessuna decisione nello stato era presa della quale egli non fosse consapevole (1). Assai sciocco, da parte del defunto Galeazzo Maria, assegnargli un ruolo di tale vicinanza alla propria sposa: la sconsolata e sciagurata vedovella aveva fatto presto a trovar conforto dalle proprie pene (2).

« Mó as pòl savér cus'èl st'al quèl chì? » Antonio le agitò davanti al naso un manoscritto in pergamena miniata che aveva rinvenuto la sera prima in camera dell'amante e che, per pura curiosità, aveva adesso cominciato a leggere.

Bona gli dedicò uno sguardo appena appena distratto. « Ah, quella... è la consolatoria che m'ha dedicato l'umanista Gian Mario Filelfo ». La consolatoria in questione, giuntale tempo addietro insieme a una lettera di presentazione dell'umanista, aveva lo scopo di alleviare il suo cordoglio per la dipartita dell'illustrissimo duca suo marito.

Citando le parole di Anassagora, Cicerone, Senofonte, l'eminente maestro aveva cercato di convincerla che della morte non dovesse attristarsi, poiché essa non è che un sempiterno sonno, comune, anzi necessario, a tutti i mortali, e che molto più bisognava rallegrarsi del piacere avuto dai propri cari in vita, che non dolersi della loro scomparsa. Anzi era da Seneca considerata una pazzia temere quel che evitar non si può. Più di questo Bona non sapeva poiché, terribilmente annoiata dalla ripetitività e dalla palese piaggeria dell'opera, aveva troncato la lettura dopo poche pagine.

« Consolatoria? E che non ti consolo forse già abbondantemente io? » obiettò allusivo Antonio, continuando a leggiucchiare le pagine seguenti. Bona sorrise senza voltarsi, né rispondere, in cuor proprio compiaciuta dalla vanità dell'amante.

« Mai prima d'ora ho veduto tante bestialità uscire dalla penna d'un solo uomo (3)! » Antonio, sdegnato, più d'una volta picchiò il dorso della mano contro la pagina aperta. « Secondo questo Fiflòn (4)... »

« Filelfo... » lo corresse la duchessa canzonandolo.

« Sì, sì Filelfo, dicevo: sgond stuchì, non solo tuo marito era innocente da ogni colpa, ma sarebbe stato ammazzato da quegli abomminosi pazi addirittura senza avirgli mai offesi, anzi in molti modi beneficati! E senti che dice dopo: Era sua signoria molto costumata e continente, laboriosa! »

« Ti stai divertendo, Antonio? » La duchessa gl'indirizzò un'occhiataccia, la quale non sortì però l'effetto sperato.

Ignorando infatti il tono visibilmente scocciato dell'amante, il giovane scalco proseguì imperterrito a leggere: « Non era libidinoso! Dedicato a Voi, Voi sola amava e faceva non altramente onore con singular observanza di castità che se propria donzella fusse stata! Sempre cercò con amor, con benignità, con dolceza reggere il suo stato, più tosto a la misericordia ch'à la severità inclinato, e più desideroso d'esser chiamato clemente che rigido! »

« Hai finito? »

« Ancora l'ultima, ti prego! » e con l'indice Antonio volò al rigo che aveva poco prima adocchiato. « Non dubitare che un animo tanto buono, tanto immaculato, tanto innocente sia andato... sia andato...! » Non riuscì suo malgrado a terminare la lettura, bensì, letteralmente piegato in due dalle risa, tuffò il capo nel guanciale. In sostanza così stavano le cose: a detta di Gian Mario Filefo, quel misero martire di Galeazzo Maria doveva essere volato dritto dritto in Paradiso!

« Bene ». Bona batté il pettine sul mobile della specchiera e si rialzò in piedi, puntando lo sguardo arcigno su di lui. « Adesso hai finito di deridere il mio defunto marito? ».

« Questo non è il tuo defunto marito... questo è Gesù Cristo! »

« Non essere blasfemo adesso! »

« Biasmadòr mì? Elóra st'al Fiflòn chì, ch'al gà anch al curàg ad mandàr i bòn da niént in Paradìs? Bah! » A dir poco indignato, Antonio scagliò lontano da sé il manoscritto, il quale andò a impattare contro una credenza, che traballò. Ancora gli dolevano le natiche, con tutte le pedate che Galeazzo Maria gli aveva tirato mentr'era in vita! 

Si sporse dunque in fuor dal letto e allungato un braccio sfiorò la spalla grassoccia dell'amante dicendo: « vien' qui, vien' qui, pavoncella mia! Vien' qui che provvedo io a consolarti come si deve, non quest'altro! »

Ciò malgrado, le braccia incrociate al petto e la bocca contratta in una smorfia di disappunto, Bona pareva aver voglia tutt'altro che di coccole in quel momento. A vincere le sue resistenze provvide lo stesso Tassino, il quale venne ad agguantarla pei fianchi e la distese a letto, assediandola poi di baci e carezze. Bona volentieri si lasciò spogliare della bianca camicia e in breve ogni suo malumore si convertì in voluttà.

Ogni ora del giorno e della notte avrebbe ella voluto passare tra quelle braccia, braccia che sole avevano saputo donarle piacere e dolcezza; nondimeno già poco tempo dopo un famiglio giunse a bussare con discrezione alla porta, annunciandole che il primo segretario Cicco Simonetta richiedeva urgentemente la sua presenza onde sbrigare alcune importanti questioni di stato, sicché pur nolente Bona fu costretta ad abbandonare il letto e a rivestirsi.

« Dovresti restare con me invece », tentò di trattenerla il Tassino, pur senza concretamente afferrarla.

« Lo sai che non posso, Antonio, sono pur sempre una duchessa e ho i miei doveri cui assolvere... »

« E a che vale la presenza di Cicco allora, se poi devi comunque sbrigar tutto tu? », proseguì persuasivo l'amante. « Non lo vedi? Egli sa che sei con me e cerca in ogni modo e maniera di separarci, di opporci, per questo t'ha richiesta anche adesso, sebbene son certo non abbia nessunissimo bisogno di te! Te l'ho detto: Cicco sta diventando troppo presuntuoso, faresti meglio a liberarti di lui finché sei in tempo, o quantomeno ad affiancargli qualcuno che lo contenga ».

Tra i due non correva invero buon sangue, anzi era sin da subito scoppiato un accesissimo contrasto, ben sapendo l'uno che il Simonetta aborriva e biasimava aspramente la sua relazione con la duchessa, mentre l'altro, conoscendo le ambizioni del giovane scalco, temeva che il Tassino potesse irretirla e persuaderla a sostituirlo a lui nel governo dello stato.

« E quel qualcuno saresti tu, Antonio? » Bona sorrise, frattanto che con la man destra spingeva anch'egli fuor dal letto, acciocché potesse finalmente chiamare la cameriera ad acconciarla. « Non t'offendere, sai quanto apprezzi il tuo consiglio, ma ad affiancarmi nel governo ho bisogno d'un uomo dell'esperienza di Cicco ».

« Non io, so di non esserne ancora all'altezza, ma quel tuo cognato, quel Ludovico... » tentò a quel punto il ragazzo, « egli sì che mi pare un uomo validissimo ».

Bona sgranò gli occhi, si mise a fissarlo allibita. « Ludovico? Sei serio, Antonio? Dopo quel che ha fatto dovrei permettergli di tornare? ».

« Embè? E che ha fatto mai? » minimizzò volutamente l'affascinante ferrarese. « Era Sforza quello pericoloso, lo sai bene, ma adesso è morto... senza di lui, Ludovico non sarebbe capace di muovere un dito ».

La sciagurata morte del fratello maggiore in effetti, piuttosto che animarlo a uno spirito di conquista, l'aveva soltanto demoralizzato: Ludovico aveva interpretato l'evento come un malum presagium, dubitava della Fortuna e auspicava di entrare a Milano non più - secondo il disegno originario - con la forza delle armi, bensì con l'arma della persuasione. Sua unica salvezza era stata, in quel frangente, ritrovare al proprio fianco un validissimo e spregiudicato capitano quale Roberto Sanseverino che, coadiuvato dai suoi baldi figliuoli, stava pian piano sottraendo alla duchessa numerose città e castelli.

Ciò nonostante, Ludovico non aveva comunque abbandonato la strada della diplomazia: un suo emissario aveva una sera segretamente avvicinato il Tassino e gli aveva fatto una proposta che sapeva non avrebbe rifiutato: Antonio bramava il cancellierato, ma non vi sarebbe assurto se non si fosse prima sbarazzato di Cicco Simonetta, né avrebbe potuto sbarazzarsene da solo. Per farlo necessitava di un alleato di prestigio: Ludovico era il suo uomo.

Antonio s'era pertanto messo subito all'opera, contando di far leva sull'amore travolgente e incondizionato che la duchessa nutriva per lui. Egli non era pure il solo che la sollecitava: molti altri più nobili e più facoltosi, a corte, s'adoperavano coi medesimi intenti, e pur tuttavia non godevano del suo stesso ascendente.

« Tu chiedi che io metta in casa mia il peggior nemico della mia famiglia ».

« E tu fa' che non sia più così, fa' che diventi il nostro miglior alleato piuttosto ». Seducente, Antonio le carezzò la schiena, si mise a sussurrarle all'orecchio. « Permettigli di tornare qui, fallo per me, per noi... cosicché avremo tutto il tempo che vogliamo per stare assieme, noi due da soli... »

La bionda duchessa era lì lì per opporgli l'ennesimo diniego, quando l'amante la catturò fra le proprie braccia e, tra un bacio ed un altro, la zittì. Non ci volle molto affinché le proteste cedessero il passo ai sospiri e il desiderio piegasse la stessa ragione. La strategia s'era rivelata vincente: Bona mormorò qualcosa d'indefinito, avanti che le parole si facessero più chiare: « e va bene, Antonio, ci penserò, te lo prometto ».

Non vi pensò poi molto in effetti, se già il dì settimo di Settembre concesse la grazia del ritorno al cognato il quale, per volontà di re Ferrante, era stato frattanto nominato duca di Bari in luogo del fratello defunto. Costui in piena notte, per il lato del giardino, rientrò segretamente nel castello, ove si riconciliò con la cognata e col duchetto suo nipote. Similmente i due eserciti, intendendo tanto, tra di loro si appacificarono, e a Milano furono grandissime manifestazioni di letizia.

Non gioì invece Cicco, né gioirono i suoi colleghi: il potentissimo primo segretario, consapevole di ciò che quella mossa avrebbe significato, recatosi dalla duchessa le disse: Duchessa Illustrissima, io perderò la testa, e voi in processo di tempo perderete lo stato.

E già allora i suoi numerosi nemici si mobilitavano per provocarne la definitiva caduta. Fra costoro spiccava Pietro Pusterla, anziano gentiluomo che da lungo tempo primeggiava nella politica milanese, il quale, scorgendo il Moro tanto tiepido nella vendetta, volutamente gli rammentava l'esilio, le discordie civili, la morte infame subita da Donato del Conte (4) e dai suoi fratelli, e sempre più ardentemente lo incitava a imprigionare Cicco, perché finché questi fosse stato libero non si sarebbe mai avuta pace nello stato.

Ludovico non ne aveva bisogno: la sua influenza sulla cognata aumentava ogni ora di più, e già ne aveva ottenuto il perdono per tutti gli esiliati. A che gli sarebbe valso adesso l'arresto di Cicco, il quale oltretutto ricercava la sua grazia, se non ad attirarsi addosso l'accusa di tirannia?

Così, avendo ottenuto non altro che vane promesse, in capo a poche ore Pietro Pusterla radunò i capi ghibellini della città e sollevò la plebe in armi contro Cicco. Ludovico, temendo una sì grande sedizione, si vide pertanto costretto a soggiacere alle loro richieste. All'alba del 10 Settembre Cicco Simonetta fu prelevato dalle camere più interne del castello, quelle in cui, essendo in vita, soleva abitare Galeazzo Maria. Per ben due volte si rifiutò di seguire il proprio destino, soltanto alla terza, seppure a malincuore, s'incamminò. Insieme al fratello Giovanni e ad altri di casa sua, a bordo di una carretta ferrata, fu mandato a Pavia, e lì nel castello imprigionato.

In quel tempo e da oltre un anno per la penisola italiana infuriava la terribile guerra che Papa Sisto IV aveva scatenato contro Firenze, la cui signoria meditava di porre in mano al proprio nipote - o per forse meglio dire figlio illegittimo (6) - Girolamo Riario. All'appello del Pontefice avevano così prontamente risposto i tradizionali nemici della stirpe medicea: re Ferrante di Napoli e Federico Montefeltro duca d'Urbino, mirando il primo alla bassa Toscana e il secondo ad allargare i confini del proprio stato, mentre a presidio di Firenze erano rimaste Milano e la Repubblica di Venezia, tutte e tre confederate in una lega il cui capitanato generale era stato non senza qualche perplessità (7) offerto al duca Ercole d'Este di Ferrara.

Proprio quest'ultimo l'11 Settembre giungeva a Milano chiamato in soccorso dal Simonetta, non avendo però mancato, secondo le proprie promesse, d'intercedere presso la duchessa Bona per il ritorno del cognato Ludovico (8). Lì, trovando il governo dello stato ormai interamente ridotto nelle mani del giovane Moro, si congratulò e in breve rientrò a Ferrara.

Così sembrava tornata apparentemente la pace su Milano. In pace non era invece lo stato di Firenze, il cui signore, Lorenzo de' Medici, vedendo la propria città ormai sull'orlo del collasso, onde scongiurare una qualche sedizione che l'avrebbe privato dello stato e forse financo della vita, prese la drastica decisione d'intraprendere egli in persona un periglioso viaggio a Napoli, allo scopo di persuadere re Ferrante alla pace. 

Faceva questo non senza un grande timore: appena un anno prima, nell'aprile del '78, era avvenuta la fatidica congiura dei Pazzi nella quale aveva perduto la vita il suo amatissimo fratello Giuliano, congiura le cui fila aveva contribuito a trarre pure lo stesso Ferrante d'Aragona presso cui ora si recava. Il sovrano, per di più, aveva proprio una pessima fama: severo e astuto sino all'atrocità, senza remora alcuna tradiva la parola data e perfino la stessa ospitalità. Nessuno aveva mai potuto dimenticare l'inganno che una decina d'anni addietro aveva teso al rinomato capitano di ventura Jacopo Piccinino, che lo aveva osteggiato al tempo della guerra con Giovanni d'Angiò. Ferrante lo aveva invitato presso di sé con la falsa promessa di una condotta, dopodiché lo aveva imprigionato e, come si sussurrava, fatto strangolare in carcere, col dire poi che fosse precipitato dalla finestra a seguito d'un fallito tentativo di fuga (9). 

Soltanto perciò dopo aver ricevuto le rassicurazioni di Ludovico e Ippolita Sforza sul fatto che il re non gli avrebbe usato la medesima accoglienza, come pure i suoi molti nemici in Firenze speravano, Lorenzo deliberò partire, e il 18 Dicembre 1479, a bordo di due galee mercantili, approdò al porto di Napoli, accolto dal giovanissimo principe Ferrandino coi massimi onori.

Sebbene non fosse la prima volta che lo vedeva, il signore di Firenze rimase senz'altro impressionato dalla possente mole di Castel Nuovo, che coi suoi cinque poderosi torrioni in piperno e l'inattaccabile base bastionata vegliava sulle placide acque del golfo. Molto più lo impressionò però il magnifico arco di trionfo che, costruito interamente in marmo bianco, spiccava in tutta la sua grandiosità proprio al centro della vasta facciata. 

Esso era stato voluto da Alfonso il Magnanimo per celebrare la conquista di Napoli: sopra quest'arco, inquadrato da due bellissimi binati di colonne corinzio-romane, si scorgevano putti e figure mitologiche, più in alto ancora troneggiavano nelle rispettive nicchie le statue delle quattro virtù cardinali: Giustizia, Temperanza, Fortezza e Prudenza. Sulla sua sommità, infine, posto al di sopra di un capitello corinzio, stava l'Arcangelo Michele, raffigurato nell'atto di colpire l'Antico Nemico.

Transitando poi sopra il ponte che passando sopra il fossato conduceva all'ingresso, si scorgevano incisi sui fianchi del passaggio certi rilievi raffiguranti Alfonso stesso circondato dai congiunti, dai capitani e dai grandi ufficiali del regno, mentre poco oltre due imponenti porte di bronzo celebravano Ferrante e le sue valorose imprese.

Lorenzo, ch'era stimato uomo di grande prudenza e d'ingegno docile e versatile, ben comprendeva che simili figure non erano un mero sfoggio artistico o erudito, bensì, con la magnificenza che emanavano, erano specchio terreno della ricchezza e della potenza della casa d'Aragona di Napoli, il cui timore doveva cogliere ogni qualsivoglia mortale varcasse quelle soglie.

Re Ferrante nondimeno lo accolse con viso gioviale e mansueto, lo prese sotto braccio e lo condusse a visitare la reggia, i giardini, la maestosa biblioteca, lo onorò perfino con ricchi doni di benvenuto e lo alloggiò nella splendida dimora del castellano Pascasio Diaz Garlon, situata proprio di fronte al castello, il che Lorenzo ben sapeva significare che Sua Maestà meditava d'ucciderlo.

Pochi giorni dopo il suo arrivo, e precisamente mercoledì 22 dicembre (10), Ferrante lo invitò ad una cena privata in Castel Nuovo, in compagnia della sola regina Juana e della duchessa Ippolita, la quale svolgeva anche allora, nell'interesse della famiglia, l'importantissimo ruolo di mediatrice fra le grandi potenze d'Italia e in primis fra Milano, Napoli e Firenze, nonché faceva le veci del marito assente, in quanto ancora impegnato nella guerra di Toscana.

Quantunque avesse già trentaquattro anni compiuti e tre figli sulle spalle, donna Ippolita pareva inattaccabile allo scorrere del tempo: bella come un confetto, anzi come una fata, indossava quella sera una camora di damasco alessandrino (11) che ben risaltava la bianchezza del suo incarnato e l'oro delicato dei suoi capelli, i quali aveva acconciati in trecce e spirali attorno al capo e poi coperti con un fine velo di seta. Pure il seno, benché non particolarmente voluminoso, teneva oppresso sotto severi velami, per modo che chiunque l'ammirasse non avrebbe saputo dire cosa in lei andasse lodato per primo, se la pudicizia della sua mente o la castità del suo petto.

Era una visione che, se non fosse stato tanto impegnato a tremolare, lo sguardo di Lorenzo avrebbe certamente gradito. Ancora fanciulla l'aveva accompagnata a nozze, trovandosi ella a passare per Firenze, e ne serbava da allora un caro ricordo. Di lei s'era presto invaghito e per un certo tempo aveva creduto che anche Ippolita lo ricambiasse, ma s'era illuso: la mente della donna era interamente rivolta a Dio, il cuore ai figli e alla terra, e la fedeltà al terribile marito assoluta. Quello che Ippolita nutriva nei confronti di messer Medici non era mai stato amore, bensì una sincera e spassionata amicizia. Le piaceva discorrere con lui degli argomenti più svariati, ma nulla più di questo.

Egli, dal canto proprio, non era ciò che si è soliti definire una bellezza: di corpo robusto e agile, ma d'incarnato olivastro e d'altezza poco più che mediocre, era di volto a dir poco brutto. Possedeva scarsa vista e un naso assai largo e schiacciato, per la qual cosa sentiva poco o nulla gli odori. Nonostante tutto, però, si portava con una tale dignità da indurre reverenza, e l'altezza del suo intelletto faceva presto obliare i difetti del corpo.

In quella sera contava di perorare la causa della pace - così infatti gli aveva suggerito Ippolita, poiché Ferrante era sempre più allegro dinanzi a una coppa di buon vino - ma si trovò ben presto deluso: il sovrano impiegò larga parte della cena a discorrere di futilità, la rimanente a mangiare, e anche dappoi che la regina si fu ritirata in camera dell'infanta, lasciandoli alle loro chiacchiere, egli preferì parlare della caccia coi falconi, la quale sapeva appassionare grandemente anche l'illustre ospite fiorentino, che non di altro.

Non per questo Lorenzo si perdette d'animo ma, da uomo astuto qual era, e nondimeno superbo e ambiziosissimo, trovò modo di spostare la conversazione laddove mirava: « lodo la sapienza di Vostra Maestà e la sua perizia, ma soprattutto la magnanimità che la dimostra nell'offrire a un umile forestiero quale io sono l'ospitalità degna d'un gran signore, ch'io non mi sento ».

Dal capo opposto della lunga tavolata, re Ferrante sorrise compiaciuto. Nella sinistra stringeva un calice di vino rosso che, con totale disinvoltura, roteava fra le dita tozze. « Vostra Magnificenza è fin troppo modesta », giudicò, in termini che nient'affatto pensava.

« Non modesta », lo corresse Lorenzo, « bensì consapevole del proprio stato, giacché oggi vengo alla Maestà Vostra da supplice, quando tredici anni orsono venivo desideroso di conoscere il mondo (12), garzone ancora inesperto... ricordate ancora come mi prendeste per mano e mi conduceste vosco per queste sale, e quante parole d'affetto palesaste per la felice anima del mio genitore ser Piero? »

Ferrante chinò lievemente il capo in segno d'assenso, ma non aggiunse nient'altro, sicché il Medici continuò: « ebbene mi auguro che questo nostro colloquio non voglia essere di puro diletto ma piuttosto, in virtù della lungimiranza di Vostra Maestà, voglia trattare tra noi la pace ».

Proprio questo il sovrano attendeva di sentire. « In altra occasione, Magnifico Lorenzo, ma non a cena. Scordate forse di trovarvi a Napoli e qui a Napoli l'usanza è di non tediare l'ospite con discorsi politici ».

« Oh, ma non mi tediano punto questi discorsi! » ribatté ingenuamente l'altro.

Ferrante stavolta non rise, come pure gli era consueto, si limitò bensì a scrutarlo con volto vagamente malevolo, l'angolo delle labbra piegato in un sorriso beffardo, e a dirgli: « avete frainteso, l'ospite in questione sono io ».

Lorenzo ammutolì e pure Ippolita, seduta a metà tavola fra i due, si rivolse perplessa al suocero. Ferrante schioccò allora le dita e al suo comando i servitori presentarono in tavola anche l'ultima sorpresa di quella sera: un castelletto di truffoli guarniti di miele e mandorle dolci, servito su un vassoio d'argento finemente cesellato.

« Quest'oggi ho voluto onorarvi con due miei presenti: il primo, la squisita compagnia di mia nuora, con la quale so bene quanto vi dilettiate di discorrere di letteratura e altre piacevolezze; il secondo, in forma di castello, questo dolce proprio della mia terra. Ebbene, ora che avete già gustato della gentile Ippolita, vogliate gustare anche di quest'altro e darmi indi il vostro giudizio su quale dei due sia il più delizioso ».

Ippolita arrossì violentemente sulle gote candide, come non le capitava più da quand'era una fanciulla, mentre il Medici, colto alla sprovvista, non seppe far altro che balbettare: « Maestà, voi mi onorate assai più di quanto io meriti, pur tuttavia comincio ad avvertire una leggera indisposizione di stomaco e... »

« Non vorrete certo offendermi spero! » lo incalzò impietoso Ferrante, per modo che suonò quasi una minaccia.

Lorenzo iniziò sin da allora a sudare freddo, il bavero del farsetto d'improvviso gli parve un cappio opprimente. Sapeva che il re non attendeva che l'occasione di farlo fuori e quella pietanza invero, preparata appositamente per lui e a lui solamente servita a conclusione della cena, appariva sospetta.

A trarlo d'impaccio intervenne la stessa Ippolita, che disse: « lasciate che sia io a servirmene per prima ». Le dita affusolate sfioravano già l'orlo del vassoio, quando si videro tempestivamente respinte.

« No ». Re Ferrante la interdisse infatti, non con violenza, ma con dolcezza, sicché Ippolita, la quale ben sapeva di dover temere le carezze degli Aragona ancor prima che le loro percosse, si persuase a riporre le mani in grembo. « Questo è il mio presente per messer Lorenzo, egli ed egli solo per primo dovrà servirsene ».

E già il brutto muso del signore di Firenze era divenuto pallido a guisa d'un cencio quando, d'improvviso, un valletto dalla livrea verde aperse la porta della sala, dalla quale entrò sgambettando una bimbetta di sì e no quattro anni. La balia invece, secondo abitudine, rimase ad attenderla sulla soglia. A quella vista lo sguardo di Ferrante, da torvo che era, s'addolcì all'istante; il suo volto s'illuminò d'un sorriso vivo, sincero. Subito il vecchio re protese le braccia verso colei che veniva e: « mi pequeña! » la chiamò contento.

La piccola Beatrice vestiva una turca di velluto scarlatto e una cuffia invece bianca, mentre al petto stringeva una di quelle pupattole dal viso di ceramica e dai boccoletti biondi che il nonno le aveva fatto recentemente giungere dalla Spagna. « Sono venuta per la vostra benedizione, senyor avi! » proruppe, una volta che gli fu di fronte. Era consuetudine infatti che il padre, o chi per lui, benedicesse ogni sera la prole prima di scurarsi per dormire.

Ferrante subito se la sedette sulle ginocchia, apparentemente dimentico del proprio ospite che, invece, assisteva alla scenetta con sguardo inebetito. Lorenzo conosceva quella bambina: proprio quella mattina aveva meravigliato la corte tutta, durante la solenne messa tenutasi nella Cappella Palatina del castello, quando, seduta su un morbido cuscino di velluto negro, se n'era stata silenziosa e assorta, pregando, levandosi e inginocchiandosi nei momenti opportuni senza che nessuno la incitasse a farlo; per di più al termine della funzione, non appena la regina aveva avuto la pace, da sola s'era alzata e si era inchinata al cospetto della sovrana, sì da riceverne il bacio in segno di pace.

Informato poi circa la sua identità, Lorenzo era rimasto stupefatto nel vedere il temutissimo re Ferrante tributare tante attenzioni ad una nipote che, in fondo, aveva solo metà del suo sangue, mentre per il rimanente mezzo era figlia d'un duca forestiero che pure adesso gli guerreggiava contro. Sul momento aveva pure sospettato che la bambina, in verità, fosse un ostaggio, invece s'era dovuto ricredere: i duchi di Ferrara non mostravano il benché minimo interesse per la sua sorte; il re, viceversa, ne era perso.

L'attenzione della bambina fu presto catturata dal luccichio del miele che dorato colava dalla montagnola di truffoli, né pareva intenzionata a distogliersene. Ferrante mostrò allora un bonario sorriso e: « hai ancora fame, nieta mi? » la interrogò perciò. Sapeva quanto la nipote andasse matta pei dolci, che fossero pagnotte guarnite d'uva passa, ciambellotti ripieni o marzapane preparato secondo le ricette di Cicilia.

Beatrice subito annuì con la testa, sicché il nonno agguantò il vassoio dal bordo e lo tirò più prossimano a sé.

« No! » Ippolita scattò all'impiedi, attirandosi di conseguenza addosso gli sguardi straniti dei due commensali, per la qual ragione fu subito costretta a giustificarsi: « si guasterà lo stomaco se mangia prima d'andare a letto! » Temeva in verità che quel cibo fosse avvelenato e che suo suocero fosse tanto pazzo da mettere a rischio perfino la vita della nipote amatissima, magari sovvenendola poi con un qualche antidoto, pur di potere in tale modo sbarazzarsi altresì dell'odiato nemico.

« Sciocchezze ». Con un gesto imperioso re Ferrante le comandò di rimettersi seduta, ordine cui la buona Ippolita, pur nolente, dovette obbedire, dopodiché sottrasse egli stesso un truffolo dalla cima d'una torre e lo accostò alla boccuccia della propria pupilla, invitandola a gustarne pure. « Qualche piccola leccornia a quest'ora non potrà guastarle di certo ».

Sotto lo sguardo terrorizzato d'Ippolita, re Ferrante iniziò così a rimpinzare la nipote di truffoli, boccone dopo boccone. Sollevò adunque lo sguardo verso il proprio ospite, la cui presenza solo allora pareva essergli tornata alla memoria, e ricominciò donde pocanzi aveva interrotto: « voi sapete, Magnifico Lorenzo, quel che occorre fare quando si scorge un nido di falco su un albero? »

Il mediceo signore si mostrò stranito dalla domanda, alquanto insolita invero, nondimeno rispose: « be', se le uova sono già schiuse, ci si arrampica, si mettono i piccoli in una cesta e li si conduce dove si intende allevarli ».

Il sorriso del re recuperò la piega sinistra ch'aveva assunto all'inizio. « Dopodiché », proseguì, « bisogna imbeccarli con carne cruda di buona qualità e bisogna per prima cosa tagliarla in piccolissimi pezzi, poiché gli uccelletti del nido non hanno ancora forza bastante a sminuzzarla ». Così illustrava con le parole e con gli atti, pascendo la nipotina, alla quale era chiaro stesse alludendo con quei discorsi.

« So anche però che l'uccelletto muore, se vien tolto dal nido troppo presto, o, se non muore, ne verrà un adulto comunque non pari a quelli allevati nel nido paterno ».

La risposta fu a dir poco ardita e Lorenzo ben se ne accorse dallo sguardo feroce che il re gl'indirizzò subito dopo.

« Solo se non si sa come pascerlo. Ma il buon falconiere, se vuole che il falco venga tale e quale a sé, se vuole che lo riconosca, che gli obbedisca e che lo ami, occorre che egli stesso se lo tiri su da sé. Non è strano infatti, come anche voi saprete, che i piccoli dell'orsa nascano informi, e che sia la madre a poco a poco, con l'amoroso lambire, a conformarli ».

S'interruppe un momento, poiché la bambina, ormai sazia, storceva il viso dal boccone, e con una salvietta profumata le tamponò il musino dalle briciole. « Vedete, Magnifico Lorenzo », proseguì allora sorridente, snudando i denti in parte ormai anneriti dall'età, « niente trovereste al mondo che mi sia più caro di costei e dell'infanta Giovanna mia figlia ».

Era implicita nella sua professione l'accusa; proprio come con le bestie, egli lo aveva messo alla prova: Lorenzo non s'era fidato a cibarsi dalla sua mano, temendo che questa potesse schiacciarlo; Sua nipote, nella propria innocenza, era invece la sola che paresse non temerlo, sicché se n'era guadagnata il rispetto e la predilezione assoluta. Con quel gesto Ferrante gli aveva dimostrato che non serviva temere le sue carezze, poiché non avrebbe rischiato, schiacciando lui, di ferire altrettanto ciò che più gli stava a cuore.

« Vostra Maestà, esattamente come voi, anch'io amo infinitamente i miei figli e proprio per il bene loro mi trovo qui adesso », intervenne Lorenzo, tentando di ricondurre il discorso lì dove poco prima era stato bruscamente interrotto. « Sogliono coloro che dubitano della morte ricorrere agli amici per sussidio, sogliono ricorrere ai parenti, io invece ricorro a voi, poiché dei primi manco e dai secondi ho avuto più rovina che aiuto. In tale stato mi trovo, che da chi gli altri sono difesi, io sono morto. A voi mi appello dunque, e alla vostra infinita clemenza: da un anno e mezzo la guerra fra noi imperversa, le nostre finanze, i nostri cittadini piangono, i nostri cari temono per la nostra incolumità, e noi per la loro... a che giovò dunque rompere la lunga pace d'Italia, se non alla comune rovina? Credetemi, Vostra Maestà, se vi dico che in certi momenti la morte mi parve preferibile alla vita, e che volentieri spegnerei col mio sangue il fuoco di quest'incendio, purché sia restituita la pace là dove fu tolta ».

« Pace ». Ferrante scandì quelle poche sillabe in tono quasi canzonatorio, come se la credesse, se non proprio un'utopia, una condizione comunque irrealizzabile. « Cos'è questa pace di cui voi mi cantate, messer Lorenzo? L'ho cercata per tanti anni. Non esiste. Perdona i traditori, sovvieni il tuo popolo, fai tutto il bene di questo mondo: troverai comunque uno pronto ad accoltellarti. L'uomo è corrotto sin nelle midolla, né può esistere pace in questo mondo. Persino il Nostro Salvatore, che scese a portarcela, vide ricambiata con la croce la sua bontà. Bisogna sbranare prima d'essere sbranati, solo così si può ottenere la pace. Noi Aragona, messer Lorenzo, discendiamo da una generazione di re guerrieri che affonda le sue radici nelle radici stesse d'Ispagna. Mio padre Alfonso era per istinto un combattente dall'immaginazione fervida e irrequieta: egli si convinse che questo regno dovesse appartenergli e non si diede pace finché non fu così. Ventidue anni durò questa conquista, messer Lorenzo, potete immaginare? Ventidue anni di lotte, di stenti, di sconfitte. Perfino il suo più caro germano perdette in questa guerra, l'infante don Pedro mio zio, che aveva trent'anni appena, e sapete come morì? »

Scostato di lato il vassoio col dolce, sollevò allora la nipotina in piedi sul tavolo e: « Beatriz », le si rivolse, « vuoi dire tu a messer Lorenzo come morì don Pedro? »

La bambina perciò, dopo un primo attimo d'esitazione, sempre con la bambola stretta al petto e i pugni tesi, spiccò un saltello in avanti e batté i piedi all'unisono sul mantile, mimando un gran scoppio. « La Pazza gli spiccò la testa! » conclamò a gran voce

Ippolita storse il naso a quella scena. Non approvava per nulla il comportamento del suocero, che insisteva a raccontare alla bambina dettagli tanto raccapriccianti. Se a prima vista parevano non turbarla, in realtà, ne era certa, la scuotevano nel profondo e contribuivano a plasmarne un animo che - così temeva - sarebbe venuto fuori contorto. Ma così piaceva a Ferrante: gli piaceva, pur vecchio, rivedersi in quella creatura.

« La... Pazza? » domandò perplesso Lorenzo.

« Sì! sì! La Pazza degli Angiò! » gli rispose esaltata Beatrice, e col palmo della mano aperta picchiò sul viso della pupattola, nello stesso identico punto in cui immaginava fosse stato colpito l'infante don Pedro.

Ferrante le posò una mano sulla testa, acciocché si acquietasse, e aggiunse: « la Pazza fu la bombarda angioina che dalla torre campanaria della Madonna del Carmine sparò il colpo che uccise mio zio. Don Pedro, messer Lorenzo, era proprio un grand'uomo, bellicoso e feroce, e io l'ammiravo. Aveva però un vizio, che ho forse tutt'ora anch'io, e cioè essere fin troppo concreto. Il signor Re mio padre tentò di dissuaderlo dall'assediare quel luogo sacro, poiché giusto il giorno prima una delle loro bombarde, la Messinese, anziché colpire il campanile ov'era posta l'artiglieria angioina, aveva sfondato l'abside della chiesa e si era diretta verso il Santissimo Crocefisso. Questo, invece che andare distrutto, chinò il capo per schivare il colpo, dimodoché la sola corona di spine ne fu sfiorata. A ognuno fu subito chiaro il miracolo, non a mio zio, che volle insistere, e insistendo vi trovò la morte. Io avevo quindici o sedici anni all'epoca, ero appena giunto da Barcellona, e lo vidi, trascinato dal cavallo imbizzarrito ora qua e ora là per buon tratto, sull'arcione insanguinato, prima d'essere gettato sull'arena. Quel giorno fu come se il sangue che vedevo uscire dalle sue ferite fosse il mio di sangue, e ben potete immaginare quale immenso dolore ferì il mio povero padre, quale scoramento, quando se lo vide così tornare decollato. Egli comprese che Dio glielo aveva tolto, poiché contro Lui avevano osato, e fece ammenda. Talvolta si poneva sulla cima del Monte Echia e di lì, dall'alto, rivolto alla città che ancora stentava a conquistare, gli occhi gli si velavano di pianto e sapete che diceva? Forza, Beatrice, racconta tu stessa a messer Lorenzo ciò che il tuo bisavolo diceva ».

La bambina si premette l'indice sulla boccuccia aperta, lo sguardo chino verso il basso, sfuggente. Con ogni evidenza, non se ne ricordava più. Ferrante la incitò perciò cominciando: « O ciudad, cuanto me cuestes, por la gran desdicha mia! »

Gli occhi di Beatrice s'illuminarono a quell'udire, sicché li puntò sicura sul Medici e da sé continuò: « Cuèstame duques y condes, hombres de muy gran valia, cuèstame un tal... un tal hermano, que por hijo lo tenia... cuèstame ventidos anos, los mejores de mi vida, que... » Di nuovo s'interruppe, incerta cercò lo sguardo del nonno come a chiedergli aiuto.

« Que en ti me nacieron barbas », concluse Ferrante, « y en ti las encanecia (13) ». Nuovamente riprese con sé la bambina, se la sedette sulle ginocchia, quindi, dopo un attimo d'interruzione, tornò al discorso primario: « dopo vent'anni d'insuccessi, mio padre fu sul punto d'arrendersi e di far vela verso l'Ispagna. Sapete cosa lo salvò a quel punto? Non la sua armata di valenti guerrieri, non il soccorso degli alleati, né l'astuzia, la persuasione o la costanza, ma un pozzo. Un pozzo. Due fratelli muratori, che per la fame erano usciti da Napoli, gli suggerirono d'introdursi nottetempo nella condotta sotterranea d'un acquedotto che, passando sotto il muro di cinta, conduceva dentro la città. Un pozzo nascosto in un orto ne costituiva l'ingresso. Egli scelse duecento valorosi guerrieri, nottetempo calarono in esso una corda lunga ventisette cubiti e uno dopo l'altro si calarono giù. Non senza una tremenda fatica si fecero strada: lo spazio era angusto, il cunicolo buio, le armi intralciavano i movimenti. Tutta la notte impiegarono per entrare, però ce la fecero. Il sole era già alto quando mio padre li sovvenne dando l'assalto alle mura. Il nemico fu vinto, la città presa ».

Beatrice batté le manine tutta contenta e con un'ingenuità tutta infantile pregò il nonno che volesse raccontarle un'altra di quelle vicende cavalleresche che tanto l'affascinavano, specie se avevano per protagonisti i membri della sua famiglia; ma il pensiero di Ferrante in quel frangente era ben rivolto altrove e non poté darle retta. Rimase piuttosto concentrato sull'illustre ospite fiorentino, nel dirgli: « venti e due anni mio padre, sapete invece quanti ne impiegai io, messer Lorenzo, per conquistarmi questo regno? Provate a immaginare, via ».

Si compiacque dell'espressione sbigottita comparsa sul volto del Medici, dopo quella domanda, e non gli diè modo di rispondere: « la situazione politica di Napoli alla scomparsa del signor Re mio padre era disastrosa. Aspri risentimenti pesavano sulla sua memoria, e sulla mia, perché eravamo stranieri, infidi, ambiziosi, perché io ero un bastardo, e i baroni ribelli non esitarono un solo istante prima di sollevare le armi contro di me e favorire il mio nemico Giovanni d'Angiò, il quale si proclamava legittimo successore al trono, e benché fossi già re, fu come se questo regno avessi dovuto riconquistarmelo da me una seconda volta, con queste mie sole mani. Cinque anni lottai in una guerra accanita, tra tradimenti, stenti, e ribellioni. Cinque anni lontano da mia moglie, la mia dolcissima Isabella, lontano dai miei figli. La mia stessa corona, messer Lorenzo, perfino quella giunsi a impegnare, sommerso com'ero dai debiti. Credete forse che proseguire la guerra contro di voi mi spaventi? è nulla in confronto a ciò che ho patito nella mia gioventù. Avevo trent'anni allora, adesso ne ho quasi sessanta, e la mia vera ricchezza, la mia vera difesa, non sono queste mura, messer Lorenzo, né queste torri, né i forzieri colmi d'oro e d'argento, né qualsivoglia tesoro voi possiate trovare per queste sale, ma questi ». Ferrante posò significativamente il palmo sul capo della piccina, la quale puntò le iridi profonde in direzione del Medici. « I miei figli e nipoti sono la mia unica vera e sola ricchezza e perciò io farò ogni cosa mi sia necessaria pur di assicurarmi che mai nessuno di loro debba trovarsi nel medesimo stato di cose in cui mi trovai io, allora che venne a morte la serenissima maestà di mio padre Alfonso (14) >>.

Da queste parole Lorenzo comprese che Ferrante non era un uomo crudele, così come i suoi detrattori lo descrivevano; Ferrante era un uomo che al prezzo delle proprie stesse ferite aveva imparato a sopravvivere, un uomo che sapeva che la pietà, se non opportunamente misurata, porta alla rovina gli stessi benefattori, e che sovente un grande male può essere germe d'un bene superiore.

Detto quanto, il sovrano si levò in piedi, obbligando a loro volta i commensali a fare lo stesso, e, sempre reggendo la bambina sul braccio, li congedò col dire: « l'ora per lei è già tarda, sarà bene che io adesso la metta a letto. Continueremo questa nostra discussione un altro giorno ».

Ben sapendo però che giorno poteva voler dire settimana o forse mese, Lorenzo non si diede per vinto, ma: « Vostra Maestà! » lo trattenne, con un enfasi che parve proprio esagerata. « Tutto ciò che mi avete raccontato stasera non suona nuovo alle mie orecchie, nondimeno v'ho lasciato parlare. Adesso, ve ne prego, lasciate parlare me. Come voi, anch'io conosco quale dolore scaturisca dalla perdita dei propri cari. Quando penso con quanta frode, con quanto odio sia stato ucciso il mio povero fratello, e io assalito, veramente un fortissimo sdegno m'invade. Perché quale ingiuria abbiamo noi fatta ad alcuno, che se ne meritasse tanto desiderio di vendetta? Le ferite che inflissero a lui, Vostra Maestà, le inflissero a me. Nondimeno Nostro Signore anche dalla croce perdonò ai nemici suoi, così io voglio seguirne l'esempio. Se voi dunque volete lasciare ai pargoli uno stato saldo e ubbidiente, ciò che da padre comprendo e approvo sopra ogni cosa, non permettete si spargano nuovi semi di guerra, ché se voi pensate che levando di mezzo la mia persona, o quella dei miei figlioli, o dei miei parenti, voi avrete mano libera in Toscana, vi ingannate al pari del fanciullo che pensa di attingere acqua con una secchia forata. O siete persuaso che ser Girolamo e il duca Federico si piegheranno alla volontà vostra senza tentare di godere del medesimo vostro lauto pasto? Banchetterete forse volentieri delle terre di Toscana, ma non vi sazierete, e la guerra continuerà imperterrita mentre voi tutti invecchierete avvelenando il cuore dei vostri successori, e mai sarà la pace in Italia se Firenze non sarà libera da domini forestieri. Guardate la vostra pupilla, Maestà, e ditemi: che quiete sperate mai in futuro per lei, se quel che oggi preparate non è che l'inizio d'un terribile flagello per tutti? Io non ho l'arroganza di chiedere per me salva la vita, ché so che la vostra deliberazione, se mai fosse morte, non sarebbe mutata dalle parole mie, né dalle preghiere dei miei fanciulli. Se così è infatti necessario, io spero questa guerra col sangue del mio fratello cominciata, col mio finirla. Solo vi chiedo di valutare la pace per Firenze, e in cambio di questa pace far di me quel che più vi parrà conveniente. A voi mi rimetto, Maestà: all'intelletto vostro, non alla vostra pietà ».

Re Ferrante seppe riconoscerne l'audacia, e l'apprezzò. Per la singolarità dell'animo suo, che quasi l'opponeva al rimanente del genere umano, egli era ben capace di spregiare un leone, e di plaudire invece all'animosità d'una formicola, se questa mostrava l'ardire di venire a rubare la briciola dal suo piatto.

Con varie cagioni poi dal Dicembre al Marzo trattenne quella formicola presso di sé, non tanto per non sapere qual risposta dargli, quanto piuttosto poiché sperava che Firenze, profittando della sua assenza, si sollevasse. Ciò non avvenne invece, i cittadini rimasero fedeli, e dietro pagamento d'una certa somma di denaro e altre concessioni, Lorenzo ebbe la sua pace, e poté tornare a Firenze col recuperato possesso delle terre che nella guerra gli erano state tolte.

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Note al capitolo:

(1) Machiavelli dice di lui: "Antonio Tassino ferrarese, il quale, nato di vile condizione, venuto a Milano, pervenne alle mani del duca Galeazzo, e alla duchessa sua donna per cameriere lo concesse. Questi, o per essere bello di corpo, o per altra sua segreta virtù, dopo la morte del Duca salì in tanta reputazione apresso alla Duchessa, che quasi lo stato governava". Bernardino Corio invece dice: "questo Tassino già a Ferrara vendeva merci et da Galeazzo Sforza a Bona sua moglie fu dato per cameriero, et trinciante a tavola. Non era bello, ma giovane, et fuor di modo attendeva all'ornato del corpo, in modo che dopo la morte di Galeazzo Sforza in tanto favore et riputazione venne presso la Duchessa, che niuna cosa dello stato faceva, della quale egli non fosse consapevole". Circa le sue presunte umili origini, Ugo Caleffini riferisce al contrario nella sua cronaca che il padre di Antonio, Gabriele Tassino, era "zentilhomo de Ferrara, richissimo de patrimonio et per la moie da la quale l'have circa ducati vinticinque mila d'oro, essendo andato cum la persona a stare in Milano", ma è anche possibile che la sua fortuna fosse dovuta alla fortuna del figlio.

(2) Non si conosce con precisione quando iniziò la sua relazione con la duchessa. Antonio Perria - che a dire il vero spesso e volentieri scrive cose incredibili - sostiene che Bona fosse assai lasciva e racconta di un certo scandalo scoppiato nel 1469, per il quale Galeazzo avrebbe regalato alla consorte un chitarrista spagnolo assai bello, certo Mattia, salvo poi imprigionarlo l'anno seguente sotto accusa imprecisata. Sempre il Perria sostiene che la relazione col Tassino fosse cominciata vivente Galeazzo, ragion per cui quest'ultimo dal 1472 al 1475 avrebbe schifato la moglie. Tutte supposizioni comunque, le fonti coeve a questo proposito tacciono. 

(3) Questo almeno è stato il nostro primo pensiero leggendo, domandandoci come Gian Mario Filelfo avesse mai potuto scrivere tante menzogne sul conto di Galeazzo Maria senza sputarsi in faccia. E perfino esclama: "di quella morte è morto che non solo non si duole, ma ha sempre desiderata!" Certo, perché chi non desidererebbe d'essere ucciso a furia di pugnalate sulla soglia d'una chiesa? Perlomeno, se non fu Galeazzo Maria a desiderarla, possiamo ben dire che chiunque altro lo fece in vece sua.

(4) Fiflòn, ossia piagnucolone. Le rimanenti frasi tradotte sarebbero: 1) Ma si può sapere che roba è questa?; 2) Blasfemo io? E 'sto Piagnone qui allora, che ha pure il coraggio di mandare i buoni a nulla in Paradiso? 

(5) Donato era infatti morto dopo qualche mese di prigionia poiché, mentre tentava di fuggire per una finestra della torre aggrappato a certe lenzuola annodate a mo' di corda, era precipitato su alcune pietre nella fossa della rocca e ne era rimasto tutto sconquassato, trovando in pochi giorni la morte. O almeno così si disse.

(6) Che i papi dell'epoca spacciassero i propri figli illegittimi per nipoti non era per nulla insolito e che anche Girolamo Riario appartenesse a questa categoria lo suggerisce l'erudito Ludovico Antonio Muratori nelle sue Antichità Estensi. Nondimeno ai giorni nostri Girolamo Riario è comunemente considerato nipote, e non figlio, di Sisto IV.

(7) Perplessità per via della parentela che Ercole aveva stretto col re di Napoli, cosa che lo rendeva inviso ai veneziani.

(8) Così Bernardino Zambotti: "A dì 11, il sabbato. Se intexe como lo duca nostro hera sta' a parlamento con la duchessa de Milano [...] e infine hera deliberato ch'el signore Ludovico Vesconte [...] dovesse tornare a Milano e havere il governo del tuto como faceva messer Cecho secretario". L'esatto opposto dice invece Bernardino Corio milanese: "il prossimo giorno, che fu a undici di Settembre, l'Estense per commissione del Duca venne a Milano, in nome del quale già Cecco gli haveva scritto; ma essendo indugiato non più che due giorni, e con gran sospitione, cavalcò a Pavia, e quivi entrato in nave se ne andò a Ferrara". È chiaro che, come d'abitudine, il duca Ercole tenesse il piede in due scarpe.

(9) Così Giuliano Passaro: "in lo mese dei iugnio 1465 intrao in la cità de Napole lo conte Iacovo, lo qualo lo assecorao lo sig. Francisco Duca de Milano, perché era stato inimico suo; [...] lo sig. re Ferrante le fece uno grande onore [...] et dopo circha vinte dì [...] lo pigliò presone, et in poco tempo fo morto, perché era uno diavolato omo".

(10) La cena, essendo - a causa delle scarse notizie sulla visita di Lorenzo a Napoli - da noi immaginata, è stata collocata in questo preciso giorno poiché al 22 Dicembre 1479 risale una lettera dell'oratore estense Niccolò Sadoleto in cui questi dà notizie ai duchi di Ferrara dei due figlioli lasciati a Napoli e narra appunto del comportamento tenuto da Beatrice in chiesa come di seguito raccontato. Sempre nella stessa lettera l'ambasciatore si sente in dovere - per via dell'eccezionale bellezza e dell'intelligenza del bambino - d'incitare la duchessa a far condurre il piccolo Ferrante a Ferrara, dicendo che "mo' che è grandezolle, la maistate del re vel daria", mentre "la puta no, perché la maiestate sua vole maritarla e tenerla per sé". 

(11) Il damasco alessandrino è un tessuto dai motivi molto elaborati che corrisponde verosimilmente ad un azzurro dai riflessi violacei.

(12) Con lo scopo di cementare un avvicinamento tra gli Aragona e i Medici, e cogliendo l'occasione delle nozze di Ippolita con Alfonso, nel '66 Lorenzo ancor diciottenne si era recato a Napoli e ivi trattenuto per oltre un mese.

(13) Si tratta di una romanza catalana dell'età del Magnanimo, della quale offriamo di seguito una traduzione:

"O città, quanto mi costi,
per la gran disdetta mia!
Tu mi costi duchi e conti,
uomini di gran valore;
tu mi costi un tal fratello,
che tenevo come un figlio...
mi costi ventidue anni,
i migliori della mia vita,
ché in te mi spuntò la barba
e in te mi si è incanutita!"

(14) parole di Ferrante ad Antonio da Trezzo, ambasciatore di Francesco Sforza: "Antonio, tu sai in che extremità me hay veduto doppo che morì la bona memoria del s. Re mio patre; io non ho voluntà de tornargli un'altra volta, et però penso, cerco et spero assecurarmi per talle modo che questo mio regno che né mi, né i miei figlioli, né li figlioli dei miei figlioli habiano ad trovarsi in quello che me sono trovato io".

Massimamente ringraziamo lucille994 per aver fatto, circa gli eventi riguardanti Lorenzo, l'intero lavoro di ricerca al posto nostro, e per aver nondimeno costruito la quasi totalità del discorso finale di Lorenzo e parte di quello iniziale. Ringraziamo pure Luca Cavallari per averci tradotto le frasi in ferrarese, hoelravenspur per il suo aiuto e la formicola per essere venuta a rubare dal piatto nostro, suscitando in noi l'ispirazione.

In foto: Sbarco di Lorenzo d'e Medici a Napoli, di Gaspero Martellini (1785-1857).

 

   
 
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