Storie originali > Horror
Ricorda la storia  |      
Autore: Alexis Cage    07/07/2022    1 recensioni
Nessuno avrebbe mai potuto immaginare cos'aveva fatto. Nessuno avrebbe mai dovuto saperlo, e questo la faceva bruciare più della fiamma che sentiva sulla pelle, invisibile alla maggior parte delle persone. Una cicatrice, un parassita.
Genere: Fantasy, Mistero, Suspence | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
- Questa storia fa parte della serie 'Racconti onirici'
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Nessuno avrebbe mai potuto immaginare cos’aveva fatto. Nessuno avrebbe mai dovuto saperlo, e questo la faceva bruciare più della fiamma che sentiva sulla pelle, invisibile alla maggior parte delle persone. Una cicatrice, un parassita.
 
Non ne aveva abusato, quello no. Non perché le importasse della gente; quella non era mai stata una sua preoccupazione. Era, però, perfettamente consapevole del fatto che il mondo aveva l’aspetto di un continuo fluire senza pause né ancore, in cui il singolo non sarebbe mai riuscito ad attecchire – a meno che non si fosse rivelato eccezionale. E lei voleva rivelarsi, lo voleva così tanto. Ma sapeva che quello le avrebbe fatto rischiare di perdere la fiamma e, così, il suo potere le sarebbe scivolato via dalle mani per sempre.
Sapeva di essere una nullità. Lo era sempre stata, prima della fiamma.
 
Aveva passato l’esistenza in un lento fluire verso il nulla; come fosse stata un fantasma. Dopo riflessioni durate anni, ben presto era giunta a un’epifania: per esistere bisognava essere riconosciuti dagli altri, interagire, essere visti da qualcuno al di fuori da sé. Tutti gli altri riuscivano in quest’impresa senza sforzo, spinti da un andamento naturale che li portava ad avere un minimo contatto con la gente; lei no. Sembrava già tanto quando le persone la ascoltavano nei rari momenti in cui parlava, quando addirittura le rispondevano. Ma mai nessuno si spingeva oltre, facendo cadere subito quei brevi sprazzi di conversazione e riportandola nell’oblio.
I suoi genitori badavano a lei in modo automatico e disinteressato. Era cresciuta all’ombra del fratello maggiore, così carismatico, capace di risucchiare tutto come un buco nero; in qualche modo era stata felice di scoprire che anche i genitori ne erano stati fagocitati, perdendo amicizie e richiudendosi in se stessi anno dopo anno. Lei però sperimentava quella situazione da quando era nata: per lei il mondo era così, una serie di persone che spiccavano e risucchiavano l’attenzione per poi ricardere nel nulla del tempo. Lei non faceva parte di queste persone, lo sapeva. Però l’aveva desiderato così tanto, per così tanto tempo.
Non le era mai importato della gente, quello no. Ma voleva il potere.
 
Si era imbattuta per caso in quella leggenda popolare che circolava di voce in voce nella zona dove abitava. Si era chiesta, dopo, come fosse possibile una tale fortuna: lei non interagiva con nessuno, per cui avrebbe potuto tranquillamente vivere tutta la sua esistenza senza mai entrare in contatto con quella storiella di poco conto; e invece, in qualche modo, era arrivata a lei.
Il professore ne aveva parlato in modo distratto, cercando di catturare l’attenzione della classe e fallendo come sempre: lui, benché non fosse un fantasma come lei, non era nemmeno un buco nero. Eppure l’aveva ascoltato, rapita da quella storia così particolare per la zona dove abitavano che, da sempre, le era sembrata così scialba e amena.
Si raccontava che ci fosse una donna, nel bosco al nord della regione, dove si snodavano le montagne perennemente ricoperte dalla neve. Una donna dalla pelle scura e dagli occhi che brillavano di una luce sinistra, malata. Aveva il corpo sempre ricoperto da una pelliccia, nera come la notte, che ne confondeva le forme; facendola assomigliare a un orso agli occhi di chi era riuscito a scorgerla nell’oscurità del bosco.
Erano successe cose strane, in quel bosco. Al suo limitare si si potevano trovare delle abitazioni riccamente arredate, mete dei loro padroni benestanti quando volevano allontanarsi dalla vita cittadina per una pausa con la famiglia. In un modo inquietantemente regolare, quelle case erano state luogo di fatti orribili che la polizia aveva ricondotto a raptus omicidi, incidenti col fuoco, pazzi che erano di passaggio in quelle zone. L’ultima tragedia era avvenuta all’incirca dieci anni prima: una famiglia, composta da un uomo, una donna, una bambina grande e una più piccola, era stata ritrovata morta nel salone d’ingresso della loro bella villa; una intossicazione causata dal pozzo a cui attingevano come fonte d’acqua, aveva detto la polizia. Ma lei era riuscita a trovare una foto, un’unica foto, dei corpi ritrovati la mattina successiva; e l’espressione di orrore sul volto della bambina più piccola non poteva essere dovuta soltanto al terrore di sentire la gola stringersi sempre più, fino a soffocare.
 
Nessuno aveva ricondotto quei fatti di cronaca nera alla donna che si aggirava in quei boschi. Lei l’aveva trovato quasi divertente: spesso aveva trovato fonti che definivano quei fatti come “un’altra tragedia nel bosco della donna-orso”; eppure nessuno aveva mai fatto l’associazione.
Era riuscita ad andare oltre a quel bosco. Scavando nella cronaca cittadina, aveva trovato altre testimonianze riguardo fatti orribili avvenuti nei d’intorni: semplici omicidi, assalti che avevano portato le vittime in fin di vita, persino un attentato terroristico avvenuto in una metropoli lontana, sì, ma con il coinvolgimento di una persona che proveniva da quei luoghi. Luoghi troppo vicini al bosco.
Quello che accumunava gran parte delle vicende, se si aveva la volontà di cercarvi un filo comune, era evidente. Quasi tutte le persone coinvolte in quei fatti avevano continuato a giurare la propria innocenza; dopo, sempre dopo, sempre quand’era troppo tardi. Eppure giuravano, piangendo, o con fredda certezza, di non essere stati loro. Che c’era sicuramente un errore. Non avevano mai un alibi, ovviamente: la loro memoria nuotava in una nebbia inconsistente, che ad alcuni aveva permesso di ottenere pene alleggerite per una diagnosi di instabilità mentale. Eppure qualcosa c’era, lei l’aveva trovato: pochi, sì, ma comunque alcuni, avevano raccontato di ricordarsi un elemento fugace in quella nebbia. Dei sussurri.
 
Sapeva di avere poco tempo e per quello aveva agito in fretta. Era partita con poche giustificazioni, accennando a una scampagnata nei boschi che venne acconsentita con placida indifferenza dai genitori. Si assentò per un mese, forse poco meno; nemmeno lei lo sapeva. Le profondità del bosco non erano mai state esplorate e si era dovuta muovere in tenda, mangiando poco le razioni di cibi in scatola che aveva portato con sé. L’acqua era stato il problema più grande, fino a quando aveva trovato il fiume: scorreva limpido e placido, un invito a soddisfare la sete e a immergervisi nonostante le temperature poco invitanti; qualcosa, però, l’aveva frenata dall’abusarne. Aveva continuato ad esplorare, giorno dopo giorno, tornando sempre a quel corso d’acqua, in quello che stava diventando un rituale.
Finalmente l’aveva trovata. Era in una grotta, incassata tra le pendici di due montagne. L’aria all’interno era ghiacciata ma, tremante, aveva avanzato lo stesso. In fondo, nel punto più in ombra, vi era una piccola cavità naturale in cui era nascosto qualcosa: solo quando si avvicinò e allungò una mano per toccarlo, solo allora, la fiamma si manifestò. Illuminò tutta la grotta in un lampo che la lasciò cieca per qualche istante; si avviluppò sulle sue dita, attorno al suo avambraccio, avanzando sempre più in là. Quando arrivò alla testa lei sentì la pelle bruciare e iniziò a urlare pur non sentendo le proprie grida.
Continuò a urlare mentre correva fuori dalla grotta, abbandonando il suo zaino. Schivava gli alberi con una velocità impressionante e sembrava conoscere perfettamente il percorso da seguire per raggiungere la sua meta. Quando arrivò al fiume si chinò e vi immerse la faccia, il capo, fino alle spalle; aprì la bocca e bevve, quasi soffocando, ma non tirò fuori la testa fino a quando non iniziarono a farle male i polmoni.
Restò sulla riva del fiume, ansante. Il bosco che la circondava era scuro, eppure le sembrava di vedere troppo e al contempo di non riuscire a focalizzare nulla. Percepiva il sangue scorrere rovente dentro di sé e sapeva che presto avrebbe dovuto bere ancora; ma in qualche modo sapeva anche che sarebbero stati gli ultimi sorsi. Poi, lo percepiva, il suo corpo avrebbe accettato quella fiamma.
Scorse dei riflessi strani provenire dall’ombra del bosco dall’altra parte del fiume. Quando riportò lo sguardo verso quella direzione non vide più nulla, ma le restò impressa nella mente quell’immagine.
L’immagine di due occhi, splendenti di luce malata, che la fissavano.
 
Non impiegò molto tempo a comprendere come funzionava il potere della fiamma. Ora che era dentro di lei, realizzò presto, era come un senso in più: era suo, naturale, automatico come un istinto che aveva sempre posseduto.
La prima volta avvenne in pullman, mentre si recava a scuola: una automobile proseguiva lenta davanti a loro, rallentando l’andamento del mezzo e causando chiacchere scontente da parte dei passeggeri. A lei non importava di arrivare in ritardo, ma quei sussurri irati iniziavano a darle fastidio; così si concentrò e, senza alcun preavviso né segnale di quello che stava per fare, l’automobile accostò. Il pullman le passò placidamente accanto, accelerando subito dopo per recuperare il tempo perduto. Lei sentì alcuni passeggeri sospirare soddisfatti e ringraziare dio per quel colpo di fortuna, e percepì una ondata di calore pervaderle gli arti. Ringraziavano dio, ringraziavano lei.
Il giorno successivo provò a indurre il conducente a girare a sinistra anziché a destra, come imponeva il tragitto: era un’azione di poco conto ma, chissà come, sapeva che era qualcosa di più rispetto al far accostare un’automobile già lenta; doveva andare in contrasto con la volontà dell’autista, con un’abitudine radicata negli anni. Le bastò concentrarsi pochi secondi, prima di raggiungere l’incrocio, perché svoltassero a sinistra; con gran sgomento dei passeggeri. Il giorno prima ringraziavano dio, pensò lei, cos’avrebbero detto se avessero saputo che era stato lo stesso dio a far loro quel piccolo sgarbo?
Fu solo l’inizio: per tutti i mesi che seguirono continuò a sperimentare. Ormai incurante di qualunque altra cosa, voleva raggiungere il limite, vedere dove la volontà degli altri si sarebbe opposta a quella della fiamma; se all’inizio spingeva le persone ad azioni di poco conto, più passava il tempo più andava oltre. Dal comandare un automobilista a passare col rosso in una strada vuota, al farlo in corrispondenza di uno degli incroci più frequentati e pericolosi della città: ci fu solo una collutazione tra le automobili, ma le importò poco. Dal condurre una compagna di scuola vegana a mangiare un hamburger di manzo, al farle uccidere il suo gatto domestico. Dal comandare a una donna di ferire se stessa, all’indurla a ferire la sua compagna e loro figlio.
Selezionò l’esperimento finale con attenzione. Non doveva essere qualcuno vicino a lei, ma non poteva nemmeno essere un soggetto già fragile; se c’erano già istinti suicidi pregressi allora la fiamma non avrebbe dovuto fare uno sforzo importante per ottenere quello che voleva. Inquadrò presto un compagno di scuola: carriera nella media, circondato da amici fidati e apprezzato da tutti, nessun dossier nello studio dello psicologo scolastico. Stava bene, e per questo fu un grande shock quando si impiccò nella sua stanza, da solo, senza nemmeno una lettera d’addio.
Nel bosco, due luci malate si riaccesero. E anche lei si sentì meglio: più forte, rinvigorita; pronta a espandere il suo potere.
 
Costruì attorno a sé un gruppo di persone a lei congeniali. Prima all’università, poi nell’ufficio del suo primo lavoro, era benvoluta da tutti; quando era assente si sentiva una mancanza, come se ovunque passasse lei diventasse il centro gravitazionale di ogni cosa.
Fece ben presto carriera, nonostante la giovane età: era rispettata da tutti, parlavano di lei e, ormai, anche chi non le era assoggettato comunque ne aveva timore. Le erano bastate poche persone sotto il suo controllo perché si creasse un ambiente in cui lei era il centro, era quella di cui tutti parlavano, la cui presenza si percepiva anche quando non c’era. Era diventata un buco nero, aveva potere; odiava non poterlo manifestare appieno, ma aveva potere.
Non parlava con nessuno. Quando era sola si rilassava leggendo le nuove pubblicazioni che erano state redatte secondo il suo volere, guardava alla televisione programmi che lei aveva indotto a inserire nel palinsensto. Le piaceva seguire documentari su luoghi sperduti ed esotici, che spesso aveva già visitato per conto suo: il prezzo dei biglietti per i suoi numerosi viaggi non era mai stato un problema, anche se non utilizzava la fiamma per minuzie come il viaggiare gratis; ormai non doveva utilizzarla nemmeno per assentarsi dal lavoro senza preavviso, dato che nessuno aveva il coraggio di dirle di no.
Si avvaleva dell’unica compagnia di una gatta nera, adottata da lei quando si era trasferita a vivere da sola ai tempi dell’università. La gatta aveva occhi verde smeraldo e un carattere pacifico e disinteressato verso qualunque elemento non rientrasse nelle sue abitudini feline. Lei si era ritrovata spesso a riflettere di come le piacesse l’approccio di quella gatta: viveva placidamente la sua vita, senza andare a ricercare la sua attenzione con moine e attacchi di esuberanza; come faceva invece il cane che aveva provato a tenere con sé molto tempo prima, quanto l’aveva odiato.
Si sentiva a un punto della sua vita in cui poteva dichiararsi felice. Non fosse stato, ovvio, per il continuo bisogno di uccidere per ravvivare la fiamma.
 
Se n’era resa conto molto presto: il vigore che aveva sentito in sé dopo il suicidio del compagno di scuola non era stata mera eccitazione. La fiamma ardeva potente in lei e per ardere doveva trovare qualcosa con cui nutrirsi. Più andava in contrasto con la volontà della sua vittima, più splendeva di forza malata.
Si era sbizzarrita, ormai incurante di qualunque cosa non fosse la fiamma. Aveva indotto genitori a soffocare i propri figli, ad avvelenarli, ad abbandonarli in posti sperduti; aveva spinto le sue vittime a mutilarsi in mille modi diversi, dall’amputarsi gli arti al togliersi la pelle dalla faccia.
Stava sempre attenta a non farsi scoprire e, indagando tra i modi più innocui di ravvivare la fiamma, aveva scoperto con sorpresa quanto l’aspetto importante non fosse andare contro l’istinto basilare di sopravvivenza, ma contrastare l’animo della vittima. Costringere un uomo a schiaffeggiare davanti a tutti il compagno che gli aveva appena chiesto di sposarlo, constatò con stupore, le aveva dato quasi la stessa soddisfazione della vittima che aveva indotto a scorticarsi viva.
Non aveva sensi di colpa per quello che faceva. Era la catena alimentare, ne era consapevole sin dall’infanzia: il più forte mangiava i più deboli. Per gli esseri umani normali, i più forti erano i buchi neri e i fantasmi erano i deboli, le vittime; questo garantiva lo status quo. Che differenza aveva, in fondo, quello che lei faceva alle persone rispetto a quello che persone come suo fratello avevano fatto agli altri per tutta la vita, senza rendersene nemmeno conto? Fagocitando la volontà di chi stava loro intorno, annullandoli per proprio istintivo tornaconto? Lei in quel momento era semplicemente a un gradino superiore, e se per sopravvivere doveva ricorrere ad azioni spregevoli allora che così fosse.
Non aveva dimenticato chi stava al gradino superiore al suo. Sapeva di non aver trovato la fiamma, quel giorno di molti anni prima, ma di averla rubata; come un moderno Prometeo egoista. Ed era certa che la donna del bosco sapeva cos’aveva fatto, forse l’aveva anche osservata. Gliel’aveva concesso. Forse traeva giovamento dalle vittime della fiamma, come se attingessero entrambe dallo stesso nucleo; forse si era annoiata e aveva scelto di vedere cosa sarebbe successo se avesse donato quel potere a qualcun altro.
Eppure la risposta era lì, davanti a lei; così ovvia dal farla sentire stupida, quando arrivò il momento finale. Era al gradino superiore al suo e l’unico epilogo cui le avrebbe portate la legge della sopravvivenza era il cibarsi del più debole.
 
Si svegliò all’improvviso, spinta da un qualche istinto primordiale. Si chiese, quando realizzò cosa stava guardando, se quell’istinto fosse lo stesso che avevano le sue vittime prima di piegarsi al giogo della volontà della fiamma.
La gatta nera era seduta accanto a lei: la stava fissando con i suoi occhi di smeraldo, che nel buio della stanza risplendevano di una luce sinistra. Come malata.
Non sentì dolore. Non sentì più niente. Solo un immenso, eterno nulla, spettatrice della sua esistenza come se il suo corpo fosse diventato un mezzo e lei una passeggera incapace di controllarne la traiettoria. Da quel momento il corpo appartenne alla donna del bosco e lei restò relegata a un angolo solitario, incapace di agire, conscia del suo stato e prigioniera per sempre.
Era tornata un fantasma, fagocitata da un buco nero più forte di lei.
  
Leggi le 1 recensioni
Ricorda la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Horror / Vai alla pagina dell'autore: Alexis Cage