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Autore: Semperinfelix    20/11/2021    3 recensioni
Anno domini 1475. Beatrice d'Este, figura tanto sorprendente quanto poco considerata. Ignorata, quasi odiata, dai suoi stessi genitori fin dalla nascita, cresciuta nella colorita corte aragonese del nonno Ferrante, sovrano di Napoli, troverà a Milano terreno fertile dove far sbocciare la propria personalità quando lì si trasferirà, quindicenne, per sposare il brillante, affascinante e prepotente Ludovico il Moro, duca de facto di Milano e ventitré anni più vecchio di lei. L'amore li travolgerà entrambi come un torrente in piena, ma, finita la bella stagione, si prosciugherà improvvisamente. Qual è la verità sulla sua prematura e controversa morte? Non è tutto come è stato tramandato: le prove riemergeranno dal fango e dalla polvere e sveleranno un mistero lungo cinquecento anni.
~~~
"et ebbe quel che raro i cieli danno:
senno e fortuna in giovenil etate,
cortesia profusa in alto scanno,
mente pudica in singular beltate,
sublime ingegno in cor puro e sincero,
alti pensieri in quieta umiltate,
grazie che fan ciascun degno de impero".
Vincenzo Calmeta, Triumphi, elogio a Beatrice.
Genere: Drammatico, Guerra, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Medioevo, Rinascimento
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Un nitrito e poi, come in un rombo, il batter simultaneo di zoccoli al suolo: una, due, tre fiate, ché pareva d'improvviso tremar la terra. Ecco lì, entro un recinto, un cavallo e il suo cavaliere: era il primo uno splendido esemplare della sua razza, liardo, dal manto grigio macchiato di bianco, la criniera corvina, indomita, le pupille ardenti come la notte; superbo senz'altro, senz'altro ammirato, ma non già al pari di colui che vi stava sopra.

S'era infatti di fronte a un giovane non ancor diciottenne, in ogni sua parte magnifico: il volto, fiero e deciso, splendente come un sole; il corpo atletico, prestante, agilissimo, sapientemente messo in risalto dagli abiti attillati (1) i quali portava; anche le sue spalle sfiorava un folto e indomito crine, non già scuro come quel della bestia, bensì d'un acceso color ramato. Chiunque l'avesse in quel tempo veduto, avrebbe detto costui il più fulgido esempio non pure di principe, ma di uomo.

Questo pensava allora allora la folla d'astanti, radunatasi per assistere alla prova; questo pensava pure, con trasporto non certo minore, la duchessina Beatrice nel candore dei suoi nove anni. "Costui non par cosa mortale", pronunciavano intorno a lei le dame a mezza bocca, o ancor nel segreto dei loro petti, "e non par degno quanto a lui s'accosta".

Correva l'anno 1485, si era ormai nel Marzo inoltrato; il cielo era freddo, l'aria pura, ferma. La corte napoletana, tanto degli incliti duchi di Calabria quanto dei reali, s'era in larga parte spostata nella verdeggiante Marcianise, dove don Alfonso teneva, al pari di Caserta, una delle sue più prestigiose cavallerizze, e dove spesso amava recarsi in visita.

L'esemplare presentato in quel giorno al duca era, come detto, magnifico, e parimenti selvaggio: preso al capestro da poche settimane, lo si era scovato tra le selve dell'appennino calabro, sicché adesso, disavvezzo all'uomo, trovandosi fra tanta gente sbuffava, s'agitava, schiumava come un leone.

In pochi avrebbero osato accostarsi a tanta bestia e, di quei pochi che pure vi avevano tentato, nessuno aveva riportato la palma del trionfo. Lo stesso duca Alfonso, che pure era domatore insuperato, aveva voluto quella mattina far largo al proprio primogenito, il quale non s'era certamente tirato indietro; anzi, slacciato il mantello di raso che indossava e spogliatosi in zupone (2), con un balzo aveva scavalcato lo steccato e s'era messo in gioco.

Due anni quasi era rimasto Ferrandino nella selvaggia terra abruzzese, prima di far ritorno alle braccia della sua genitrice; poi subito, per volontà dell'avo, era ripartito come luogotenente delle Puglie, sicché a Napoli lo si vedeva ormai ben di rado. Il nonno lo ammoniva a essere savio amministratore della giustizia e benigno ascoltatore delle querele, ancorché lunghe, poiché è grande soddisfazione pei popoli quando sanno d'essere ascoltati, ma non ve n'era bisogno: dovunque andasse, Ferrandino era amatissimo da ogni uomo per i suoi ottimi e magnanimi costumi.

Al di là dei doveri, però, restava pur sempre un ragazzo, e quando finiva di sbrigare le incombenze di governo amava scendere in piazza a giocare alla palla al calcio coi propri coetanei. Don Alfonso era, come padre, fierissimo delle eccezionali capacità da lui dimostrate e aveva già in mente di nominarlo capitano di tutto l'esercito.

Inutile aggiungere come adesso - dal pergolato in cui s'erano raccolte la regina con l'infanta e un buon numero di dame - donna Ippolita non senza una grande angoscia se ne stava a osservare il figlio mettere a repentaglio la propria vita.

All'opposto della zia, con due occhi sognanti, la giovanissima Beatrice lo contemplava estasiata. Aveva nove anni compiuti oramai, a breve dieci, e lo sguardo che riserbava al cugino s'era già da qualche tempo mutato. Di questo s'erano accorti un po' tutti quanti, ma nessuno vi dava peso: la sola Isabella fra tutti, da sempre attaccatissima al fratello, se ne mostrava gelosa.

Il bizzoso animale frattanto correva in circolo per lo steccato, né avrebbe saltato più di quanto già faceva se avesse avuto il fuoco sotto agli zoccoli, ché si levava indistintamente sulle quattro zampe, ora dietro e ora davanti, per modo che era una cosa incredibile a vedersi. Il povero Ferrandino, sballottato su e giù per la groppa, s'aiutava come poteva con un freno lungo mezzo braccio e teneva i piedi ben piantati nelle staffe.

La berretta purpurea, adorna d'una medaglia, per quanto stretta abbandonò presto il suo capo, volando oltre la barriera. Beatrice per prima la vide e per prima corse a ricoglierla; allora, con quella stretta al petto, preferì non tornare in mezzo alle donne, ma fermarsi piuttosto con gli uomini più propinqua allo steccato, accanto allo zio e al nonno, che le pose una mano sulla spalla. Fu presto imitata dalla cugina Isabella la quale, manco a dirlo, come la vide con la berretta del fratello le riservò un'occhiataccia.

Stava giusto per strappargliela di mano quando, al di là del recinto, la bestia si rizzò sulle zampe posteriori, dritta come una buona lancia, talché Ferrandino ne fu sbalzato in terra con una capriola.

Donna Ippolita si levò allora in piedi all'istante e: « figlio mio! » gli urlò angosciata, « per carità, non insistere oltre! » Temeva, com'era naturale, che la prossima caduta potesse essergli fatale (3).

Non venne ascoltata: Ferrandino fu in piedi ancor prima d'esser caduto e con disinvoltura scosse la testa di fluenti capelli, mostrando di non essersi fatto niente, ancorché le membra in verità dolessero. Quindi subito, senza quasi riprendere fiato, si gettò alla rincorsa dell'animale, recuperò un estremità del freno e lo trasse via via verso di sé. Ogni qual volta però s'avvicinava, il cavallo scalciava, balzava all'indietro nitrendo. Infine, tirando con forza, gli s'aggrappò al collo, né frenò la corsa pazza, lo dominò; sollevò adunque la gamba sinistra e con un balzo fu nuovamente in sella.

Corse a questa maniera per un buon tratto: le redini tese, le ginocchia serrate attorno ai fianchi dell'animale. Anche stavolta venne, suo malgrado, sbalzato contro la staccionata, però non cadde: s'aggrappò alle sbarre e, con una spinta, si rivoltò in avanti. « Ancora! » urlò fuori di sé, e per Dio ci sarebbe riuscito.

Vedendolo per l'ennesima volta partire alla rincorsa, Ippolita altrettanto corse fuori dal pergolato, incontro al marito, al cui braccio s'aggrappò con vigore nel dire: « per l'amor del cielo, Alfonso, fermatelo! finirà per farsi ammazzare di questa maniera! »

« Ah, l'animo delle donne! » la schernì Alfonso con una grassa risata, presto imitato dai suoi compari, mentre con un gesto quasi infastidito se la scrollava di dosso. Si scorgeva ancora lì, sul dorso del naso, la cicatrice più recente: quella che s'era procurato a Campomorto, quando da una lancia era stato ferito di traverso al volto. « Di che vi preoccupate? Non è forse egli figlio mio? »

Impossibile, anzi impensabile, che Ferrandino potesse fallire: padre e nonno erano maestri nell'arte di domare non solo cavalli, ma ogni sorta di bestia. Di Ferrante si diceva addirittura che fosse dotato d'una forza sovrumana e che un giorno, recatosi a Santa Maria del Carmine per udir la messa, avesse incontrato nella piazza del mercato un toro inferocito che seminava il panico tra la gente e che lo avesse fermato afferrandolo per un corno.

« Trionferà. Trionferà perché non sa fare altro », giudicò sicuro Ferrante; quindi, rivoltosi all'altro nipote Pietro, il quale pure stava accanto al padre, toccò il suo capo e lo esortò dicendo: « e tu, figliolo mio, osserva e prendi esempio, ché presto verrà il tuo turno ». Il ragazzo aveva infatti già tredici anni: a breve avrebbe assegnato anche a lui la luogotenenza di qualche terra, cosicché Ippolita avrebbe perduto anche quest'ultimo suo figlio maschio.

Afflitta proprio da questo pensiero, e come risentita, Ippolita se ne tornò in fretta sotto il pergolato, borbottando frattanto qualche Ave Maria sottovoce. La prova proseguì ininterrotta: per la terza volta Ferrandino era montato in sella e ora, con la schiena flessa all'indietro, la testa alta, traeva con tanto vigore il freno da insanguinare la bocca dell'animale. Egli altrettanto, nello sforzo inumano, morse talmente il labbro inferiore da tingersi il mento di sangue. Era una lotta fra uomo e bestia: uno solo avrebbe trionfato.

Alla fine, tirandolo e per le redini e per la criniera, il giovane riuscì ad ammansirlo. Ambedue furono fermi e ansimarono forte, esausti, le bocche frementi spuma e sangue; la folla d'astanti, nell'incertezza, non si sbilanciava ancora. Con molta dolcezza il principe carezzò il collo dell'animale, mostrando d'un tratto gentile quella mano che finora era stata sì acerba; batté lo sperone nel fianco una sola volta, e tanto bastò a che la bestia, con lentezza, avanzasse.

Fu subito festa: la folla scoppiò in un interminabile applauso; nell'entusiasmo del momento re Ferrante strinse forte a sé i nipoti e stampò un bacio sulle gote di tutti quanti. A voce ben alta quindi - perché tutti sentissero - lo incominciò a lodare: « ecco! ecco, sangre de mi sangre! egli sì, egli sì che farà grandi cose un giorno! » Non v'era al mondo un Ettore o un Ercole che pari a lui fosse stato: egli avrebbe condotto Napoli allo splendore, e protetto il regno da tutte le insidie. Avendo lui, Ferrante poteva guardare alla propria morte senza più timore.

Tosto che ebbe percorso il perimetro del recinto due o tre volte, Ferrandino poté dirsi soddisfatto e, smontato di sella, venirne fuori. Era sudatissimo: le chiome scapigliate, attaccate alla fronte, il viso tinto d'un vivo rossore; nondimeno sorrideva. Ad attenderlo all'uscita stava una fanciulla formosa quanto venusta, la quale subito, con un fazzoletto profumato, gli sciugò il sangue dal labbro e il sudore dalla fronte, frattanto che il giovanissimo paggio Giovanni da Capua correva a porgergli una borraccia da cui dissetarsi. Con che occhi guardava Ippolita, con che occhi!

Ancor prima che gli uomini potessero congratularsi, quasi gelose di quella presenza, le due fanciulline - Beatrice e l'infanta Giovannella - gli corsero incontro urlando: « Ferrandino! Ferrandino! » e gli si aggrapparono una per braccio.

« Piano, niñas! piano! » le rimproverò benignamente Ferrante nel venir loro incontro. « Non l'ha sciupato quel bestione e volete sciuparmelo voi? »

« Ah! sciuparlo? » ne rise Alfonso, battendo la manona sulla schiena del figlio, « con quelle braccia, non potrebbe abbatterlo una folgore! » E, quasi a conferma delle iperboli del genitore, il principe sollevò ambedue le braccia all'altezza delle spalle, per modo che le due bambine, aggrappate ai suoi bicipiti, come scimmiette si ritrovarono a penzoloni.

Non tutto però era lieto come poteva sembrare: dietro lo sguardo fiero d'Alfonso, dietro il volto ridente di Ferrandino, dietro, infine, gli occhi lucenti di re Ferrando, si celavano segreti angosciosi e tormenti incessanti.

Dissanguato infatti dalle continue guerre, Ferrante s'era visto costretto ad aumentare le imposte, a togliere le immunità al clero e a vendere benefici ecclesiastici, attirandosi in tal modo addosso risentimento da ogni ceto. Egli sapeva che i baroni del regno per la seconda volta tramavano alle sue spalle, che meditavano di spodestarlo, d'estinguerlo, d'estirpare la progenie aragonese dal seno di Napoli; già allora, chiusi nei loro manieri, covi di serpi, in segreto si congregavano, già allora in segreto macchinavano d'appellarsi al Pontefice e alla Serenissima acciocché li aiutassero a scacciare questi tiranni e a liberare il regno tutto da un così grave giogo.

Così era. I primi arresti erano valsi soltanto ad acuire le ostilità e Ferrante sapeva che presto sarebbe giunto il momento in cui avrebbe dovuto uccidere ancora. Un destino tremendo stava per abbattersi sugli Aragona di Napoli, inesorabile, e come presago delle disgrazie incombenti, come sentisse di non doverla godere più a lungo, sempre più spesso egli in quei giorni pretendeva d'avere a fianco la nipote Beatrice.

Sempre più spesso prese a condurla con sé a caccia: a Marinella, Pianura, Pozzuoli, e in molte altre sue tenute, o ancora nel bosco degli Astroni, che per la sua vicinanza a Napoli era una delle mete predilette. Allora le mostrava dal vivo com'era la morte, le insegnava a non temerla e a non temere di darla, la incitava a non avere pietà dei nemici, poiché da sempre essa è rovina dei deboli e ventura dei perversi; il male, diceva, è connaturato al mondo, né quel poco di buono che a stento vi spira è più che un riflesso di quel che lassù si gode.

In uno di quei pomeriggi, dappoi desinare, si diressero nelle tenute di Giugliano e Aversa, dove la selvaggina più abbondante era senz'altro il cinghiale. In mezzo alla felice schiera di cacciatori, dame e battitori, Beatrice cavalcava una cavallina morella, adorna d'una macchia bianca in forma di falce sulla fronte, e stava in sella a cavalcioni, alla guisa d'un uomo, per modo da suscitare le ire della pudicissima Ippolita.

A una fanciulla, difatti, non era lecito cavalcare in altra maniera se non all'amazzone, ossia con ambedue le gambe compostamente disposte da un solo lato; ma Ferrante trovava quella posa scomoda e ostacolante: se una vuol cacciare davvero, diceva, e soprattutto se vuol evitarsi qualche accidente (4), deve abbracciare il cavallo con le gambe, tenere il busto dritto e i piedi nelle staffe; la posizione dell'amazzone andava bene per un corteo, per una passeggiata forse, non certo per una caccia: lì occorreva obliare la propria natura di donna e fondersi in tutto e per tutto alla cavalcatura. 

Non gli importava che, incitandola a questo, potesse egli comprometterla col futuro sposo (5), non gli importava di nulla, e questo fu forse uno dei suoi maggiori sbagli. La balia Serena intanto, per sì e per no, si premuniva facendo indossare alla bambina un paio d'opportune mutande (6), ogni qual volta uscissero a cavallo, così da limitare i danni. 

Quel giorno furono particolarmente fortunati: le prede, stanate dai battitori, s'appresentavano in nutrita schiera, sciamando pei boschi, volatili, lepri e cinghiali, col dorso irsuto di peli e le fauci zannute, finché, tolte le briglie e le museruole ai cani, non soccombevano l'una dietro l'altra trafitte da morsi e lance e dardi.

Beatrice osservava con l'angoscia nel cuore quelle morti, pallidula e tremula e smarrita: con le mani ancor monde s'appressava, teneretta, alla sua decima primavaera, e la morte, oh, come le pareva crudele!

« Perché t'attristi tu, o Beatrice? » le diceva allora l'avo suo Ferrante. « Credi forse che c'avrebbero mostrato maggior cortesia queste bestie, se state fossero nelle nostre carni? Non mostrano pietà esse stesse neppure pei loro simili! I gufi si cibano dei piccoli degli altri uccelli, che rapiscono dal nido nel cuore della notte, e per questo non s'arrischiano a volare di giorno: conoscono che dalle loro vittime sarebbero massacrati. E quei medesimi uccelli che, temendo la solitudine, volano a stormi, non mancano, se sono aggrediti, di slanciarsi tutti insieme contro al rapace che viene, sì da farlo a pezzi. E ancora quelli che migrano, se nella traversata incontrano tempo avverso, infine precipitano. Ha forse il mare pietà di loro? Questi stessi cinghiali che tu vedi, Beatrice, non esitano a sbranare gli agnelli appena usciti dal ventre delle madri, se il pastore non vede. Perché dovremmo noi dunque aver pietà di loro, se essi non ne hanno per loro stessi? Tutto è ingiustizia, tutto è violenza, tutto è malvagità, né si può pensar di mitigare colla bontà la perfidia. Qualcuno ti dirà: io qui dovea o uccidere o morir, e più della vita l'innocenza mi piacque. Ebbene io ti rispondo che a me più la vita piacque dell'innocenza, e più ancora piacque il potere. Se il mio nemico è malvagio, mi è d'uopo farmi due volte malvagio. Questi esseri che a torto si fregiano del nome di uomini, e che non hanno dell'uomo se non l'ingordigia, per costoro la vita è il castigo più grande, sicché talora uccidere è la miglior forma di pietà ».

E se invero uccidere poteva dirsi la miglior forma di pietà, egli era l'uomo di gran lunga più pietoso. Era pari allo spergiuro che s'accanisce contro le altrui bugie, e al tiranno che punisce l'assassino: come il gobbo, che ha sotto gli occhi i difetti di tutti, e non vede mai propri. Dimenticava egli che s'era nutrito il dente, di quelle serpi che con tanta veemenza accusava, del veleno ch'egli a picciole dosi di volta in volta gli aveva dato, ed ora tutto insieme glielo rendeano.

Tra le tante accuse rivoltegli, v'era anche quella - assai singolare - che come cacciando era vago d'uccidere le fiere, altrettanto si dilettasse d'uccidere i suoi benemeriti servitori; e come lasciava quelle vagare per qualche tempo serenamente pei campi senza noiarle, parimenti lasciava costoro ingrassare, così da poterli poi con suo maggior vantaggio estinguere. A tal punto Ferrante stimava la vita d'un uomo!

Avanti a loro un grosso maschio di cinghiale, piantato col sedere in terra, con le zanne si difendeva furioso dai cani che l'avevano circondato, i quali però, protetti da collari e corazzine di ferro, e solo in minima parte feriti, lo mordevano continuamente alle zampe e alla coda. Vedendo la bestia ormai dissanguata e non più in grado di nuocere, che s'accasciava esausta, Ferrante fece cenno ai cacciatori di farsi da parte e ai guardiani di richiamare i cani, quindi, voltosi alla nipote, la quale era - ovviamente - disarmata, le porse lo spiedo che portava con sé e disse: « è giunto il tuo momento, Biatriz ».

Era il momento per lei di crescere (7).

La fanciullina scrutò l'arma con occhi colmi di terrore: la bocca, la mano... dal capo ai piedi tremava! « No... » piagnucolò, « no, vi prego! non voglio! »

Il vecchio re non si lasciò impietosire, non ritirò la mano, né le pretese, bensì sempre, con lo spiedo ben teso inanzi a sé, la incoraggiava: « prendi la sua vita, Beatrice, prendila. Sei tu forse da meno dei tuoi cugini? No. Rendimi tu altrettanto orgoglioso di te. Non ad altro nacque quella bestia, che a morire per nostro diletto: fa' dunque la volontà di Dio ».

La volontà di Dio... questa era dunque la volontà di Dio? Doveva involare una vita, per essere degna dell'amore del nonno? E che diritto aveva di farlo? Con la mano tremante, il respiro spezzato, ella afferrò infine lo spiedo dall'asta, lo strinse forte. Uno staffiere per ordine del re raccolse le briglie del suo cavallo e lo condusse proprio dinanzi alla bestia morente. Su di lei erano volti gli sguardi dei presenti tutti, degli zii e dei cugini: non poteva deluderli. Come fu però faccia a faccia con l'animale, che nell'agonia dell'ultimo spasimo rantolava, la bambina esitò nuovamente.

Ferrante diè dunque di sperone al cavallo, si portò al fianco della nipote e curvo al suo orecchio mormorò: « Verranno tempi orribili, bambina mia. Verranno tempi in cui nulla sarà più gioioso e spensierato come adesso. Un giorno non ci sarò più io a proteggerti e non voglio, per allora, che ti ritrovi come agnella sperduta fra i lupi: tu dovrai farti più lupa ancora. Uccidilo perciò: fa' come ti comando. Uccidi quella bestia e ucciderai in te l'innocenza, la debolezza e la paura. Tu che sei mia nipote, tu che come me vanti sangue d'Aragona, non puoi mancare: uccidere è anche nella tua natura ».

S'incupiva il volto suo mentre parlava, e le profonde rughe, che ne solcavano gli occhi sino alle guance, si facevano profondissime. Perché le stesse dicendo tante e tali cose, Beatrice non lo capiva, né lo avrebbe potuto capire. Anche su lei doveva adagiarsi un carco, che le sue spalle non potevano sopportare.

Si decise infine: il labbro tremolò appena, mentre l'occhio scacciava via anche le ultime lacrime di tristezza; la presa, dapprima malferma, si fece sicura attorno all'asta. Strinse il pugno, piegò verso di sé il braccio e in un istante ferì. Un tremulo grido accompagnò il timido gesto. La punta nondimeno penetrò nel tenero collo dell'animale, e in un soffio lo spense. La mano allora, spaventata da sé medesima, mollò la presa: lo spiedo rimase conficcato nel corpo, ed ella sussultò come scottata. 

Qualcosa di nuovo si destò allora nel suo petto: si sentì ribollire, escorporare, farsi altro da sé. Uno spirito mostruoso, esorbitante, si fece strada nei più profondi recessi del suo essere, si mescolò indissolubilmente alla sua anima e ridestò in lei il ricordo del primo giorno in cui aveva ucciso: bambinetta di forse due, forse tre anni appena, osservava le formicole in giardino. Ve n'era una in particolare, che l'attirava, per essere più grossa e svelta delle altre, sicché l'osservava con meraviglia; poi, d'un tratto, una forza più grande di lei aveva mosso la sua mano, ed ella l'aveva schiacciata. Senza sapere perché l'avesse fatto, avendo paura e odio di sé stessa, era quindi scoppiata a piangere, allertando la balia. 

A quel tempo aveva ucciso senza avere coscienza della morte, ma ora era diverso: in lei pietà e sopraffazione avevano lottato strenuamente per anni, e la prima aveva sempre tenuto a freno la seconda. Adesso però quest'ultima, sciolta da ogni vincolo, da ogni catena, aveva trionfato, né sarebbe più stata schiava.

Un copioso applauso accompagnò l'iniziazione della fanciulla, mentre i cugini le s'appressavano per festeggiarla. Ella però li udiva a stento. Le lacrime sulle sue guance s'erano infine seccate, ma il petto ugualmente reclamava ansante il respiro; la bocca pativa un'arsura ch'era certa di non aver mai provato. 

Con le guance chiazzate di rosso, smarrita, Beatrice cercò rifugio nello sguardo dell'avo, e lo trovò che le sorrideva giulivo. « Sono fiero di te, nieta mi », le disse questi infatti, e allungata una mano le carezzò festosamente il capo, laddove la scuffia di seta raccoglieva i capelli nella maniera ormai consueta. « Cosa mi dici dunque? Avevo forse ragione? »

La bambina esitò qualche istante, mentre lo sguardo cadeva sulla sagoma della bestia uccisa, incrostata di sangue. Un che di feroce balenò nel suo sguardo in quel frangente, uno sguardo in cui il re ben si riconobbe, e la vocina acquistò nuovo vigore nel dire: « voglio... voglio farlo ancora ».

Aveva segnato il destino d'una creatura: aveva avuto nelle proprie mani il potere di vita e di morte, e voleva averlo ancora. Mai prima d'allora era stata investita d'una simile autorità, sempre vittima delle decisioni altrui; ma adesso, adesso che - seppur per un breve istante - aveva avuto accesso a quel frutto proibito, s'era accesa in lei una sete impossibile da dominare, né si sentì soddisfatta: sentiva d'aver ucciso male, senza metodo e senza controllo: voleva uccidere ancora e voleva uccidere meglio.

Ferrante rise grassamente di quella risposta e ordinò che lo spiedo gli fosse restituito. Come lo riebbe, raccolse con l'indice un po' del sangue dall'estremità e lo cosparse con dovizia sulle labbra della nipote. Titubante, ma al contempo curiosa, ella vi passò sopra la lingua, ne scoprì il sapore ferrigno. 

« È buono, Biatriz? » la interrogò quindi, compiacendosi dell'espressione deliziata comparsa sul suo visetto. « Rammenta: questo è il gusto del potere ».

[Continua...]

~~~

Note al capitolo:

(1) Da più d'una fonte (Bernardo Dovizi, Leostello, in parte anche Baldassarre Castiglione) sappiamo che Ferrandino amava portare vestiti attillati. Insomma, era consapevole d'essere bello e non se ne doleva.

(2) Zupone ossia farsetto.

(3) Si è certi che, come il padre, anche Ferrandino fosse alquanto spericolato da molti episodi della sua vita. Quanto all'ammaestrare cavalli selvaggi, Sabadino degli Arienti narra di un suo accidente occorso verso il 1488: "Questo principe de Capua [...] uno giorno, per grandeza et prestantia de animo, travagliando uno gagliardo cavallo, quello li cade addosso, per modo che fu levato credendosi fusse morto, et circa XIII giorni stete come exanimato. La matre, per questo crudele accidente oltramodo dolorata, recorse a la pietate de Dio et de la gloriosa Vergene che retornasseno il figliuolo ne la pristina valitudine [...]. Ultimamente, essendo uno giorno lei intorno al figliuolo, cum franco animo lo chiamava [...] et lui come morto non respondendo, lei si partì cum pianto et strido et disse: « o principe, figliuol mio, come te ho perduto! » Et andò ella ne la sua camera avanti la ymagine de la Regina del Paradiso, Matre de misericordia, et percotendosi il pecto cum tante lachryme et pregi adimandò la salute del figliuolo, che non se partì da la oratione che li smariti, o forse perduti spiriti retornarono ne lo exanimato corpo del figliuolo ". Insomma, a detta dell'Arienti, grazie alle infinite preghiere, Ippolita avrebbe non risvegliato il figlio dal coma, bensì proprio "da morte ad vita resusitato". L'episodio a noi pare un tantinello inverosimile, non per il miracolo in sé - che è perfettamente possibile - quanto piuttosto perché l'Arienti è l'unico a riferirlo: un avvenimento di tale importanza (era l'erede al trono!) avrebbe certo dovuto avere maggior risonanza. Nondimeno un simile incidente spiegherebbe quella sorta di tic nervoso, di cui parla Baldassarre Castiglione, che caratterizzò Ferrandino da adulto: "nello spesso alzar il capo, torzendo una parte della bocca, il qual costume il Re havea contratto così da infirmità".

(4) Le fonti non ci dicono a che maniera Beatrice fosse solita cavalcare. Sospettiamo che - almeno in un contesto strettamente privato come le cacce quotidiane - preferisse stare a cavalcioni, o parrebbe difficile credere che si fosse mantenuta in sella anche quando, nel 1491, il suo cavallo, urtato da un cervo, s'impennò vertiginosamente. I francesi rimasero colpiti dal fatto che stesse dritta in sella né più né meno d'un uomo, ma questo di per sé non fa luce sulla questione.

(5) Per compromettere non intendiamo in modo strettamente fisico, bensì morale: dubitiamo che all'epoca sospettassero che cavalcare potesse nuocere alla verginità, mito o meno che sia: gli studi sul corpo delle donne erano pressoché inesistenti e non pare avessero idee chiare su cosa fosse effettivamente l'imene. La natura stessa del concepimento e di tutto ciò che riguardasse la fertilità della donna era assai vaga e nebulosa. 

(6) Di norma solo gli uomini indossavano le mutande.

(7) A causa della carenza di fonti non ci è possibile stabilire quando e come Beatrice si sia approcciata per la prima volta alla caccia; fatto sta che già nel 1491, ossia all'epoca delle nozze, si dimostrò cacciatrice esperta, suscitando in ciò l'ammirazione del marito.

Molte grazie hoelravenspur a per il suo aiuto e i suoi graditi suggerimenti.

In foto: re Ferrante respinge l'assalto di Marino Marzano alla Torricella – Portone di Castelnuovo.

 

   
 
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