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Autore: Vika77    11/02/2022    1 recensioni
Una serie di racconti dal retrogusto amaro. I racconti non si limitano al genere drammatico, ma possono essere anche a sfondo
horror, soprannaturale o giallo. Di certo però, non sono destinati ai deboli di cuore.
Genere: Drammatico, Horror, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Il campo di farfalle


Quando successe, non me ne resi conto. Non subito.

Quel giorno c’era il sole e insieme alla mia mamma, decidemmo di fare una passeggiata.

Mio fratello era ancora a scuola perché era stato iscritto al tempo pieno, mentre io tornavo. Quel giorno non andai a scuola però; la mamma non si sentiva bene e aveva continuato a piangere per tutta la mattina. Già appena sveglia, aveva gli occhi rossi.

La mamma era tornata a casa dall’ospedale da un paio di settimane e papà era dovuto tornare al lavoro; non poteva più assentarsi. Mi aveva chiesto di stare vicino alla mamma, di aiutarla a casa e soprattutto di non farla arrabbiare. Pensavo di averlo fatto.

C’incamminammo lungo la strada, io ero di pochi passi avanti a mamma, ma di tanto in tanto mi voltavo a controllare che ci fosse ancora. Intanto che camminavo, iniziai a notare delle cose diverse. Alla fine mi accorsi di non conoscere quella strada.

«Dove stiamo andando mamma? Questa strada non la conosco».

«C’è un campo di fiori più avanti, dove volano sempre tante farfalle e so quanto ti piacciono. Ho pensato che ti sarebbe piaciuto volare con loro».

Ricordo che la notizia mi rese euforico; non vedevo l’ora di arrivare. Già mi vedevo correre tra l’erba e le farfalle colorate, con il sole che mi riscalda e il vento che al contrario, mi rinfresca. Iniziai a camminare più veloce e mi allontanai da mamma. Quando mi voltai, lei non era più dietro di me.

Ebbi paura. Mi tornò in mente che era già successo una volta. Eravamo usciti nel bosco per raccogliere della legna. Quel giorno c’era anche mio fratello Luca. Quando restammo soli all’improvviso, ci spaventammo a morte. Come al solito papà non c’era e la mamma era sparita. Eravamo soli. Ci facemmo coraggio e riuscimmo a tornare a casa solo perché, per un colpo di fortuna, trovammo la strada principale. La signora Emilia passò di lì e ci diede un passaggio. La mamma disse che eravamo stati noi ad allontanarci, ma non era vero. Non capii perché l’avesse detto. A casa ci rimproverò, ci picchiò e poi ci mise in punizione nello stanzino delle scope. Non volevo succedesse di nuovo, ma l’avrei accettato perché avrebbe significato che ero tornato a casa da mio papà e mio fratello.

«Mamma!».

Aspettai per una risposta che non arrivò. La chiamai ancora e ancora, alzando la voce che iniziò a tremare quasi subito; mi stava venendo da piangere.

«Dov’è la mia mamma? Ho solo otto anni, non posso restare da solo in campagna a otto anni. I cinghiali mi mangeranno e se non loro, allora saranno i mostri quando verrà buio a farmi la pelle», pensai.

Cercai di calmarmi ripensando alle parole che mi ripeteva sempre papà: non fare arrabbiare la mamma, sii obbediente, non allontanarti da casa, combatti la paura. Sì, come se fosse facile! Io ho paura porca zozza e la mamma non ha bisogno di un motivo per arrabbiarsi», continuo a discutere con me stesso.

«Domenico!».

Mi volto incredulo quando mi sento finalmente chiamare. La mamma è dietro di me, accanto a un grande albero. Mi tende la mano mentre sorride.

«Non è come l’altra volta, non mi ha lasciato qui da solo».

«Corri Domenico. Qui è pieno di farfalle».

Era vero. C’erano delle farfalle in giro per il prato e io sorrisi felice, tutta la paura e la tristezza di colpo svaniti. Ma sapevo che non era per le farfalle; era per la mamma.

Inizia a correre ridendo come uno sciocco, saltando nel tentativo di raggiungerle, di gareggiare con loro, ma prima avrei abbracciato forte forte la mia mamma. Il vento mi stava facendo lacrimare gli occhi o forse non era il vento, ma non m’importava in quel momento. Feci un ultimo salto per farmi prendere in braccio da lei e ricordo che quel salto non finiva mai. La mamma rimase con una mano appoggiata al tronco dell’albero, poi a un tratto, girò la testa.

Io non capii. Non capii perché non riuscivo a raggiungerla mentre continuavo a cadere. Fui colpito al corpo da qualcosa di duro e istintivamente mi aggrappai a qualcosa. Mi aggrappai, ma non riuscii a fermarmi, continuai a scivolare lentamente. Alzai la testa in cerca della mia mamma, perché sapevo che se l’avessi trovata, allora tutto sarebbe andato bene. La trovai. Era in piedi appena sopra di me, ancora accanto all’albero, ma qualcosa sembrava sbagliato. Stava piangendo. «Perché piange? Sorrideva appena un attimo fa!». Mi guardava e sembrava di nuovo triste come questa mattina. «Mi dispiace», disse «Ti voglio bene».

Non ebbi il tempo di capire né di dire niente. I ciuffi d’erba cui mi ero aggrappato mi sfuggirono di mano e io ripresi a cadere. Mentre succedeva, vidi le farfalle volare intorno alla mamma, mentre lei si abbracciava al tronco dell’albero e cadeva in basso come me.

Poi tutto finì.

Il mio volo finì contro una pietra piatta in fondo al dirupo.

Non ebbi più pensieri, non sentii dolore, né tristezza. Il sole continuava a brillare e io iniziai a sentirmi leggero, mentre risalivo il dirupo. Mi vidi sdraiato sulla roccia con un’aureola rossa intorno alla testa. Tornai a guardare mamma quando mi alzai sopra di lei. La vidi asciugarsi gli occhi con un fazzoletto, prendere dei respiri profondi e incamminarsi verso casa senza neanche darmi un ultimo saluto. «Perché mamma?», dissi quasi sottovoce «Non ti ho fatto arrabbiare, non ho combinato guai e ho asciugato le tue lacrime mentre piangevi. Ti ho baciato per dirti che ti volevo bene. Ti sono rimasto accanto finché mi hai voluto, giocando in silenzio con la ruspa di Natale. Forse non era abbastanza per te mamma».

È colpa della tua malattia, lo so. È colpa sua se non possiamo restare insieme, vero?

So che non stai bene e che non volevi lasciarmi volare via. So che piangi tutte le notti e che papà non è mai a casa perché non sa più cosa fare. Piangi per la sorellina che è dovuta andare via. Io non l'ho potuta neanche salutare e così mio fratello; la nonna mi però mi ha detto che era bellissima. Ha detto anche che è dovuta tornare in cielo. È volata in cielo come una farfalla. Come me. Ora non dovrai più preoccuparti, perché io mi prenderò cura di lei. È per questo che mi hai fatto volare. Sì forse è così.

Ti vedo entrare a casa e so che presto arriverà Luca. Mi arrabbiavo sempre con lui per non voler giocare con me, ma ora sono contento che a lui non piacciano le farfalle. A lui piace leggere e stare sempre con papà, quindi so che starà bene. Chissà, forse adesso starai bene anche tu, mamma.

Ti voglio bene anch’io e spero che non deciderai mai di volerai come una farfalla.





 

   
 
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