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Autore: Child_of_the_Moon    08/01/2022    2 recensioni
Ma loro erano la luce.
Il loro amore era nato senza che se ne rendessero conto, fugacemente come il battito d’ali di una farfalla.
Un battito d'ali, le dita di una mano alla disperata ricerca di qualcosa, un qualcosa che una volta certi di aver trovato, fugge via, scomparendo nell'etere.
[Questa storia partecipa al contest “The darker is the night, the brighter will be the sunrise” indetto da Spettro94 sul forum di EFP]
Genere: Drammatico, Introspettivo, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Luce


 

Un battito d’ali di una farfalla.
Una goccia di pioggia che, indistinguibile, si uniforma alla pozzanghera formatasi ai margini della strada.
Il lento e inesorabile decadere delle foglie dagli alberi, avvizzite e ormai stanche, per poter eternamente riposare, giacendo passivamente al suolo, immobili ed esposte alle intemperie e alla noncuranza degli anonimi e grigi passanti che le calpestano senza percepirne le ultime flebili grida di dolore. Esse appaiono ormai coperte dal fango incrostato sotto le suole delle scarpe di quelle sagome prive di colore, identità, odore.
L’effluvio di bagnato si spande nelle narici, impregnandole e ottenebrandole; in un secondo svanisce ogni altro odore, solo quello di legno intriso dalla pioggia permea l’ambiente ormai assimilato dall’umida nebbia, come in uno spettrale abbraccio che avvolge la città e i pensieri di quel ragazzo che cammina con passi incerti lungo la via, lo sguardo vacuo, perso nei suoi enigmatici e astratti disegni mentali, probabilmente realizzati con un carboncino consumato, il volto scavato e serrato in un’espressione vuota, senz’anima.
Solo, lungo la via, procede come partecipasse ad una lugubre marcia funebre, lenta e flemmatica.
Un particolare inaspettato, però, coglie questo mesto e insignificante figurante di sorpresa, interrompendolo dalla sua indecifrabile opera d’arte e destandolo dal suo dolente torpore: a terra, distesa rigidamente, sporca e ormai strappata giace un piccola fogliolina sbiadita, ormai priva di vita, prosciugata della sua ultima essenza brutalmente, calpestata e lacerata senza che nessuno potesse udirla.

Un battito.
Un secondo.
Un terzo.
E poi il nulla.

Lei era bella, di una bellezza semplice ed essenziale, i tratti del suo viso morbidi e gli occhi grandi facevano di lei un piccolo gioiello non particolarmente elaborato, ma sobrio ed elegante.
Era una studentessa di non poco più di diciassette anni, non particolarmente brillante, in vero, ma il suo carisma affascinava, travolgeva, la solarità abbagliante, il sorriso confortante.
I suoi amici la definivano il loro leader, aveva l’anima del condottiero, il coraggio di una bestia pronta all’attacco, l’ardente e impetuosa passione del suo forte quanto gentile animo l’avevano portata a essere eletta da loro una figura simile ad una sorella maggiore. Qualcuno su cui contare, sempre.
Cercava senza sosta la luce in ogni cosa, lei.
Lei era la luce.
E, pur non volendolo ammettere, chiunque incontrasse il suo sguardo ne restava accecato tanto da perdercisi inesorabilmente, tuffandosi nel rame più profondo dei suoi occhi e risalendo in superficie accorgendosi che il proprio cuore aveva perso un battito.
Lei era la luce.
E come tale, sfuggevole. Non è possibile catturare il barlume che penetra dalle finestre al mattino, non è possibile afferrare i raggi tenui del Sole che penetrano attraverso le fronde fitte delle querce in primavera. Non era possibile averla, fugace come un’improvvisa brezza che coglie alla sprovvista, ma prima che essa si arresti è già scomparsa, per dirigersi altrove, trasportando la corrente verso nuovi orizzonti, lasciando i presenti attoniti, storditi, impazienti del suo ritorno.
Lei era la luce.

Nonostante sembrasse un essere dall’apparenza divina, in grado di trascendere la concretezza della materia, dell’umanità di un corpo tangibile a vista e tatto dei più, l’esistenza che conduceva l’aveva portata ineluttabilmente a provare dolore.
Aveva perso i suoi genitori in un tragico incidente d’auto, era con loro durante il tragitto di ritorno da scuola, quando era ancora una bambina, l’essenza pura dell’ingenuità e della spensieratezza contaminata dal torbido germe del male, il seme parassitario del tormento, che inaridisce le membra affaticate di un corpo nel quale la disperazione si infiltra tra le crepe più buie, goccia dopo goccia.
Aveva pianto sulle loro lapidi ogni giorno consumando i propri occhi, che rilucevano per le pesanti e ingombranti lacrime stavolta e aveva cercato di convincersi in tutti i modi che non fosse colpa sua, che tutto ciò era avvenuto per via di una sequenza pressoché infinita di numeri, perché forse da qualche parte del mondo, chissà dove, una farfalla aveva sbattuto le ali generando una serie di reazioni incalcolabili e imprevedibili, che quel giorno avevano condotto a quel finale.
Aveva perso il sonno, l’appetito e tutto ciò che la circondava sembrava distante, ovattato, come se si trovasse in un mondo avviluppato da una nebbia fitta, richiamata dalla sua sofferenza, aggrappata al suo cuore con forza e non trovando opposizione da parte della ragazza, ormai in simbiosi con lei.
Ogni cosa risultava essersi arrestata, come lo scatto di una vecchia fotografia in bianco e nero, sbiadita e consunta, le ombre confuse come inquietanti spettri deformi che si intrecciavano tra loro creando una creatura abominevole, che pian piano ingialliva come lei, smarrita nell’oblio sibilante della notte senza più alcun epilogo.

In quella pece dall’odore rivoltante, galleggiando senza sosta, un giorno aveva visto una mano.
Si allungava verso di lei, protendendosi con forza lottando contro il vischioso fluido nero che si avvinghiava veemente e impetuoso su di essa, tentando di trascinare sul fondo la causa di quella distorsione.
Squarciava le pareti appiccicose, aprendosi con colossale risolutezza un varco per poter permettere alla tenue luce solare di filtrare attraverso quella stomachevole sostanza, le dita come lame.
La ragazza aveva reagito con timore a quella intrusione improvvisa, timore che mutava in paura, paura che mutava in terrore.
Aveva cercato di richiudere disperatamente i varchi con le ultime risorse che conservava in corpo, ma non era riuscita ad impedire l’inevitabile contatto. Quella mano, di cui ora poteva distintamente scorgere il braccio si trovava a pochi millimetri dal suo cuore, sfiorandolo con le punte delle dita, porgendole nel palmo aperto un piccolissimo oggetto di forma quadrata, sottile, di un tenue rosa metallizzato: un lettore musicale con degli auricolari dello stesso colore collegati ad esso.
Intrecciandolo con delicatezza tra le sue dita, in modo da poterlo reggere, la mano, salutandola gentilmente, in un istante si era ritirata, svanendo nel nulla, lasciandola in quell’assordante silenzio che le ronzava nelle orecchie e una sensazione di vuoto incolmabile.
La ragazza ora apriva gli occhi, quel lettore era poggiato sul suo banco di scuola, spento. Voltando lo sguardo si era accorta di un giovane alto, doveva avere circa la sua stessa età, con capelli chiari e con indosso un elegante gilet color carminio accompagnato da una camicia bianca e da un paio di eleganti pantaloni neri, allontanarsi. Non si era di certo voltato a guardarla, ma in qualche modo aveva l’impressione fosse stato lui a lasciarlo lì.
Era rimasta a fissare quel banco per interminabili secondi, per poi alzarsi di scatto, sobbalzando come colpita da una scossa elettrica: per un momento un pensiero le aveva attraversato la mente, quello di dover restituire l’oggetto al legittimo proprietario, per poi acquietarsi, accorgendosi di un piccolo bigliettino giallo pastello attaccato sul retro di quel misterioso ninnolo.
E’ un regalo, penso potrebbe esserti di aiuto. Mi raccomando, fanne buon uso.”

Quel giorno, lei era divenuta la luce.

Aveva deciso di voltare pagina, riusciva ora a respirare a pieni polmoni per la prima volta, dopo tanti anni.
Si era affacciata da dietro la tenda ridotta a brandelli, dalla quale aveva sempre sbirciato timorosa, salutando la vita e chiedendole perdono per averla fatta aspettare così tanto.
Aveva teso la sua mano in alto verso il cielo, incontrando quella morbida e affusolata di quest’ultimo che la aveva accolta in un amorevole abbraccio, disegnando con le sue dita evanescenti il primo di tanti sorrisi sul volto di lei.

Aveva strappato da sé quella nebbia vorace che la aveva prosciugata per troppo tempo ormai, che urlava e si dibatteva violenta, non volendo abbandonare quel corpo ospite che le forniva nutrimento.
Ma ormai, lei era la luce.
Portava sempre con sé appeso al collo il sigillo, il memento della sua ribellione, come la prova tangibile della sua vittoria in guerra. Il caro lettore musicale che le era stato donato, divenendo un oggetto imprescindibile in ogni occasione.
Facendo delle ricerche era venuta presto a conoscenza del mittente. Si erano incontrati sul tetto della scuola, erano divenuti conoscenti, poi amici.

Brillava per tutti lei, ma al contempo brillava per pochi.
Forse, malgrado le parvenze gioiose, a volte percepiva l’impressione di non essere compresa del tutto.
Forse per questo cercava sempre conforto in quel ragazzo ogni volta che ne aveva l’opportunità.
Entrambi i suoi genitori erano volati via a causa di un incendio, era orfano, proprio come lei.
Aveva trascorso la sua vita a colpevolizzarsi, proprio come lei.
Aveva pensato di maledire il giorno in cui la vita gli aveva fatto cenno con il capo, sorridendo, proprio come lei.
Ma era anche timido, impacciato, non proprio come lei.
Farfugliava parole confuse ogni qualvolta si trovava di fronte ad una persona del sesso opposto, preferiva la comunicazione indiretta, non proprio come lei.
Praticava sport, era ambito, di bell’aspetto, popolare ma faceva di tutto per non stare al centro dell’attenzione, favoriva le quinte al palcoscenico, non proprio come lei.

Ma loro erano la luce.

Il loro amore era nato senza che se ne rendessero conto, fugacemente come il battito d’ali di una farfalla.
Si ritrovavano spesso a guardarsi negli occhi per poi distoglierli subito dopo, affrettandosi a cambiare argomento per aiutarsi a stabilizzare il proprio battito cardiaco, che invece non sembrava curarsi affatto della loro opinione, continuando imperterrito a tenere il tempo, forse sperando che prima o poi uno dei due si sarebbe deciso a seguire il ritmo.
Si cercavano ad ogni pausa dalle lezioni, al solo udire il nitido trillo della campanella, la cui eco risuonava tra i corridoi di quella scuola, che mai aveva come in quei momenti posseduto tale aspetto così vivido, scintillante. Si correvano incontro tra le fitte schiere di studenti, che religiosamente iniziavano la propria processione verso la caffetteria, proseguendo il loro pellegrinaggio fino in cortile, per poi sorridersi. Alla fine, si ritrovavano sempre.
Salendo silenziosamente le scale, gradino dopo gradino, raggiungevano il tetto, la vetta, il luogo sicuro, il loro riparo.
Sedevano l’uno di fianco all’altro, con lo sguardo volto all’incommensurabile distesa azzurra sulla quale un abile artista aveva dipinto nuvole dall’aspetto magnifico, tridimensionale. I cumulonembi come quelli dovevano essere il suo diletto.
Parlavano del passato.
Parlavano del presente.
Parlavano del futuro.
Parlavano… della vita.

I minuti scorrevano via placidamente, come note scritte su un pentagramma durante l’esibizione di un minuzioso musicista dagli occhi chiusi, i movimenti delle mani ipnotici, ammalianti, che lasciano fluire l’estro creativo come olio su una tela, assaporando ogni suono come fosse l’ultimo.
Loro erano la luce, loro erano la musica.
Non esistevano altro che loro in quello spazio ampiamente angusto, colmando ogni silenzio con le loro voci, le risate, i pianti, talvolta.
Trovavano sempre qualcosa di nuovo da dirsi, anche raccontarsi reciprocamente la propria giornata permetteva loro di trovare un istante di intima serenità, con la neve o con il sole, in un posto che entrambi potevano finalmente chiamare “casa”.

Quello era un giorno come tutti, si erano incontrati come sempre in uno dei corridoi della scuola, dopo il suono della campanella, per poi dirigersi come ogni volta solevano, nel loro spazio bianco, la zona sicura.
Quel giorno la farfalla aveva battuto le ali.
Le mani lentamente si erano congiunte , le dita si erano intrecciate, gli sguardi, miscelandosi, avevano prodotto una sfumatura nuova, di un raro colore.
I loro cuori si erano resi conto che, forse era il momento di iniziare a danzare, seguendo il ritmo.
Le labbra, dapprima incerte, si erano sfiorate con estrema discrezione, apprensive, avevano il timore di spezzare quell’irreale scenario, ma con delicatezza si erano poi incontrate e, preso il coraggio a due mani, accarezzate con cura, leggiadre, libere di poter cantare silenti il loro amore.

Lei era il Sole.
Lui era la Luna.
Loro erano la Luce.

Il tempo scorreva fuggevole, ogni cosa nella sua interezza dava inizio ad una mutazione, si distaccava dalla propria crisalide e anche loro due andavano in contro ad una metamorfosi, tuttavia le mani congiunte, gli sguardi, i baci, quelli non mutavano mai.
Forse dopo il diploma avrebbero potuto trasferirsi in una casa nuova, ricominciare da zero, trovare un nuovo spazio sicuro, un nuovo rifugio, il futuro sembrava plasmabile in ogni sua forma, se solo sfiorato dalle loro mani, avrebbero potuto crescere insieme, affrontare ogni avversità, insieme.
Forse un giorno sarebbero stati sposati.
Forse un giorno, avrebbero potuto lasciare alla vita di accogliere con il suo caldo saluto, i loro bambini.
Forse…

Il giorno del diploma era finalmente giunto, l’alba di un nuovo giorno li avrebbe attesi, impaziente, calda, scintillante, si sarebbero trovati dinanzi ad una sconfinata e florida distesa immensa nel verde, avrebbero con sudore piantato i propri semi e con pazienza avrebbero atteso di assaporare i frutti più buoni, dal sapore dolce, tale da far commuovere.
La cerimonia era stata perfetta, il Sole splendeva alto nel cielo azzurro che andava riflettendosi negli occhi dei presenti, i suoi raggi di diamante irradiavano lei, che stringeva forte la mano di lui, al suo fianco.
Si erano ritrovati per l’ultima volta sul tetto, in religioso silenzio, per omaggiare e esprimere la propria gratitudine a quella modesta terrazza, per averli accolti nel bene e nel male.
Si scambiarono un gesto d’amore conclusivo, per segnare l’epilogo di quel libro, per lasciare spazio ad una nuova stesura.
Era suonata l’ultima campana.
Avevano sceso le scale, lasciando indietro quell’edificio senza voltarsi, già assaporando quella tenue nota di nostalgia nelle loro bocche.

La farfalla aveva battuto le ali.
Repentino era stato quel cambio di rotta.
Quel giorno fu teatro di una terribile sciagura.
Erano tutti attoniti.
Nessuno proferiva parola.
Il silenzio e la nebbia incombevano lontane, una calamità annunciata dal loro arrivo, quasi profetico.
Attraversavano la strada, per raggiungere il parco a un solo isolato di distanza.
Dovevano celebrare la loro vittoria, quel giorno.
I colori del semaforo pazientemente avevano concesso loro di proseguire il loro cammino.
Un auto era sopraggiunta improvvisamente, frantumando ogni sogno, ogni speranza.
Il tempo era fuggito, come spaventato anch’esso dall’accaduto.
Lei giaceva ora a terra, le parti del corpo sfracellate senza pietà alcuna, non più riconoscibili, come una foglia calpestata da un bambino disattento in una uggiosa mattinata autunnale, sotto il suo corpo s’andava allargando una vistosa pozza di sangue carminio, come il gilet.
L’espressione era contratta in una terrificante smorfia di sorpresa, dolore, terrore. Indecifrabilmente mostruosa.
Lui tese la sua mano ancora una volta, come la prima, verso di lei, facendosi strada tra le macerie di un peso insostenibile, ferendosi tra i rovi irti di spine, su cui vi erano delle rose, erano appassite, ormai marce e dall’odore ripugnante. Da esse sgorgava quello stesso fluido viscoso nero, che lo macchiava, insinuandosi nelle sue ferite e mescolandosi al suo sangue.
La raggiunse, sfiorandole il cuore, lo stesso gesto che tanto tempo prima la aveva destata, perché non avrebbe potuto compiere un miracolo anche ora?

Ma la farfalla quel giorno, aveva battuto le proprie ali.

Un battito.
Un secondo.
Un terzo.
E poi il nulla.

Lei era la luce.
Ma era venuto per lei il momento di affievolirsi, passare magari il testimone.
Doveva riposare, ora.
La sua mano aveva carezzato dolcemente la guancia dell’amato, impregnandole di calde lacrime amare, gli sorrise, di un sorriso dei suoi, rassicurante, intriso della sua unica innocenza, del suo profumo, della sua anima, di lei.
Lui la guardava, gli occhi fuori dalle orbite, le gocce di afflizione che non accennavano ad arrestarsi e a seguire il corso del fiume, doveva davvero star piovendo un sacco, quel giorno.
Aveva gridato, aveva cantato il suo spasimo ad alta voce, un canto disarmonico, occulto, maledetto, ma doveva fare in modo che lei sentisse il ritmo, che si svegliasse.
Lei rimaneva lì, immobile e gli sorrideva.
All’improvviso, era divenuta fredda.
Il gelo della notte la aveva trasportata via con sé.
Si era spenta, la cera della candela ormai consunta.
L’arcana invocazione di lui aveva squarciato il cielo, aveva rimbombato nelle viscere della terra, aveva sgretolato il quadro meraviglioso dell’artista delle nuvole.
Un sentimento di ancestrale livore si era levato da lui, sopraffacendolo con sconcertante brutalità, scaraventandolo con un tonfo sordo al suolo.
Gli occhi suoi ora sanguinavano.
Era colpa sua.
Non aveva prestato attenzione, l’intreccio che legava le loro mani si era sciolto e lei aveva deciso di precederlo di solo qualche passo più avanti.
Non avrebbe dovuto.
Non avrebbe dovuto lasciarla andare via così.
Non dopo tutto quello che avevano passato.
Non dopo tutto quello che lei aveva passato.
Quasi come per ironia della sorte, quel burattinaio che tirava le fila del destino, nascosto dal lungo sipario rosso, doveva averle tirato un brutto scherzo da dietro le quinte.
Un ultimo sorriso illuminava il volto di lei, che lentamente aveva interrotto quel contatto, la mano madida di lacrime, con un gesto di soave solennità aveva ritirato la mano, lo aveva baciato sulle labbra ed era svanita, dissolta tra la nebbia che ormai aveva ricoperto ogni cosa con la sua coltre densa e consistente, per non andarsene mai più.
Il lettore musicale rosa, giaceva in mille pezzi accanto al suo corpo, ormai irrigidito dalla dolce morsa della morte.
Lui era sprofondato, ancora una volta.
Era annegato nella pece nera, senza speranza di poter risalire.
Si era lasciato travolgere da essa, senza opporsi, quasi attratto da una misteriosa forza magnetica, che lo trascinava in basso, sempre più in basso, sul fondo di quel luogo ignoto e senza fine, senza inizio, dove tutto andava distorcendosi in un'alterata versione della realtà, dove non sussistevano leggi fisiche, dove non esisteva tempo, non esisteva spazio.
Lui era lì, in eterna stasi, niente di più.
Gli occhi vitrei, catatonici, il ragazzo non percepiva più nulla, ormai.
Tutto era lontano, sbiadito, come una vecchia istantanea sfiorita sui cui vi era impresso il volto di lei, con occhi e bocca orrendamente deturpati dal volgare inchiostro di un pennarello nero.
L’ossigeno era svanito, assieme ai cocci del corpo di lei e del suo memento, mentre lui si sentiva mancare tacitamente, di fronte a tutte quelle insulse comparse incredule e sgomente, nel loro grigiore.
Erano svaniti i colori, non era più in grado di percepirli, ormai cieco. Vedeva l’interezza sconfinata di quel buio, senza la sua luce.
Il respiro che accompagnava le sue notti senza sonno e i suoi sogni tormentati e irrequieti era frammentato, pesante, come un monito sempre lì presente per lui, per ricordargli i peccati commessi, che scivolavano, si insinuavano in ogni fenditura del suo spirito.
Anche quella notte avrebbe solo fissato il vuoto e avrebbe avvertito di essere stato dolorosamente trafitto al petto, al contatto delle fredde lenzuola del letto, privato di lei.
Aveva smesso di cercare la luce.

Lei era il Sole.
Lui era la Luna.
Loro erano... la Luce.

Un particolare inaspettato, però, coglie però questo mesto e insignificante figurante di sorpresa, interrompendolo dalla sua indecifrabile opera d’arte e destandolo dal suo dolente torpore: a terra, distesa rigidamente, sporca e ormai strappata giace un piccola fogliolina sbiadita, ormai priva di vita, prosciugata della sua ultima essenza brutalmente, calpestata e lacerata senza che nessuno potesse udirla.
Senza rendersene conto la solleva, senza timore di sporcarsi, gli occhi fissi su di quella povera creatura indifesa, lasciata sul ciglio di quella strada sotto gli occhi di tutti.
Si sofferma a contemplarla per interminabili secondi, lasciando che il ricordo di lei gli colmi la mente, il cuore, l’anima.
Tutto di quella sbrindellata e inutile foglia gli ricorda lei.
Di quanto sia bella, la più bella di tutte.
Di quanto sia candida, piccola com’è, in confronto al suo ampio palmo della mano.
Di quanto abbia sofferto, ormai decadente nella sua glaciale rigidità.
Scorge delle gocce calde scorrergli lungo il viso, sorprendendosi: non era più abituato a sentirle affacciarsi agli angoli degli occhi, impazienti di sgorgare.
Lascia che compiano il loro rito di passaggio, non si sente in grado di fermarle ora.
Piange, accovacciato lungo quella strada, con quella foglia tra le mani.
Si lascia andare, certo che la sua lei possa sentirlo, liberandosi dal vincolo stretto di apatia che lo aveva imprigionato e tenuto nelle segrete del castello.
Vuole proteggerla.
Si alza in piedi, regge la piccola tra le mani, ponendo estrema attenzione al suo fragile corpo.
E con lei, si avvia verso casa.
Vuole prendersene cura, anche se non può più sentirlo, anche se ormai è tutto inutile, vuole almeno provare a lenire la sua sofferenza, offrirle un rifugio sicuro.
Ha deciso.
Lui sarà la luce.


 

Child of the Moon

 



E' passato del tempo! Avevo già da un po' delle idee riguardo una shot nuova e quando ho notato questo contest sul forum ho preso la palla al balzo. Chiunque abbia giocato Shin Megami Tensei: Persona 3 potrà trovare delle analogie, come per la storia precedente.
Persona mi ha segnato nel profondo, non so bene come esplicarlo a parole, ma le emozioni che scorrono in tutto il mio corpo quando ne rivivo la storia attraverso i dialoghi, le musiche, le illustrazioni, mi portano quasi sempre sull'orlo del pianto e questo vale per tutti i capitoli della saga.
Ho di recente avuto la fortuna di riuscire a ottenere una copia fisica di Shin Megami Tensei V per Switch, che non vedo l'ora di spolpare. Nel frattempo, mi consolo con Persona.
Enjoy.


 


 

   
 
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