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Autore: Chiara PuroLuce    21/11/2021    8 recensioni
Roma, Marzo 1853. Mirta De Rossi è in visita ai Musei Capitolini, tutto poteva immaginare fuorché che ne rimanesse ostaggio per sempre. Complice un'antica maledizione e una vendetta protratta nei secoli. Che fare? Come fuggire da lì? La soluzione arriva una notte di molti, molti, molti, anni dopo.
"Questa storia partecipa a “Luoghi dell’Orrore” indetto sul gruppo facebook Il Giardino di Efp"
Genere: Azione, Mistero, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Roma, Musei Capitolini. Marzo 1853.
 
 
«Finalmente sei arrivata Mirta!»
 
Come? Chi ha parlato? Chi mi cerca?, pensò. Mirta si guardò in giro nella grande sala piena di statue, ma a parte qualche turista intento a fissarle, non vide nessuno concentrato su di lei.
 
«Mirtaaaaa, è inutile che ti guardi in giro, siamo qua!»
 
«Sono secoli che ti aspettiamo, ti sei fatta desiderare… donna crudele e ingrata.»
 
 «I debiti si pagano. Le promesse si mantengono.»
 
«Miiiiiiiiiirtaaaaaaa!»
 
Mirta stava iniziando a preoccuparsi. Ma quali debiti, ma quali promesse. Non ci stava capendo più niente. L’unica cosa certa, era che le voci erano più di una e tutte sibilavano con fare minaccioso e intimidatorio le frasi che le rivolgevano. In contrasto con le parole, il tono che usavano era tra il gentile e il canzonatorio. Inquietante.
Aveva preso al volo l’occasione di fare un tour guidato per i luoghi più rappresentativi di Roma, la sua città natale che tanto amava e ora si trovava con altre quindici persone all’interno del Museo Capitolino. Una donna sola non era ben vista e la sua presenza veniva tollerata solo perché aveva potuto permettersi il biglietto d’ingresso, un regalo post mortem della sua datrice di lavoro – Lady Roberta Belfiore – che l’aveva assunta come dama da compagnia. Mirta era appena stata abbandonata dal marito, ed era rimasta sola con una bambina di due anni a carico e quell’anziana donna tanto dolce, l’aveva salvata dalla rovina. Lei era l’ultima della sua famiglia d’origine. Sua madre era morta qualche anno prima e non aveva mai conosciuto suo padre. A dire il vero, la sua era una strana famiglia. Era tutta al femminile, da secoli. I maschi De Rossi non vivevano a lungo e suo padre non aveva fatto eccezione. Come i suoi predecessori, anche lui era deceduto improvvisamente al terzo compleanno della sua prole, ovvero lei. Lei era l’ultima De Rossi ancora in vita ed era la prima femmina a portare quel cognome.
Riscossa dai suoi pensieri, Mirta guardò due persone distinte sulla sessantina accanto a lei e le interrogò.
 
«Posso interrompere il vostro tour per un minuto?» Chiese e quando quelli annuirono, proseguì. «Non avete sentito anche voi delle strane voci che chiamavano una persona?» Rimase sul vago.
 
«Voci, signora? Mh… no, ma forse l’acustica le ha giocato brutti scherzi» le disse la moglie.
 
«Mi permetta di dissentire, signora» intervenne la guida «il nostro museo in quanto ad acustica è perfetto. Come potete constatare voi stessi, mentre stiamo parlando, non c’è nessun rimbombo o ritorno di suono.»
 
In effetti, ora che ci faceva caso, aveva ragione. Ma allora…
 
«Eppure, io ho sentito qualcuno parlare, proprio qui, accanto a noi» insistette lei.
 
«Questo è impossibile, mi creda» la smorzò lui «la pregherei di non insistere oltre o mi vedrò costretto ad allontanarla dalla visita guidata e adesso continuiamo il giro, ci sono ancora tre sale che ci attendono nella prossima mezz’ora» concluse poi avviandosi.
 
L’aveva presa per pazza. E poteva capirlo, incominciava anche lei a credere di esserlo. Forse si era davvero immaginata quelle voci, ma… ma non il suo nome, quello no, l’avevano ripetuto più volte. Scrollò la testa per scacciare quei pensieri e tirò un profondo sospiro. Quei pensieri, si rese conto solo in quel momento, l’avevano allontanata dal gruppo, doveva assolutamente raggiungerli. Non sapeva bene il perché, ma aveva paura a restare indietro.
Quelle sei statue così fredde, bianche e perfette nei loro lineamenti scolpiti… la facevano rabbrividire e non certo di ammirazione o eccitazione, no.
Le guardò.
La guida aveva detto che erano statue poco conosciute ai più che preferivano quelle ben più famose come Psiche e Venere, Marco Aurelio, Il Gladiatore, Marforio. La galleria dove si trovava era opera di uno scultore che fece scandalo per i nudi e per le figure poco vestite che scolpiva e che per questo fu perseguitato ed esiliato dal bel mondo londinese. In seguito, fece fortuna in Italia, dove fu molto apprezzato e ammirato – tanto da vedere esposte le sue creazioni proprio lì, al Museo Capitolino – e dove restò fino alla sua morte.  
Lo scultore si chiamava Mr. David Evans.
Mirta era sicura di non sbagliarsi, ma sapeva anche che era meglio dimenticarsi di quella fissazione delle voci e raggiungere il gruppo.
 
«Miiiiirtaaa, dove scappi?»
 
«Ragazzi, pensa che la lasciamo andare come niente adesso che ci è venuta a trovare dopo tanto tempo.»
 
«Chiudi!»
 
A quell’ordine secco, Mirta vide le porte del salone chiudersi con un tonfo secco e il sangue le gelò nelle vene. Ma chi era stato?
 
«Blocca!»
 
Questa volta sentì diversi clac e notò con orrore che anche le maniglie delle due enormi finestre si stavano girando. Si precipitò a cercare di fermarne almeno una, ma quella si chiuse lo stesso. Non le rimaneva che una cosa da fare, affrontare questi invisibili, ma letali nemici. Un momento… ma era il corridoio quello? E lo vedeva perché… oh, mio, Dio… la salvezza era a portata di mano, doveva solo correre. Si precipitò al portone ancora aperto, ma un improvviso urlo la fece bloccare e girare. Si appoggiò con la schiena contro il legno della porta che nel frattempo si era chiusa con un suono sinistro. Un dolore lancinante le scoppiò nella testa e se la prese tra le mani cercando di massaggiarla per alleviarlo, senza risultato. Anche altre parti del corpo le facevano male, non capiva cos’era successo. Le mancava l’aria, non riusciva a respirare. Istintivamente si porto le mani alla gola, ma senza successo. Continuò ad annaspare per qualche minuto, poi tutto finì, all’improvviso.
 
«Chi siete, vigliacchi e cosa volete da me. Mostratemi il vostro volto» disse, ansimando dal dolore che piano piano si stava attenuando, stranamente.
 
«Ma come siamo coraggiose… Mirta! Ne sei proprio sicura, sicura, sicura? Guarda che poi non si può più tornare indietro.»
 
«Voglio sapere chi ce l’ha con me e per quale motivo. Io non vi conosco e non ho mai fatto niente di male in vita mia.»
 
«Oh, certo, lo sappiamo stupida mortale.»
 
«Mortale… ahahha, eh, già, lo sei o meglio… lo eri.»
 
E lì una risata collettiva le fece gelare il sangue nelle vene.  Stupida… mortale? Che storia era mai quella. E che intendeva dire con… lo eri?
 
«Ve lo ripeto ancora una volta, chi siete e cosa volete da me?» Urlò esasperata da quella mancanza di risposta.
 
«Ma come, ancora non hai capito? Guarda meglio, sei sicura di essere sola qua dentro?»
 
A quel punto Mirta prese a guardarsi in giro, frenetica, ma non c’era nessuno a meno che… ma no, non era possibile una cosa del genere. Quelle voci non potevano provenire da…
 
«Oh, vedo con piacere che ci sei arrivata, finalmente. Lascia che mi sgranchisca un po’ le gambe. Sono ferma da così tanto tempo che mi sto arrugginendo tutta.»
 
E poi accadde l’assurdo che la fece dapprima paralizzare, poi gridare con tutto il fiato che aveva in corpo. Qualcuno l’avrebbe sentita e salvata, vero? Con orrore, Mirta vide le statue scendere dai loro piedistalli e avvicinarsi a lei che non poté far altro che appiattirsi al muro dietro di lei. Ne fu circondata.
 
«Sorpresa, Mirta?»
 
«È inutile, non può sentirti nessuno. E sai perché?»
 
Lei fece cenno di no con la testa.
 
«Perché sei morta, poco fa. Eccoti lì»
 
Mirta seguì la direzione del braccio della statua con gli occhi e, se possibile, sbiancò ancora di più, persino più di loro.
 
«No! No, non è vero. È impossibile, è tutto un sogno, un brutto sogno. A… adesso mi sveglio e…»
 
«Ma sei già sveglia. O meglio, la tua anima lo è, intrappolata qua con noi, per sempre. Non sei contenta?»
 
«Di giorno ci terrai compagnia, spaventando qualche anima innocente solo per farci divertire, sai… secoli di noia ci hanno un po’ stancate.»
 
«E di notte… ti concederemo di uscire sulla piazza davanti a cercare aiuto. Chissà, forse tra qualche centinaia d’anni, un’anima la troverai.»
 
«Ma… ma come è successo. Non mi sono accorta di nulla. Perché lo avete fatto? E… perché sono ancora in piedi e tutto questo sangue… ovunque. Oddio. Perché mi odiate così tanto, perché!»
 
Le statue presero a ridere e solo allora notò una cosa ancora più sconcertante. Che parassero e ridessero, la loro bocca rimaneva chiusa, ma gli occhi cambiavano d’intensità e la trapassavano tutta.
 
«Andiamo con ordine, vuoi? È un portone assassino quello che ti ha colpita. Nel momento stesso in cui l’hai urtato… le diverse lame nascoste al suo interno sono uscite e ti hanno trapassata in punti diversi del tuo corpo, punti vitali.»
 
«È stato così veloce che neanche te ne sei accorta. Morte istantanea. Ora sembri una di noi.»
 
«Una vera opera d’arte.»
 
Mirta era disperata.  Il suo bellissimo abito con più toni di viola, rovinato per sempre. Ironia della sorte, non le sarebbe più servito comunque quindi, perché preoccuparsi di tutto quel sangue che, a chiazze, lo imbrattava. Aveva quarantasette anni e una figlia di ventuno, stava per diventare nonna e la sua vita era finita così. Meritava una spiegazione. E, per fortuna, questa volta non tardò ad arrivare.
 
«La tua famiglia è stata maledetta.»
 
E poi scoppiarono tutte a ridere. Inquietante a dir poco.
 
«E tutto questo perché…» chiese con un filo di voce.
 
«Il tuo trisavolo Gianni De Rossi, chi ha fatto questo!» Le svelò una di loro, la più battagliera.
 
A quel punto, le sei statue del corridoio le si pararono davanti e la invitarono a guardarle meglio. Alla prima mancava una mano, alla seconda un orecchio, alla terza era stato sfigurato il volto, alla quarta mancava il naso e un braccio, alla quinta entrambe le mani e la sesta – quella che era la più spietata e terrificante di tutte – mancavano braccia e metà volto.
Cosa aveva detto la guida? Come faceva a sapere il suo cognome?
 
“Questo corridoio è dedicato alle sei statue di Mr Evans. L’artista intratteneva da tempo una relazione illecita e assolutamente scandalosa con il suo valletto Rodolfo De Rossi. Il padre di costui scoprì la loro liaison e, anziché farsi giustizia legalmente, ha pensato bene di colpire l’artista al cuore. Colpendolo dove sapeva di fargli più male… sul suo lavoro. Le sue statue così tanto decantate e ammirate. Una notte si introdusse al museo armato di una borsa contenente diversi oggetti appuntiti e si accanì su di loro. Fu sorpreso e arrestato sul posto, ma non spiegò mai la motivazione del suo gesto. Non denunciò mai il figlio e nemmeno Mr Evans. Il tutto si venne a sapere solo recentemente grazie al ritrovamento di alcune lettere d’amore indirizzate dall’artista al suo fedele valletto. De Rossi fu condannato a scontare un mese di carcere e poi rilasciato, di lui si persero le tracce. Le statue, dopo quell’assalto, divennero ancora più famose e…»
 
Mirta prese a tremare. Poteva tremare un fantasma? Perché quello era, ormai. Forse era più giusto dire che si sentiva inquieta.
Quel cognome. De Rossi. Il suo. Impossibile che quell'uomo fosse collegato a lei, c'erano tanti De Rossi a Roma. Ma... oh, mio, Dio. Alcuni racconti di famiglia le ritornarono in testa. Come mai non se ne era ricordata prima? Era davvero un suo parente da parte paterna, quell’uomo era… era il bisnonno di suo padre. Un membro della sua famiglia aveva sfregiato quelle statue e loro, adesso…
 
«È a causa sua se sono morta? E perché non attirarlo qua nuovamente e prendervela con lui? Perché avete scelto me. Perché il mio trisavolo vi ha fatto del male? Un uomo che è morto da moltissimo tempo. Un uomo che ho conosciuto solo attraverso vari aneddoti che le donne della mia famiglia si tramandano da sempre.»
 
«Le colpe sono eterne, le maledizioni ti seguono anche nella tomba.»
 
«Avete avuto me, che altro volete ancora.»
 
«La distruzione della dinastia dei De Rossi e con te, Mirta, il nostro lavoro è concluso.»
 
Concluso? Dovette fare una faccia parecchio enigmatica perché la statua privata i metà volto parlò:
 
«Sai, la nostra fama è tale che siamo molto visitate e i De Rossi – attirati dalla storia del loro antenato – non hai mai fatto eccezione. A uno a uno, sono caduti come mosche bianche nella nostra trappola. A uno a uno, li abbiamo uccisi tutti. Tutti i maschi, anche tuo padre.»
 
«Tu sei l’unica femmina della famiglia, nata dopo secoli. Il tuo cognome ti ha condannata.»
 
«Voi… esseri… ignobili, cattivi, vendicativi. Voi…» li accusò con voce arrabbiata.
 
Mirta si scagliò contro di loro, ma le attraversò con il proprio corpo, che tale più non era e quelle risero sguaiatamente.
Un urlo proruppe nella sala. Mirta guardò chi era stato e notò il suo gruppo che stava rientrando a giro concluso. E lei era lì. Inchiodata alla porta, con gli spuntoni che la trafiggevano, il sangue ovunque, lo sguardo vitreo e la carnagione grigiastra. Le statue erano sui loro piedistalli e allora perché lei le vedeva ancora muoversi?
 
«Nessuno lo sa, credono tutti che siamo solo marmo. In realtà non è così. Chi ci crea, ci dona la vita e un anima tutta nostra. Solo i morti possono vederci per quello che siamo veramente» le fu bisbigliato nell’orecchio da una di loro.
 
«Noi siamo immortali. Il tuo antenato ci ha rovinato e noi abbiamo mantenuto la promessa di distruggere il suo nome. Poverino, avessi visto come urlava mentre si pentiva del suo gesto. Troppo tardi. Peggio per lui.»
 
«Abbiamo l’eternità per spiegarti come abbiamo ucciso a uno a uno i maschi De Rossi. Sarà molto divertente, vedrai. Quasi come se lo stessimo rifacendo ancora e ancora e ancora…»
 
Mirta si tappò le orecchie e lanciò l’ennesimo urlo. Fu talmente forte da sbloccare le finestre che presero ad aprirsi e chiudersi con violenza come se fossero sotto l’effetto di un tornado; la luce andava a veniva gettando ombre sinistre sulle statue; il secondo massiccio portone sbattè generando un rumore sinistro.
Il gruppo di visitatori era visibilmente scosso e subito si defilò tra urla isteriche.
 
«Complimenti, Mirta. Ora sei un vero fantasma.»
 
E, volente o nolente, quello era il suo destino, ormai.
 
 
                                                                                           ᾨᾨᾨᾨᾨ
 
 
Roma, Piazza al centro dei Musei Capitolini. Maggio 2017
 
 
Mirta De Rossi vagava per la piazza antistante i Musei Capitolini. Com’era cambiata nel tempo e anche le persone erano così… diverse.
Erano le due di notte e ancora c’era gente in giro, di tutte le età, anche donne. Donne! Ragazze, più che donne, si corresse.
Quello era un aspetto dell’essere un fantasma che amava. Sì, amava.
Quella condizione non voluta, impostale dalle statue assassine – così le aveva ribattezzate e rinfacciava loro ogni giorno – aveva anche un vantaggio: essere spettatrice del mondo in continua evoluzione.
Le statue le avevano detto che di notte poteva uscire per cercare aiuto e lei lo faceva. Tutte. Le. Notti. Inutilmente.
Il suo corpo martoriato era stato imbalsamato e fatto riposare al Cimitero Acatolico di Roma. La sua leggenda era viva più che mai e questo, alle statue, non andava giù. L’avevano uccisa per debellare la sua dinastia, ma così facendo avevano alimentato le storie sulla sua morte e lei si era data da fare per assicurarsi che qualche visitatore si spaventasse a entrare in quella sala. Da lì al circolare della voce che la voleva presente in forma di spirito, il passo era stato breve.
I primi mesi li aveva vissuti nella paura delle statue, ma poi… si era fatta forte e ora si narrava più di lei che di loro, dentro e fuori quell’edificio.
Le statue non avevano mai osato toccare sua figlia e la sua nipotina. Le avevano detto che in quanto femmine e con cognome diverso da De Rossi, non rappresentavano alcun pericolo per loro. Esseri inferiori. Esseri inutili. Oh, quanto si sbagliavano.
Lei le aveva tenute d’occhio e…
Un gruppo di ragazzi che rideva sguaiatamente attraversò la piazza. Ubriachi. Sicuramente reduci di una festa o anche due o tre. In fondo il mondo era sempre lo stesso, sotto certi aspetti. E invece no. Tra loro, Mirta notò anche qualche ragazza. Le squadrò tutte, girò loro intorno più volte. Erano tutte vestite di nero, con strani anelli appesi alle orecchie e non solo, tatuate, con acconciature assurde e sigarette in mano. Delle femmine che fumavano e per giunta pubblicamente? Ne aveva viste negli anni, ma quelle l’avevano colpita. Una di loro più delle altre. Una che si era ammutolita e la fissava con gli occhi sgranati e la bocca aperta. Fissava… lei! Oh, mio, Dio. Era salva?
 
   
 
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