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Autore: Semperinfelix    27/12/2021    4 recensioni
Anno domini 1475. Beatrice d'Este, figura tanto sorprendente quanto poco considerata. Ignorata, quasi odiata, dai suoi stessi genitori fin dalla nascita, cresciuta nella colorita corte aragonese del nonno Ferrante, sovrano di Napoli, troverà a Milano terreno fertile dove far sbocciare la propria personalità quando lì si trasferirà, quindicenne, per sposare il brillante, affascinante e prepotente Ludovico il Moro, duca de facto di Milano e ventitré anni più vecchio di lei. L'amore li travolgerà entrambi come un torrente in piena, ma, finita la bella stagione, si prosciugherà improvvisamente. Qual è la verità sulla sua prematura e controversa morte? Non è tutto come è stato tramandato: le prove riemergeranno dal fango e dalla polvere e sveleranno un mistero lungo cinquecento anni.
~~~
"et ebbe quel che raro i cieli danno:
senno e fortuna in giovenil etate,
cortesia profusa in alto scanno,
mente pudica in singular beltate,
sublime ingegno in cor puro e sincero,
alti pensieri in quieta umiltate,
grazie che fan ciascun degno de impero".
Vincenzo Calmeta, Triumphi, elogio a Beatrice.
Genere: Drammatico, Guerra, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Medioevo, Rinascimento
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Non altrettanti miglioramenti si ebbero nella tanto sospirata Napoli, ove quel ch'era ancora fiammella, tosto s'accrebbe a incendio, sicché il germe della rivolta con una folata di vento si propagò a tutto il regno.

Questa principiò dall'Aquila, ricca e popolata città degli Amiterni, che il 26 di quel Settembre aveva issato le bandiere pontificie, annientando la guarnigione regia. Il Papa, con una bolla del 14 Ottobre, aveva dichiarato ufficialmente la guerra e affidato il bastone del comando allo stimatissimo condottiero Roberto Sanseverino, che con due suoi valenti figli si diresse a Roma. Venezia rimase invece neutrale, non volendo tradire la pace recentemente suggellata a Bagnolo.

Dei due generi del re, Ercole non mosse un dito in soccorso, perdurandone il risentimento verso il suocero e il cognato Alfonso, mentre il re d'Ungheria intervenne presto in sua difesa mediante l'invio di truppe. Ferrante, dal canto proprio, armò un poderoso esercito con al comando il duca di Calabria, il quale marciò contro i ribelli; un secondo ne affidò al nipote principe di Capua, ponendolo a guardia della città, e un terzo all'ultimogenito Francesco, da mandare in Puglia. Per i pregi e la fiducia che in lei riponeva, nominò poi la moglie luogotenente del regno, ed egli incominciò ad esortare i baroni alla pace.

Questi ultimi, conoscendo il principe Federico come più docile e pacifico del padre e del fratello maggiore, e dalla natura di coloro molto lontano, pretesero d'averlo presso di loro a Salerno - feudo del principe Antonello Sanseverino - e con lui solamente parlamentare. Ottenutolo, con belle e suadenti parole presero a tentarlo, col promettergli la corona del regno se si fosse ribellato ai parenti, anzi giurando d'aver intrapreso la ribellione al solo scopo di garantire a lui la successione, sì da privarne quel gran diavolo del duca Alfonso.

Peccato che don Federico neppure per scherzo ardisse aspirare alla corona paterna, memore di quella volta che, per aver detto che il regno toccava a lui, era stato preso da Alfonso per i capelli e, trascinato malamente giù da cavallo, ne aveva avuto boffettoni e schiaffi (5).

Così rifiutò la proposta, dicendosi certo che, anche quando fosse divenuto re, avrebbe agito in maniera non dissimile dal padre, ragion per cui preferiva restare per loro amato compagno che non odioso padrone, e che fosse molto più saggio di un re, colui che i regni dispregiava.

I baroni lo presero allora prigione, egli che a onta delle titubanze paterne, non concependo mai nel candido animo suo un simile inganno, era andato, e lo rinchiusero in una torre nei pressi del mare. Da essa poté egli fuggire solamente alcune settimane dopo, quando Mariotto Boggi, ammiraglio del principe di Salerno, lo travestì da donna e, fingendolo la propria innamorata, lo condusse nottetempo sopra una barca di pescatori. Come un tal piano avesse dato buon frutto, avendo don Federico una barba da fare spavento, rimase un mistero per tutti.

Il padre aveva avuto in tal modo restituito il figliolo - che riabbracciò fiacco, debole e triste - nondimeno il torto subito rimaneva gravissimo, sicché, da fiera crudele qual era, re Ferrante si fece crudelissima. Sempre più in quei giorni gli ambasciatori lo sorprendevano sopra di sé e malinconioso, ossessionato da oscuri pensieri.

Della pace, firmata infine il 12 Agosto 1486, furono garanti il re di Spagna, il signore di Firenze e il duca di Milano: il re prometteva di rinunciare a ogni proposito di vendetta contro i baroni e perdonava loro ogni ingiuria, essi ne riconoscevano in cambio l'autorità e deponevano le armi. A suggello di questa pace Ferrante volle celebrare il matrimonio fra la propria nipote Maria e Marco Coppola, rampollo del conte di Sarno, Francesco. 

Appartenente a una nobile famiglia di Scala, nel ducato di Amalfi, era costui un mercante abilissimo, il quale si era negli anni con sua fatica costruito una notevolissima flotta per i propri traffici, che abbracciavano tutto il mondo conosciuto quasi, e con essa aveva più volte rifornito l'esercito aragonese e sovvenuto il re nei suoi conflitti. Un tempo suo grande amico, era in seguito divenuto una delle menti principali della congiura, pur fingendo di rimanere sempre al suo fianco.

Poiché la fanciulla era allevata nella casa del nonno, nella casa del nonno, senza sospetto, conveniva si celebrassero le nozze. E qui dunque, nel giorno seguente, convennero nella Gran Sala delle feste il re e la regina, la duchessa di Calabria con molte donne, e i baroni che avevano ottenuto il perdono, i quali condussero seco le mogli, le figlie e i figlioli. Il solo Antonello Sanseverino ricusò l'invito, fiutando invero l'inganno (6).

Era la sala coperta da un bellissimo soffitto stellato a costoloni, e dotata d'un magnifico camino al cui tepore indugiare; ornata di oro, di arazzi, fra i mille colori delle sete e dei velluti, lo scintillio delle gemme, gli effluvi delle essenze profumate, essa pareva risplendere come di luce. Suonarono i musici le più allegre melodie, accesi dalle quali i convitati, sfidandosi al contempo nell'eleganza di vesti e acconciature, si dettero piacere con danze e tripudi.

Il re non s'era ancora unito alla festa, bensì al chiuso delle proprie stanze ultimava i preparativi; qui un paggio affibbiava sul ventre la cinta, e al suo collo poneva una collana d'oro massiccio, con l'ermellino pendente, emblema questo dell'ordine cavalleresco da lui re-istituito anni orsono col motto malo mori quam foedari: meglio morire che essere disonorati.

Preannunciata da un valletto, e ottenuto dal re il permesso, fu introdotta nella camera donna Ippolita. Pur nella sobrietà delle vesti e nei pochi gioielli, convenevoli alla sua afflizione, sfavillava ella per la naturale bellezza della persona e del volto, il quale pure si mostrava adesso più che mai affranto. Si fermò dunque alle spalle del suocero e disse: « temo d'essere di disturbo, maestà ».

« Mia carissima figliola », si volse a guardarla Ferrante, sulle labbra dipinto un sorriso, « voi non disturbate mai ». In uno schiocco di dita congedò i famigli e mosse verso di lei, sì da poter prendere le sue mani nelle proprie. « Perché non siete a festeggiare con gli altri? »

« Col misero figlio mio in siffatto stato, maestà, come posso io festeggiare? » pigolò la dolorosa, e i suoi occhi subito minacciarono pianto, sicché dovette cavar dalla manica un fazzoletto, e con esso tamponare le ciglia.

Il Fato aveva infatti deciso, nella metà del Luglio passato, che il principe di Capua dovesse cader vittima d'un tragico incidente: mentre cavalcava per il campo di San Severino, il suo cavallo era inciampato e cadutogli addosso, schiacciandolo. Ferrandino s'era rimesso in piedi quasi subito e, con la spavalderia tipica della sua età, aveva dichiarato di stare benissimo e rifiutato ogni cura, salvo poi venire assaltato da una febbre spaventosa, la quale, tra alti e bassi, da oltre un mese lo teneva avvinto, e quasi senza speranza di guarigione (7).

A questo pensiero anche il volto del sovrano s'incupì, ed egli perdette il sorriso, tanto più che aveva sempre riposto ogni speranza per il futuro in quel ragazzo, che ora per uno sciocco accidente rischiava di vedersi tolto. Sebbene ognuno, e gli stessi medici, lo dessero ormai per spacciato, egli in cuor proprio sentiva che sarebbe sopravvissuto.

« Egli è forte, mia cara: è forte e vivrà. Non è dunque tempo di lacrime questo. Certo non è senza ragione il vostro dolore, e io ben lo conosco, ché non è mai così feroce la morte, come per quel padre che ne vede sbranato il figliolo. E io che figli ne perdetti già tanti, e che a breve perderò anche quello, che come la vita mi è caro, pensate forse che con animo migliore mi appresti ora a questo convito? Nondimeno è ciò che la nostra dignità ci impone: simulare il riso anche quando il nostro cuore piange »

In quel medesimo tempo s'era altrettanto gravemente infermato il più giovane dei suoi figlioli, Francesco, per un catarro ch'era ben presto degenerato in tisi. Nel suo caso si aveva speranza dell'età, essendo egli giovane di venticinque anni, che dovesse propiziarne la guarigione, benché sputasse sangue e desse, a parer dei medici, segni d'essere incurabile.

Due dei tre pilastri su cui fondava la guerra erano perciò improvvisamente crollati: Federico era un inetto, Pietro troppo giovane, e Alfonso da solo non poteva bastare. Non rimaneva che ricorrere ai mezzi, che la situazione per la sua gravità richiedeva.

« Tre volte piange il mio cuore, maestà: per mio figlio, per vostro figlio, e per i figli di quei miseri che avete qui convitati ».

Si turbò Ferrante a tale udire, fremette la voce: « o che mi dite mai, Ippolita? »

« Cosa nasconde il vostro petto, maestà? »

« Niente più di quel che mostra ».

« È dunque sincero l'animo vostro? »

« Come lo è il viso ».

Ippolita tacque, esitante. In cuor proprio sentiva ch'era in procinto di scatenarsi qualcosa di grande, perciò quel giorno non aveva voluto intervenire alla festa; era dovuto venire il conte di Sarno in persona in Castel Capuano a prenderla, non volendo per nessuna ragione che mancasse ad un evento tanto lieto. Ella con occulte parole l'aveva pregato, durante il tragitto per Castel Nuovo, di non proseguire più innanzi: conosceva l'animo sanguigno del suocero, sospettava l'inganno, e perciò avrebbe voluto per propria coscienza metterlo in salvo; ma l'incauto vecchio, accecato dalla bramosia di farsi parente di re, non aveva voluto cogliere quei segnali.

E però in mezzo a un tanto scempio, ove il servo affonda il ferro nelle viscere del padrone, e il padrone tormenta quello con ogni empietà; ove il figlio gronda del sangue paterno, e il padre soffoca il figlio nel proprio odio, e il fratello brama la morte del fratello; ove corpi vivi sono mischiati ai sepolti, e la madre inorridisce della propria creatura, cosa rimaneva ancora a cui aggrapparsi? in cosa si poteva più credere, se perfino la parola era svuotata d'ogni valore?

« Io temo », rispose, « che voi non facciate in verità far loro la fine di Marino e degli altri, che come Jacopo Piccinino non abbiano conversa in prigionia e morte la vostra ospitalità... »

« A cosa corre la vostra mente, mia cara? » premette Ferrante le tozze dita sulla morbida bocca della nuora. « Mi giudicate forse incapace di perdono? »

« La vostra maestà è misericordiosa quanto basta, ma al contempo vi conosco come assai più incline alla vendetta che non al perdono ».

« E non è forse un modo di vendetta anche il perdono? »

« Se così è, solo io chiedo clemenza per quei tristi: hanno peccato contro di voi, è vero, ma sono pentiti. Con animo sincero vengono a voi in pace, e fiduciosi si sono rimessi alla vostra pietà ».

« Clemenza avranno, quella ch'ei meritano, proprio poiché a me si sono rimessi ».

« E pei figli di Antonello Petrucci, che qui non sono? »

« Farò di loro come degli altri, anzi: farò assai più, ché è due volte degno di perdono, colui che più dell'altri pecca ».

« Le vostre parole mi riempiono di gioia », fu ella stessa stavolta a stringere le mani del suocero nelle proprie, una luce di rinnovata speranza a rinvigorire i suoi occhi. « Io sono certa che, riconoscendo la vostra clemenza, anche Iddio sarà clemente, e vorrà risparmiare vostro figlio e il mio ».

« Pregate, mia cara, pregate che sia così ». Ferrante la trattenne per le spalle, e le impresse un tiepido bacio sulla fronte, per poi invitarla, con animo finalmente rasserenato, a tornare nel salone delle feste.

Rimasto da solo, non richiamò più i servi, bensì da sé tolse la corona dal cuscino in velluto rosso ov'era riposta, e quella, simbolo del potere, pose sul capo canuto. Si volse allora verso un ritratto che teneva appeso alla parete, dal quale emergeva, col suo sembiante maestoso, altero, lo spettro del defunto Magnanimo, e rimirandolo disse: « o giorno desiato, giungesti ormai... tanto è soave il perdonare! »

Fece poscia chiamare il conte di Sarno nella camera ove egli stava, fingendo di volersi con lui felicitare. L'ignaro conte, che tanto a cuore aveva preso quelle nozze, da essere veduto durante la cerimonia perfino piangere, gli mosse incontro con lieto viso. Non lo raggiunse mai: passate che ebbe alquante stanze, trovò a interdirgli la via il castellano Pascasio con molti roncolieri della guardia, il quale disse: « sta' forte, che siete prigione! »

Il medesimo inganno ripeté poi il re con Antonello Petrucci, suo segretario, anch'egli nella congiura coinvolto. Antonello, nato da poveri contadini di Teano, era stato accolto ancora garzone nell'ufficio di un notaio il quale, sperimentatone l'ingegno, lo aveva fatto pervenire alla corte del Magnanimo. Posto da questo nella segreteria regia, col suo raro intelletto s'era allora acquistato una tale illimitata fiducia da parte del nuovo re, che non aveva più avuto pari. I suoi figli erano stati la sua rovina.

Questo fece Ferrante segretamente, per non sbigottire gli altri baroni presenti in sala, e prima che il matrimonio giungesse alla consumazione. Nessuno, all'infuori della sola regina, era a conoscenza dell'inganno, neppure Alfonso, il quale certo con la sua irruenza avrebbe potuto guastare ogni cosa. 

Mentre Aniello Arcamone altrettanto e Giovanni Impoù venivano col medesimo espediente imprigionati, il re si fece condurre in stanza i primi due, avendo desiderio coi propri occhi riguardarli, e rimproverarli della fellonia.

Furono i due condotti a viva forza alla sua presenza dagli armigeri che, poste le catene ai polsi, li tenevano per le spalle, e glieli gettarono in ginocchio. Con occhi allucinati guardava ora Francesco Coppola il re, il viso pallido, spaurito, mentre con voce alterata chiedeva: « maestà! cosa significa questo? »

« Con tanta presunzione chiedesti una sposa, che degna di tuo figlio fosse, tu che ti credesti più grande del Re. Ecco, te ne ho data una più che degna: la promessa è mantenuta. Paga adesso il prezzo per la tua ingordigia ».

« Voi... voi c'avevate promesso il perdono! » si drizzò in piedi Francesco, scuotendo il giogo delle armate mani dalle spalle. « Solamente ieri firmaste con noi la pace, e quest'oggi così ci traete in inganno? Noi che siamo ospiti nella vostra dimora! Qual timore avete di Dio? Qual timore delle sue leggi? »

« Ah, mirate! È questi il falso che pretende l'altrui lealtà! » s'indignò Ferrante, memore della sua malizia. « Di tanti perfidi ingannatori e ladri, mille volte sei tu più reo, tu che ognora mi venivi dinnanzi con atti soavi e affettuose parole, ognora la mia rovina macchinando! »

« Io! Me voi accusate? Del fingere voi m'addottrinaste, voi che avete tanto diverso il cuore dal labbro! »

« Tracotante... ah, ingrato! Contro di me osi queste parole? Contro me che di tutti i traffici e le industrie del regno ti feci capo e partecipe! Io che non permettevo che alcuno vendesse, se tu prima non avevi ismaltito le tue merci, né che alcuno comperasse, se tu prima non t'eri per tuo agio provveduto. Venisti a me da pezzente, e io ti feci ricchissimo: perfino nel consiglio reale ti ho intromesso. Tutto ciò che mi fu lecito darti, io te lo diedi, Francesco, e questo fu il tuo ringraziamento: scatenare contro di me una guerra, che m'avrebbe condotto alla rovina! »

Questa la loro colpa ai suoi occhi: con suo danno e vergogna derubarlo, manomettere le sue entrate, col malgoverno inimicargli i sudditi; essere stati causa dell'intera guerra e sollevazione dei baroni. L'eccezionale fortuna dell'uno e dell'altro sdegnava il duca di Calabria, che non li poteva vedere neppure dipinti, e sovente prorompeva in minacciose parole contro di loro; proprio la sua crescente ostilità, d'altronde, aveva persuaso i due ad aderire alla congiura, onde abbatterlo dal trono. Già da tempo Alfonso avrebbe voluto imprigionarli, ma al padre non era mai parso di farlo, finché con arroganza il conte di Sarno non gli aveva richiesto quella nipote, ch'egli da tempo dissimulava di dargli. A tanto sdegno lo mosse a quel punto la presunzione, e il parlargli come se privato cittadino, e non Re fosse stato, che aveva deliberato non oltre tardare. 

« E tu, Antonello », s'accanì allora contro il segretario che, per l'enorme sconcerto, non osava far parola, né quasi levare lo sguardo; egli fra i due il più tremante, e il solo veramente contrito. « Non eri nessuno prima d'entrare ai miei servigi, e per mia grazia t'innalzasti alle più alte dignità. Non solo t'ho fatto mio segretario, Antonello, ma un altro me stesso. Mi biasimava sempre mio figlio Alfonso di come, per arricchire voi due, mi fossi io stesso impoverito, né volli mai dargli ascolto, quand'egli mi spronava a reagire, fino a questo giorno. Avevate ogni cosa, avete preteso di più: adesso perderete tutto ».

« Ben veggo », intervenne il conte di Sarno, e in un tono veramente di gran dignità, « che avete ormai saldo in animo di farci morire, e so che nulla parola vi persuaderebbe a mutare sentenza, maestà. Vi conosco. Pur tuttavia rammentate che furono garanti, di quella pace su cui voi in quest'oggi, col condannarci, sputate, le potenze di Spagna, Milano e Firenze, e che se pure di noi tristi dovesse perdersi il ricordo, esse non dimenticheranno ».

« E vuoi tu spaventarmi con queste tue deboli minacce? » se la rise alla grossa Ferrante, più del dovuto superbo. « Io sono il re di Napoli, e questo è il mio dominio. Qui non contano né Spagna, né Milano, né Firenze. Qui la mia parola è la sola che conta. O credi forse che m'importi del loro giudizio? »

« Un giorno », replicò il conte, « v'importerà. Quel giorno rimpiangerete, voi e vostro figlio Alfonso, di aver violato i patti, l'onore e la fede, poiché dove non esiste fiducia, non esiste intesa, e nessuno vorrà essere amico di chi volle vivere ogni suo giorno da spergiuro ».

Dopo queste sprezzanti parole, Ferrante non volle più udirlo, ma subito ordinò agli armigeri che li sottraessero alla propria vista, e l'uno e l'altro, e li rinchiudessero nella fossa del Miglio il primo, e nel forno del castello il secondo. Così anche gli altri baroni furono in breve arrestati, e insieme alle mogli, ai figli e ai servitori imprigionati.

La musica nella gran sala cessò, cessarono i canti e anche i balli; l'allegrezza fu tosto conversa in estremo lutto e pianto. Non più altro s'udiva per quelle sale, che strilli di donne e tumulto di soldati. Si serrarono le porte, si levarono i ponti, e tutto il castello s'empì di strepito e confusione.

Nella solitudine della propria persona, Ferrante si ritirò dinanzi alla finestra e di lì rimirò la capitale del proprio regno sfavillare sotto un cielo formicolante di stelle, dove una notte oscura mescolava il cielo al mare, e questo taceva senza un sussurro.

Tolse il re quella corona, che ancora sul capo teneva, e come in sacrificio la offrì al dipinto del defunto padre, il quale parve in quell'ora a un tempo sorridere e tremare, e a lui parlò dicendo: « Rallegratevi, o padre, e fatevi fiero, ché la corona vostra non cadde dal capo del figliolo, né mai cadrà finché avrò vita ad animare questo mio corpo. Non una, ma due congiure estirpai. Ebbi il mondo per nemico, e vinsi. Dai miei mali seppi cavare rimedio ai miei mali: come l'idra trassi vigore dalle mie ferite. Dopo di me, chi desideri regnare, non avrà bisogno di guerre ».

Il giorno seguente furono mandati ad arrestare anche i due figli maggiori di Antonello Petrucci: Francesco, conte di Carinola, suo primogenito, e Giovanni Antonio conte di Policastro; tanto più rei, poiché avevano indotto al tradimento un padre che, per sua natura, giammai vi avrebbe di propria coscienza aspirato. Il bottino ricavato dalle confische delle proprietà e dei beni fu stimato, tra denari e gioie e argenti, circa duecentomila ducati e più, mentre altri trecentomila ne guadagnava Ferrante dai loro Stati, andando così a rimpinguare le casse del regno ormai vuote (8).

Mogli e figlie furono trattenute solo il tempo necessario a essere interrogate, quindi rilasciate, con la sola eccezione della moglie di Antonello, Elisabetta Vassallo, che in carcere morì - così fu detto - di malattia, e fu mandata a seppellire come una pezzente, senza neppure il conforto d'un religioso.

Quest'atto di forza, oltre a suscitare grande scandalo, non valse comunque a stroncare la rivolta, tutt'altro: l'11 Settembre i baroni sfuggiti alla cattura, e Antonello Sanseverino primo fra tutti, si riunirono a Lacedonia e lì giurarono sull'ostia consacrata di rimanere uniti ad unum velle et ad unum nolle contro il sovrano, facendosi prosciogliere dall'obbligo di fedeltà nei suoi confronti. Alfonso provvide a dar loro la caccia ad uno ad uno, e li costrinse progressivamente alla resa (9).

Frattanto il principe di Capua, che per quella sua disastrosa caduta era giunto a sfiorare gli estremi limiti dell'esistenza umana, era stato guarito - o per meglio dire resuscitato - dalle infinite preghiere della sua santa genitrice, che come pazza di dolore ognora la Madonna invocando, e senza mai disperare, ne aveva ottenuta alfine l'intercessione. Veramente reputandolo un miracolo, il duca di Calabria fece allora fabbricare un'immagine in argento del principe suo figlio, e la mandò a donare come ex voto al santuario della Madonna di Loreto, dove si era recato a chiedere la grazia.

Grazia non fu invece concessa al principe Francesco, che nel ventiseiesimo giorno d'Ottobre rese l'anima a Dio, compianto da tutti come giovane gentile, virtuoso e degno, e veramente di ottima vita, come pure nelle armi audace, sapiente e gagliardo, stroncato nel più bel fiore della sua carriera, alla verde età di venticinque anni. Distrutto da questa morte, egli che più per fratello lo teneva che non per zio, e che vedeva quasi come una colpa l'essere da solo sopravvissuto, Ferrandino fu il primo a seguire il feretro nel giorno del funerale. 

Al re a maggior ragione questa morte inflisse un dolore inimmaginabile, ma pure dovette affrontarla con rassegnazione, ben sapendo ch'essa era la punizione dovuta, poiché contro Dio aveva peccato, coll'aver violato, nell'arco d'una sola notte, i parenti e l'ospitalità e la fede. 

Il 13 Novembre, nella Gran Sala di Castel Nuovo, furono processati e degradati i baroni ribelli, e contro loro pronunziata la sentenza capitale. Allorché fu domandato ad Antonello Petrucci se volesse far parola, egli rispose con tanta fatica e agonia che a stento spiccicava le labbra, e non senza un grande sudore disse: « il Re è cristianissimo e giustissimo, perciò io mi raccomando prima a Dio e poscia alla coscienza di sua maestà ». Le quali parole commossero a lacrime moltissima gente.

In modo non dissimile risposero subito dopo i suoi figli, ambedue rimettendosi alla clemenza del re, e riconoscendo la propria colpa. Quando però il medesimo fu domandato a Francesco Coppola, ossia se volesse far parola, egli tacque e nulla cosa rispose; anzi, riguardato che ebbe attorno a sé ciascuno dei giudici e gentiluomini presenti, s'inchinò profondamente con la sua persona forte, e, snudatosi il capo della berretta, stette muto, sicché da molti fu lodato e rimpianto come uomo di grandi fatti e d'ingegno assai singolare.

Meno d'un mese dopo, il 10 Dicembre, una domenica sera, fu costruito nella piazza del Mercato un grande palco, sul quale fu montata una grossa mannaia pendente, e cioè sospesa mediante un anello a un'asta trasversale di legno e scorrente fra due verticali (10). Il lunedì vegnente Francesco Petrucci fu legato supino sopra una tavola con quattro ruote bassissime, rasente a terra, e in siffatta maniera da due buoi trascinato per tutte le strade pubbliche della città sino al Mercato, dov'era la mannaia e il ceppo.

Qui, dopo aver molto pregato e domandato perdono al popolo, confessò in ginocchio di meritare sì la morte, ma non nella maniera in cui volevano dargliela. Ferrante infatti, che lo considerava il peggio di tutti, aveva a lui riservato la morte peggiore fra tutti. Ne ebbe quasi pietà il boia giacché, facendo in modo che non se ne accorgesse, con una falcetta gli tagliò la gola mentre stava ancora parlando, e quello subito, con le mani ancora giunte, cascò all'indietro. Il suo corpo fu poi squartato in quattro parti e posto sopra pali con crocchi di ferro agli angoli delle quattro vie della città, a monito dei passanti.

Per suo fratello Giovanni Antonio fu più leggera la pena, essendo minore la colpa, e, condotto al patibolo incappucciato, non parlò mai, bensì con maggiore ritegno si lasciò decapitare, e fu mandato a seppellire insieme alla madre. 

Il 27 di quello stesso dicembre il duca Alfonso rientrò trionfante a Napoli, dopo aver sedato la ribellione in Abruzzo e aver disperso l'intero esercito di Roberto Sanseverino, che si era visto costretto a una ignominiosa fuga a Ravenna. Non rimaneva adesso che attendere alle ultime due esecuzioni. 

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Note al capitolo:

(5) Anche quest'altro episodio è ricordato nei Successi Tragici et Amorosi, che per la verosimiglianza dei caratteri acquisiscono a questo punto ancora più valore ai nostri occhi.

(6) Non che ci volesse un grande genio per capire che si trattava di un tranello: a Ferrara già nel Settembre 1485, dunque l'anno precedente (!), Girolamo Ferrarini annota: "vene novelle verissime a Ferrara como ali zorni passati lo re Ferrante [...] aveva deliberato volere amazare tuti li soi baroni del reame, overo gran parte di loro, et haveva deliberato fare certi conviti per fare feste et invidarli a Napoli et poi cum bon modo pilgiarli et farli morire. Lo qual desiderio non è venuto ad effecto, essendosse discoperta tal cosa, et hallo intexo tuti dicti baroni et più non voleno andare a Napoli". Alla luce di ciò si deduce che l'unico scaltro sia stato Antonello Sanseverino, che rese onore al nome che porta. A tal proposito occorre precisare che quest'ultimo non c'entra nulla con Roberto il condottiero di cui pure abbiamo parlato: Antonello - figlio pure di un Roberto, giusto per semplificare le cose - apparteneva al ramo dei principi di Salerno, mentre Roberto il condottiero al ramo dei conti di Colorno, sebbene dagli stessi storici sia talvolta scambiato per suo padre.

(7) A questo accidente si riferisce senz'altro Sabadino degli Arienti quando narra: "Questo principe de Capua [...] uno giorno, per grandeza et prestantia de animo, travagliando uno gagliardo cavallo, quello li cade addosso, per modo che fu levato credendosi fusse morto, et circa XIII giorni stete come exanimato. La matre, per questo crudele accidente oltramodo dolorata, recorse a la pietate de Dio et de la gloriosa Vergene che retornasseno il figliuolo ne la pristina valitudine [...]. Ultimamente, essendo uno giorno lei intorno al figliuolo, cum franco animo lo chiamava [...] et lui come morto non respondendo, lei si partì cum pianto et strido et disse: « o principe, figliuol mio, come te ho perduto! » Et andò ella ne la sua camera avanti la ymagine de la Regina del Paradiso, Matre de misericordia, et percotendosi il pecto cum tante lachryme et pregi adimandò la salute del figliuolo, che non se partì da la oratione che li smariti, o forse perduti spiriti retornarono ne lo exanimato corpo del figliuolo ". In sostanza, grazie alle infinite preghiere, Ippolita avrebbe non risvegliato il figlio dal coma, bensì proprio "da morte ad vita resusitato".  Di ciò ci informano anche gli ambasciatori sia fiorentini che estensi: "el principe di Capua, correndo uno cavallo, chaschò et sbattessi in modo è stato male et anchora non se ne sta molto confortato"; e ancora: "el signor principe di Capua, facendo correre uno chavallo, sendo a campo a San Soverino, il cavallo chaschò et lo percosse in modo che stie in pericolo. Le buone provisione lo hanno repristinato in intiera salute et sta bene et è qui"; anche in questo caso lo si definì "risucitato". Inizialmente "non parse li facesse male et però non se volse fare sagnare: dopoi lo assaltò la febre grande, per modo che tuto heri insino a meza nocte se è dubitato assai de la vita sua [...] pur dopoi, essendo stà salassato, subito mirum in modum è megliorato". Dal cronista Leostello sappiamo in più che il 22 luglio fu condotto a Napoli e il 19 Agosto "perdé lo polso et già fu tenuto per morto", sebbene Ferrante e il camerlengo profetassero che sarebbe sopravvissuto. Opinione di tutto il popolo fu che "le orationi infinite fece fare la Ill.ma duchessa sua madre lo liberaro", poiché "mai se extimò sua sanità". Certo un simile incidente spiegherebbe quella sorta di tic nervoso, di cui parla Baldassarre Castiglione, che caratterizzò Ferrandino da adulto: "nello spesso alzar il capo, torzendo una parte della bocca, il qual costume il Re havea contratto così da infirmità".

(8) Dopo la cattura, fu scovato a mano a mano il tesoro nascosto di Francesco Coppola, ammontante a varie migliaia di ducati "per modo che è uno stupore". Ferrante diceva che era un avaro e "in tanti soi extremi bisogni mai non che li prestasse uno carlino, mai non gli l'offerse, sempre facendo mostra de bisogno [...] quello de che è tanto più dannato da omni persona, vedendo che havea el modo et non pagava niuno, et vedendo tanta ingratitudine verso el Suo Signore, et che tenesse nascosta et celata questa robba, che demonstra la malignità de l'animo suo".

(9) Quello del 13 Agosto 1486 non fu l'unico arresto: altri ve ne furono sia prima che dopo, e molti baroni furono rinchiusi nelle prigioni di Castel Nuovo, dove si perse ogni traccia di loro; altri furono liberati vari anni dopo dal nuovo re Ferrandino.

(10) Istrumento che senza dubbio toglie a Guillotin il vanto di aver creato, tre secoli dopo, la ghigliottina.

Ed è concluso anche questo capitolo, e finalmente possiamo indulgere nella roboante presentazione del divo Fracasso all'inizio del prossimo

Ed è concluso anche questo capitolo, e finalmente possiamo indulgere nella roboante presentazione del divo Fracasso all'inizio del prossimo. Ci dispiace averlo passato sotto silenzio finora, sebbene avesse avuto un ruolo fondamentale durante la Guerra del Sale, (anche perché in quel periodo era intero, adesso mica tanto) però abbiamo voluto dedicargli un'introduzione coi fiocchi che non sarebbe stata possibile nei capitoli precedenti. Vogliate perdonare il nostro debole per i condottieri. Beatrice cresce e tra poco sarà l'ora delle nozze, ma ancor prima dello sposo inizierà a conoscere i roberteschi. 

P.S. la nota numero 7 sembra apparentemente la stessa di qualche capitolo prima, in verità l'abbiamo arricchita con tanti nuovi dettagli, perciò l'unica cosa rimasta identica è la citazione dell'Arienti, che potete evitare di rileggere. 

E ancora molte grazie a Hoel che come sempre supervisiona il nostro lavoro prima della pubblicazione e ci fornisce informazioni su quanto a noi sfugge, e che pure ci dette l'idea del discorso finale del conte di Sarno. A proposito vi suggeriamo vivamente di andare a leggere il suo racconto "Non una ferita al core", e per gli amici di Efp riporto sotto il mio precedente annuncio: 
 

Per voi tutti amanti della sodomia, dello stupro e della gelosia coniugale, correte a leggere questo fantastico racconto breve della mia compare. Narrasi in sostanza della sventura capitata al povero Donato Pistono, fedelissimo servitore della duchessa Ippolita Maria Sforza, incaricato da quest'ultima di pedinare il duca suo marito in tutti i suoi spostamenti. Sposa novella, Ippolita è infatti gelosissima del marito Alfonso, il quale però, giovane diciottenne, è sessualmente instancabile, e dalla fantasia a dir poco frizzante. Donato non avrebbe mai immaginato che, per mantenere la devozione alla propria signora, avrebbe dovuto perdere la propria virtù. Egli scoprirà infatti a proprie spese un vizietto che il duca Alfonso aveva sinora tenuto nascosto. Quanto a me, ho avuto l'onore di leggere in anteprima più parti rispetto a quelle attualmente pubblicate e vi assicuro che Hoel si è davvero superata. Narrazione e descrizioni sono a dir poco perfette, l'andazzo della trama m'ha stupita e sono - in tutta sincerità - sconvolta. Lasciatevi sconvolgere anche voi.

Per questo capitolo siamo stati ispirati, in particolare, dalla tragedia "Ferrante" di Giuseppe Campagna e dall'opera storiografica di Camillo Porzio, ma ancor di più forse dalle lettere dell'ambasciatore ferrarese Battista Bendedei, che pure aveva la sua vena tragica.

In foto: miniatura di Ferrante a cavallo.

 

 

   
 
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