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Autore: Soul Mancini    17/11/2021    2 recensioni
3005 d.C.
La comunità LGBT, grazie alle più moderne tecnologie, ha potuto ritagliarsi uno spazio tutto per sé e vive indisturbata sulla Luna. È l’unica opzione che i ragazzi della nuova generazione conoscono: l’eterosessualità è un tabù di cui non si parla, ogni singolo aspetto della cultura è pensato perché l’amore omosessuale sia l’unico contemplato e accettato.
Joy è una ragazza di quasi diciott’anni che si sente diversa dagli altri, sbagliata nel mondo in cui è costretta a vivere. Davanti ai suoi amici e alla sua famiglia riesce a fingere, ma alla soglia della sua maggior età l’attende il temutissimo test nella Stanza degli Elettrodi, decisivo per il suo futuro: sarà degna di appartenere alla comunità omosessuale o verrà mandata in esilio sulla Terra, un pianeta su cui non è rimasto niente a causa di una terribile Esplosione?
Le leggi della società sono dure e Joy lo sa, è consapevole di non poter in alcun modo ingannare la scienza e sfuggire al suo destino.
Ed è consapevole che il suo cuore batte più forte quando si trova accanto a Stephen.
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Genere: Drammatico, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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How To Love
 
I

 
 
 
 
 
 
“Diciott’anni! Diciotto fottutissimi anni, ragazzi!” sbottò Jonas in preda all’entusiasmo, sollevando maldestramente il suo bicchiere in aria.
Lo osservai mentre mandava giù l’ultimo sorso del suo drink; le luci del locale scorrevano tra i suoi capelli dalle ciocche multicolore, scendevano sulla sua camicia azzurra con le margherite e indugiavano sulla mano di Stephen, stretta attorno al suo ginocchio.
“Domani hai l’esame più importante della tua vita: dovresti arrivarci sobrio” asserì Destiny con una risatina.
“Sarò sobrio abbastanza, tesoro” biascicò lui, per poi scoppiare a ridere e abbandonarsi contro il corpo di Stephen.
Quest’ultimo sghignazzò e gli lasciò una carezza tra i capelli. “E tu vorresti prendere la patente? Diventerai un pericolo pubblico!”
“Grazie per la fiducia, amore mio!”
Presi un sorso di champagne dal bicchiere ancora pieno per metà e tentai di distogliere l’attenzione da quella conversazione, focalizzandomi sulla musica di sottofondo che non era poi tanto interessante.
Non amavo le feste né le serate trascorse a far nulla nei locali, ma quella volta avevo fatto uno sforzo per rendere felice il mio gruppo di amici. I diciotto anni di Jonas erano un evento importante per tutti quanti.
“Ehi, io ho voglia di ballare! Chi viene con me in pista?” esclamò Toyah, ravviandosi i capelli castano scuro dietro le spalle. Detto ciò si voltò verso Destiny, seduta accanto a lei, e prese a fissarla con insistenza, gli occhi colmi di aspettativa.
Lei, dopo diversi secondi, sollevò gli occhi al cielo e sospirò. “E va bene, andiamo a ballare! Per colpa tua sto collezionando talmente tante figure di merda che ormai ho perso il conto…”
Toyah si lasciò sfuggire un gridolino di gioia, saltò in piedi e afferrò il polso della sua ragazza per incitarla a fare lo stesso.
Le osservai dirigersi verso il centro della pista mentre ridevano; erano proprio una bella coppia.
“Stephen?” strillò Jonas, nonostante l’orecchio dell’interessato si trovasse a pochi centimetri dalle sue labbra.
“Dimmi.”
“Andiamo a ballare anche noi?”
“Ma se non ti reggi in piedi!” gli fece notare Stephen con una risatina.
“Sì invece! Ti prego, voglio andare a ballare…”
“D’accordo.”
I due si misero in piedi – Stephen cingeva le spalle dell’altro con fare protettivo –, poi parvero accorgersi della mia presenza e si voltarono verso di me.
“Vieni con noi, Joy?” mi domandò il più grande, stringendo più forte a sé il corpo di Jonas per evitare che barcollasse troppo.
Scossi il capo e posai il bicchiere ormai vuoto sul tavolino, attorno a cui ero rimasta solo io.
“Andiamo, è divertente! Ci sono pure Michael e Scott! Sei la persona più noiosa sul suolo lunare!” tentò di convincermi il ragazzo dai capelli multicolore, scoccandomi un sorriso sbilenco.
Mi strinsi nelle spalle. “Sto aspettando Indi, magari vi raggiugiamo più tardi” lo liquidai, sperando che smettesse di insistere. Non amavo particolarmente ballare, e quel giorno non ero decisamente in vena di festeggiamenti e divertimento.
Entrambi gettarono la spugna e si avviarono verso la pista, lasciandomi finalmente sola.
Mi godetti quell’istante di calma, nonostante mi sentissi soffocare dentro il pub: mi sarebbe piaciuto uscire all’aria fresca, o meglio, trovare una scusa per andarmene definitivamente e stare lontana da tutto e tutti, ma non sapevo cosa inventarmi.
Dopo qualche minuto mi accorsi di una presenza al mio fianco e realizzai che il momento di quiete era inesorabilmente terminato.
“Tesoro, ciao! Che ci fai qui tutta sola?” esordì Indi, accomodandosi sulla sedia accanto alla mia e stampandomi un bacio sulla guancia.
“Gli altri sono andati a ballare, ma io non ne avevo voglia” ammisi.
“Sempre la solita” commentò lei con una risatina, poi si accoccolò con la testa sulla mia spalla. “E che cosa ti va di fare?”
Ci riflettei su per qualche istante. “Beh… tra pochi minuti sorgerà il sole: mi piacerebbe vedere l’alba.”
Era vero: l’alba e il tramonto erano degli eventi naturali che mi rilassavano parecchio, adoravo osservarli e cercavo sempre di non perdermeli, visto che ne potevamo godere soltanto qualche volta al mese.
“Allora usciamo a vederla” sentenziò lei, alzandosi nuovamente e rivolgendomi un sorriso raggiante.
Lasciammo il locale e ci immergemmo nell’aria fresca tipica dei periodi d’ombra. Il cielo aveva già cominciato a colorarsi e illuminarsi all’orizzonte
 
 
 
Non era una sala d’aspetto come tutte le altre, come quelle degli studi medici o degli uffici. L’arredamento era sontuoso, i mobili in mogano conferivano un aspetto anticato all’ambiente e le poltrone imbottite davano l’illusione di una comodità che nessuno provava davvero là dentro.
Quando qualcuno entrava nella Stanza degli Elettrodi, quando un proprio caro era sottoposto alla grande prova di verifica che avrebbe sancito il suo destino, nessuno stava comodo in sala d’aspetto. C’era sempre quel pizzico d’ansia da parte di amici e parenti, quel dubbio che i neurologi trovassero qualcosa che non andava, qualcosa di diverso dalle aspettative.
Mi alzai dal divanetto imbottito su cui mi trovavo e raggiunsi la porta che conduceva al piccolo balconcino laterale apposito per i fumatori; la presenza di Indi, ma soprattutto quella di Stephen, non facevano che accentuare il senso di soffocamento che provavo in quel momento.
Una volta all’esterno, estrassi con gesti nervosi una sigaretta dal pacchetto e l’accesi. Sapevo che questo non avrebbe aiutato a distendere i nervi, ma un po’ ci speravo.
Pensavo a Jonas che si trovava all’interno di uno sterile studio medico, col capo trapuntato di elettrodi e attorniato da un’orda di neurologi intenti nel decretare se i circuiti del suo cervello si fossero formati nella giusta maniera – a decidere se fosse degno o meno di vivere sul nostro pianeta.
Intenti a esaminare il suo cuore oltre che la sua mente, a scavare dentro di lui per capire chi fosse predisposto ad amare. E alla fine, sulla base di questo, l’avrebbero osannato o condannato.
Non m’importava veramente di Jonas: la sua presenza, anzi, mi irritava parecchio e non riuscivo a sopportare che fosse il ragazzo di Stephen, che fossero così affiatati – ma era giusto far credere a tutti che fossi amica di entrambi. O meglio, era l’unica soluzione per non destare sospetti su di me; cosa fosse giusto o sbagliato, nessuno di noi era nella posizione di sentenziarlo.
Ciò che mi preoccupava davvero era che mancavano meno di due mesi al mio diciottesimo compleanno e che presto la Stanza degli Elettrodi sarebbe toccata a me.
Pensavo e nel contempo consumavo la mia sigaretta con nervosismo, urgenza, come fosse l’unica ancora di salvezza a cui potermi aggrappare. Una nuvola di fumo mi fluttuava attorno al viso e, anche se non potevo averne la certezza, supposi che anche le mie iridi fossero altrettanto offuscate.
“Joy.”
La voce di Indi alle mie spalle mi riscosse, ma non battei ciglio e non mi voltai. Avevo sperato fino all’ultimo che non mi seguisse, ma ormai sapevo com’era fatta.
“Tesoro, che c’è?” Mi affiancò e poggiò i gomiti sulla balaustra che ci stava di fronte, poi si sporse appena in avanti in modo da potermi guardare in viso.
Non sopportavo il suo atteggiamento invadente, quel suo volermi leggere dentro – come se realmente potesse comprendere qualcosa di me. Per quanto le volessi bene, era una persona troppo semplice per riconoscere le mie lotte interiori e capire quand’era il momento di lasciarmi in pace.
“Niente” ribattei in tono piatto.
“Sei preoccupata per Jonas?” incalzò, facendosi ancora più vicina.
“Sì” mentii.
“Anche io. Siamo tutti un po’ in ansia, Joy, ma secondo me non c’è nulla da temere: lui è la persona più gay dell’universo e gli esami non potranno dire il contrario! Vedrai che andrà tutto bene e lo avremo ancora tra noi.”
Avrei voluto allontanarla, gridare che non me ne poteva importare di meno di Jonas, che era ovvio che il suo esito sarebbe stato positivo, ma che il mio non sarebbe stato altrettanto scontato. Invece tacqui, come avevo sempre fatto per diciassette anni, e mi tenni ancora una volta tutto dentro, pronta a recitare il prossimo atto che componeva la mia vita.
“Lo spero.”
“Già gli esami di Stephen sono andati bene: questo secondo me è solo grazie all’amore che lega lui e Jonas. Si amano, quindi cosa potrebbe andare storto? Un po’ come noi due.”
Il sole illuminava i suoi occhi colmi di euforia e qualcosa che forse era amore. Avrei dovuto essere attratta da quelle iridi così particolari, color indaco, e dal suo viso bello e armonioso, dal suo corpo perfetto e dalle forme morbide. Indi era stupenda ed era giusto che io l’amassi, ma non ci riuscivo.
Annuii, accennai un sorriso tirato e tornai a guardare un punto indefinito davanti a me. Secondo lei eravamo una bella coppia, ma era soltanto una ragazzina di sedici anni che non aveva mai conosciuto il vero amore: a lei andava bene tutto, l’importante era essere fidanzata. Era innamorata dell’immagine di sé che dava all’interno di una relazione, non di me.
Senza nemmeno rendermene conto, avevo spento il mozzicone ormai consumato e le mie dita erano automaticamente andate in cerca di una nuova sigaretta. Poco prima che potessi accenderla, le dita dalle unghie laccate di viola di Indi si posarono sul mio polso. “Dovresti smetterla di fumare, lo sai? Te lo dico sempre.”
“Prima o poi smetterò.”
“Lo prometti ogni volta e non lo fai mai.” Mi attirò a sé e posò le labbra sulle mie, imbrattandole del suo rossetto viola abbinato alle unghie.
Non mi opposi anche se avrei voluto, e non lo feci nemmeno quando approfondì quel contatto e costrinse la mia lingua a una danza a cui non voleva partecipare. Lei in quei baci ci credeva, se li godeva, chiudeva gli occhi e si lasciava andare al piacere, mentre io ero sempre rigida e le mie palpebre restavano ben aperte.
Il mio sguardo corse altrove, oltre la vetrata, nella sala d’aspetto in cui erano ancora accomodati i genitori di Jonas e Stephen. Mi soffermai soprattutto su quest’ultimo, sul suo viso – bellissimo nonostante i lineamenti tirati dalla preoccupazione –, sui capelli castano chiaro tra cui passava le dita per scacciare il sudore. Erano le sue labbra che avrei voluto incollate alle mie, era il suo odore mascolino e non quello fruttato di Indi che volevo nelle mie narici, erano le sue mani che volevo strette attorno ai miei polsi.
Un crampo allo stomaco mi sorprese e mi scostai gentilmente da Indi, sperando che mi lasciasse in pace. Non riuscivo a sentirmi sbagliata per ciò che provavo nei confronti di Stephen, eppure sapevo di esserlo. Per la società, per la nostra cultura, lo ero e dovevo tener segreta quest’oltraggiosa attrazione.
O meglio, l’avrei celata finché non mi fossi trovata nella Stanza degli Elettrodi, e allora avrei dovuto pregare per un miracolo.
Avrei dovuto pregare per non ricevere il marchio bianco sul polso e non essere mandata in esilio.
“Che c’è?” mi domandò Indi, sistemandomi affettuosamente una ciocca di capelli corvini dietro l’orecchio.
“Niente, è che… voglio fumarla comunque, un’altra sigaretta” affermai evasiva, accendendo finalmente la stecca di tabacco e portandomela alle labbra.
Lei tossicchiò teatralmente. “Sembra di stare accanto a una ciminiera.”
Allontanati se ti dà fastidio, avrei voluto dirle.
Tanto non si sarebbe mai accorta che a perdere fumo ero io, che stavo implodendo dentro la mia giacca, che la mia mente si stava riducendo in polvere a furia di crogiolarmi nella disperazione.
Che a lasciare una scia di cenere ovunque passassi ero io, non la mia sigaretta.
“Comunque sei davvero bellissima, anche se qualche volta mi fai dannare. Questa giacca da dove salta fuori? È stilosissima!”
Abbassai lo sguardo sull’indumento in jeans scuro: era da uomo, mi stava largo, ma dal primo momento in cui l’avevo indossato mi ero sentita a mio agio.
“Me l’ha prestata Steph” spiegai, accennando al nostro amico oltre la vetrata.
Proprio in quel momento la porta della Stanza degli Elettrodi si spalancò e un raggiante Jonas ne uscì, raggiungendo la sua famiglia e tuffandosi tra le braccia di Stephen. Lo vidi sollevare il polso destro, su cui era stato inciso grazie a un laser un marchio riportante i sette colori dell’arcobaleno. Perfettamente abbinato ai suoi capelli.
Indi si lasciò sfuggire un gridolino entusiasta. “Ce l’ha fatta, è positivo! Che dici, entriamo?”
Annuii mio malgrado e fui costretta a spegnere la sigaretta.
Stephen e Jonas si stavano scambiando un appassionato bacio proprio davanti ai miei occhi, tutti erano contenti, eppure io non riuscivo a festeggiare – proprio come era avvenuto la sera precedente.
Jonas, durante la sua adolescenza, aveva sviluppato i giusti circuiti neurali che gli avevano permesso di essere un omosessuale modello, un degno membro della nostra società. Ora che aveva superato quella prova, poteva reputarsi libero di costruirsi una vita insieme al suo ragazzo.
Sentivo il cuore stringersi in una morsa alla consapevolezza che per me non sarebbe stato lo stesso.
 
Smoke was coming off my jacket
And you didn't seem to mind
I left a long trail of ashes
And you said "I like your style"
 
 
 
Indi lo chiamava fare l’amore, mentre per me era una tortura a cui cercavo sempre di sfuggire. Le dicevo che ero bloccata, che non mi sentivo pronta e soltanto in rare occasioni, quando faceva il muso lungo e mi implorava di tentare, le donavo quell’anfratto di me così intimo in cui non avrei fatto entrare nessuno – nessuno a parte Stephen.
Non sentivo mai niente, se non fastidio. Indi ci teneva a farmi provare piacere, a ricambiare con le stesse sensazioni che io le procuravo, ma non andava mai così.
Sdraiate sul letto sfatto della mia ragazza, entrambe nude e con la pelle madida di sudore, ci lasciavamo cullare dalle note di un brano di cui non conoscevo il titolo, ma che Indi adorava. Ogni volta che ci ritrovavamo da sole lei metteva su un album dal titolo Girl di una certa Maren Morris, uno dei suoi preferiti. Non mi aveva mai coinvolto granché, ma ormai lo conoscevo a memoria e alcune canzoni avevano finito per entrarmi in testa.
Indi mi stringeva da dietro, cingeva i miei fianchi e faceva aderire il suo seno e il suo ventre alla mia schiena.
Now heartbreak ain't a competition, but I took it in a landslide” sussurrò, seguendo la voce della cantante, prima di lasciarmi un bacio tra i capelli e abbracciarmi ancora più forte.
Non provai niente, come al solito. Mi sentivo soltanto una prigioniera, ma ormai anche quella frustrante sensazione si era tramutata in un flebile pizzicore alla gola: mi ero arresa.
A volte provavo a farmela piacere, a sviluppare attrazione e amore nei suoi confronti; ma, tutte le volte che riuscivo a provare qualcosa, non era Indi la persona che mi invadeva la mente. E se con lei potevo fingere, nella Stanza degli Elettrodi nessuna menzogna avrebbe retto. Nessuna bugia avrebbe potuto ingannare la scienza.
Mentre combattevo con l’ansia che mi opprimeva il petto, una frase nel testo della canzone attirò la mia attenzione e forse la ascoltai per la prima volta, nonostante l’avessi sentita per mesi.
 
Your kind of heaven's been to hell and back
To hell and back
 
 
 
“Oggi approfondiamo la storia del grande trasloco sulla Luna.”
Rizzai le orecchie a quelle parole e aprii il mio quaderno, cercando una pagina pulita per poter prendere appunti.
Storia era una materia che mi piaceva tantissimo; quell’argomento in particolare mi aveva sempre incuriosito, ma alle elementari non ne avevamo parlato tanto.
I miei compagni di classe ridacchiarono e continuarono a chiacchierare alle mie spalle come se il professor Lawyer non avesse nemmeno aperto bocca.
“Chi si ricorda la data del primo sbarco dell’uomo sulla Luna?” domandò l’insegnante, facendo scorrere il suo sguardo perennemente calmo tra di noi.
Io sapevo la risposta, ma come al solito non mi azzardai a parlare.
“1969.” Spostai lo sguardo fino al banco di Stephen, nella seconda fila a destra: era stato lui a rispondere.
La classe del corso di Storia non mi piaceva, ma la sua presenza rendeva tutto più sopportabile. Era il mio unico amico.
“Esatto. È una data che dovreste ricordarvi bene, tutti quanti, perché sancisce l’inizio della storia moderna. All’epoca gli uomini vivevano tutti sulla Terra, ma quello fu il primo passo perché si potessero gettare le basi per un trasferimento di massa: dopo il primo allunaggio l’uomo poté studiare il pianeta, la sua superficie, il suo habitat e le sue caratteristiche fisiche, in modo da apportare le giuste modifiche e renderla un ambiente vivibile.”
“Professore, ma c’è stato un periodo in cui le persone vivevano sia sulla Terra che sulla Luna, giusto?” prese la parola Ritchie, uno dei pochi ragazzini interessati alle lezioni.
“Adesso ci arriviamo.” Come suo solito, il professor Lawyer cominciò a passeggiare tra i nostri banchi mentre spiegava. “Come tutti voi saprete c’è stato un tempo, prima della grande Esplosione, in cui sulla Terra vigeva la supremazia dell’eterosessualità: era la norma che un uomo stesse con una donna, la cultura era strutturata in modo che quell’immagine passasse per giusta e scientificamente non si avevano ancora i mezzi perché ci si potesse riprodurre anche tra persone dello stesso sesso, quindi l’unico modo per portare avanti la specie era farlo in maniera naturale. Gli omosessuali erano costretti a nascondersi e vivere clandestinamente le loro relazioni amorose, dal momento che costituivano una minoranza e peraltro non conforme alle regole dell’epoca.”
Ormai la maggior parte dei miei compagni era ammutolita e ascoltava con interesse. Probabilmente molti di loro – così come me – erano rimasti spiazzati: veniva davvero difficile immaginare che in passato le cose fossero andate nella maniera contraria a come eravamo abituati.
Io, affascinata, segnavo tutto sul mio quaderno.
“Etero e omosessuali condivisero lo stesso pianeta per secoli; questi ultimi erano costretti a lottare costantemente per veder riconosciuti i loro diritti, finché le tecnologie non furono sufficienti per permettere alla comunità allora chiamata LGBT+ di trasferirsi sulla Luna.”
“Perché si chiamava così?” domandò Stephen, gli occhi curiosi fissi sul professore.
“G sta per gay, L per lesbiche, B per bisessuali e T per transgender. Il più invece sta a sottintendere altre categorie che sono state aggiunte successivamente, come gli asessuali, ma non rientrano nella prima versione dell’acronimo.”
Nell’aula si diffuse un borbottio sommesso. Tutto ciò ci sembrava fantascienza: ai nostri tempi non era certo necessario identificarci con una sigla, eravamo semplicemente… noi.
“Dicevamo…” riprese Lawyer. “La Luna era un pianeta piccolo rispetto alla Terra, ma sufficiente per ospitare tutti i non-etero. Più tardi ci soffermeremo meglio sui personaggi che hanno reso il trasloco possibile, ma intanto dovete sapere che i nostri antenati si sono impegnati per ricreare un mondo il più simile possibile a quello fino ad allora conosciuto. Grazie alla scienza e alla genetica, trovarono un metodo perché le coppie omosessuali potessero dare alla luce dei figli con il proprio DNA. Forse in scienze avete già studiato quest’argomento… chi sa dirmi di cosa si tratta?”
Sophie, che sedeva sempre al primo posto della bancata centrale, sollevò la mano. “Tramutare il cromosoma X in cromosoma Y in una donna e fare il contrario per le coppie di uomini.”
“Esatto.”
“E l’Esplosione della Terra allora? Quando arriva?”
“Ora ne parliamo. Intanto: qualcuno sa la data esatta del trasloco sulla Luna?”

“3 gennaio 2417” mi lasciai sfuggire a voce bassa.
“Brava, Joy” si complimentò il professore, mandandomi a fuoco le guance. Non pensavo mi avesse sentito.
“I due secoli che intercorsero tra il trasloco e l’Esplosione, avvenuta nel 2604, furono particolari. Gli etero e la nostra comunità cercarono di mantenere un rapporto civile: strinsero il Patto di Residenza, secondo cui gli abitanti della Terra si impegnavano a ospitare coloro che fossero nati sulla Luna ma fossero risultati etero e viceversa. Così ognuno sarebbe stato collocato nel luogo più adatto a lui in base al suo orientamento sessuale; era un buon metodo, almeno fino all’Esplosione. Fu una catastrofe, distrusse la maggior parte della superficie terrestre e spazzò via quasi ogni traccia di civiltà. Morirono più di cinque milioni di persone.”
Trattenni il fiato. Non riuscivo nemmeno a immaginarle, tutte quelle vite umane.
“Solo due territori rimasero abitabili.” Il professor Lawyer si voltò verso la lavagna 3D, in cui campeggiava la riproduzione della Terra prima dell’Esplosione, e indicò un punto quasi sulla cima della sfera. “La Terra Nera, quella che in origine era la Scandinavia, e la Terra Bianca,” accennò a un punto più in basso, nei pressi del ventre panciuto del pianeta, “il vecchio Sudafrica.”
“Ma quelle sono le terre dove gli etero vengono mandati in esilio!” esclamò qualcuno, dando voce ai miei pensieri.
Non ne sapevo tanto sull’argomento, ma avevo sentito dire che chi a diciotto anni non passava il test nella Stanza degli Elettrodi veniva spedito sulla Terra e non faceva più ritorno. Non avevo mai avuto il coraggio di chiedere di più e anche per quel motivo ero contenta di studiare quella fetta della nostra storia. Volevo sapere come funzionava.
Il professore scosse il capo. “Non chiamarlo esilio, non si tratta di questo. I diciottenni che non hanno sviluppato i giusti circuiti, e che quindi non risultano né omosessuali né bisessuali, vengono mandati sulla Terra per un periodo chiamato percorso di correzione. Ai ragazzi viene destinata la Terra Nera, mentre alle ragazze la Terra Bianca: trascorrendo tanto tempo a stretto contatto esclusivamente con persone dello stesso sesso, gli etero hanno la possibilità di correggere i loro circuiti neurali e sperare in un futuro sulla Luna.”
E se questo non succede?, avrei voluto chiedere, ma non ne ebbi il coraggio.
“Ma la Terra è distrutta, è un ambiente orribile in cui vivere!” obiettò Ritchie. “E poi non è vero che si tratta solo di un periodo di tempo: Charlie, mio cugino, è partito cinque anni fa e non è ancora tornato.”
Nell’aula cadde un pesante silenzio che nemmeno il professor Lawyer sapeva bene come spezzare; anzi, sembrava a disagio e i suoi occhi erano stati velati da una strana malinconia. Sembrava sapere qualcosa che però non voleva dirci.
Dopo qualche istante si schiarì la gola. “Non è tutto così terribile come sembra, ragazzi.” Ma il tono rassegnato che utilizzò non fu per nulla convincente. “La nostra società è stata costruita affinché tutti, fin da piccoli, sviluppino i giusti circuiti e i casi in cui ciò non avviene sono estremamente rari.”
“E perché le persone etero non possono restare a vivere sulla Luna?” domandò Sophie scettica.
Lawyer sorrise amaramente. “Per il Patto di Residenza. Dopo l’Esplosione, sotto il governo di Megan Raynor, vi fu un grande referendum che diede la possibilità alla popolazione lunare di decidere se abolire il Patto o lasciare le cose come stavano, nonostante la Terra fosse diventata un pianeta ostile. La maggioranza votò per il mantenimento del Patto di Residenza, così il 21 ottobre 2604 venne negato il permesso d’asilo ai pochi sopravvissuti della comunità terrestre sul nostro suolo e vennero istituiti i percorsi di correzione.”
Ero veramente disgustata da quello che avevo appena sentito: ragazzi di appena diciotto anni venivano allontanati dalle loro famiglie e dal loro amici per essere spediti in un luogo inospitale… per colpa di leggi vecchie di quasi quattro secoli.
Avevo da poco compiuto tredici anni e già avevo compreso il sistema marcio in cui ero nata e cresciuta.
 
 
 
Stephen aprì il portone di casa e, non appena mi vide, il suo sguardo si illuminò e mi avvolse in un affettuoso abbraccio. “Joy! Come sono andati gli esami di fine anno?”
Mi sentivo morire ogni volta che mi stringeva tra le braccia in quel modo così caloroso, che non avrebbe dovuto implicare nessuna malizia. Aveva il fisico scolpito da anni di basket, ma era capace di una delicatezza che mi spezzava il cuore. Jonas era un uomo davvero fortunato.
Ricambiai il gesto, poi lo seguii dentro casa. “Abbastanza bene, credo. Ho risposto con sicurezza alle domande di storia, ma fisica… non ce la posso fare!”
Lui ridacchiò e si diresse verso il frigo per portar fuori la solita bottiglia di succo di frutta alla fragola – sapeva bene che lo adoravo, ormai non era più necessario domandare.
“A proposito di fisica: ecco il tuo libro” dissi, poggiando sul tavolo il volume che mi aveva dato in prestito. “E questa è la tua giacca” aggiunsi, lasciando sulla spalliera della sedia l’indumento in jeans per cui Indi mi aveva fatto i complimenti settimane prima.
“Non lo voglio indietro.”
“Cosa, il libro?”
“No, il giubbino. Tienilo pure: ti sta bene.”
Non era un complimento che celava secondi fini, nella sua testa ero solo un’amica, ma non potei fare a meno di arrossire; per dissimularlo, abbassai lo sguardo e lasciai ricadere i capelli sul volto – erano troppo corti per farmi davvero da scudo.
“Ne sei sicuro?”
“Certo! Ho mille altre giacche simili. Comunque avrei dovuto darti qualche ripetizione in più su fisica… che domande ti sono capitate?” Tornò al tavolo, vi posò due bicchieri pieni di succo rossastro e picchiettò con l’indice sulla copertina del libro.
“Soprattutto sulla gravità.”
“Non posso accettare che tu fallisca proprio nel mio campo di interesse!” si finse indignato, per poi ridacchiare.
Accennai un sorriso e afferrai il contenitore colmo della mia bibita preferita. Non potei fare a meno di pensare a quanto Stephen fosse intelligente, tra le altre cose: era entrato all’università, superando un test d’ingresso famoso per essere parecchio tosto, per specializzarsi in Gravità. Il suo sogno era lavorare presso i grandi tralicci che erano stati impiantati secoli prima per tutta la superficie della Luna e che avevano il compito di ricreare la stessa forza di gravità presente sulla Terra; era un mestiere che richiedeva grosse responsabilità e abilità, quasi alla stregua dell’astronauta.
Stephen era un ragazzo ambizioso e sapevo che ce l’avrebbe fatta. Aveva avuto e avrebbe avuto tutto dalla vita.
“Non so se avrei retto altre ripetizioni su questa roba” ammisi con una risatina.
“Invece come argomento a piacere cos’hai presentato?”
Mandai giù un sorso del liquido zuccherino. “Genetica.”
“Tosto!”
“Non direi: è un ramo che mi affascina molto.”
Lui ci rifletté su. “Ora che hai finito con gli studi superiori, potresti pensare di iscriverti all’università e specializzarti in Genetica.”
Abbassai il capo e cominciai a giocherellare nervosamente col bordo della giacca che Stephen mi aveva implicitamente regalato. Non avevo mai pensato a un futuro, perché negli ultimi anni avevo appreso che non ne avrei avuto uno.
“Mi piace molto anche la Storia” bofonchiai, sperando di togliermi dall’impaccio.
Continuammo a chiacchierare del più e del meno con quella complicità che aveva sempre contraddistinto il nostro legame – Stephen era una delle poche persone con cui riuscivo ad aprirmi davvero – finché lui, una volta controllato l’orologio, non annunciò che sarebbe dovuto uscire a breve.
“Non ti voglio buttare fuori da casa mia, ma ho promesso a Jonas che sarei passato a prenderlo: al cinema danno un nuovo film drammatico che non vuole assolutamente perdersi” spiegò roteando gli occhi con finta esasperazione.
“Come sta?” buttai lì, giusto per fare conversazione ed evitare che mi liquidasse così in fretta. Per quanto mi riguardava, Jonas poteva aspettarlo anche per tutta la sera.
“È contentissimo da quando ha passato il test degli Elettrodi, ha cominciato a fare un sacco di progetti per il futuro, non sta zitto e fermo un secondo… stiamo pensando di andare a vivere insieme, sai?”
Mi morsi l’interno della guancia per trattenere un’esclamazione di disappunto. “Ah, ottimo! È una cosa molto carina, ve lo meritate…”
“Ehi, ma sbaglio o tra poco è il tuo compleanno?” s’illuminò all’improvviso.
Annuii, lo stomaco che mi si rivoltava.
“Quindi si avvicina il tuo turno per la Stanza degli Elettrodi.”
Mi veniva da piangere: ci pensavo già abbastanza di mio, non avevo bisogno che qualcuno lo rimarcasse. Ma le lacrime, come le parole, erano qualcosa che avevo ben imparato a trattenere.
“Joy… che c’è? Sei preoccupata?” mi chiese Stephen, addolcendo il tono della voce e sporgendosi sul tavolo per potermi scrutare in viso.
Ero fottutamente terrorizzata.
“Non proprio, cioè… è che tutta questa faccenda mi infastidisce.”
“In che senso?”
Una cosa che amavo di lui era che stava sempre a sentire ciò che avevo da dire, con lui potevo esprimere le mie idee senza sentirmi giudicata o sminuita.
“Tutto. Questo sistema. Il fatto che siamo costretti a sottoporci a questo controllo per essere ufficialmente inseriti in una categoria: omosessuali o eterosessuali. Il fatto che questi ultimi debbano essere mandati in esilio come dei criminali, quando la loro unica colpa è amare qualcuno del sesso opposto, qualcosa che non possono controllare o decidere. E anche se restassero con noi sulla Luna, cosa cambierebbe? Farebbero forse del male a qualcuno?”
Stephen mi guardò smarrito per un attimo, poi le sue iridi verdi si venarono di una triste rassegnazione. “Dobbiamo farlo, non possiamo opporci a prescindere dalle nostre idee.”
“Ma è il principio a essere sbagliato… non trovi? Mi sembra tutto un po’ ipocrita. Insomma, un tempo eravamo noi a lottare per ritagliarci il nostro spazio nel mondo, mentre ora trattiamo gli etero come fossero il nemico… esattamente come veniva trattata la nostra comunità. Abbiamo combattuto per secoli per far capire alla comunità etero che l’amore è giusto a prescindere del suo oggetto, mentre ora stiamo agendo nella maniera contraria.” Ammutolii, rendendomi conto che mi stavo infervorando forse un po’ troppo, come non mi capitava mai. Era raro che portassi fuori la mia opinione in quel modo, era qualcosa che spaventava anche me; tuttavia si trattava di un argomento a cui tenevo particolarmente.
Stephen sospirò e si passò una mano tra i capelli. “Hai ragione. Ci ho pensato anche io qualche volta, ma non è una questione che mi ha sfiorato in prima persona e ho sempre lasciato perdere. Non ho mai conosciuto delle persone che sono risultate negative al test degli Elettrodi, non ho mai perso nessun amico, ma immagino quanto può essere avvilente essere mandate in esilio in un luogo in cui non è rimasto niente. Però sai che ti dico? Se è un argomento a cui tieni tanto, esistono dei movimenti a cui prendere parte. Esistono un sacco di associazioni giovanili che scendono in piazza per manifestare e propagandare, che tentano di cambiare il sistema e salvaguardare i diritti degli etero. Sicuramente ne avrai sentito parlare anche tu, no?”
Annuii: ne ero venuta a conoscenza a scuola, tramite dei volantini che circolavano sottobanco per mano di alcune ragazze degli ultimi anni. Avevo sempre trovato interessanti quelle iniziative e un paio di volte mi era saltato in mente di partecipare a qualche riunione, ma avevo sempre rinunciato per codardia – per paura di essere additata come etero. Ci avevo rimuginato sopra per anni, ma ormai era troppo tardi.
“Sei sempre in tempo per associarti e combattere” affermò Stephen.
Avrei voluto dirgli che il mio tempo era finito, che l’unica speranza per me era risultare quantomeno bisessuale durante il test e che avrei dato qualsiasi cosa pur di non entrare in quella maledetta stanza. Ma erano segreti troppo oscuri che non avrei potuto rivelare nemmeno a lui, nonostante fosse l’unico a sapere quasi tutto di me.
Si mise in piedi e mi posò una mano sulla spalla con fare rassicurante. “Andrà tutto bene, quando sarai lì ti accorgerai che non è nulla di così spaventoso. Già il fatto che tu abbia una relazione stabile con Indi la dice lunga sul tuo orientamento sessuale.”
Mi veniva da ridere e da piangere allo stesso tempo.
 
 
 
Nemmeno il trucco che mamma Lili si era premurata di applicare sul mio viso con precisione maniacale era in grado di dissimulare il mio aspetto sciupato e consumato. Mi guardavo allo specchio e, laddove tutti vedevano una bella ragazza appena diciottenne, io riuscivo a scorgere ogni segno della mia anima che andava in pezzi.
I miei occhi dalle iridi grigie sembravano ancora più grandi e tempestosi sul viso magro e pallido. Sistemai la frangia sulla fronte in modo che coprisse quelle pozze di dolore, così magari sarei riuscita a fingere di essere contenta e desiderosa di festeggiare.
Quelle ciocche lunghe erano l’unica cosa che avevo lasciato intatte quando, il giorno prima, ero stata dal parrucchiere: avevo chiesto un taglio netto, radicale, e i capelli corvini che prima mi si posavano sulle spalle ora mi accarezzavano a malapena la base del collo. Nessuno aveva capito il motivo della mia scelta, ma non potevo certo spiegare alla mia famiglia che sulla Terra Bianca avrei sofferto il caldo se avessi tenuto i capelli lunghi.
Mi morsi il labbro, poi mi ricordai del rossetto rosa pastello che lo colorava in maniera estremamente falsa. Erano labbra sottili e spente le mie, che non si stiravano in un sorriso da chissà quanto tempo e sicuramente non l’avrebbero fatto quella sera.
Sarebbe stata l’ultima giornata della mia vecchia vita, prima che tutte le persone che dicevano di amarmi mi ripudiassero.
"Joy, tesoro, sei pronta?” Mamma Carol si affacciò alla porta spalancata del bagno, bussando appena sullo stipite e parlando in tono allegro. “Indi è appena arrivata, ti sta aspettando.”
Mi voltai a guardarla, incrociando le sue iridi dello stesso grigio delle mie, e annuì appena. “Sto per finire.”
Lei spalancò gli occhi e un enorme sorriso le si dipinse sulle labbra. “Tesoro, ma sei stupenda! Quel vestito ti sta d’incanto!”
Abbassai lo sguardo sull’abito blu notte, sui dettagli argentei che brillavano sul corpetto stretto e sulla gonna che mi scendeva fin quasi ai piedi. Era stato il vestito del diciottesimo di mamma Lili, che lei aveva conservato nella speranza di poterlo un giorno donare a un’eventuale figlia femmina.
“C’ero anche io alla sua festa, già le andavo dietro… era bellissima, proprio come lo sei tu” ricordò dolcemente mamma Carol, gli occhi pieni di emozione e nostalgia.
Accennai un sorriso e afferrai una boccetta di profumo per spruzzarne qualche goccia sui polsi.
Volevo soltanto scomparire quel giorno, la sola idea di dover uscire con il mio gruppo di amici mi metteva voglia di chiudermi in bagno, prendere una lametta e farla finita.
Invece ancora una volta mi costrinsi ad affrontare tutto a testa alta e con la morte nel cuore: mi diressi in soggiorno, dove mamma Lili stava chiacchierando con Indi.
La mia ragazza era innegabilmente bella, con il suo tubino indaco che metteva in risalto le sue forme generose pareva lei la star della serata. Eppure la sua vista non fece che disgustarmi, come tutte le volte.
“Joy! Amore mio, sei magnifica!” cinguettò non appena mi vide, per poi precipitarsi da me, gettarmi le braccia al collo e baciarmi con trasporto.
Se già i suoi baci mi erano indigesti, detestavo ancora di più quel suo atteggiamento davanti alle mie madri.
Loro però sorridevano contente, ci osservavano con occhi pieni di gioia e orgoglio.
Mamma Lili si accostò a me e mi carezzò appena una guancia, gli occhi lucidi. “Quasi non ci credo, i diciotto anni della nostra stellina…”
Volevo piangere.
Mamma Lili e mamma Carol erano due donne unite da un amore sincero; si erano impegnate perché crescessi felice, serena e senza avvertire alcuna mancanza. Mi avevano trasmesso la loro calma e pace, si erano sempre mostrate orgogliose dei miei successi e comprensive nei confronti dei miei errori. Le amavo, nonostante nel profondo sapessi che nessuna delle due mi avesse mai pienamente compreso; del resto non era colpa loro se non parlavo e non raccontavo nulla della mia vita. Avevo sempre cercato di non dar loro problemi e di tenere per me il mio pensiero divergente dal resto del mondo, nella paura di deluderle e di non essere accettata.
Era tutta colpa mia se non conoscevano affatto la loro unica figlia, era colpa mia se il giorno successivo avrei spezzato loro il cuore con una notizia tanto tragica quanto inaspettata. La sola idea di dare un dispiacere così grande alle mie mamme, quasi paragonabile a un lutto, mi toglieva il fiato.
Ricacciai il magone che mi stava bloccando la gola e lanciai un’occhiata a Indi. “Si sta facendo tardi, forse è meglio andare.”
Restare in quella stanza con loro stava diventando una tortura, non riuscivo più a sostenere i loro sguardi.
La mia ragazza annuì e mi prese per mano.
“Divertitevi tanto, ragazze!” ci salutò mamma Carol.
“Passate una buona serata” le fece eco mamma Lili, la voce rotta dall’emozione.
Uscimmo di casa ed ero già pronta ad avviarmi verso il nostro solito locale, quando Indi mi strattonò appena verso di sé e sussurrò a un centimetro dalle mie labbra: “Sei bellissima ogni singolo giorno, ma oggi… oggi sei la donna più bella dell’universo”, per poi baciarmi con passione.
Repressi quel moto di disgusto che mi assaliva a ogni suo bacio e stavolta serrai gli occhi, pregando che Indi scomparisse in quell’istante.
Almeno uno dei miei desideri sarebbe stato realizzato il giorno seguente.
 
When my demons come a-calling
You don't even bat an eye


 
 
 
 
 
 
[Per note e spiegazioni rimando alla fine del secondo capitolo.]
   
 
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