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Autore: Mnemosine__    23/06/2022    0 recensioni
Eros rise. "Il desiderio, la passione, l'attrazione mentale e fisica sono più pericolose della morte. La mia controparte..." indicò Thanatos, intento a segnare dei nomi sul proprio papiro "... è molto meno dolorosa di ciò che io rappresento."
Il dio del Sole assottigliò gli occhi. "So che è doloroso, grazie per avermelo fatto provare così approfonditamente."
"Tu potevi evitare di prendere in giro il suo lavoro." Commentò Lissandra.
"Tesoro, lui per vivere tira le frecce a chi non ha il coraggio di dichiararsi." Rispose lui a tono.
Eros piegò la testa di lato "C'è chi ha bisogno di una spinta." Disse guardando entrambi e stringendo la freccia dalla punta scarlatta. "E chi invece riesce a fare da solo." Aggiunse spostando brevemente lo sguardo sui propri genitori.
Apollo seguì il suo sguardo, così come la figlia di Poseidone, per poi spostarlo verso Poseidone ed Atena, avvinghiati l'uno all'altra. "Potresti non immischiarti in affari che non..."
"Mi riguardano?" finì per lui. "Si dà il caso che sia esattamente il mio campo di competenza."
[Prequel di Blood Brothers - Per seguire questa storia è necessario aver letto quella principale]
Genere: Commedia, Erotico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash | Personaggi: Apollo, Gli Dèi, Nuovo personaggio
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
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- Questa storia fa parte della serie 'Blood Brothers'
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Sono proprio bravo


Apollo si guardò intorno, soddisfatto della bella giornata.

Prese un profondo respiro prima di guardarsi intorno: i mortali si muovevano indaffarati lungo la strada principale di Poseidonia, presi dalle faccende del giorno.

Fece qualche passo indietro per lasciar passare un carretto tirato da un asino su cui erano assicurate una serie di anfore, vino probabilmente, diretto verso una delle botteghe dell'agorà.

Si leccò le labbra, ammirando l'impegno che gli umani mettevano in tutto quello che facevano: sapeva che per loro era necessario lavorare per sopravvivere, lo aveva provato sulla propria pelle, ma era entusiasmante ogni tanto scendere tra loro per poterli osservare.

Era pur sempre il dio dell'arte, lui, e trovava il lavoro di artigiani e scalpellini estremamente dilettevole da guardare, il modo in cui con le loro mani creavano oggetti e opere di ogni tipo era strabiliante: erano in grado di produrre manufatti meravigliosi, frutto di fatica e doti naturali.

Apollo stesso si dilettava nel creare piccole statuine di legno, nei momenti di noia, ma osservare i maestri mortali al lavoro era estremamente meno faticoso.

Annuì a se stesso, giudicando ottima la propria scelta di passare qualche ora ad osservare l'operato degli uomini.

Soprattutto se l'ultima costruzione che i popolani avevano appena terminato di costruire era in suo onore.

Il dio si girò a contemplare, poco lontano da dove si trovava, il proprio tempio.

È più grande di quello di Era pensò gongolante.

Si, decisamente più grande e più nuovo quindi, di conseguenza, migliore.

"Ti stai montando la testa." Disse una voce alle sue spalle.

Il dio sussultò, colto di sorpresa. In mezzo a tutti quei mortali indaffarati non si aspettava di essere fermato da qualcuno.

Ma, ovviamente, lui non poteva di certo passare inosservato.

"Cosa te lo fa credere?" Apollo si voltò leggermente verso la voce, sorridendo candidamente alla proprietaria. Sbatté le palpebre un paio di volte, vedendosi sorpassare da una figura conosciuta.

La figlia di Poseidone alternò lo sguardo dal biondo alla costruzione in travertino per poi scuotere la testa e ridacchiare.

"Oh, dicevo così per dire." Rispose lei continuando a camminare verso una delle botteghe sotto la stoà, seguita da due giovani, probabilmente due schiavi, visti gli abiti che portavano annodati su una sola spalla.

Apollo fissò i capelli scuri dell'amica ondeggiare leggermente, fermati sulla testa da un pregiato fermaglio di zaffiri. Indossava una lunga tunica blu che le lasciava scoperta la schiena.

Lei non diede segno di volersi fermare ad aspettarlo, ma sventolò una mano per fargli capire di doverla seguire.

Erano anni che non si vedevano e nessuno dei due era cambiato di una virgola.

Il dio si morse un labbro, reprimendo un sorriso. Vederla lì, a camminare davanti a lui come se nulla fosse, lo rese estremamente felice, era come se non si fossero casualmente appena incontrati in una piccola città mortale dopo quasi cento anni di silenzio.

In un secondo gli anni passati dall'ultima volta che erano stati insieme sparirono, anche se non dall'ultima in cui l'aveva vista. Erano ormai secoli che, durante la giornata, mentre guidava il carro del Sole intorno alla terra, Apollo controllava le mosse della figlia di Poseidone.

Sapeva che si era stabilita da poco in quella città costruita in onore del padre, spostandosi nella penisola italica in una delle nuove colonie greche. Aveva scelto bene, la città era uno dei porti più prolifici su quella costa.

Il dio si sistemò meglio le fibbie che gli fermavano sulle spalle il chitoniskos, per poi seguire la ragazza.

La trovò in un piccolo emporio ben riparato al di sotto della stoà, china davanti ad un tavolo su cui erano poggiati gioielli finemente decorati in filigrana.

Apollo sorrise ad un giovane servo che gli era passato di fianco, al seguito del proprio padrone, per poi avvicinarsi alla bottega dove l'amica stava conversando con l'orafo.

Quando raggiunse l'entrata dell'emporio con la coda dell'occhio vide i due schiavi farsi più vicini a lei e squadrarlo con lo sguardo.

Il dio salutò con un cenno del capo l'artigiano dall'altro lato del tavolo, completamente a suo agio.

Apollo si fermò alle spalle dalla semidea, fino a far sfiorare le loro tuniche, e inspirando il profumo salmastro che proveniva dalla sua pelle.

"Cosa cerchi, tesoro?" chiese allungando il collo oltre la sua spalla e poggiandole una mano sul fianco.

Dietro di lui sentì fremere gli schiavi e cercò di reprimere un sorriso soddisfatto mordendosi un labbro.

"Tu quale prederesti?" chiese lei voltando leggermente il volto e appoggiandosi a lui.

Il figlio di Leto le circondò il fianco con il braccio per allungare l'altra mano verso un anello su cui era incastonato uno smeraldo grosso quasi quanto una castagna, lo prese tra le dita e, dopo averne ammirato la fattura, scosse la testa e lo riconsegnò al commerciante davanti a loro.

"Mi sembra troppo appariscente per i tuoi gusti." Lo escluse il dio.

Lei annuì, ma poi disse all'uomo davanti a loro "Bene. Se non hai qualcosa di più costoso prendo quello."

"Al momento è la pietra più cara che ho montato su un gioiello, se è questo che vi interessa." Rispose il commerciante.

Apollo aggrottò le sopracciglia, confuso. "Non hai mai messo niente di così grande." Appoggiando il mento sulla spalla della ragazza si sporse in avanti verso un sottile bracciale d'oro su cui erano incastonate piccoli topazi perfettamente tagliati. "Questo, invece, mi sembra più il tuo genere."

"Non è per me." Assicurò lei. "Va bene l'anello." Disse all'orafo.

"Ottima scelta, signora."

La figlia di Poseidone fece cenno ad uno dei due servi "Roti, occupati del pagamento e porta l'anello a casa."

Apollo osservò il giovane servitore avvicinarsi al commerciante, che si premurò di scoccargli un'occhiata di avvertimento prima di dedicare la propria attenzione all'uomo davanti a lui.

Apollo alzò le sopracciglia, per niente impressionato; sapeva per esperienza personale che se l'amica si fosse trovata in difficoltà con una compagnia maschile non desiderata sarebbe stata perfettamente capace di risolvere la questione da sola, ma era confortante sapere che i servitori sarebbero intervenuti se lui avesse fatto qualcosa di non gradito alla loro padrona.

Distolse lo sguardo da quello del servo, che non smise di controllare i suoi movimenti, mentre la ragazza si girava verso di lui per guardarlo negli occhi.

"Hai un'amante segreta?" chiese il dio.

"La moglie del nuovo tiranno mi ha invitato a cena." Spiegò Lissandra. "E le piace ostentare la propria ricchezza." Aggiunse facendo un movimento circolare con le mani e alzando gli occhi al cielo.

Apollo annuì, voltandosi verso l'altro giovane che li stava aspettando all'ingresso.

Si chinò fino ad arrivare all'orecchio dell'amica "Se lo sguardo dei tuoi servitori potesse uccidere e io fossi mortale, credo che avrei salutato questo mondo appena ho messo piede qui dentro."

Lei sorrise, alternando lo sguardo tra i due. "Li ho salvati da un esercito di barbari tempo fa, vogliono ricambiare il favore."

"Beh, potrebbero essere un po' meno grati." Borbottò il dio "Mica ti voglio ammazzare."

Apollo si beò della risata dell'amica, gustandosi le espressioni irritate dei due giovani servi.

"Andiamo?" gli chiese la mora quando il servitore, Roti, come lo aveva chiamato lei, aveva inserito nella borsa che portava a tracolla il prezioso oggetto.

Apollo guardò Lissandra salutare il commerciante ed incamminarsi verso l'esterno, seguita dai due servitori.

"Arrivo." Garantì lui portando una mano dietro la schiena e facendosi apparire sul palmo un sacchetto con all'interno delle dracme d'oro.

"Il braccialetto?" chiese l'uomo prendendo tra le dita il gioiello e porgendoglielo.

Il dio sorrise "Vedo che ci capiamo." Si avvicinò per ammirarne la fattura: piccoli anellini erano saldati uno nell'altro, le pietre perfettamente tagliate erano incastonate in sottili montature appese alla catenina. "Magnifico." Disse, lodando il lavoro dell'artigiano.

"Grazie, signore. Starà molto bene al polso di vostra moglie."

Apollo sobbalzò e si sentì come se fosse stato appena investito da una secchiata di acqua fredda. Scosse la testa e mise sul tavolo il sacchetto. "Tieni il resto." Disse stringendo il bracciale tra le dita e dirigendosi veloce verso dove aveva visto andare l'amica.

La trovò ad aspettarlo all'inizio del portico della piazza. I due servitori erano spariti, probabilmente diretti verso casa.

Chiuse e aprì i pugni un paio di volte, cercando di sembrare perfettamente a proprio agio mentre si muoveva con passo sicuro tra la folla.

Come poteva una semplice frase, tra l'altro non veritiera, turbarlo in quel modo? Certo, ad un occhio esterno il suo rapporto con la figlia del dio del mare era facilmente equivocabile: lui era molto espansivo, doveva ammetterlo, e con lei gli veniva spontaneo essere tattile, avere un contatto diretto, pelle contro pelle.

Strinse tra le dita il delicato monile, per quanto riuscisse a far finta di niente non aveva dimenticato quello che avevano fatto ormai secoli prima, per colpa del dio dell'amore. E, anche se sapeva che era solo stato frutto di un brutto scherzo, non riusciva a cancellare dalla memoria la sensazione di fuoco ardente che aveva sentito né le parole che quel mostro – si rifiutava di credere che fosse sul serio il dio di qualcosa di positivo – gli aveva rivolto: la freccia utilizzata serviva ad amplificare, non a creare. Figuriamoci.

Scosse di nuovo la testa.

Quell'idiota di sicuro si sbagliava.

"Quindi niente amante segreta?" chiese lui quando la raggiunse. "Avrei voluto vederlo."

Lei rise, scuotendo la testa "Mi dispiace deluderti."

"Peccato." Apollo sorrise.

"Allora." Disse lei prendendolo sottobraccio e facendogli segno di camminare a bordo della strada. "Che cosa hai fatto nell'ultimo secolo?"

"Oh, sai, le solite cose." Apollo socchiuse gli occhi. "Ho portato in giro il Sole, aiutato la mia sorellina a cacciare un paio di mostri, squartato un satiro..."

Lei strinse gli occhi, facendo una smorfia. "Cos'aveva fatto quel poveretto?"

"Si vantava di essere un musicista migliore di me." Disse il dio. "Ovviamente si sbagliava."

"Io non ho parole." La ragazza scosse la testa.

"Tu non hai mai parole quando punisco chi non sa stare al proprio posto." Sottolineò il dio.

Lei si strinse nelle spalle.

"E tu?" chiese il dio dopo un paio di minuti.

"Io, cosa?"

"Hai combinato qualcosa di interessante?" chiese lui ammirando la bellezza di quelle campagne dove non aveva ancora messo piede.

"Niente di che. È stato un secolo tranquillo." Lissandra sorrise, facendo pressione con il proprio corpo su quello del dio per indicargli si svoltare l'angolo e incamminarsi in una strada secondaria: una stradina sterrata larga abbastanza per farci passare un carro. "Ho comprato una villa, campi e animali.

"Una villa." Apollo strinse gli occhi. "Tu. Una villa."

"Già." Lei si morse un labbro. "Volevo cambiare."

"Io non lo farei mai." Sentenziò il dio, beandosi della risata della ragazza. "Le pecore di Admeto mi sono bastate."

"Lo so."

Apollo rise a sua volta, notando come il Sole – merito suo, ovviamente – illuminasse la natura intorno a loro. Spostò lo sguardo su alcune delle abitazioni che, ormai, si erano lasciati alle spalle. Probabilmente Poseidonia era il luogo giusto per l'amica: una città tranquilla ma commercialmente prolifica, tra le campagne e il mare, lontano dalla penisola greca che le aveva causato tanto dolore.

Si morse il labbro quando, vicino a loro, vide passare un gruppo di bambini mortali di corsa. Socchiuse gli occhi sentendo la ragazza al suo fianco sussultare. Fu un attimo, ma per un secondo il dio notò un lampo di dolore nei suoi occhi.

Apollo deglutì. Ancora, a distanza di secoli, Lissandra sentiva la mancanza di suo figlio.

Dei. Avrebbe dovuto occuparsi anche di questo. Odiava quanto si sentisse male a sua volta se le persone che amava – una lista veramente corta, a suo parere – soffrivano. Era una sensazione orribile.

Doveva per forza risollevarle il morale, o si sarebbe sentito male per l'intera giornata.

"Sai." Disse fermandosi e incastrando i propri occhi dorati in quelli verdi dell'amica. Riuscì a farle dare le spalle al piccolo gruppo che, ormai, si stava allontanando da loro. Il bracciale che teneva stretto nel pugno apparve, sottile e brillante, sul polso della ragazza. "Che sei la mia migliore amica, vero?"

Lei abbassò gli occhi, fissando il nuovo gioiello. Alzò lo sguardo e scosse la testa, irritata e sbuffò.

"Non ho mai detto che mi piaceva." Disse cercando di sembrare irritata.

Apollo sorrise, vittorioso, felice di averla distratta. "I tuoi occhi dicevano 'prendilo', dolcezza."

"Gli occhi non parlano."

"Ma ti conosco, mia cara." Sentenziò lui, ridacchiando. Rilasciò una grande quantità d'aria dai polmoni, quando lei gli sorrise a sua volta cercando di fare una smorfia per mascherarlo.

Sono proprio bravo gongolò.

"Potresti ingoiare un po' di quel tuo orgoglio e dire semplicemente grazie." Continuò Apollo, felice di aver superato facilmente il momento di nostalgia.

"D'accordo." Annuì lei. "Grazie." Disse ridendo prima di sporgersi e baciare il dio sulla guancia.

Apollo schioccò la lingua sul palato, quando le labbra della giovane sulla propria pelle non gli fecero nessune effetto. O, almeno, non provocarono la vampata di calore che ricordava dalla notte incriminata. Liz era un'amica. Una buona amica, certo. Ma niente di più. 

Ottimo, pensò, ora era chiaro che Eros gli aveva giocato solo un brutto scherzo.

Dio incapace.

"Allora." Disse, mettendo un braccio sulle spalle della ragazza e riprendendo a camminare. "Visto che sono stato così gentile da farti un regalo – non mi guardare così, sai che lo sono – non è che mi faresti assaggiare un po' di quel vino che ti ha mandato Dioniso?"

Ancora, Apollo sorrise, felice di sentire la risata cristallina della ragazza al suo fianco.

 

   
 
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