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Autore: NightshadeS    28/05/2022    5 recensioni
Gli scambi culturali sono un'eccezionale esperienza formativa per gli studenti, per questo Akane Tendo accetta, dopo il tentativo di matrimonio fallito con Ranma, di partire per l'Italia. Al suo posto una studentessa italiana è pronta a sperimentare l'assurda routine che il liceo Furinkan e il quartiere di Nerima sanno offrire. Un anno può condizionare un'intera esistenza?
Genere: Commedia, Sentimentale, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Yuri | Personaggi: Kasumi Tendo, Nuovo personaggio, Ranma Saotome, Ryoga Hibiki, Tofu Ono
Note: Cross-over, What if? | Avvertimenti: nessuno
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31 Ottobre
 
Il manto aranciato di Ottobre stava per cedere definitivamente il passo all’atmosfera più cupa e nebbiosa di Novembre, ma non prima di aver regalato un altro evento agli studenti del liceo Furinkan.
Nei giorni precedenti il preside Kuno aveva istituito l’obbligo di partecipare a un ciclo di lezioni, tenute da lui in persona, al fine di approfondire vari aspetti e tradizioni della cultura americana che tanto venerava; sebbene la stragrande maggioranza degli studenti si fosse recata a questi seminari con spirito rassegnato e disinteressato, alcune delle nozioni presentate in modo assai spettacolare dallo strambo direttore Kocho colpirono qualche giovane mente che vi si appassionò.

Hikaru Gosunkugi era sempre vissuto nell’ombra del proprio lato oscuro: fin da bambino era stato bollato al primo sguardo come “strano” e “inquietante” dai suoi compagni, quelli più gentili s’intende; altri ancor più privi di tatto non avevano esitato ad appioppargli appellativi come “spettrale”, “demoniaco” e “spaventoso”. Con buona pace di ogni sua possibilità di fare qualche amicizia, che per un gioco crudele di parole era sempre andata a farsi benedire. Certo, il suo pallore cadaverico contrastato dalle scure occhiaie attorno agli occhi non aiutava a fornirgli un’aria amichevole, così come l’aspetto allampanato, il fisico gracile che pareva sempre sul punto di esalare l’ultimo respiro e la sua passione per argomenti arcani che respingeva i suoi coetanei, ogniqualvolta trovava abbastanza coraggio per uscire dal suo guscio e provare a condividerla. Pareva destinato a rimanere per sempre racchiuso dentro una grande bolla invisibile, che non permetteva a nessuno di avvicinarsi troppo a lui, anzi, facilitava al mondo attorno a sé il dimenticare della sua presenza, rendendolo invisibile a sua volta. Le foto, che lui tanto amava scattare, erano l’unico modo che aveva per toccare con mano la rappresentazione di alcune emozioni, di alcune relazioni interpersonali che a lui erano precluse; parallelamente, dato che questo mondo sembrava non dargli grande soddisfazione, divenne sempre più incuriosito dai fenomeni relativi all’altro mondo, quello occulto degli spiriti e dei defunti, tanto più affini a lui in quanto privati di quasi ogni connessione con gli altri e impercettibili ai più. A volte si domandava se la professione che svolgevano i suoi genitori avesse in qualche modo contribuito a renderlo quello che era, ma ad ogni modo non poteva farne loro una colpa, dato che parevano aver trovato comunque un loro equilibrio e una loro dimensione, contrariamente a lui.
Fu quindi con innominabile gioia che Hikaru apprese che negli Stati Uniti avevano trovato il modo di celebrare e spettacolarizzare una festività dalle radici antichissime e pagane, basata proprio sul mistero aleggiante attorno al velo sottile che divide il mondo terreno da quello ultraterreno, che esaltava il lato oscuro, la stranezza e la paura…
“Quest’anno voglio dare una festa per Halloween!” decise travolto dall’entusiasmo, che lo accompagnò fino a quel momento in cui, seduto sulla poltrona del salotto accompagnato dalla fluttuante Kogame, aspettava che i suoi ospiti si presentassero a villa Gosunkugi.
                                                    
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“Mamma mia, questo posto mette i brividi…” commentò Kijo mentre spingeva il pesante cancello cigolante in ferro battuto che dava sul vasto giardino della villa; al suo fianco Yuka e Sayuri si guardavano attorno circospette, indecise se entrare o meno, mentre Ranma le rispose, piccato

“Certo, se tu ti fossi messa qualcosa di più coprente addosso forse ora non rabbrivid- rabbrid- rabbrevid- insomma, non staresti qui a tremare come una foglia!”

Per tutta risposta Kijo gli fece una linguaccia stringendosi nelle spalle, sollevando involontariamente ancora di più il seno già ampiamente strizzato da un bustino nero e costringendo il ragazzo a distogliere lo sguardo. Il mantello nero che portava allacciato alla gola era di stoffa assai sottile e di sicuro non poteva ripararla dal freddo né dagli occhi altrui che era certo si sarebbero calamitati sulla sua generosa scollatura.
“Che razza di interpretazione di una strega è questa…” si ritrovò a pensare infastidito ripercorrendo rapidamente la silhouette di Kijo da capo a piedi: a parte il buffo cappello a punta tutto il resto sembrava studiato appositamente per esaltare le sue forme, come la lunga gonna nera che risultava aderente proprio nei punti giusti. Possibile che ci fosse lo zampino dell’amica di Nabiki che già le aveva propinato il travestimento da poliziotta? Lo stile sembrava proprio quello…significava che stava ancora frequentando quella donna e le sue discutibili compagnie? Perché non poteva essersi vestita da Cappuccetto Rosso, come Yuka, o da zucca, come Sayuri? O magari un bel costumone peloso da licantropo, tipo quello di Hiroshi o da fantasma, come quello di Daisuke?
Con una smorfia di disappunto si morse il labbro inferiore, dimentico dei lunghi canini che Kasumi gli aveva apposto per renderlo più verosimile come vampiro: perfetto, ci mancava solo che andasse a ricoprire con un rivolo di sangue autentico quello finto che gli colava da un lato della bocca!
 
La maestosa casa si stagliava al culmine di un terrapieno che la sollevava dall’ampio giardino. Per accedervi era necessario transitare da una sorta di labirinto di piccoli sentieri che si contorcevano serpeggiando tra i fitti alberi di ginkgo che in quel periodo dell’anno esibivano la propria scintillante chioma dorata, puntellata qua e là da svolazzanti fantasmini appesi. Mentre percorrevano il dedalico terrazzamento, i ragazzi notarono come delle grosse zucche intagliate illuminate da candele interne fossero state poste a ogni bivio, a guisa di pietre miliari; di tanto in tanto il terreno era interrotto da alcune vasche d’acqua presumibilmente calda, dato che delle volute di vapore ascendevano pigre nell’aria assai frizzante.
Quando giunsero infine davanti all’imponente abitazione, si trovarono di fronte a una grande porta di legno chiusa da un chiavistello, mentre uno scheletro fosforescente recava un cartello con una doppia freccia verso destra o verso sinistra, invitando implicitamente gli ospiti a salire da una delle due simmetriche scalinate laterali.

“Mamma mia, non lo so mica se abbiamo fatto bene a venire…io sono già terrorizzata!” piagnucolò Sayuri stringendosi al braccio avvolto dal lenzuolo di Daisuke, mentre osservava con disgusto dei calabroni moribondi che si contorcevano intontiti sui gradini finché non scivolavano nella quiete eterna. Nell’aria aleggiava un profumo d’incenso, a tratti pungente che, per qualche ragione che non avrebbero saputo spiegare, sembrava estremamente indicato per l’ambiente.

“Beh, ormai siamo qui, diamo una chance a questo party!” replicò Yuka, per nulla impressionata, sollevando l’anello metallico del battiporta a forma di demone cornuto che si stagliava sull’uscio e bussando tre volte.

Un uomo alto e magro vestito con un completo gessato e assai somigliante ad un Hikaru che si fosse fatto crescere dei baffetti aprì la porta scricchiolante, invitandoli a entrare
“Buonasera cari! Io e la mia splendida moglie vi diamo il benvenuto a villa Gosunkugi. Spero che passerete una serata divertente.”

I modi dell’uomo erano affabili e compiti, in netto contrasto con l’esuberanza della splendida moglie, una donna bassina e piuttosto rotondetta che indossava un abito nero lungo e aderente, con una parrucca di capelli neri liscissimi che le sfioravano il sedere. Non appena li vide si precipitò ad abbracciarli uno ad uno, salutandoli col nome del loro costume
“Oh, buonasera Signorina Zucca! E buonasera anche a voi, Signorina Strega e Signorina Cappuccetto Rosso! Che magnifico costume Signor Licantropo! Per non parlare dei vostri Signor Vampiro e Signor Fantasma! Vi prego, entrate! Io sono la Signora Morticia Addams e questo è mio marito Gomez. Troverete nostro figlio nel salone di sopra”

Una volta sfuggiti alle grinfie di quella calorosa signora, i ragazzi proseguirono per il corridoio che conduceva alle scale per il piano superiore, gremito di quadri e soprammobili assai angustianti, rappresentanti demoni e scene di morte.
 
Come varcarono la soglia del salone, vennero accolti da uno sbuffo di fumo che li avvolse dall’alto e da una risata assai inquietante, di quelle che ai luna park fanno sobbalzare gli avventori dei tunnel dell’orrore. Sayuri perse il briciolo di compostezza che le era rimasto e saltò all’indietro nel suo ingombrante costume arancione, lanciando un gridolino spaventato, mentre Hiroshi cominciò a tossire per il fumo. Non appena cominciò a diradarsi, ne emersero un paio di occhi rossastri che li scrutavano con apatia: Kogame, fluttuando a mezz’aria, si lanciò in un poco convinto “Buh”, prima di tornare lentamente al fianco di Hikaru, che rideva divertito seduto su una poltrona.
La stanza, completamente in penombra, illuminata esclusivamente dalla luce di alcune candele sparse e candelabri posti in zone strategiche, era un vero trionfo del macabro e del grottesco: in un angolo, sapientemente rischiarata dall’alto, si stagliava la riproduzione fedelissima di un’imponente ghigliottina del Settecento, con tanto di lama insanguinata e prigioniero impagliato dalla testa mozzata rotolata a terra; poco distante, uno scheletro con una tuba in mano sembrava rendere i propri omaggi dinanzi a una bara aperta; un’intera parete era occupata da un’enorme libreria dall’aria molto antica, riempita di tomi vecchi e polverosi ricoperti da spessi strati di ragnatele; dal soffitto penzolavano a varie altezze le amate bamboline di Hikaru, alternate a qualche fantasmino e qualche ragnetto di plastica.

“Benvenuti nella mia umile dimora, che nelle prossime ore ospiterà la festa più terrificante dell’anno! Siete pronti a divertirvi da morire?” esclamò Gosunkugi ridacchiando a quell’uscita che aveva enunciato con tanto pathos ma che solo Kijo sembrò apprezzare con una risata.

“Ehm, da cosa saresti travestito tu, Hikaru?” domandò Yuka cercando di spezzare quell’imbarazzante gelo che era calato dopo l’infelice battuta: effettivamente non era immediato afferrarlo, dato che il suo costume consisteva in una specie di tuta su cui erano state incollate alcune confezioni di cornflakes, riso soffiato e muesli con dei coltelli conficcati dentro; dalle lacerazioni delle scatole fuoriusciva del sangue finto, lo stesso che ricopriva un machete di plastica che Hikaru teneva in mano

“Oh, non si capisce? Sono un Cereal Killer!” rispose quest’ultimo sottolineando idealmente le due parole con indice e pollice che si muovevano avanti e indietro.

“Hikaru, tu sei un fottuto genio!” commentò entusiasta Kijo, mentre gli altri venivano sommersi da gocce gigantesche alla spiegazione di quel travestimento basato su un gioco di parole.

Ancora una volta calò un silenzio ricolmo di disagio tra gli astanti, che Hiroshi provò a mitigare
“Certo che vi siete impegnati un sacco per rendere l’atmosfera inquietante e spaventosa!” commentò guardandosi attorno, provocando un’espressione perplessa sul volto di Gosunkugi

“Mah…io non saprei…in realtà ci siamo limitati a mettere qualche zucca in giardino e qualche fantasmino o ragnatela in giro, per il resto abbiamo lasciato tutto come sempre!” ridacchiò in imbarazzo strusciandosi la nuca con una mano, mentre Kogame al suo fianco annuiva priva di emozioni; gli ospiti si lanciarono occhiate incredule e Sayuri fece quasi per svenire, ma fortunatamente fu presa al volo da Ranma prima di accasciarsi a terra.

“Perché non beviamo qualcosa? Mi sembra il momento giusto…” propose Kijo sperando di sciogliere quell’atmosfera che stentava a decollare con un po’ di buon vecchio e sano alcool.
Hikaru fece allora strada al tavolo apparecchiato con cibi e bevande: ogni liquido era stato travasato in antiche bottiglie di vetro scuro con delle etichette assai evocative quali Veleno di vipera, Spirito del Demonio, Estratto di Aucuba o Sangue di Drago, mentre ciascuna vivanda rassomigliava impietosamente a qualche organo umano, qualche insetto o qualche mostriciattolo. Sayuri si portò rapidamente una mano alla bocca trattenendo un conato di vomito quando il suo sguardo si posò su una specie di gelatina che in tutto e per tutto sembrava un cervello sanguinolento, mentre Yuka prese con curiosità una sorta di spiedino che pareva un dito mozzato per assaggiarlo.
 
Qualche minuto dopo arrivarono anche altri invitati, desiderosi di gustarsi la particolare esperienza e al tempo stesso intimiditi dalla novità.
Nabiki e Mendo entrarono a braccetto: sul volto della ragazza seminascosto da una mascherina nera dalle fattezze feline si poteva scorgere facilmente un’espressione di puro divertimento, certamente alimentato dal fatto che si trovava in un ambiente che, sebbene inconsueto, trasudava ricchezza e facoltà; il ragazzo, per contro, appariva piuttosto pallido e turbato nel proprio costume da mummia, dato che quell’atmosfera così buia rievocava le sue più recondite paure. Come si accorse della Vergine di ferro addossata a una parete che riluceva dei riflessi delle candele, per poco non ebbe un mancamento al pensiero di come sarebbe stato esservi chiusi dentro; fu necessario tutto il suo autocontrollo per mantenersi impassibile e darsi un contegno.

“Ancora non capisco che cosa vuoi cercare di dimostrare col tuo travestimento, tesoruccio” domandò Lamù ad Ataru entrando nel salone. La bella aliena si era mascherata da diavolessa ed indossava un vestitino rosso con tanto di mantellina, mentre con una mano brandiva un piccolo tridente e sulla testa si era apposta un cerchietto con un’ulteriore fila di corna. Al suo fianco Moroboshi si era messo degli abiti femminili e si era truccato pesantemente il viso, abbondando col rossetto e con l’ombretto blu che non si era neppure preso la briga di sfumare, per non parlare del fard che gli impataccava le guance di due tondi rosa.

“Cosa c’è da capire? È ovvio che la paura più grande per un virile playboy come me è quella di diventare una donna! Non oso immaginare un destino più beffardo e triste” disse Ataru in falsetto osservandosi le unghie laccate di rosso con la bocca arricciata: non si poteva certo obiettare che non cercasse di mantenersi nel personaggio.

A quelle parole Ranma ebbe un moto di fastidio e a stento trattenne un rabbioso grugnito che si affacciò sulle sue labbra, provocando un’occhiata divertita da parte di Nabiki
“Come dargli torto, vero Ranma? Anche se pensavo che fra tutti sarebbe stato il mio costume a risultarti più spaventoso…” con la mano guantata di nero su cui aveva apposto dei piccoli artigli, la ragazza simulò una zampata al quasi-cognato, mimando un miagolio con le labbra. Stava per dirgliene quattro spazientito, quando Kijo si intromise per congratularsi

“Caspita, Nabiki, questo costume è fan-ta-sti-co! Te lo ha noleggiato Madame, vero? Buon per te che riesci a entrare in una tutina nera così attillata…ti valorizza davvero tanto!” così dicendo allontanò da Ranma la ragazza continuando a ricoprirla di complimenti che Nabiki si godette assaporandoli come caldi sorsi di miele.
 
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A un evento del genere non poteva mancare Tatewaki Kuno, che si presentò accompagnato dalla sua squadra di kendo con un costume di gruppo liberamente ispirato a un blockbuster di qualche anno prima: tutti indossavano delle calzamaglie nere su cui risaltava, dipinto di bianco fosforescente, uno scheletro stilizzato. Per rendere la loro entrata ancor più spettacolare, si esibirono in un balletto coordinato sulle note di Ghostbusters, manifestando una flessuosità nei movimenti che raramente ci si aspetterebbe da chi pratica il loro sport.

Durante l’esibizione Yuka espresse la sua perplessità al gruppetto di amici
“Scusate…ma cosa c’entra la colonna sonora di Ghostbusters col loro costume di Karate Kid?” ma ricevette solo alzate di spalle o scuotimenti di testa del tutto spaesati; per fortuna il Tuono Blu non mancò di fornire una spiegazione chiarificatrice per le semplici menti dei propri compagni di scuola, che difficilmente avrebbero potuto afferrare i reconditi significati che si celavano dietro la propria minuziosa danza

“Cortesi compagni, affettuose fan…leggo nei vostri volti lo smarrimento che la nostra provocatoria performance ha sapientemente generato! Ebbene, abbiamo raggiunto il nostro scopo, ovvero far riflettere su quanto futile e superficiale sia la cultura americana tanto propagandata dai mezzi di comunicazione, dalla globalizzazione, financo dal mio stesso padre! Le opere che producono, scalatrici di vertici di fama mondiale, sono senz’anima, senza morale, votate al mero intrattenimento, tanto che si possono facilmente confondere l’una con l’altra: ecco la ragione per cui abbiamo contaminato, senza che quasi ve ne rendeste conto, due diversi omaggi alla cinematografia statunitense. Attenzione a cadere facili prede del fascino per ciò che è straniero…per scongiurare il rinnegamento delle nostre tradizioni, vogliamo portarne avanti una questa sera, ovvero la Hyakumonogatari kaidankai! Ci siederemo in cerchio rischiarati dalla luce di cento candele e verranno raccontate a turno delle storie del terrore, al termine di ognuna delle quali spegneremo una candela, finché non rimarremo totalmente al buio aspettando la manifestazione dello spirito Aoandon.”
L’imponente mole di corbellerie proferite tutte d’un fiato da Kuno, fece sì che la maggior parte degli ospiti si fosse addormentata dalla noia, quindi quando si voltò verso il suo pubblico si trovò di fronte una folla quasi totalmente dormiente; naturalmente questo non lo scompose più di tanto e, fermo nei suoi propositi, accese ad una ad una le cento candele necessarie per poi continuare imperterrito a narrare
“Gira voce che nei boschi selvaggi sul monte Haku, abbia dimora una fiera sanguinaria che appare a ogni plenilunio per placare la sua brama di carne umana…”
 
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Circa un’ora dopo, Tatewaki era sempre pervaso dall’eloquenza di cui Benzaiten lo aveva ampiamente dotato, per cui si avvicinò alla penultima candela rimasta accesa e ne schiacciò tra le dita bagnate la fiamma per spegnerla, poi prese nuovamente fiato e cominciò il racconto della centesima storia dell’orrore. In realtà, i pochi compagni di kendo rimasti vigili durante gli sproloqui del loro capitano, si erano adoperati per soffiare furtivamente sulle candele mentre Kuno non guardava, in modo da risparmiarsi ore ed ore di quel supplizio. Fortunatamente il Tuono Blu non brillava particolarmente per acume, quindi non ebbe l’accortezza di notare che nemmeno parlando in modo estremamente accelerato avrebbe mai potuto raccontare cento storie in appena un’ora, o forse neanche si era reso conto di quanto tempo era davvero passato.
Ranma e Ataru approfittarono del torpore generale per saccheggiare senza ritegno il buffet: in fondo, ingollate al buio senza che potessero concentrarsi sulla presentazione più di tanto, dovettero ammettere che quelle pietanze erano proprio buone!
 
Come Kuno pronunciò le ultime parole della storia e spense l’ultima candela, un urlo inumano di puro terrore si espanse nella stanza, facendo sobbalzare gli assopiti e gelare il sangue nelle vene ai desti. Tatewaki, raccogliendo tutto il proprio coraggio, pigolò flebilmente
“Spirito Aoandon, sei tu che sei giunta nel regno mortale dall’oltretomba…?”

“Argh! È finita la salsa teriyaki! E adesso con cosa condisco gli spiedini di polpo?” gli rispose disperata la voce di Moroboshi, mentre scuoteva al buio il contenitore ormai vuoto, rivelando agli attoniti astanti il responsabile del grido.

Mendo fece per alzarsi al fine di dare una lezione a suon di fendenti a quell’irriverente di Ataru, ma si bloccò congelato non appena scorse una tenue luce che si avvicinava verso la distesa di candele: la luce illuminava la zona inferiore di un abito bianco stracciato, sul quale si adagiavano alcune ciocche di lunghi capelli neri e liscissimi. L’entità avanzava lentamente, obbligando i presenti a trattenere il respiro dallo stupore, dall’attesa di una rivelazione, dallo sconcerto nel constatare che il bislacco rituale di Tatewaki aveva incredibilmente sortito un effetto. Proprio quest’ultimo, quando quell’essere si fermò a pochi metri di distanza da lui, cercò di arrestare il tremore incontrollabile di cui era caduto preda e gli si rivolse con tono deferente
“Spirito Aoandon, sei tu che sei giunta nel regno mortale dall’oltretomba…?”

La luce ebbe un tremolio e poi cominciò a salire lentamente, finché non si fermò poco prima di inondare il volto di quella presenza, che proferì in tono grave
“Tu mi chiami Aoandon, ma io sono invero una banshee…io sono…” la luce guizzò svelta sul suo viso, rivelando un incarnato spettrale sconvolto da occhiaie profonde ma piuttosto familiare
“Io sono…Shinobu! Non mi avete riconosciuta?” domandò la giovane con un sorrisetto compiaciuto mentre gli altri crollavano a terra esterrefatti

“Non si può dire che tu non sappia fare un’entrata a effetto, Ban-Shinobu…” commentò Kijo mentre regolarizzava la propria respirazione.

Ataru sopraggiunse quatto quatto alle sue spalle e, con voce ostentatamente cinguettante, le disse mentre le sollevava una cospicua quantità di brandelli di stoffa che fungevano da gonna
“Shinobu, tesoro! Lascia che ti aiuti a sistemare questo splendido costume! Ecco, vedi…secondo me andrebbe strappato un po’ di più qui e anche qui e…”

Non riuscì a terminare la frase che finì arrostito da una saetta di Lamù, la quale gli strillò indispettita
“Tesoruccio! Smettila di importunare Shinobu! Hai voluto fare la donna? Comportati come tale!”

Ataru si sentì punto nell’orgoglio, oltre che fiaccato nel fisico, quindi raccolse le sue ultime forze per controbattere alla diavolessa che si ritrovava per fidanzata
“Proprio per questo l’ho fatto…se non ci si aiuta tra donne…”

Lamù assunse il colore del proprio costume cercando di trattenere la rabbia che provava di fronte a quell’ennesima risposta strafottente. Possibile che non se ne rendesse conto? Possibile che non gli importasse nulla di ferirla, umiliarla e farla soffrire costantemente? Cosa aveva fatto di male per meritarsi quel continuo disprezzo? Aveva sempre cercato di essere una ragazza amorevole, ma sembrava che tutti i suoi tentativi di dimostrargli affetto rimbalzassero su quel muro di ghiaccio che lui aveva eretto tra di loro per tenerla a distanza, per tenerla lontana, per tenerla a cuccia nemmeno fosse uno stupido demone-cane. Ciò che rendeva colma la misura, poi, era che lui elemosinava disperatamente una parvenza di quell’affetto da letteralmente ogni altra donna presente sulla faccia della Terra! Aveva provato a stargli addosso, aveva provato a concedergli i suoi spazi ma nulla sembrava funzionare con quel testone. Una flebile voce interiore, maltrattata dai ripetuti tentativi di metterla a tacere, provò con fatica a emergere dal suo animo più profondo per reclamare ascolto. Per la prima volta, proprio nella notte in cui i terrestri cercavano di esorcizzare le loro più recondite paure, fu portata a prendere in considerazione quell’ipotesi che più di ogni altra la terrorizzava: avrebbe forse dovuto lasciare Ataru Moroboshi?


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La festa era ormai decollata e numerosi altri studenti del Furinkan erano sopraggiunti. Fu verso le undici di sera che il padrone di casa richiamò l’attenzione degli ospiti suonando un gigantesco gong che nessuno aveva notato prima. Agguantò un microfono che pendeva dal soffitto, di cui ovviamente nessuno si era accorto, e cominciò a rivolgersi ai presenti con fare drammatico e concitato
“Miei cari amici! Un negromante senza scrupoli chiamato Urakih ha approntato un terribile sortilegio che, se portato a compimento, esattamente a mezzanotte aprirà le porte dell’Oltretomba permettendo a tutte le creature che vi abitano di invadere il nostro mondo…”

“Oh no! Dobbiamo fermarlo!” gridò un ragazzo vestito da zombie portandosi le mani lungo il volto

“Eh, infatti quello che stavo dicend-” provò a continuare Gosunkugi, ma venne interrotto nuovamente dallo stesso buontempone, che gli provocò una vena pulsante sulla tempia

“Non posso rischiare di rincontrare mia nonna, era davvero tremenda!”

Delle risatine sommesse serpeggiarono tra la folla, distruggendo del tutto quel poco di tensione che Hikaru era riuscito a creare. Si armò di tutta la pazienza che gli restava e, prendendo mentalmente nota delle fattezze dell’inopportuno scocciatore per riproporle su una delle sue bamboline, proseguì imperterrito
“Ho approntato un rituale per fermare quel bieco individuo, ma per completarlo mi manca un ingrediente e qui entrate in gioco voi! Nascosto in questa proprietà si trova l’ultimo componente della formula che scongiurerà l’apocalisse e voi dovrete trovarlo seguendo i vari indizi disseminati in casa e in giardino: se ci riuscirete prima di mezzanotte, il mondo sarà salvo! Ehm, dimmi Kuno…”

Tatewaki aveva alzato la mano per porre una domanda, che non tardò ad arrivare
“Scusa, ma chi ha sparso gli indizi per trovare l’ingrediente finale?” domandò grattandosi il mento

“Ehm, io ho organizzato la caccia al tesoro…” rispose perplesso Gosunkugi

“Ah-ha! E quindi sai anche dove si trova l’ingrediente finale!” replicò Kuno come se avesse smascherato un lestofante

“B-beh, certo…sennò come avrei potuto…” balbettò spiazzato Hikaru

“Quindi basta che tu vada a prenderlo! Risparmieremo un sacco di tempo e sconfiggeremo il malvagio Urakih” concluse il Tuono Blu, come se esponesse un’ovvietà

“Idiota! Si tratta di una specie di gioco, non l’hai ancora capito? Una gara a chi trova per primo l’ingrediente” commentò Ranma sbuffando mentre osservava il senpai con aria di sufficienza

“Stupido e irrispettoso Saotome! Se fosse un gioco sarebbe stato presentato come tale invece di mettere in piedi tutta questa messinscena…” esplose Kuno, evidentemente irritato; tuttavia soffermò il suo sguardo su Hikaru, il quale scuoteva la testa lentamente e assai timorosamente, come a confutare la sua tesi, quindi riassestò il suo discorso
“…comunque non preoccuparti, gioco o no io troverò per primo quell’ingrediente, parola di Tatewaki Aristocrat Kuno detto il Tuono Blu!”

“È una sfida?” un lampo si accese negli occhi di Ranma: da quanto tempo non trovava il modo di umiliare Kuno battendolo?

“Assolutamente sì, Saotome! Che vinca il migliore, cioè io!” disse Kuno correndo a rotta di collo nella stanza adiacente, seguito da Ranma.

Tutti gli ospiti manifestarono il grado della propria perplessità sotto forma di gocce più o meno grandi, poi Kijo si rivolse a Gosunkugi
“Scusa, ma il primo indizio dove dobbiamo cercarlo?”

“Ve l’avrei fornito io stesso, se non fossi stato interrotto da tutta questa bagarre…” rispose sconsolato il ragazzo, mentre Kogame cercava di dargli delle incorporee pacche sulla spalla.
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Ranma e Kuno aprirono una lunga serie di porte a caso, senza prestare alcuna attenzione agli indizi, talvolta estremamente evidenti, che le stanze da cui transitavano contenevano; erano talmente concentrati l’uno a spiare le mosse dell’altro per scongiurarne il più lieve vantaggio che non si resero conto neppure delle frecce luminose che indicavano la via da perseguire, finendo decisamente fuori strada. Si trovarono dunque contemporaneamente di fronte a una porta blindata che sembrava aprirsi solo mediante combinazione numerica da digitare sul tastierino lì accanto. Di fronte alla porta giaceva sul pavimento uno zerbino con la scritta Welcome e uno smile sorridente. Tatewaki studiò con impegno i singoli dettagli della porta, la tastò dapprima con le mani, poi vi fece risuonare la spada da kendo in vari punti, quasi cercasse una falla nell’impenetrabile durezza dell’acciaio: passò quindi a spippolare sul tastierino, inserendo svariate combinazioni di numeri che immancabilmente si rivelavano errate.
Ranma invece si era fissato sulla targhetta appesa subito accanto alla porta, che recitava
 
«Dottoressa A. Boken-Gosunkugi, Portate pazienza, tanto ormai il peggio è passato»

“Questa frase è chiaramente un indizio” rifletteva Ranma scervellandosi su quelle curiose parole

“Povero illuso! Dobbiamo indovinare il codice d’accesso e dieci a uno che nella stanza troveremo l’ingrediente!” bubbolava intanto Kuno mentre continuava a premere tasti a caso senza risultato

“Una volta in uno sceneggiato l’investigatore ha dedotto la sequenza osservando l’usura dei tasti: ce ne sono alcuni che sembrano più consumati di altri?” si fece spazio Ranma per osservare meglio il congegno

“Non saprei, sono di metallo, non è così facile vederne la degradazione!” sbuffò Tatewaki frustrato. Dopo pochi attimi un sorriso mellifluo si impadronì del suo volto, mentre esprimeva a voce alta il lampo di genio che gli aveva appena inondato il cervello
“Ehi…la dottoressa Boken-Gosunkugi non può che essere la madre di Hikaru…capisci che significa?”

Ranma non colse affatto dove voleva andare a parare il senpai, che si ostinava a sollevare e abbassare le sopracciglia come se fosse il depositario della verità universale. Sospirando per trattenersi dal dare un pugno su quella faccia da schiaffi, il vampiro col codino domandò a mezza bocca
“E quindi…?”

“Quindi la combinazione sarà sicuramente il compleanno di Hikaru!” gongolò Kuno spostandosi indietro un ciuffo di capelli

“Bene, allora prova a inserire la data per verificarlo…” incrociò le braccia al petto Ranma

“Che ne so io di quando è nato quello stramboide? In fondo è compagno di classe tuo, dovresti saperlo tu!” rigirò la frittata il Tuono Blu

“Ehm…non ne ho la più pallida idea!” ammise Ranma stringendosi nelle spalle.

Erano punto e a capo.

Corsero quindi di nuovo nel salone da dove tutto era cominciato, travolgendo lungo il percorso gli altri ignari ospiti intenti a decifrare gli indizi: Gosunkugi era seduto sulla grande poltrona di pelle, con Kogame fluttuante al proprio fianco, che si reggeva il mento sbuffando con aria annoiata, mentre brontolava
“Grande idea aver organizzato una caccia al tesoro! Tutti a divertirsi e io qui ad aspettare senza far nulla!”

“Se ben ricordi ti avevo esposto questa possibilità…ma in fondo sono solo uno spirito, cosa vuoi che ne sappia di come si divertono oggi i mortali?” gli rispose Kogame, sempre priva di alcuna inflessione.

Quell’intimo momento fu rotto dall’arrivo dei due ragazzi che, compiendo un gran baccano, gli si pararono davanti e cominciarono a scuoterlo
“Quand’è il tuo compleanno, Gosunkugi?” gli urlò in faccia Kuno, preda della frenesia di ripartire all’istante per distanziare Ranma

“No! Dillo a me, dillo a me!” controbatté il ragazzo col codino, continuando a strattonarlo

“Ehm…ragazzi, calma…mi state facendo sentire male…” cercava di obiettare il padrone di casa, decisamente in subbuglio. I due ebbero pietà e lo lasciarono ricomporsi a sedere, schiarirsi la voce e dichiarare
“Il mio compleanno era il 15 agosto…è un po’ tardi per farmi gli auguri ma…”

Non lo lasciarono neppure finire che già erano ripartiti a perdifiato, lasciandosi alle spalle solo il commento provocatorio di Kuno che osservò
“Per forza il 15 agosto, quando altro poteva essere il suo compleanno?”


Gosunkugi si alzò piano dalla poltrona e, ancora un po’ stordito, camminò fino al tavolo delle bevande, versandosi un po’ di Sangue di Drago che altro non era che aranciata rossa. Mandò giù un paio di sorsi e poi constatò amaramente a bassa voce
“Che diamine ne sanno di quanto è frustrante essere nati d’agosto? Non c’è mai un cavolo di nessuno ai nostri compleanni! Si è sempre tremendamente soli…”
Rivolgendo lo sguardo attorno a sé, lo lasciò vagare su tutti i mobili della stanza, la tappezzeria, le decorazioni che con tanto impegno aveva allestito, il buffet. Non incrociò un’anima, neppure quella di Kogame che doveva essersi spostata altrove. Decise di riempirsi il bicchiere di un pregiato whisky che avevano regalato anni prima ai suoi genitori e di tornare a sedere sulla poltrona, mescendolo lentamente con un cubetto di ghiaccio. Già dopo i primi sorsi, un senso di rilassatezza si fece strada pian piano in lui e la solitudine che aveva provato a manifestarsi venne ricacciata in quell’angolo del suo cuore che stava venendo ottenebrato da quell’alcolico calore.
 
                                                              -§-
 
Per quanto avessero provato a ostacolarsi a vicenda, Ranma e Kuno raggiunsero nuovamente la porta blindata nello stesso momento. Nel disperato tentativo di aggiudicarsi la priorità, Tatewaki balzò dritto verso il tastierino, colpendolo con la testa per occuparlo
“1-5-0-8” premette col naso, mentre Ranma osservava furibondo per il presunto svantaggio. Il ghigno scocciato sulla faccia di Saotome mutò ben presto in un beffardo sorriso quando si rese conto che la porta rimaneva comunque serrata.
“Ma-ma-ma come è possibile?” esclamò Kuno incredulo continuando a ripetere la stessa sequenza più e più volte “Quale madre usa un’altra combinazione che non sia la data di nascita del figlio? Ok, anch’io se avessi un figlio come Gosunkugi forse vorrei dimenticarmene, ma…”

“Abbiamo toppato, abbiamo sopravvalutato l’istinto materno…ma quindi quale diamine di codice va inserito per aprire questa stramaledetta porta?” Ranma sfogò la frustrazione calciando lo zerbino con lo smile, rivelando che sotto di esso stava annidato un foglietto. Come se ne rese conto lo raccolse con un guizzo, prima che il piede di Kuno vi atterrasse sopra per reclamarne la proprietà
“Ah-ha! Te l’ho fatta! Adesso ho la soluzione in mano!” gongolò Ranma, mentre Kuno prendeva a pugni l’aria circostante per il disappunto.
“Dunque…0…0…0…0? Sarebbe questa la password? Quella delle impostazioni di fabbrica?” rimase sconcertato il ragazzo mentre premeva i pulsanti di quell’insolita combinazione.
Il tastierino si illuminò di verde e la porta si sbloccò con uno schiocco metallico, provocando la comparsa di due grosse gocce sulle nuche dei contendenti.
Un fiotto di aria fredda li fece tremare non appena misero piede nella stanza e delle luci al neon si accesero automaticamente, rivelando una sorta di strano laboratorio, in cui l’odore penetrante di disinfettante aleggiava permeandolo completamente. Il perimetro della stanza era circondato su tre lati da un bancone da lavoro rivestito di mattonelle bianche, su cui erano appoggiati, oltre alla normale vetreria che ci si aspetta di trovare in un laboratorio, svariati strumenti chirurgici. Nell’angolo vicino al lavandino pieno di attrezzi sporchi, era situata una stadera dall’aria antica, sul cui piatto giaceva del materiale scuro e all’apparenza molliccio, mentre sull’altro lato una lampada UV era in funzione per sterilizzare degli utensili metallici. Una parete era interamente costituita da una grande cella frigorifera multi-scomparto, di cui le varie sezioni erano evidenziate dalle maniglie che sporgevano leggermente dalla struttura liscia dell’acciaio. Al centro della stanza un grande tavolo da lavoro ricoperto da uno spesso telo nero era illuminato da due grosse lampade scialitiche che si arpionavano al soffitto.

Come avanzarono di un paio di passi, la porta alle loro spalle si richiuse ermeticamente con un CLANG, facendoli sobbalzare.
“Uhm…dev’essere per la legge di quel Gay…la temperatura e la pressione di questa stanza sono controllate quindi…” rifletteva tra sé Kuno, cercando di non pensare a quanto quel posto fosse inquietante e lo stesse terrorizzando

“Che cavolo vai blaterando? Cosa c’entrano i gay adesso?” s’infiammò Ranma, mentre metteva con estrema attenzione in fila un passo dopo l’altro sul pavimento, guardandosi ossessivamente intorno

“Imbecille, ma cosa fai durante le lezioni di chimica? Lanci gli aeroplanini?” si scocciò Tatewaki, scansandosi appena in tempo da un montante che Ranma gli stava per far arrivare. Nello spostarsi, scivolò accidentalmente sul telo nero che ricopriva il banco centrale e, nel tentativo di riguadagnare l’equilibrio, vi si aggrappò lasciando scoperto ciò che vi era sotto. Le sue pupille si restrinsero fino a diventare capocchie di spillo e il respiro gli morì in gola, provocandogli per qualche istante un colorito cianotico. Le palpebre divennero preda di un tic incontrollabile che le costringeva a vibrare come se volessero scendere per porre fine a quello spettacolo orrifico ma contemporaneamente non volessero consentire allo sguardo di spostarsi altrove.

Anche Ranma era rimasto pietrificato di fronte a quel manichino estremamente realistico che voleva sembrare un cadavere. A Gosunkugi doveva essere costato una fortuna trovarne uno così perfetto nei dettagli: allungando la mano poté sentire la consistenza del materiale di cui era costituito, che imitava in tutto e per tutto la pelle umana, non solo decisamente fredda e contratta, ma addirittura provvista di peluria! Sul torso dell’uomo che giaceva supino si stagliava evidente una grossa wai dell’alfabeto inglese, che partiva dalle spalle e si protraeva fino all’inguine, come se fosse stata incisa con un bisturi. Perfino gli occhi di quel manichino erano stati resi con una verosimiglianza impressionante, con l’iride e la pupilla che si distinguevano nettamente.

“Ra-ra-ranma…che c-cosa f-fai?” sibilò Tatewaki scioccato dall’atteggiamento incurante e irrispettoso del ragazzo

“Beh, che c’è? È solo un manichino! Ripigliati, sembra che tu abbia visto uno zombie…” incrociò le braccia al petto Ranma, osservandolo con aria di superiorità

“S-solo un manichino d-dici? Che strano, in questa caccia al tesoro non si capisce più cosa sia reale e cosa sia artefatto…” fece un respiro profondo il senpai, rialzandosi in piedi e continuando a guardarsi attorno con circospezione

“Per esempio…questa roba molliccia sulla bilancia, non ti sa tanto di indizio?” Ranma si avvicinò alla stadera e indicò il contenuto del piatto, che Kuno un po’ schifato si costrinse a guardare

“Potrebbe essere il famoso ingrediente mancante, ma cos’è? Non è che possiamo incartarlo a mo’ di macellai e portarlo a Gosunkugi, fa anche un po’ ribrezzo…”

“È un chilo e due, che faccio, lascio?” scherzò Ranma per stemperare la tensione. Anche quello doveva essere una sorta di ricostruzione di un organo umano, probabilmente fatta di materiale commestibile come il cibo in sala.

Improvvisamente la porta si riaprì alle loro spalle, facendoli voltare di scatto.
Entrò la madre di Hikaru, che aveva messo un camice da laboratorio macchiato di sangue sopra il vestito da Morticia Addams: in una mano teneva un panino grondante di salsa, mentre nell’altra una sega oscillante circolare, che fece avviare per errore premendo il pulsante sbagliato per la sorpresa.
“Ehi, vedo che avete fatto conoscenza col mio povero paziente…avete visto in che stato è il suo fegato? Eh eh eh, qui avvelenamento ci cova…” li salutò la donna con nonchalance, spegnendo la sega e addentando di gusto il tramezzino. I ragazzi rimasero sconcertati da quella pantomima e non riuscirono a proferire parola, così la donna continuò, masticando
“Scusate, ero andata a farmi un panino perché mi viene sempre fame quando devo espletare le analisi tossicologiche degli organi interni…ma voi che ci fate qui? Siete aspiranti anatomopatologi? Come siete riusciti a entrare? Ah, già…non sono mai stata in grado di cambiare le credenziali d’accesso, quindi sarà stato un gioco da ragazzi, eh eh eh…Se volete potete assistermi nella sternotomia: faremo molto prima a estrarre cuore e polmoni se mi darete una mano!”

“Ho capito tutto! L’ingrediente è il fegato perché ci vuole fegato per sconfiggere il malvagio negromante! Hikaru ama i giochi di parole, non può essere che così!” emerse dal nulla Tatewaki, facendo aggrottare le sopracciglia alla dottoressa

Ehm, Kuno…mi sa che abbiamo preso un abbaglio…qui è tutto vero, non fa parte della caccia al tesoro” sussurrò Ranma, schiacciato dal peso di quella considerazione: dannazione, aveva toccato un cadavere! Un sudorino freddo gli fece capolino alla base del collo, mentre sentì lo stomaco contorcersi.

Quando realizzò cosa stava succedendo, Tatewaki assunse un colorito verdognolo, gli occhi si riempirono di lacrime spremute mentre un conato di vomito risaliva prepotente la sua gola. La signora aveva ripreso a chiacchierare amabilmente come se fossero davanti a un tè a metà pomeriggio, ma la sua mente già provata dal tentativo sovrumano di mantenere il controllo del proprio stomaco faticava a starle dietro
“…e quindi sembra che sia morto annegato, per questo devo verificare se c’è acqua nei polmoni. Tuttavia ho rilevato la presenza di tessuto epiteliale sotto le unghie, il che farebbe pensare a una lotta, e il fegato come avete visto presenta del tessuto parzialmente necrotizzato, che mi porterebbe a non escludere l’avvelenamento! Sto ancora aspettando i risultati dei test ematochimici, ma questa morte è davvero ricca di colpi di scena! Adesso, se permettete, devo proseguire col mio lavoro: dopo che l’avrò tagliuzzato per bene mio marito avrà un bel da fare per renderlo presentabile per il rito funebre, quindi è bene che mi sbrighi” concluse la spiegazione la donna lanciando ai ragazzi un occhiolino di complicità

“S-scusate…sapete dirci qualcosa di dove vostro figlio può aver nascosto…” azzardò Ranma, ancora scioccato dalla surrealtà della situazione, ma poi scosse la testa, lasciando la frase in sospeso e avviandosi verso l’uscita, con un Kuno in trance che lo seguiva con gli occhi fuori dalle orbite e tenendosi premuta la bocca con entrambe le mani

“Arrivederci! Se cambiate idea e volete assistermi ne avrò ancora per un paio d’ore…ah, ho visto mio figlio armeggiare in giardino, forse quello che cercate è lì!” li salutò con la mano la signora Boken-Gosunkugi, poi deglutì l’ultimo boccone del panino, si leccò l’angolo destro della bocca che era rimasto sporco di salsa, si mise i guanti di lattice e si ributtò a capofitto nell’autopsia.
 
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Ranma approfittò della necessaria sosta in bagno di Tatewaki per guadagnare terreno nella ricerca in giardino. Corse al piano inferiore e aprì la prima porta che trovò nella direzione agognata, ritrovandosi in una sorta di magazzino di stoccaggio: le due file di scaffali addossati alle pareti ospitavano delle specie di mobili in legno, suddivisi per colore, e qualche barattolo metallico. A terra erano riposti in un angolo alcuni fusti contrassegnati da etichette recanti pittogrammi di pericolo, proprio vicino alla porta di uscita; senza aprirla, rimase in ascolto per qualche istante dei rumori della stanza adiacente: durante gli anni di durissimo addestramento con suo padre aveva imparato a percepire la presenza di potenziali avversari ben prima che i suoi occhi potessero notarli, quindi non ebbe difficoltà ad avvertire l’aura di un uomo che si trovava oltre quella barriera. Sentiva anche qualcos’altro, come…una musichetta in lontananza e poi…quell’uomo che ci canticchiava sopra. D’un tratto le vibrazioni che riusciva a captare cambiarono repentinamente, facendosi più frenetiche, mentre dei passi svelti si avvicinavano alla porta, fino a spalancarla e diffondere nel magazzino le note di Jingle Bell Rock

“Buon cielo ragazzo! Che ci fai nel magazzino delle bare? Per un attimo ho creduto che ci fossero i fantasmi!” gli si rivolse il signor Gosunkugi, accarezzandosi la nuca lentamente con la mano e ridacchiando nervosamente mentre col piede continuava a tenere il ritmo della canzone natalizia

“Come…come hai fatto a percepirmi? Sei un esperto di arti marziali anche tu?” spalancò gli occhi Ranma, che si era messo in guardia

“No, no…ah ah ah, ma no! Io, guarda lì…” scoppiò a ridere il padre di Hikaru, indicando delle telecamere a circuito chiuso.

Una grossa goccia sovrastò la nuca di Ranma, che solo immediatamente dopo sembrò realizzare, volgendo lo sguardo intorno
“Magazzino delle bare?”

“Eh sì…alcuni modelli sono esposti nello showroom vicino all’entrata dell’attività, ma il grosso lo tengo qui! Ti interessa qualcosa in particolare? Sai, non è mai troppo presto per iniziare a pensare…” cominciò a promuovere la propria merce l’impresario, mentre Ranma nascondeva entrambi i pollici all’interno dei pugni chiusi, in segno scaramantico.

Lo stereo prese a riversare nella stanza l’arcinota melodia di Winter Wonderland, al che il signor Gosunkugi scivolò sul liscio pavimento come se pattinasse a tempo di musica fino a raggiungere l’apparecchio per alzare il volume, seguito da Ranma che lo osservava guardingo
“Non è un po’ presto per le canzonette di Natale?” gli domandò incuriosito da quello strano repertorio

“Oh, non per me, ragazzo! Quando lavoro adoro avere come colonna sonora le musiche natalizie, mi aiutano a mantenere l’allegria…” ammise l’uomo, accennando con la testa a un corpo ormai privo di vita sdraiato sul tavolo da lavoro.
Un pungente odore di formalina fece pizzicare le narici al ragazzo col codino che, decisamente a disagio, prese a guardarsi intorno cercando una via di fuga

“B-bene…si è fatta una certa…” balbettò dirigendosi verso una porta a vetri che finalmente dava sul giardino, lasciandosi alle spalle quell’uomo strambo che blaterava di tanatoprassi mentre dondolava coi fianchi manco fosse un ubriaco la sera della Vigilia.


 
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«Cerco la terra e mi tuffo in mare, ma poi vado a fondo perché non so nuotare.»
Kijo rilesse per l’ennesima volta quell’indizio e sospirò accartocciandolo e lanciandolo sul bordo piscina. Come gli era venuto in mente a quel matto di Hikaru di nascondere l’indizio successivo (o l’ingrediente segreto, per quanto ne sapeva) sul fondo della vasca, in giardino, attaccato a un’ancora? Doveva esserci un modo, che al momento le sfuggiva, per recuperarlo senza immergersi, perché quello era assolutamente fuori discussione! Si guardò attorno, circondata dall’estremo silenzio della notte autunnale assai rigida, per ovviare a quell’ostacolo. Nessuno sembrava ancora aver risolto l’enigma che portava a quel luogo, quindi aveva un margine di vantaggio e decisamente non voleva sprecarlo. Si soffermò per un istante a riflettere su quanto diventasse competitiva quando si trattava di giochi o quiz, ma scacciò immediatamente quella considerazione perché non era altro che una distrazione dal proprio obiettivo. Diavolo, non si poteva pretendere dai concorrenti che facessero un bagno gelido, sarebbe venuta una polmonite a tutti!
Forse i genitori di Hikaru volevano trarre un profitto personale da quella festa…
Idiota di un cervello, concentrati!
La ragazza cominciò a camminare lungo il perimetro della piscina, stringendosi le braccia attorno al petto e cercando di ottenere inutilmente un briciolo di calore dal leggero mantello che indossava. Fece un paio di giri, per poi fermarsi a sedere su una delle sdraio disposte in fila lungo il bordo; non appena si sedette, massaggiandosi le tempie affranta perché ancora non aveva la soluzione a quel rovello, sentì una specie di CRAAC, come di un qualcosa che si spezza
Com’è possibile, ho rotto la sdraio? Eppure non mi sembrava di essere ingrassata negli ultimi mesi…” si trovò a pensare rimettendosi subito in piedi. Si inginocchiò poi per controllare di non aver effettivamente arrecato qualche danno alla sedia e fu lì che lo vide: sotto le sdraio era nascosto un lungo borsone scuro e sottile, con una cerniera che lo attraversava da parte a parte. Kijo si affrettò ad aprirlo e un sorriso a trentadue denti si fece strada sul suo volto, man mano che estraeva dalla sacca una rudimentale canna da pesca.
 
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Mentre camminava a casaccio nel giardino, non sapendo nemmeno lui cosa cercare, Ranma fu incuriosito da un insolito rumore che si perpetuava a intervalli irregolari nella zona ovest. Non avendo opzioni migliori, decise di dare un’occhiata in quella direzione, ma ciò che vide quando si fece più prossimo lo lasciò decisamente di stucco: Kijo si trovava a bordo piscina brandendo una canna da pesca- a chi diamine era saltato in mente di dare una canna da pesca a quella ragazza? Era un’arma di distruzione di massa nelle sue mani!- con movimenti del tutto grotteschi e improvvisati. Non si sa bene come, a ogni lancio riusciva ad arpionare un oggetto tra quelli che ricadevano nel raggio della lenza e invece di pescare dalla piscina era riuscita a riempire la piscina di un mucchio di roba che galleggiava o ne ricopriva il fondo, tra cui una coppia di vasi di terracotta, il rastrello da giardino, uno stivale di gomma e perfino un paio di sdraio! Kami, avrebbe dovuto fermarla in tutti i modi, prima che potesse nuocere a se stessa o a qualcun altro…
 
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Dio, quanto poteva essere difficile usare una canna da pesca? Era mai possibile che non riuscisse neppure a tirar su quella stupida ancora, che aveva appigli dappertutto?
Kijo stronfiò per la frustrazione e si preparò a vibrare un altro lancio come una macchina impazzita, facendo vorticare la lenza in tutta la sua lunghezza sopra la sua testa per poi distendersi in avanti verso la piscina. Dannazione, anche quella volta aveva raccattato qualcosa per la via…e doveva essere qualcosa di molto pesante a giudicare dalla resistenza che le opponeva! Tuttavia ormai aveva definito la traiettoria e per poco non le prese un colpo mentre osservava Ranma avvolto come un salame che volava sopra alla sua testa facendo letteralmente i salti mortali per evitare di essere schiaffato in piscina. Fortunatamente, un po’ grazie all’aerodinamicità del ragazzo, un po’ grazie alla scarsità tecnica di Kijo che aveva effettuato un lancio troppo lungo, Ranma riuscì a planare sul bordo opposto della piscina, dal quale si lanciò in una colorita sinfonia di improperi rivolti alla compagna di classe

“Ma sei impazzita? Tu le canne da pesca non le devi toccare proprio! Non le devi neppure guardare! Ti rendi conto del disastro che stai combinando?”

“Ehm…ecco…in teoria hai ragione, però sono convinta che ci sia un indizio, se non l’ingrediente segreto, in fondo alla piscina e volevo recuperarlo a tutti i costi” si avvicinò Kijo al ragazzo, unendo ritmicamente gli indici delle mani per giustificarsi

“Sul serio? Allora questo cambia tutto! Dammi una mano a slegarmi, dobbiamo prenderlo prima degli altri!” lo sguardo di Ranma si accese di nuovo del fuoco dell’agonismo

“Certo…ma chi mi dice che se ti libero tu non prenderai il premio e scomparirai sulla via della vittoria senza di me?” rifletté Kijo accarezzandosi il mento con aria meditabonda

“Vuoi lasciarmi qui come un insaccato?” si infervorò Ranma, mentre Kijo soppesava mentalmente le varie opzioni, spostando il peso del corpo dapprima su una gamba e poi sull’altra.

D’un tratto videro emergere dai cespugli della siepe Moroboshi che, dimostrando una notevole agilità sui tacchi, correva nella loro direzione con un sacco di juta in mano. Si fermò vicino a Kijo e, continuando a correre sul posto, prese a darle una serie dei rapide pacche sulle spalle, facendo affiorare evidenti espressioni di perplessità sui volti dei ragazzi che aveva interrotto. Dopo poco ripartì a razzo, brontolando di frustrazione e mangiandosi metaforicamente le mani, abbandonando Ranma con un sopracciglio più inarcato dell’altro e Kijo che si lasciava andare alla propria italianità oscillando la mano a pigna davanti a sé.

“Che strano, non ha degnato neppure di uno sguardo la piscina…in quel sacco deve avere tutti gli indizi…che abbia trovato l’ingrediente definitivo?” provava a dare un senso alla situazione Kijo, mentre Ranma scuoteva la testa bofonchiando

“Scusa, allora perché si sarebbe dovuto fermare a palpeggiarti? Non mi torna…no, secondo me Moroboshi non c’ha capito una mazza di questa caccia al tesoro, mentre noi potremmo ancora vincere se solo tu ti degnassi di liberarmi da questo ridicolo attorcigliamento!”

“Uffa, va bene Saotome! Ma bada che se provi a scappare con l’indizio senza di me non la passerai affatto liscia!” la ragazza gli si era rivolta in tono minaccioso, avvicinandosi sempre più con l’indice teso, fino a conficcarglielo in mezzo al petto. Si mise a guardare se riusciva a reperire qualcosa di tagliente per recidere la lenza, ma l’unico oggetto che poteva servire allo scopo erano le cesoie da giardinaggio che nell’impeto della pesca aveva conficcato in una delle sdraio galleggianti. Provò a inginocchiarsi sul bordo della piscina, ma per pochi centimetri non riusciva ad agguantarle; come si sporse ulteriormente rischiò seriamente di cadere in acqua, per cui tornò veloce sui suoi passi
“Ascolta Ranma, ho bisogno che tu mi faccia da contrappeso: vieni sul bordo della piscina, io mi aggrapperò al tuo braccio e in questo modo dovrei riuscire a sporgermi abbastanza per arraffare le cesoie…pensi di potercela fare?”

Il ragazzo sbiancò di fronte a quel piano improvvisato che presentava tante, troppe variabili che potevano andare storte e portare all’esito fatale della caduta
“Non mi sembra per niente una buona strategia! Se perdessi l’equilibrio finiremmo entrambi in acqua e sarebbe un disastro…ovviamente perché tu non sai nuotare e io sono legato e non potrei aiutarti, ecco!”

“Andiamo! Sei la persona più forte e con un senso dell’equilibrio sviluppato che conosca! Se c’è qualcuno che può rendere un giochetto da ragazzi questa manovra sei proprio tu! Inoltre siamo nel bel mezzo di una corsa contro il tempo, non possiamo permetterci di perderne ancora per pensare ad altri stratagemmi! Vuoi che qualcuno ci soffi l’indizio da sotto il naso?” replicò Kijo, sperando di far cedere il ragazzo di fronte a quelle argomentazioni che, se aveva un minimo imparato a conoscerlo, sarebbero risultate assai convincenti.

Ranma inspirò profondamente, lasciò che la freschezza dell’ossigeno gli permeasse ogni cellula e poi espirò dalla bocca, emettendo una piccola nuvola di vapore. Fissò Kijo negli occhi e, animato da un rinnovato spirito battagliero, le intimò
“Coraggio, facciamolo!”

La manovra fu piuttosto semplice in realtà: Kijo si appese al braccio di Ranma e iniziò a sporgersi sempre più sulla superficie dell’acqua, mentre lui, ben piantati i piedi vicino al bordo, spostava il proprio peso verso la direzione opposta, per bilanciarla.
Proprio nell’attimo in cui Kijo cominciava a gioire dopo aver finalmente afferrato le cesoie, il silenzio carico di tensione venne squarciato da un urlo sovrumano: Shinobu emerse eterea dalla nebbia all’improvviso, correndo e gridando proprio come la creatura che aveva deciso di impersonare, seguita da un nutrito gruppetto degli scheletri della squadra di kendo, che reclamavano ciò che lei teneva in mano. Inutile dire che la mandria scatenata scelse proprio il lato della piscina in cui si stava svolgendo la prova di equilibrio più appassionante del secolo per la propria scorribanda, mettendo a dura prova la fiducia nelle proprie capacità di Kijo che, divorata dall’ansia di non riuscire a farcela, si mosse bruscamente per tornare verso la terraferma ma riuscì solamente a tirare in acqua anche Ranma. Nell’istante precedente l’impatto, che sembrò durare qualche minuto da tanto che il tempo pareva rarefatto, poterono scorgere l’uno negli occhi dell’altra la sintomatologia del più puro terrore. Poi uno splash e un silenzio di tomba.
 
La prima a emergere fu Ranma, notevolmente in preda al panico poiché non sapeva come spiegare a Kijo la situazione. Annaspò e sputacchiò dell’acqua che aveva involontariamente bevuto e quando riuscì a calmarsi scrutò la superficie tutt’intorno a lei, ma non c’era nessuno. Solo in quel momento ricordò che Kijo non sapeva nuotare, quindi fu stretta nuovamente nella morsa dell’angoscia e della preoccupazione
“Kijo!! Kijo dove sei?” gridava con tutto il fiato che aveva nei polmoni agitando disperatamente le gambe, l’unica parte del suo corpo ad avere ancora un po' di mobilità, alla ricerca di un contatto col corpo della ragazza. A un certo punto le sembrò di colpire qualcosa col piede e fece per tuffarsi sott’acqua, ma in quel mentre emerse una figura prendendo quanto più fiato possibile.
Era un ragazzo.
Biondo.
Vestito da strega.
Che la guardava con due occhi spalancati cerchiati dal nero del mascara che colava.
Era Hokano!

“K-Kijo? Sei tu?” gli domandò Ranma totalmente in confusione

“Ran…ko? Ma davvero…?” le rispose il ragazzo, che poi scosse la testa incredulo e le fece cenno di nuotare fino a bordo piscina, cesoie e un sacchetto di juta alla mano.

Ranma era rimasta congelata in mezzo alla vasca, gli occhi sbarrati e le labbra che non volevano saperne di rincontrarsi. Non era vero, non era possibile. Era sicuramente un brutto scherzo che quell’atmosfera di travestimenti e terrore aveva contribuito a creare. Vide Hokano, Kijo, quello che era, arrivare al bordo della piscina nuotando tranquillamente, per poi voltarsi a guardarla, smarrito. Lei non riusciva a muovere un muscolo, era solo capace di starsene lì a galleggiare come un tappo di sughero, le braccia ancora forzatamente adese al corpo, le gambe che non si sforzavano nemmeno più di tenerla in superficie. Era tutto un trucco, era totalmente privo di senso. Aveva sempre pensato alla propria maledizione come una strada a senso unico, aveva sempre agognato come l’elisir più prezioso esistente sulla faccia della terra l’acqua della Nan Nichuan, mai gli sarebbe venuto in mente che potesse costituire una condanna per qualcuno del sesso opposto…ecco, a dirla tutta un barlume lo aveva provato quando si era trovato a fronteggiare Toma sull’Isola delle Illusioni e vi era stato il rischio che Akane finisse dentro a una pozza analoga, ma poiché allora tutto si era risolto per il meglio mentre invece la propria condizione continuava a tormentarlo quotidianamente, l’ipotetica esistenza di donne maledette in tal senso non aveva mai davvero attecchito nel suo cervello. Era assurdo, era incredibile, era…ovvio.
 
Lo stato di shock si era manifestato in Hokano come un’assoluta incapacità di mettere insieme un pensiero con l’altro, cosa assolutamente e totalmente inaspettata per uno come lui. Riusciva a percepire gli stimoli sensoriali fin troppo bene, come il freddo che gli attanagliava le membra, il respiro che gli mancava a causa di quel cavolo di corpetto che, se prima era stretto, adesso era soffocante, l’odore e il sapore clorato dell’acqua e l’assoluta immobilità di Ran-quellochefosse. Non riusciva assolutamente a collegare ed elaborare razionalmente tutte quelle sensazioni che si accavallavano dentro di sé, per cui lasciò che i suoi muscoli lo guidassero verso la ragazza dai capelli rossi che lo guardava sbattendo meccanicamente le palpebre: la prese in braccio e la portò a bordo piscina, poi uscì per primo dall’acqua e trasse fuori anche lei; una volta agguantate le cesoie tanto faticosamente recuperate, la liberò dalla sua trappola di lenza ma lei sembrò quasi non accorgersene, continuando a guardarlo come se non lo vedesse davvero e mantenendo le braccia adese attorno al corpo, che ben presto cominciò ad essere scosso dai tremiti. Rassegnandosi a non riuscire a delineare alcun pensiero, come un uomo che prova a far scaturire una scintilla da due pietre ma la vede spegnersi prima di arrivare a incendiare la paglia secca, Hokano raccolse da terra il sacchetto che aveva recuperato dal fondo della piscina, passò un braccio attorno alle spalle della ragazza, coprendo entrambi i loro volti col lembo del mantello e sospingendola verso l’interno della casa.
 
Con fare furtivo, assicurandosi che in ogni corridoio che imboccavano non fosse presente nessuno, Hokano riuscì a raggiungere la stanza da bagno al piano terra e vi sgusciò dentro trascinandosi dietro la ragazza col codino. Come chiuse la porta alle loro spalle si lasciò andare a un sospiro di sollievo: almeno per il momento erano al sicuro. Sì, dal resto del mondo forse…ma da loro stessi?
Paradossalmente rincuorato dal riaffiorare di mille paranoie, segno evidente che il proprio cervello stava riprendendo a funzionare, Hokano si avvicinò lentamente alla vasca da bagno e aprì completamente il rubinetto dell’acqua calda

“E così lo hai scoperto, alla fine…beh, non sono molto bravo a mantenere i segreti a quanto pare” il ragazzo si rivolse a Ranma-lei, tastando con la mano il flusso per sentire se si scaldava, poi continuò “Ma non mi sarei mai aspettato di trovare qualcun altro con la mia stessa…peculiarità”

La ragazza sbatté le palpebre ancora una volta, impietrita. Squadrò il ragazzo da capo a piedi e poi nuovamente dai piedi al capo, riuscendo infine a sussurrare con flebile voce
“Cioè…v-vuoi d-dirmi che s-se ti bagni con l’acqua f-fredda diventi un uomo? Che hai la m-mia stessa m-maledizione, al c-contrario?” Ranma stentava a credere alle parole che pronunciava, anzi, stentava a credere a tutta quella assurda situazione: era uno shock troppo forte per riuscire a elaborarlo razionalmente. Kijo invece sembrava averla presa molto meglio: il suo volto maschile appariva sorpreso ma quasi divertito

“Anche tu ti sei fatto un tuffo per sbaglio nelle sorgenti cinesi di Jusenkyo?” domandò il ragazzo armeggiando nervosamente col fiocco del corpetto; se non si fosse tolto subito quello strumento di morte sarebbe soffocato, o peggio, lo avrebbe deformato definitivamente!

“E-esatto. E da quel giorno la mia vita non è stata più la stessa, come p-puoi vedere” rispose Ranma circondando il proprio seno con le mani. Non riusciva a spostarsi, né a pensare, poteva solo starsene lì come uno stoccafisso 

“Senti, ci buscheremo un raffreddore se rimaniamo con questi vestiti fradici addosso. Che ne dici di un bagno caldo? Poi potremo parlare di questa incredibile coincidenza se vuoi…” le sorrise Hokano ritirando la mano dall’acqua fumante.

Ranma annuì in silenzio. Si slacciò il panciotto, il mantello e la camicia bagnata e li gettò nel lavandino; nel mentre Hokano cercava di contorcersi per uscire dall’abito
“Ehi ehi, ma che fai? Ti spogli qui?” Ranma si mise una mano sugli occhi arrossendo, in imbarazzo

“Andiamo! Sono un uomo adesso! Cosa c’è di sconvolgente? Piuttosto, tu dovresti comportarti con un po’ più di pudore femminile, dato che ogni volta scassi le scatole a me!” replicò Hokano indicando il petto nudo di Ranma

“Ehm, ok, però io non sono davvero una ragazza…” ci tenne a precisare Ranma voltandosi e incrociando le braccia al petto. Una volta che lo ebbe fatto, si tolse i pantaloni e li lanciò all’indietro.

“Va bene, va bene…” esclamò Hokano roteando gli occhi al cielo “Piuttosto…chi va per primo?” domandò poi indicando la vasca che emanava volute di vapore.

Ranma si voltò lentamente mantenendo le mani sul proprio petto, lo sguardo fisso sul pavimento su cui giacevano ammucchiati tutti i vestiti di Kijo. Tutti. Biancheria inclusa. Almeno lei aveva avuto il buon senso di lasciarsi addosso gli amati boxer gialli e blu, che per quanto freddi e appiccicosi almeno le offrivano un minimo di copertura per quella cosa che si ritrovava tra le gambe. Ci avrebbe mai fatto l’abitudine? Da un paio d’anni ormai subiva quella trasformazione, ma la verità era che si sentiva sempre così bramoso di tornare quanto prima al suo corpo maschile che non si era mai soffermato a studiare il suo corpo femminile. Rigettava talmente tanto l’idea di essere imprigionato in quelle muliebri forme che l’unica cosa di cui si era accorto erano gli svantaggi che gli comportava in combattimento, neppur lontanamente compensati da una leggera agilità in più.

“Ok, visto che te ne stai lì imbambolata vado io!” esclamò Hokano liberandosi dell’asciugamano che si era legato in vita appena prima di immergersi nell’acqua calda. In fondo allora non era così impudico.

“No, fermo!” gridò la voce acuta di Ranma, folgorata improvvisamente dalla consapevolezza che seguendo quell’ordine avrebbe dovuto condividere quel minuscolo bagno con una Kijo in déshabillé…era una sua impressione o quella stanza stava diventando sempre più piccola e soffocante ogni secondo che passava?

Comunque era troppo tardi: una lunga chioma scura emerse un secondo dopo dall’acqua e un piede smaltato di rosso si appoggiò al bordo della vasca.
“Wow, ci voleva  proprio questa coccola calda dopo tutto il gelo che abbiamo patito! Secondo te qual è la temperatura esatta che ci fa cambiare sesso?”

E-eh? Possibile che se ne stesse lì, così disinvolta, a parlare della loro maledizione come se fosse un esperimento? Possibile che non ne soffrisse quanto lui, che non provasse quel senso di inadeguatezza quando mutava forma? Possibile che non si sentisse sbagliata nell’altra veste?
“N-non s-saprei” balbettò Ranma cercando un appiglio a cui fissare lo sguardo che si ostinava a rimbalzare per tutta la stanza

“Beh, allora possiamo scoprirlo insieme se ti va! Sono certa che in laboratorio…” gli occhi di Kijo si posarono sullo splendido volto di quella ragazza dai capelli di fuoco, che faceva di tutto per evitare di guardarla e tremava di quando in quando, forse per il nervosismo, forse per il freddo. Non poté far a meno di accarezzare con lo sguardo le sue braccia toniche strette attorno al seno generoso, il punto vita così perfetto che sembrava dipinto da un artista, il quale sfociava nei fianchi sinuosi da cui avevano origine due delle gambe più armoniose che avesse mai visto. Come Ranma intercettò la traiettoria della sua occhiata, Kijo la distolse immediatamente balbettando qualcosa sul fatto che era a mollo già da troppo tempo ed era il suo turno. Tuttavia quello sguardo nel quale poteva leggere meraviglia e incondizionata approvazione toccò delle corde che Ranma fino a quel momento non sospettava minimamente di avere: se Kijo aveva accettato di buon grado la propria doppia forma e persino la sua, giungendo ad ammirarla invece di esserne disgustata, possibile che fosse del tutto, al cento percento sbagliata?

Mentre Ranma era persa nei propri pensieri, Kijo invece stava tastando avidamente il pavimento sperando di recuperare, senza sollevarsi dal pelo dell’acqua, l’asciugamano che con tanta nonchalance aveva prima lasciato cadere: perché doveva essere così irrimediabilmente disordinata? Perché non poteva averlo piegato ammodino e messo in un posto facilmente raggiungibile?
Quando Ranma si decise a tornare sulla Terra si rese conto di quello che stava per fare la ragazza, ovvero che, esasperata, stava per alzarsi con lo scopo di avere una visuale migliore. Kami, era mai possibile che non le fosse passato per la testa che in quel modo anche lei avrebbe avuto una visuale migliore del suo corpo gocciolante e…dannazione, doveva darsi una mossa!
“Kijo, fermati subito!” gridò Ranma riavendosi mentre percorreva a velocità sovrumana la distanza che la separava dalla vasca. Non ebbe nemmeno il tempo di raccogliere l’asciugamano da terra quando si rese conto di essere inciampata in una delle stramaledettissime scarpe col tacco lasciate lì accanto: neppure la sua leggendaria agilità poté molto contro la fisica e se per qualche istante sembrò trovare un precario equilibrio in bilico con una gamba appoggiata sul bordo della vasca, una mano sul muro e il seno praticamente in faccia a Kijo, la scivolosità delle mattonelle rese umide dal vapore la costrinse a crollare a capofitto nell’acqua.

Appena Ranma emerse, un po’ stordito agguantandosi la tempia con la mano, si trovò di fronte Kijo che si stava abbracciando le ginocchia, per minimizzare lo spazio occupato. Dapprima lo guardò con una punta d’apprensione poi, appurato che stava bene, si lasciò andare a una ridarella sempre crescente, che fece rigonfiare di rabbia il ragazzo

“Che diamine c’è da ridere, si può sapere?” sbuffò incrociando le braccia e volgendo ostentatamente lo sguardo di lato

“Dio, Saotome!” cominciò lei ma fu costretta a interrompersi per sfogare un’altra serie di risate. Si schiarì la voce quando si ritenne calmata a sufficienza, poi proseguì “Se volevi che facessimo il bagno insieme bastava dirlo, non c’era bisogno di tutta questa pantomima!”

Lo aveva detto davvero? Seriamente se n’era uscita con un commento così inappropriato in un frangente come quello? Kami, esisteva al mondo una situazione equivoca che la mettesse anche solo leggermente a disagio? Con notevole sforzo riuscì a sollevare la testa, che sembrava pesasse duecento chili, e a minimizzare il tic che lo aveva colpito all’occhio destro per guardarla finalmente in faccia; a un osservatore poco attento sarebbe senz’altro sfuggito quel lieve accenno di sorrisetto beffardo e provocatorio che increspava impercettibilmente le labbra della ragazza ma, per sfortuna di Kijo, Ranma lo aveva notato talmente tante volte che aveva imparato a riconoscerlo. Maledetta…lo stava nuovamente prendendo in giro per la propria imbranatag-, ehm, goffagg-, uh, timid-…insomma, per non essere del tutto privo di verecondia (cavolo, ma da dove gli era uscito quel termine?) come lei! Ah, ma lui non avrebbe ceduto, nossignore! Figuriamoci se le avrebbe lasciato la soddisfazione di colpirlo in quello che riteneva fosse un suo punto debole, no davvero!
Ranma fece appello a tutto l’autocontrollo di cui disponeva, chiuse gli occhi e inspirò lentamente per concentrarsi sulla focalizzazione della propria energia vitale e quando visualizzò l’equilibrio della sua essenza li riaprì di scatto scoccando a Kijo un’occhiata scaltra e supponente. Con tutta la sbruffonaggine di cui era capace poi le domandò
“Ah, sì? Allora perché te ne stai rintanata in quell’angolo e non ti avvicini?”

Tutto si sarebbe aspettata Kijo tranne che una risposta del genere. Per una frazione di secondo lo sbigottimento affiorò prepotente sul suo volto, costringendola a spalancare gli occhi e socchiudere la bocca; cercò di dissimularlo il più possibile, passandosi una mano tra i capelli mentre utilizzava quel diversivo per riallineare i muscoli facciali in un’espressione meno esplicita. Nella sua mente cominciò rapidamente ad aprirsi un gigantesco ventaglio di possibilità, infinite diramazioni che portavano a spiegazioni per quell’uscita sempre più bislacche.
Aveva battuto la testa durante il tuffo nella vasca? Almeno visibilmente non sembrava riportare alcun trauma…
Aveva accidentalmente bevuto il balsamo per capelli che conteneva ingredienti simili al repellente per insetti? Si guardò intorno furtivamente ma non vide alcun flacone vuoto...
Stava forse parlando seriamente? No, quella era l’ipotesi più assurda di tutte, decisamente impossibile.
Allora cosa rimaneva? Pensa, Kijo, pensa…quale molla poteva spingere Ranma ad un comportamento del genere?
D’un tratto le sinapsi dei suoi neuroni delinearono un percorso che non si tuffava nel baratro dell’insensatezza totale. Ma certo, l’aveva presa come una sfida e Ranma non poteva permettersi di perderla! In qualche modo doveva aver intuito che lei lo stava provocando e non voleva fare la figura del fesso impacciato. Peggio ancora, voleva che lei facesse la figura della fessa impacciata! Ebbene, giammai avrebbe potuto batterla a quel gioco, al suo gioco.
Kijo si riscosse in fretta, sbatté un po' le ciglia e si lasciò scivolare più avanti, finché le proprie ginocchia non toccarono quelle di Ranma
“Così va bene? È sufficiente?” gli si rivolse con un velato accenno di malizia

“No, non è sufficiente…è ottimo!” le rispose lui suadente. Perfetto, era giunto il momento di procedere con la seconda parte del proprio piano, quella che gli avrebbe conferito la vittoria indiscussa in quella schermaglia e che soprattutto lo avrebbe reso libero dal millantare una spigliatezza che era ben lungi dall’avere. Volle prenderla alla sprovvista, dimostrandole che era lui ad avere le redini della situazione. Con un movimento fluido e rapido, il ragazzo raccolse l’asciugamano dal pavimento e lo lanciò in testa a Kijo, caracollando poi fuori dalla vasca il più velocemente possibile. Quando si ritenne a distanza di sicurezza, si erse in tutta la sua altezza gongolando soddisfatto sul posto, mentre alla fanciulla non restava altro che accettare con quanta più grazia e dignità possibile quell’inusuale e tacita sconfitta.

Kijo recuperò, dopo qualche secondo, l’asciugamano pendente dalla sua testa e se lo avvolse attorno, uscendo infine dalla vasca con studiata lentezza.
“Complimenti per lo scherzetto! Mi hai fregata ben bene…tutto mi sarei aspettata tranne che un esito simile” gli disse disinvolta la ragazza, mentre apriva l’anta del mobiletto del bagno per cominciare a rovistare all’interno

“In…in che senso?” Ranma non poté esimersi dall’esitare a causa dell’istantaneo groppo che gli si era formato in gola udendo quelle parole allusive.

“Beh, sai…sembravi così audace e sicuro di te là dentro…per un attimo ho creduto che avresti preso l’iniziativa di baciarmi” la ragazza fece una pausa tattica, estraendo dal mobiletto un asciugacapelli e collegandolo alla corrente, poi inarcò le sopracciglia e continuò, a un Ranma esterrefatto
“Poi però mi sono ricordata che sei tu, insomma, figurati se faresti mai qualcosa del genere…”

“C-cosa vuoi dire? Pensi che non ne sarei capace?” replicò lui, infervorato da un moto d’orgoglio che lo portò a stringere i pugni

“Non credo, no” fece spallucce Kijo, accendendo il fon e sparandosi il getto di aria calda a velocità minima contro i capelli, poi gli scoccò un’occhiata indecifrabile e poté appena udirla pronunciare “Inoltre quello che hai scoperto oggi mi ha probabilmente resa ancora meno desiderabile ai tuoi occhi: in fondo non ti sono mai piaciute le lumache


La sua mente lo riportò al ricordo della notte condivisa nella grotta sul monte Kotaro quando, appena scampati a un acquazzone che avrebbe anticipato l’ora delle spiegazioni, lei si era messa a blaterare di quei viscidi animaletti, esaltandone le peculiarità. Adesso capiva perché ci tenesse tanto! Non stava sospettando di lui, stava semplicemente cercando di tastare il terreno per sé…e lui ovviamente le aveva risposto nel modo più disgustato possibile, per fugare qualsiasi analogia tra lui e quegli esserini ermafroditi. Chissà, magari se fosse stato leggermente più conciliante lei si sarebbe sbottonata un po’ di più, invece l’aveva fatta vergognare di quello che era; quante volte lui per primo si era vergognato di quello che era e non solo per la maledizione delle sorgenti? Tutto quel disagio, quella negazione, quella condanna avevano mai portato a qualcosa di buono? Per un attimo immaginò il senso di liberazione che avrebbe potuto provare se solo fosse riuscito a lasciar andare tutti i fardelli emotivi che lo schiacciavano, il senso di profonda gratificazione derivato dall’accettarsi con tutte le proprie imperfezioni, vere o presunte. Sì, perché sembrava addirittura che per qualcuno non lo fossero, come la ragazza col fon davanti a sé che lo guardava con quegli occhi verdi colmi di curiosità e ammirazione.
La distanza che li separava era veramente poca e a Ranma bastò un passo per colmarla. Le cinse con un braccio la vita per attirarla a sé mentre con l’altra mano le sfiorava la guancia arrossata dal calore dell’asciugacapelli, che cadde rimanendo a penzolare attaccato al filo. Giusto un attimo per godersi lo stupore più puro pervaderle il volto e poi socchiuse gli occhi, cercando le sue labbra per un bacio, per due baci, per dieci lunghi baci e mezzo. Kijo intanto aveva lasciato le sue mani libere di scivolare lungo la schiena del ragazzo: non aveva mai sentito la propria pelle così bruciante, nemmeno quando aveva avuto la febbre in passato; per un attimo aprì un mezzo occhio per appurare che il fon, appeso a testa in giù, stava continuando a spararle addosso aria calda, ma si rifiutò di dare la colpa solo a quello del suo bollore divampante.
Adeso completamente al corpo di Kijo, Ranma cominciò a rendersi conto di quanto sempre più ingombrante e superfluo stava diventando l’asciugamano che l’avvolgeva ogni minuto che passava. All’interno dei suoi boxer si era svolto un breve tumulto tra le ultime forme di reticenza e il desiderio ardente, che aveva avuto come esito un alzabandiera-bianca della fazione cocentemente sconfitta. Si trovò ad anelare disperatamente un contatto più profondo e assecondò quella forza invisibile che lo stava spingendo pressando Kijo contro il mobiletto degli asciugamani: quel lieve urto fu sufficiente per far cadere una boccetta che vi era appoggiata per terra, mandando in frantumi il vetro e spandendo un odore floreale molto penetrante per la stanza. Qualche secondo dopo quell’odore stava cambiando, volgendo in qualcosa di più acre, per cui Kijo si decise, seppure a malincuore, a ridiscendere dal paradiso sensoriale in cui si trovava fino alla stanza da bagno dei Gosunkugi. Non appena aprì gli occhi fu percorsa da un brivido di ritrovata consapevolezza, fu come se si fosse sfracellata a cento all’ora sul pavimento della realtà; interruppe bruscamente quell’ultimo bacio di Ranma, avvertendolo, con voce tuttavia ancora ansimante
“Ranma…stiamo andando a fuoco…”

“Lo senti anche tu, Kijo? Io sono decisamente acceso…” replicò lui, sussurrandole quelle parole all’orecchio e cominciando a delinearle l’incavo del collo con le labbra.

Per quanto la prospettiva che si stava concretizzando fosse decisamente interessante, Kijo fu costretta ad imporsi
“Mmmh, no Ranma! Intendo letteralmente! Qui sta per bruciare tutto!” esclamò scostandolo e obbligandolo a guardare quel liquido che avevano versato infiammare spandendosi lentamente il pavimento. Dovevano fermarlo prima che raggiungesse il legno del mobiletto o i vestiti circostanti.
Fortunatamente erano circondati da acqua da tutte le parti e fu sufficiente che Ranma riempisse il cestino dei rifiuti dalla vasca e lo gettasse per terra per domare quel principio di incendio. Altrettanto fortunatamente Kijo aveva avuto il buon senso di staccare l’asciugacapelli e metterlo in salvo prima che venisse investito dalla secchiata d’acqua, altrimenti nella migliore delle ipotesi avrebbero causato un cortocircuito generale. Naturalmente così facendo il casino da ripulire aumentò esponenzialmente: si guardarono attorno sconvolti registrando quella scena post-apocalittica in cui il pavimento era diventato un ricettacolo di vestiti zuppi, rifiuti e vetri galleggianti, poi i loro sguardi si incrociarono e subito si dileguarono, tornando a fissarsi sul fon per quanto riguardava Kijo e sul cestino ormai vuoto che ancora teneva in mano per ciò che concerneva Ranma.

“Ehm, forse sarebbe opportuno che dessimo una sistemata…che ne dici, io asciugo i nostri vestiti fradici mentre tu dai una pulita al pavimento?” propose Kijo sollevando il fon e rivolgendolo come se fosse una pistola verso Ranma

“Ehi, perché devo fare io il lavoro più faticoso? Facciamo a cambio!” esclamò il ragazzo strappandole l’elettrodomestico di mano e attaccandolo alla presa

“Va bene, va bene…bada solo di far attenzione alle mie mutandine: sono di pizzo, quindi non avvicinarle troppo al getto d’aria calda o si rovineranno!” fece spallucce Kijo, trattenendo un sorrisetto soddisfatto nel recepire nuovamente l’asciugacapelli che Ranma, mutatosi improvvisamente in una statua di pietra col consueto tic agli occhi, aveva teso nella sua direzione.



                                                                    -§-
 
Una ventina di minuti più tardi, sia i ragazzi che il bagno erano di nuovo presentabili. Dopo essersi assicurati che il corridoio fosse deserto, sgusciarono fuori dalla porta e percorsero in silenzio tutto il tragitto fino alla sala. Kijo non poté evitare di notare quanto Ranma apparisse pensoso e taciturno mentre le camminava a fianco, ma distante centinaia di chilometri. Era ovvio che sarebbe andata così: adesso che stava rielaborando a mente fredda quello che era successo, sicuramente si stava pentendo amaramente, desiderando che non fosse mai accaduto. Doveva essere tremendamente a disagio, consapevole di non aver nessuna causa esterna da poter incolpare per il proprio comportamento, costretto ad ammettere il proprio errore, a deglutirlo nel silenzio senza trovare la forza di dirglielo. O forse non gli era piaciuto…magari ripensando al segreto che condividevano si era reso conto che non sarebbe riuscito a sopportarlo. Senza considerare poi la questione del fidanzamento, a cui non voleva neppure pensare, men che meno a quella del suo status precario di cittadina giapponese. Insomma, diecimila ragioni per cui il loro bacio era stato sbagliato le tendevano agguati a ogni passo, saltando fuori all’improvviso nella sua mente che tanto voleva decifrare cosa stesse pensando il suo…come definirlo? Amico? Compagno di classe? Ragazzo dei sogni? Dio, non era mica una di quelle ragazzette melense che scrivevano su Cioè! Fatto sta che nonostante quelle diecimila ragioni, in quel momento, in quel bagno, non si era mai sentita tanto a posto in vita sua.
 
Chissà se sono avanzati degli spiedini di dita mozzate…ho una fame che me ne sbaferei una cinquantina!” pensava intanto Ranma concedendo finalmente importanza al suo stomaco brontolante. Diamine, tutto quel groviglio di novità ed emozioni gli aveva messo addosso un appetito così potente che era riuscito a scacciare dalla sua testa qualsiasi altro pensiero: era certo che non appena avesse soddisfatto quel bisogno primario sarebbe stato travolto da una valanga di paranoie, ma per il momento si godeva beatamente quella consapevole inconsapevolezza, per nulla impaziente di venire a patti con le sue riflessioni che, come nere nubi appena visibili all’orizzonte, ancora non riuscivano a esercitare alcun potere su di lui.
 
                                                      -§-
 
Appena entrati nella stanza, una scenetta peculiare si profilò dinnanzi ai loro occhi: il Cereal-Killer, nonché padrone di casa, sedeva sulla poltrona dove lo avevano lasciato abbracciandosi le gambe, circondato da un’aura di profonda desolazione, incurante delle incorporee pacche che Kogame tentava di apporgli sulle spalle; Kuno e i suoi scheletri della squadra di kendo si erano addormentati senza ritegno per terra, attorniati da una cospicua mole di lattine di birra vuote. Prima di avventarsi sul buffet, Ranma pensò che forse quell’idiota s’era dato all’alcool per dimenticare il suo incontro ravvicinato col cadavere.
Shinobu, col vestito ancora più lacerato di quando era arrivata, si stava lamentando con Yuka e Hiroshi perché le era stato detto che l’ingrediente che aveva trovato non era quello giusto ma lei era convinta di aver risolto correttamente tutti gli indovinelli. A quel piagnisteo di sottofondo Nabiki fece eco con una roteazione così ampia degli occhi che Mendo, il quale la stava osservando rapito tenendole la mano, temette che le uscissero dalle orbite; con la scusa di dover andare al gabinetto, Nabiki si allontanò da quel cicaleccio rassicurando il ragazzo che sarebbe tornata presto.
Nel frattempo la signorina Moroboshi stava discutendo con Lamù in merito a un grande sacco che si portava appresso, di cui non voleva condividere il contenuto con lei nonostante le insistenze dell’aliena e le sue minacce di elettrificazione. Sayuri e Daisuke, non trovando niente di più interessante da fare, avevano ciondolato fino alla coppietta che litigava, incuriositi dal sacco di Ataru: possibile che proprio lui fosse il vincitore della caccia al tesoro?
Kijo si avvicinò a Hikaru, prendendo una sedia pieghevole e sedendosi accanto a lui. L’uomo più miserabile e derelitto sulla faccia della terra avrebbe emanato vibrazioni più ottimiste al suo confronto.

“Posso sapere cos’è successo di tanto terribile?” provò a domandargli, cercando di risultare il più comprensiva possibile.

Lui la guardò con occhi spiritati, come se non la vedesse veramente, tuttavia aprì la bocca e permise a un refolo dell’angoscia che lo pervadeva di migrare verso le orecchie della sua amica
“Kijo, ho sbagliato tutto! Volevo solo fare una bella festa, ma è stata un disastro! Nessuno si è divertito, la caccia al tesoro è stata un flop, la gente si nascondeva solo nelle stanze per pomiciare, hanno vandalizzato la piscina, qualcuno si è addirittura imbattuto nei miei mentre lavoravano e ha dato di matto…”

Di fronte alla confessione singhiozzante e sconvolta del ragazzo, Kijo dapprima subì impotente la comparsa di una goccia sulla nuca, in quanto colpevole per prima di un paio di quelle infrazioni, poi scosse con forza la testa per cercare all’interno del suo arsenale di termini ed espressioni qualche parola atta a consolarlo.
“Non posso parlare a nome di tutti, ma per me questa festa è stata fighissima! L’atmosfera, il cibo, la caccia al tesoro…mi sono divertita un mondo e non avrei potuto provare questa nuova, strana esperienza se non fosse stato per te!” la ragazza prese un attimo fiato, dando la possibilità a Gosunkugi di replicare, come in effetti fece

“Davvero? Allora non è stato un disastro totale almeno…” sospirò infinitesimamente più sollevato

“Sono certa che anche tanti altri si siano divertiti e quello che è successo…beh, succede spesso alle feste, quindi non significa che fosse noioso quello che avevi preparato, solo che…siamo anche adolescenti con l’ormone galoppante” Kijo pregò di essere convincente nella sua risatina tirata e il dissiparsi di alcune smorfie di rattristamento sul volto di Hikaru le fece ben sperare di essere sulla buona strada.

“Quindi alla fine hai trovato la reliquia che permetterà di sconfiggere il malvagio Urakih?” le si rivolse Gosunkugi in tono carico di aspettativa, come un cucciolo di golden che abbia subodorato la presenza di un imminente biscotto.

Kijo sbiancò mentre le sue pupille si restringevano fino a scomparire quasi del tutto.
Maledizione! Con tutto il casino che era successo lei e Ranma avevano lasciato quel dannato sacchetto in bagno! Dopo tutti i disastri che avevano combinato per recuperarlo, adesso si trovavano con in mano un pugno di mosche. Si alzò dalla sedia come se l’avesse morsa una tarantola, appena in tempo per sentire la risata cristallina di Nabiki che rientrava trionfante nella stanza facendo oscillare davanti a sé il sacco della vittoria. Istintivamente lanciò un’occhiata a Ranma, che fece lo stesso mentre cercava di non soffocare per uno spiedino che gli era andato di traverso.

“Dimmi Gosunkugi, è forse questo vecchio taccuino che ti serve per sconfiggere il tizio che vuole la fine del mondo?” domandò la seducente gatta nera estraendo il contenuto del sacco di juta

“Colpo di scena, abbiamo una vincitr-” si stupì Hikaru, ma fu subito zittito da Moroboshi che, gridando scandalizzato, proruppe

“Ehi, ma quella è la mia preziosissima rubrica dei numeri di telefono! Chi diavolo è stato a dartela?”

Lamù mise su la faccia più innocente che poteva e cercò di trattenere il fidanzato mentre, ansimando come un toro imbufalito, si avvicinava a pesanti passi verso Nabiki per riprendersela
“Tesoruccio, cosa te ne fai di quella rubrica, hai me…” provava ad obiettare la diavolessa senza alcun riscontro.

“Comunque Hikaru dovresti fare qualcosa per quel bagno…c’è un caldo asfissiante, almeno dieci gradi più che nel resto della casa! Inoltre se permetti un consiglio cambierei il profumatore d’ambiente: quello che avete è decisamente troppo forte” commentò Nabiki mentre, vagamente annoiata, lanciava a mo’ di osso la rubrica a Moroboshi furioso

“Se solo un numero è andato perduto io…” minacciava l’intero creato Ataru, scorrendo rapidamente le pagine per verificare che fossero sempre candidamente vuote come al solito

“Non preoccuparti, l’ho avvolto in una pellicola impermeabile prima di…” provava a giustificarsi Gosunkugi, mentre Ataru gli urlava contro improperi sostenendo che tutti i numeri si fossero cancellati.

Approfittando della distrazione del fidanzato, Lamù tornò quatta quatta a recuperare il grosso sacco che aveva lasciato incustodito e sbirciò all’interno. Un urlo inumano squarciò il brusio di sottofondo prodotto dagli invitati, costringendo tutti a voltarsi in direzione della Oni vestita da diavolessa che aveva assunto un aspetto terrificante: galleggiava a mezz’aria emettendo scintille di elettricità da ogni centimetro del suo corpo, il volto deformato dalla rabbia del grido che fuoriusciva da una bocca piena di zanne affilate, gli occhi una volta cerulei mutati in due profonde e rosse fosse infernali. Sembrava una bomba atomica pronta a esplodere e tutti gli astanti trattennero il fiato quando planò sopra Moroboshi, temendo che lo infilzasse col tridente che aveva in mano
“Tesoruccio, esigo una spiegazione! Cos’è questa roba?” domandò Lamù con una voce che sembrava provenire dall’oltretomba, mentre svuotava il contenuto del sacco addosso al ragazzo.

“Nooooo! Il frutto della mia personale caccia al tesoro buttato al vento!” si disperò Ataru, cercando di radunare ciò che era fuoriuscito e stringerlo al petto

“Ehi, ma quello sembra tanto il mio reggiseno!” commentò Yuka ridacchiando, per poi tastarsi con nonchalance una spalla e divenire cerea come una statua: il laccetto del proprio indumento intimo non si trovava al suo posto! E neppure il resto! Come poteva non essersi accorta di aver perso il reggiseno?
Una dopo l’altra, le ragazze iniziarono a toccare, a guardare, a tastare i propri décolleté per giungere tutte alla stessa conclusione: magicamente, i loro reggiseni erano spariti! Come cavolo aveva fatto quel depravato di Moroboshi a impossessarsene? Lo circondarono cariche di risentimento, brandendo armi improvvisate come scope, il mazzafrusto dell’armatura o l’ascia del boia, pronte a sfogare i loro istinti omicidi.

“Andiamo ragazze…calma…era solo un piccolo esperimento! Vi avrei restituito tutto, ve lo giuro! Volevo solo vedere se la tecnica che mi ha insegnato il Supremo Maestro funzionava…” cercò di giustificarsi Ataru, provando goffamente a indietreggiare con le braccia poste davanti a sé, a mo’ di protezione

Supremo Maestro? Quale uomo può essere così pervertito da voler trasmettere una conoscenza del genere?” gli urlò in faccia Lamù, lasciando partire la prima scossa elettrica. Quelle parole fecero risuonare in Ranma un campanello d’allarme, portandolo a seguire la vicenda con maggiore attenzione.

“Non-non conosco il suo nome! Davvero! Mi ha detto solo di essere il più potente artista marziale del mondo…” rispose con difficoltà Moroboshi, strinato ben bene dalla scossa. La risposta non soddisfece affatto Lamù, che per invitarlo a proseguire, lo minacciò di scagliargli contro una sorta di fulmine globulare che si era formato sul palmo della sua mano
“Ok, ok! Qualche settimana fa mi trovavo sul lungofiume, rattristato dall’ennesimo rifiuto di uno stuolo di ragazze a cui avevo chiesto il numero di telefono…Vedo apparire dal nulla questo vecchietto, alto a malapena un metro, che trasportava saltellando un sacco dieci volte più grosso di lui: si volta a guardarmi e, non saprei come dirlo, è come se le nostre anime si fossero riconosciute. Mi chiede come mai un giovanotto aitante come me-” Ataru interruppe bruscamente il proprio racconto notando che la fidanzata dava segni di non credere a una parola di quello che stava dicendo, tant’è che il globo elettrico si stava ingrandendo, quindi raddrizzò il tiro
“Insomma, per farla breve, per tirarmi su di morale dato che gli stavo simpatico, mi ha insegnato un’inedita tecnica di arti marziali sviluppata da lui in persona, la tecnica dell’aquila ghermitrice. Grazie a essa, diceva lui, sarei riuscito a slacciare qualsiasi reggiseno senza che la ragazza se ne accorgesse neppure; se gli avessi consegnato parte della refurtiva, mi avrebbe insegnato altre mirabolanti pratiche, ma a questo punto temo sia impossibile proseguire la mia formazione…” Ataru fece un sorriso da canaglia, osservando il globo di Lamù che era diventato leggermente meno scintillante. Cercando di darsi un tono e di autoconvincersi, terminò poi il racconto sussurrando
“In fondo non era nemmeno tutto questo granché quella tecnica: un reggiseno non sono riuscito a rubarlo…quello di Kijo!” innalzò improvvisamente la voce indicando la ragazza per calamitare l’attenzione su di lei, in modo da potersela svignare indisturbato.

 Cento occhi si rivolsero sconvolti e accompagnati da un coro di “Oooooooh” di stupore verso l’italiana, che mise su un sorrisetto di circostanza e replicò
“Sai Moroboshi, è un po’ difficile rubare quello che non c’è…” si strinse nelle spalle con noncuranza, godendosi la fine della tentata fuga di Ataru che, pur di continuare quella conversazione, si era deciso a rischiare la pelle

“Glom! Vuoi dire che tu…non lo porti?” le si avvicinò famelico Moroboshi, pregandola di farlo controllare e beccandosi la seconda, annunciata scossa

“Questo bustino è fatto di Imbracatex, mi fornisce tutto il supporto di cui ho bisogno…Madame Masuku utilizza solo i materiali migliori” spiegò poi agli amici increduli, con Nabiki che annuiva soddisfatta alzando un calice di champagne.

“Scusa Ataru, per caso il vecchietto che ti ha insegnato questa oscenità si chiamava Happosai?” gli si rivolse Ranma, cercando di rimuovere il pensiero del bustino di Kijo dalla propria testa


“Ora che ci penso mi sembra abbia detto un nome del genere” gli rispose Moroboshi dal pavimento, ormai annerito dalle bruciature


“E perché mai ti avrebbe insegnato una sua tecnica senza ricavarci nulla? Quell’uomo è incapace di compiere gesti gentili” constatò Ranma portando una mano a sorreggersi il mento


“Boh…mi ha detto che gli stavo simpatico perché gli ricordavo lui da giovane, ma probabilmente lui non aveva per fidanzata una rompiballe aliena irascibile!” volse lo sguardo carico di risentimento verso Lamù, la quale incredibilmente si sciolse a quelle parole e replicò, con gli occhi che brillavano di lucciconi di felicità


“M-mi hai…definita la tua fidanzata tesoruccio? Non era mai successo prima!”
Dopo questa esclamazione gli si gettò al collo e lo strinse in un abbraccio stritolante, da cui Moroboshi cercava di sgusciare in ogni modo. Inutilmente.
 
                                                            -§-
 
Quasi un’ora dopo Ranma e Kijo si accingevano a compiere gli ultimi passi prima di giungere davanti allo studio di Tofu, dopo un tragitto svolto nel più religioso dei silenzi. In realtà entrambi avevano affrontato delle contorte e spossanti conversazioni all’interno delle loro teste, solo che nessuna parola sembrava essere adatta a uno scambio di opinioni, per cui rimasero tutte tacite a galleggiare nell’aria circostante.

Quando arrivò il momento di accomiatarsi, Ranma ritenne opportuno, almeno per cortesia, emettere qualche suono di senso compiuto, per cui si avventurò in una banale constatazione simulando noncuranza
“Beh, abbiamo avuto la nostra serata spaventosa, no?”

“Sicuro! La parte più terrificante è stata mettersi a nudo con qualcuno, per quanto mi riguarda…” colse la palla al balzo Kijo per deviare il discorso sull’argomento che la stava divorando internamente. Sarebbe stato saggio affrontarlo subito o forse era meglio lasciar decantare la questione per qualche giorno?

“D-dici? Ah, ma allora anche tu provavi imbarazzo, mentre eravamo in bagno!” prese un po’ di coraggio Ranma, forte della convinzione che se perfino lei era stata a disagio, allora il proprio disagio era del tutto giustificato. Durò poco.

“In bagno? Ma no, intendevo quando hai scoperto il mio segreto…era un nudo metaforico” confessò lei, inarcando le labbra verso l’alto per l’equivoco che si era generato

“Ah. Quindi per l’altra questione tutto a posto, nessun risentimento…?” si incaponì Ranma, che ormai era andato in tilt, perdendosi tra le fila dei sottintesi, delle proprie elucubrazioni mentali e di quella conversazione atipica.

“No, nessuno. Per quanto mi riguarda potrei rifarlo seduta stante” calcò la mano Kijo, scoccandogli un’occhiata che lo trafisse da parte a parte. Ormai c’era vicina, non poteva pensare di ripassare notti insonni ad arrovellarsi nel dubbio in cui Saotome volutamente la lasciava e giornate in preda all’elaborazione di ogni tipo di ipotesi in attesa di un qualcosa che non aveva neppure una definizione! Inspirò profondamente, vedendolo sobbalzare: era così ovvio che si sarebbe spaventato alla richiesta di una presa di posizione, di un chiarimento! Ma quella volta si sentiva inflessibile per cui, come un cobra che circonda la sua preda per tagliarle ogni via di fuga prima di sferrare l’attacco fatale, proferì una nuova spirale di parole che l’avrebbe, con un po’ di astuzia, condotta al centro della tematica che tanto le stava a cuore.
“Ma non lo farò, tranquillo. Ancora non ho capito come ti senti riguardo a questa faccenda, se sei solo scioccato, anche disgustato, sconvolto…Io ho bisogno di sapere se puoi soprassedere, accettare, gioire o qualunque altra sensazione che non sia di repulsione totale oppure se non mi guarderai mai più con gli stessi occhi, perché in tal caso devo chiederti di allontanarti per tutelare la mia sanità mentale”

Aveva detto quelle parole tutte d’un fiato, ma sembravano così accurate che Ranma non poté far a meno di chiedersi da quanto le vorticassero in testa. E il problema era che lui una risposta non l’aveva.
“Io…non lo so come mi sento. Ci sono così tanti fattori in ballo che mi fanno scoppiare la testa, ma molti di essi non riguardano te, riguardano le mie questioni in sospeso, tutto quello che non ho fatto altro che evitare, scansare, ignorare per un sacco di tempo…e ora mi presentano il conto”
Il ragazzo col codino vestito da vampiro dovette contrarre tutti i muscoli che aveva a disposizione per evitare che l’ansia lo facesse tremare come una foglia. Kami, per forza voleva dimenticarsi di tutti quei pensieri, guarda in che stato lo stavano riducendo!
Lei abbassò lo sguardo dopo quelle parole, cercando maldestramente di celare la sua incapacità di replica. Cos’era? C’era forse un accenno di delusione sotto quelle ciglia scure? Non avrebbe potuto permetterlo, per cui, non seppe bene come, si trovò a continuare
“M-mi piacerebbe, sì insomma, a volte, se ti va, passare un po’ di tempo con te”

Lei risollevò lo sguardo in un battibaleno, sgranando gli occhi
“Sul serio? Non ne passiamo già abbastanza?” sussurrò stupita

“S-sì, ma intendo tipo fuori, a fare altro che non studiare o allenarci” proseguì Ranma con evidente difficoltà, alzando gli occhi verso il lampione e osservandolo per tutto il tempo.

Così facendo uno strano gioco di ombre emerse sul suo viso, rendendolo buffo agli occhi di Kijo, che si sciolse in una risatina
“Fare altro tipo…?” domandò allusiva inarcando le sopracciglia, sperando di scrollarsi di dosso tutta quella tensione

“N-no! N-niente di t-tutto ciò…che ha a che fare col bagno ecco…intendo tipo parlare o correre, o correre parlando” sparò a raffica Ranma le prime cose che gli vennero in mente

“Correre parlando? Sembra proprio un invito ad allenarmi più seriamente! È un esercizio per migliorare il fiato?” sogghignò Kijo, divertita dal ginepraio in cui si stava incartando il ragazzo dal viso imporporato di fronte a lei

“Ok, non correre: passeggiare! Passeggiare e parlare. Magari ci riuscirà sbrogliare questa matassa che ci invade la testa” rispose lui scocciato, incrociando le braccia al petto. Perché doveva essere tutto così difficile?

“Uhm, passeggiare…sì, mi piace passeggiare, posso anche vestirmi più carina rispetto a quando vado a correre!” esclamò Kijo mostrando il pollice rivolto in alto per rafforzare il proprio gradimento della proposta

“Ehm, non importa che ti vesta carina, è solo una cosa così, una passeggiata per respirare un po’ d’aria…per non essere sempre rinchiusi a studiare o nel dojo” si sentì dire Ranma, prima che potesse mordersi la lingua. Perché il suo pilota automatico aveva sempre impostata la retromarcia?

“Ah, quindi per stare un po’ da soli” replicò la ragazza punzecchiandolo: non gli avrebbe permesso quella volta di ridurre tutto a una bolla di sapone!

“N-no, nel senso, ci saranno altre persone” specificò Ranma, allargandosi il colletto della camicia

“Si tratta di un’uscita di gruppo allora?” mise su la più serafica delle facce Kijo, decisa a non mollare l’osso

“No, insomma dicevo in giro! Uffa quanto me la fai difficile!” sbottò alla fine il ragazzo, trovandosi in un vicolo cieco in cui ogni cosa avesse detto sarebbe stata volutamente fraintesa. Lo sguardo di Kijo si rasserenò e dopo essersi lasciata andare a una breve risata liberatoria, rispose al ragazzo che la guardava col broncio

“Ok, va bene. Accetto il tuo invito a passeggiare per parlare così, in giro, in mezzo ad altra gente, di come abbiamo elaborato le nostre maledizioni. L’importante è non menzionare mai quello che è successo in bagno e soprattutto non rifare mai quello che è successo in bagno, questo mi pare un punto che ti sta particolarmente a cuore” fece una pausa per emettere una linguaccia verso quel volto che, per quanto ostentasse indifferenza, sotto sotto bruciava dalla curiosità, poi terminò
“…ma non chiamarlo appuntamento, ti prego, sennò mi spaventi!”

Con quelle parole la strega terminò il proprio incantesimo, fece una mezza giravolta su se stessa e si ritirò sorridendo a fior di labbra nell’antro del guaritore, lasciando un vampiro svampito e assai pensieroso sotto i candidi raggi della luna piena a vederla scivolare nell’ombra e sparire.
 
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NdA
Ciao lettori! Mi è stato fatto notare che alcuni riferimenti presenti nei miei capitoli talvolta non si riescono a cogliere nell’immediato, precludendo delle sfumature nella lettura (e ponendo in discussione la mia sanità mentale, che tuttavia è sempre cosa buona e giusta xD)
Pertanto, con la massima umiltà possibile poiché sono certa che non ho proprio nulla da insegnarvi, ho ceduto alla richiesta di una brillante lettrice di inserire un mini-glossario per le mie citazioni.
Colgo l’occasione per ringraziarvi di cuore per accompagnarmi in questo viaggio…sì, anche tu che sei capitat* qui per caso! ^.^
 
Curiosità
  • Ogni anno, a metà agosto, in Giappone si celebra Obon (お盆), il Festival dei Morti, ovvero quando il morto torna a casa dai suoi antenati per diversi giorni e trascorre del tempo con i vivi. Di solito Obon si svolge il 15 di agosto. Ecco perché ho scelto questa data come il compleanno di Gosunkugi
  • Il gesto scaramantico che Ranma compie quando il padre di Gosunkugi insinua che non è mai troppo presto per pensare ai funerali deriva da questa usanza:
    [Reikyuusha wo mitara oyayubi wo kakusu] Se vedi passare un carro funebre, nascondi i pollici (cioè chiudi le mani a pugno mettendo i pollici all’interno). Questo perché in giapponese pollice si dice oyayubi, cioè oya= genitori, yubi= dito, in questo modo si proteggono i genitori dalla morte.
  • Lo Hyakumonogatari kaidankai (百物語怪談会 lett. insieme di cento racconti fantastici) è un gioco del Periodo Edo molto popolare in Giappone. In una stanza, in notte fonda, si accendono cento candele. I giocatori si mettono a raccontare dei kwaidan (怪談 lett. "storia di fantasmi"). Ad ogni kwaidan raccontato, si spegne una candela. La stanza diviene sempre più buia durante il gioco. I giocatori pensano che quando si spegne l'ultima candela, arrivi un essere soprannaturale, Aoandon.
  • La seconda legge di Gay-Lussac ci dice che, mantenendo il volume costante, la pressione varia linearmente con la temperatura. A questa fa riferimento Kuno quando entra nel laboratorio della madre di Gosunkugi.
  • Benzaiten (弁財天 talvolta indicata come Benten), originariamente personificazione del fiume indiano Sarasvati venne adottata nel pantheon buddhista come una dea che forniva benefici a coloro che cercavano saggezza, eloquenza e longevità e l'eliminazione della sofferenza. Attraverso la Cina nel VII secolo, si è diffusa in Giappone, divenendo una delle sette divinità della felicità.
Sicuramente mi sono dimenticata qualcosa: spero che saprete perdonarmi!  xD
   
 
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