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Autore: TigerEyes    01/09/2022    10 recensioni
Studenti di giorno, apprendisti agenti segreti di notte, l'uno all'insaputa dell'altra.
Cosa accadrà quando scopriranno le rispettive doppie vite?
Sulla falsariga di Mr & Mrs Smith, penso l'abbiate già intuito...
Capitolo 8 online!
Genere: Commedia, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Akane Tendo, Ranma Saotome
Note: What if? | Avvertimenti: nessuno
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Ringrazio dal profondo del cuore le mie superbeta Neechin/Tillyci e Moira78 per avermi aiutato come sempre a non scrivere fesserie, grazie infinite ragazze!
Buona lettura (spero) e se trovate dei refusi, segnalatemeli!




VIII

INSEGUIMENTO






“Ranmaaaaaaaaaaaaaaaa! Nooooooo!”.
Tese disperata un braccio e protese la mano, come se così potesse davvero agguantare fra le dita la figura sempre più minuscola di suo marito, inghiottito dal cielo terso.
No… non può farmi questo… non può lasciarmi, quel brutto idiota!
“Aaarrgh, questa non ci voleva!”, imprecò Akane battendo i pugni sulle gambe. Dopo tanta fatica, il maledetto le era sfuggito e adesso chissà quel rapace dove lo stava portando!
L’urlo che Ranma aveva lanciato mentre il falco lo ghermiva le rimbombava nelle orecchie, al punto che non era più sicura se lui stesse gridando davvero il suo nome da lassù o la sua immaginazione le stesse giocando un brutto tiro. Sapeva solo che doveva raggiungerlo, ma inseguire il volatile senza perderlo di vista sarebbe stata un’impresa ardua: il falco era sì enorme, ma spingendosi sempre più in alto sarebbe diventato presto un puntolino infinitesimale.
Sicuramente ha un nido, un nido gigantesco, quindi non sarà difficile rintracciarlo… Ranma non mi sfuggirà di nuovo!
“Ma… tu chi sei?”.
La voce titubante alle sue spalle la indusse a voltarsi e a guardare giù, dove nel mezzo del sottobosco scorse uno Shinnosuke che si massaggiava il bernoccolo sulla fronte mentre osservava lei appollaiata su un ramo. Solo allora si ricordò di non essere sola.
“Sono Akane, Shinnosuke, Akane, ricordi?”.
“Oh, sì… certo!”, s’illuminò lui battendo un pugno sul palmo aperto dell’altra mano.
“Sai dove quel falco sta portando Ranma?”, gli chiese indicando l’enorme uccello visibile ancora per poco.
“Chi sta portando cosa?”.
“Il falco, non lo vedi? Si è appena portato via Ranma e immagino che abbia un nido da qualche parte!”.
“Oh sì, ha due pulcini, il nido è proprio dietro quella cima…”, confermò l’amico indicando a sua volta la vetta più alta tra quelle di fronte a lei. “Ma chi è Ranma?”.
Ad Akane quasi cascarono le braccia.
“Come chi è?! È mio marito!”.
Il ragazzo guardò lei a bocca aperta, guardò verso il cielo e poi tornò su di Akane con quegli occhi sgranati e supplichevoli che chiedevano solo di smentirgli una notizia che si era dimenticata di dargli.
“Tuo... ma… ma come…”.
Akane sospirò, chiuse le ciglia e le riaprì.
“Perdonami, non credevo fosse importante e in questo momento di certo non lo è: dobbiamo catturarlo non appena sfuggirà agli artigli del falco!”.
“Io… non capisco… non volevi liberarti di lui? Quale occasione migliore?”.
La domanda falciò via lo slancio che stava imprimendo nelle gambe e per un attimo Akane esitò.
“Che vorresti dire?”, domandò cauta tornando a guardarlo.
Shinnosuke saltò raggiungendola sul ramo.
“Beh, pensaci bene: Ranma sta per diventare cibo per falchi. I piccoli stanno perdendo le piume da pulcini, tra non molto spiccheranno il primo volo, per cui Ranma è spacciato: non può farcela contro tre falchi di quelle dimensioni spropositate”.
Akane spalancò gli occhi man mano che dentro di lei si faceva strada una possibilità inammissibile. Sì, era l’occasione perfetta per sbarazzarsi di quel traditore, era vero… ma non a costo della sua vita!
“Mi stai dicendo che Ranma… lui potrebbe… potrebbe davvero…”.
“…finire ucciso? A meno che il falco non lo lasci andare affinché si sfracelli sulle rocce, morirà comunque dilaniato nel nido di quel bestione”.
“No…”, mormorò Akane scuotendo la testa. “No, è impossibile!”.
“Akane, mi dispiace, ma…”.
“Devo andare a salvarlo, Shinnosuke, non voglio perderlo!”.
“Come sarebbe… Aspetta! Fermati!”.
Ma Akane si lanciò a capofitto all’inseguimento del rapace, tallonata dal suo amico, saltando da un albero all’altro col cuore che palpitava in gola, terrorizzata all’idea di non fare in tempo a raggiungere il nido.
No, no, no, non voglio neanche pensarci!
“Sei sicuro che lo stia portando al nido, vero?”.
“I falchetti devono fare pratica colpendo il collo delle prede col becco per ucciderle, quindi…”.
“Se così fosse, significherebbe che c’è ancora speranza per lui!”.
Akane non risparmiò le proprie gambe, attingendo a un’energia che non sospettava di avere, pur di non fermarsi. Perché sì, era vero, non voleva perdere quel monumentale cretino. Non prima di avergli dimostrato quanto lei valesse. Non prima che avesse visto coi suoi occhi che lei non era da meno di Shampoo, Ukyo e Kodachi messe insieme. Non prima di aver impresso le proprie nocche in quella faccia da traditore fino a cambiargli i connotati. Perché lei non era inferiore a nessuno, nemmeno a lui. Quindi non poteva morire, non poteva farle questo, doveva resistere almeno fino al suo arrivo! Lei lo avrebbe salvato, stavolta, così poi lo avrebbe pestato fino a ridurlo alla consistenza di una gelatina di fagioli azuki. Perché lei e solo lei aveva il diritto di frantumare le ossa a quel deficiente che non era altro.
“Akane, guarda, eccolo lassù!”, gridò Shinnosuke alle sue spalle e Akane seguì il suo indice che puntava verso una rupe scoscesa, in cima alla quale stava il nido più smisurato che avesse mai visto. Proprio allora notò qualcosa che cadeva dal nido stesso, planando leggero sopra le loro teste: sembrava un pezzo di stoffa con le ali.
Un pezzo di stoffa rosso.
Con alamari gialli.
Akane rimase impietrita a osservare quel tessuto che volteggiava nell’aria grazie alle maniche svolazzanti, tanto che lei istintivamente protese le mani verso il cielo, quasi a voler rassicurare quella che era stata la casacca di Ranma che l’avrebbe afferrata al volo, come se l’involucro che precipitava contenesse ancora il suo padrone. Se lo ritrovò così fra le dita, quando si posò lieve sui palmi: vuoto e a brandelli come il suo cuore. Che aveva smesso di battere.
“N… n…”.
Alzò di nuovo lo sguardo verso l’alto e l’urlo deflagrò nel petto.
“Nooooooooooooooooooooooo!”.
Fece per saltare con l’intenzione di raggiungere quella cima maledetta, perché non era vero, non poteva essere vero, lui doveva essere ancora vivo, magari ferito gravemente, ma vivo. Invece Shinnosuke l’afferrò per le spalle e la costrinse a restare con i piedi per terra.
“Fermati, Akane! Cosa credi di fare? È troppo tardi, ormai!”.
“No, non ci credo! Devo vederlo coi miei occhi o non ci crederò mai!”.
“E cosa vorresti fare? Rischiare di essere fatta a pezzi a tua volta? E per cosa? Per ritrovarti davanti al suo cadavere straziato?”.
E lei a terra cadde sul serio, le ginocchia che sprofondavano tra le foglie umide del sottobosco, a contemplare ciò che rimaneva di colui che era stato per due anni e mezzo il suo fidanzato e per pochi giorni suo marito, che l’aveva presa in giro, fatta ridere, salvata, insultata, rassicurata un’infinità di volte e alla fine anche baciata: una casacca lacerata da profondi squarci, i cordoncini strappati, una manica quasi staccata, l’altra tranciata di netto. Teneva quel relitto d’indumento fra mani tremanti col terrore di vederlo sbriciolarsi da un momento all’altro, se avesse osato anche solo respirare.
Ra… n… ma…
“Akane, io… perdonami, ma ho trovato altri brandelli dei suoi vestiti sparsi qua e là… mi dispiace…”.
Lei alzò esitante lo sguardo, ritrovandosi davanti uno Shinnosuke con frammenti di Ranma tra le dita, rossi come la sua blusa e neri come i suoi pantaloni.
Non può avermi fatto questo… non può…
Chiuse gli occhi, lasciando che una lacrima superasse la prigione delle ciglia e fuggisse via.
“Akane…?”.
L’urlo risalì di nuovo dalle viscere ed esplose così violento da ferirsi la gola, mentre affondava il viso nella casacca di Ranma e piangeva tra le sue pieghe tutte le parole che non aveva mai avuto il coraggio di dirgli.
Brutto cretino… non doveva finire così… perché mi hai lasciata sola…
Sentì una mano sfiorarle la nuca e singhiozzando rialzò il capo: Shinnosuke la guardava mortificato.
“Mi spiace davvero tanto, Akane, il tuo dolore è così straziante che se potessi riportare Ranma indietro lo farei, credimi, pur di non vederti soffrire. Ora però dobbiamo andare: tra un paio d’ore il sole tramonterà e sai bene che è meglio essere alla capanna prima che faccia buio”.
“Sì, lo so, però… non posso, io… io vorrei essere davvero sicura che lui… che lui non c’è più…”.
“Vorresti sul serio arrampicarti lassù, mentre mamma falco e i suoi pulcini fanno scempio del suo corpo?”, le chiese incredulo l’amico.
A quelle parole, Akane scoppiò in un pianto irrefrenabile e Shinnosuke dovette afferrarla per le braccia per indurla ad alzarsi in piedi.
“Avanti, Akane, reagisci! Pensa alla tua famiglia, non sta aspettando il tuo ritorno?”.
I volti sorridenti di Kasumi e del dottor Tofu le si pararono dinanzi agli occhi e lei trasalì: Shinnosuke aveva ragione, adesso doveva pensare a loro, ancora nelle mani della Fenice Bianca.
“Ma come, tu ricordi il motivo per cui…”.
“Beh, potrò anche dimenticare il tuo nome, ma non te e tutto ciò che ti riguarda…”, le confessò l’amico grattandosi la nuca. “Avanti, muoviamoci, non possiamo restare qui”.
Akane, tuttavia, gettò un’ultima, lunga occhiata al nido appollaiato in cima alla parete di roccia, sperando contro ogni speranza di veder spuntare Ranma, mentre Shinnosuke la esortava a seguirlo. Quel che scorse, invece, fu la lunga coda del falco e lei scosse la testa dandosi della sciocca per essersi voluta illudere.
“Sì, andiamocene… portami via!”.


- § -


Brutto gallinaceo col becco spuntato, giuro che se mi ricapiti a tiro ti spiumo e ti torco il collo!
Finito a testa in giù in mezzo a un intrico di rami e, peggio che mai, più nudo di un verme nudo, Ranma cercava in ogni modo di uscire dalla disastrosa situazione in cui era finito. Assurdo che fosse riuscito a sfuggire alle beccate feroci di quei pulcini troppo cresciuti, ma che non riuscisse a tirarsi fuori da quel groviglio di fronde. Aveva pure sacrificato i suoi vestiti – tutti i suoi vestiti – pur di sfuggire agli assalti di quelle bestiacce pennute. E dopo averli depistati ed essere saltato fuori dal nido che aveva ottenuto? Di ritrovarsi in una situazione perfino peggiore: con gli attributi all’aria nel mezzo di una foresta che pullulava di animali giganti, molti dei quali non proprio amichevoli.
Finalmente, a furia di fare pressione, uno dei rami si spezzò e lui riuscì a divincolarsi quel tanto da liberare le braccia e con esse, poco per volta, il resto del corpo: diversi altri rami infatti, non più in grado di reggere il suo peso, si ruppero contemporaneamente e Ranma si ritrovò a dover atterrare su un letto di foglie scivolose dopo un salto carpiato. Frammenti di legno gli piovvero in testa, ma tutto sommato – a parte graffi e ferite un po’ ovunque – era incredibilmente illeso. Solo molto svestito e fuori di sé per non essersi accorto dell’arrivo del falco alle sue spalle. A sua discolpa – perché non poteva certo essere colpa dei suoi sensi allenati e dei suoi riflessi altamente sviluppati – era stato distratto da quell’impiastro di sua moglie, che aveva creduto sul serio di mettere nel sacco uno come lui. Peggio ancora, con l’aiuto di quello smemorato. Scema. Cretina. In due non facevano un cervello funzionante, erano proprio degni l’uno dell’altra.
Il tarlo della gelosia ricominciò a rodergli le viscere nel momento stesso in cui immaginò ancora una volta quei due soli insieme in mezzo ai boschi. Perché era andata più volte a trovare di nascosto quell’impedito? Che ci trovava in un rintronato simile? Maledetta, soprattutto perché pur di catturare suo marito aveva pensato di chiedere aiuto proprio al suo… amichetto: nemmeno il fegato di affrontarlo con le sue sole forze aveva avuto. Tuttavia, il fatto che Akane gli avesse teso una trappola significava che si era aspettata che lui l’avrebbe seguita e rintracciata. Forse allora il biglietto strappato del treno non era stata una grossolana dimenticanza: sua moglie lo aveva lasciato in bella vista affinché lui la inseguisse, magari accecato dalla gelosia, dato che c’era di mezzo Shinnosuke il Rimbambito, l’unico essere vivente a cui l’acqua della vita aveva ristretto il cervello e sperò anche qualcos’altro.
Cercando di stare attento a dove metteva i piedi – più per non ferirsi con rami secchi, che per evitare le trappole di Mr Rincretinito – Ranma s’imbatté in un cespuglio di felci e ne strappò due lunghi rami per coprirsi davanti e dietro, così da non spaventare anima viva una volta tornato alla civiltà. Sempre che fosse tornato alla civiltà, dato che non sapeva nemmeno dove si trovasse e a ogni passo in avanti che faceva i piedi poggiavano di volta in volta su qualcosa di scivoloso, melmoso o acuminato: invece di camminare saltellava. Doveva sbrigarsi a uscire dal quel posto malefico, pensò mentre dava una vigorosa grattata alla metà sinistra del fondoschiena che stranamente prudeva: presto sarebbe calata la notte e non aveva alcuna intenzione di passarla nel mezzo di un niente gremito di bestie oversize.
E poi dicevano che lui era negato per l’inglese… beccati questo, professoressa Hinako!


- § -


“Sicura di non voler restare qui, stanotte?”, insistette premuroso il nonno di Shinnosuke dal suo futon, tra un colpo di tosse e l’altro, mentre lei ripiegava con cura i vestiti laceri di Ranma compiendo uno sforzo immane per non versare l’ennesimo fiume di lacrime.
Ormai doveva avere gli occhi gonfi come due palle da tennis, perché durante il tragitto di ritorno alla capanna non aveva mai cessato di piangere. Nonostante ciò, lei e Shinnosuke avevano evitato di raccontare a suo nonno cos’era accaduto nei boschi per non turbarlo. Il nonno però non era uno sciocco e aveva intuito dalla sua espressione distrutta che qualcosa di grave era accaduto: per quanto potesse fingere a parole, i suoi occhi l’avrebbero sempre tradita. Non accettava l’idea che Ranma fosse morto in una maniera tanto assurda. Non accettava l’idea che fosse morto prima di potergli confessare ciò che serbava nel cuore. Non accettava l’idea che fosse morto e basta. Non lui, che si era sempre vantato a destra e a manca di non aver mai perso una sfida in vita sua, alimentando l’aura di invincibilità che si era costruito sin dal suo arrivo a Nerima, neanche fosse uno scudo in grado di respingere qualsiasi nemico e garantirgli la vita eterna. Doveva accettare invece il fatto che lui non ci fosse più.
Non ci sarebbe stato mai più.
E lei, ora, doveva pensare unicamente a Kasumi.
“Sì, sono sicura, la ringrazio. La mia missione è conclusa e la mia famiglia ha bisogno di me”, rispose lei inespressiva nel deporre gli abiti di suo marito in un grande fazzoletto quadrato steso sul tatami.
“Akane, ti prego, ascolta mio nonno: anche se ti avvii adesso, la strada è lunga, la corriera sarà quasi certamente già partita quando arriverai alla stazione dei pullman, che farai allora?”, s’intromise l’amico inginocchiandosi di fianco a lei e ponendole una mano su una spalla.
“Dormirò in stazione”, rispose Akane facendo un nodo con gli angoli del fazzoletto. “Vi chiedo perdono, ma non resterò un minuto di più a Ryugenzawa”, affermò decisa riponendo il fagotto nel proprio zaino, prima di alzarsi in piedi. “Devo proprio andare”.
Shinnosuke gettò un’occhiata al nonno, che da sotto la coperta chiuse gli occhi e scosse la testa. Il nipote chinò il capo rassegnato e non osò più guardarla in faccia.
“D’accordo, ragazza, ma sii prudente, mi raccomando”.
“Lo sarò, grazie per l’ospitalità”, salutò Akane con un inchino.
Shinnosuke la sorprese allora alzandosi in piedi di slancio.
“Ti accompagno!”.
La fiammella della speranza era tornata ad ardere nel fondo dei suoi occhi: la morte di Ranma gli aveva dato nuovo vigore, come un vento che riaccendeva le braci ancora incandescenti sotto la cenere.
“No. Non ce n’è bisogno, so cavarmela da sola, ormai. Lo sai”, disse dandogli le spalle e avviandosi verso la porta. Non avrebbe voluto usare un tono tanto freddo, ma Shinnosuke sembrava aver dimenticato il discorsetto che gli aveva fatto tempo addietro. O fingeva di averlo dimenticato, perché la raggiunse sulla soglia per posare le mani su tutt’e due spalle in un estremo tentativo di fermarla.
“Tu… tu non tornerai più, vero? Questo è un addio…”, mormorò.
Lei si voltò a guardarlo, ma subito distolse lo sguardo dai suoi occhi supplichevoli.
“È così, mi dispiace”, confermò fisando con ostinazione la radura davanti alla capanna. “Ti prego, Shinnosuke, dimenticami una volta per tutte”.
“Ma… ma se non tornerai più, almeno permettimi di accompagnarti fino alla corriera, almeno questo! E poi con il corvo che ho ammaestrato faremo di certo in tempo!”.
Akane chiuse gli occhi con un sospiro mesto. Non voleva la compagnia di nessuno, in quel momento, quella di Shinnosuke ancora meno: il suo amico avrebbe senza meno provato a convincerla a tornare, ogni tanto, incapace di arrendersi all’evidenza che non avrebbe mai potuto ricambiarlo. Anche adesso che Ranma non c’era più, perché – adesso lo sapeva – nessuno avrebbe potuto sostituirlo. Tuttavia, almeno quest’ultima gentilezza avrebbe potuto concedergliela.
“E va bene, d’accordo”.


- § -


Quando in lontananza intravide la capanna di quello smemorato, Ranma non seppe dire se essere più contento o frustrato. Da una parte, avrebbe potuto fargliela pagare cara – e se c’era anche Akane, tanto meglio – dall’altra avrebbe preferito imbattersi in un’orda di turisti, piuttosto che farsi vedere nelle condizioni in cui era da quel rintronato e sua moglie (ancora per poco): non solo era ‘vestito’ con nient’altro che due foglie di felce, ma il prurito al fondoschiena se lo stava mangiando vivo – altro che falco e prole – per tacere della sua virilità, che urlava invano di dolore, perché non osava nemmeno controllare in che condizioni fosse. Purtroppo, però, non c’era anima viva in quel dannato bosco a parte Shinnocoso e suo nonno, per cui non aveva alternative: doveva intrufolarsi nella capanna e rubare gli indumenti del suo rivale, se non voleva spaventare chiunque avesse trovato alla stazione dei pullman e finire arrestato.
Si avvicinò furtivo alla casa, ma non percepì altra presenza che quella del vecchietto, che con un po’ di fortuna stava di certo dormendo. Una parte della sua mente si chiese dove fossero Akane e il suo amichetto se non erano lì, ma la respinse sul nascere ed entrò di soppiatto: come aveva previsto, il nonno del rimbambito russava alla grande. Ranma ne approfittò allora per setacciare la stanza e trovò un paio di pantaloni, dei sandali e un happi identico alla casacca cenciosa che indossava sempre il tonto. Anche se l’idea lo ripugnava fino alla punta del codino, s’infilò quegli indumenti, senza tuttavia riuscire a impedire a smorfie di disgusto d’impadronirsi della sua faccia.
“Già di ritorno, nipote?”, tossì il vecchio alle sue spalle, bloccandolo mentre stringeva la casacca in vita.
“Ehm… sì?”, rispose lui tentando di imitare la voce di Shinnocoso.
“Ehi, quando ti è spuntata quella treccia?”.
Accidenti!
Stupido idiota che non era altro, perché non l’aveva nascosta? Ormai era inutile sforzarsi di fingere.
“D’accordo, non sono tuo nipote, vecchio: sono Ranma Saotome, ti ricordi di me?”, gli chiese voltandosi verso di lui.
“Oh, sì, certo che ricordo, cosa ci fai qui?”.
Ecco perché Akane non era venuta a cercarlo… Ma come aveva potuto proprio lei credere che uno come lui non se la sarebbe cavata? Sicuramente era stata convinta da quel cretino con lo spazzolone a desistere dal rintracciarlo dandolo per spacciato.
“Sono venuto per Akane. Di nuovo”, ironizzò lui.
“Ti riferisci alla ragazza di mio nipote?”.
Ranma sentì il proprio corpo assumere all’istante la consistenza di un blocco di pietra e per un attimo il mondo si spense. Niente focolare, niente pareti, niente paravento, nessun vecchietto che lo fissava stranito. Solo il buio nel cuore e nell’anima.
La… lachecosa?!
“Di che. Stai. Parlando?!”, sibilò Ranma tra i denti che cozzavano gli uni contro gli altri.
“Beh, quella ragazza è venuta qui spesso negli ultimi due anni e ogni volta accompagnava mio nipote nei boschi, stavano via ore, anche un’intera giornata, chissà che combinavano quei due, lui l’ha sempre amata!”, confessò il vecchio prima che un attacco di tosse uccidesse sul nascere la sua risata catarrosa.
Ranma chiuse gli occhi quando il mondo, anziché spegnersi di nuovo, iniziò a vorticare e lui dovette stringere con forza i pugni per non soccombere all’ira che si stava mangiando le viscere.
Ecco come stavano le cose.
Esattamente come aveva temuto.
Ma l’avrebbero pagata, oh, se l’avrebbero pagata!
“Stavano… via… per delle ore? Da soli?!”.
La sua espressione inferocita non impensierì tuttavia il vecchietto nel modo che si aspettava.
“Oh, non devi preoccuparti, tornavano sempre senza un graffio! Anche oggi per esempio sono tornati illesi, anzi, Akane ha detto perfino che la sua missione qui era conclusa, non so cosa intendesse, l’ho solo intravista fare un pacchetto prima che se ne andasse”.
“Ah… ha detto proprio così, eh?”. Avrebbe voluto aggiungere un insulto adeguato a quella traditrice consumata, ma si trattenne. “E dove si è diretta?”.
“Shinnosuke l’ha accompagnata a prendere la corriera, aveva molta fretta…”.
Ranma si volse a guardare verso l’uscio: le prime stelle brillavano all’orizzonte, sopra le cime degli alberi.
Fretta, eh? Certo, non vedeva l’ora di intascare il suo premio, la maledetta.
“Bene, allora posso stare tranquillo, se è insieme a lui…”, affermò sarcastico alzandosi in piedi.
“Certamen… ma perché indossi i vestiti di mio nipote?”.
Ranma si avviò verso la porta, infischiandosene se ormai era scesa la sera: doveva raggiungere quei due a qualunque costo. E vendicarsi.
“Perché tanto tuo nipote non ne avrà più bisogno…”, mormorò più a se stesso un istante prima di saltare sulla cima dell’albero più vicino.


- § -


La corriera partì in una nuvola di fumo, portando via con sé ogni speranza.
Eppure Shinnosuke rimase con la mano alzata, come se lei – come si chiamava? – stesse ricambiando il suo saluto attraverso l’ampio vetro posteriore. Invece non riusciva nemmeno a intravedere la sua sagoma, mentre il pullman si allontanava rapido. Che si aspettava, alla fin fine? Per tutto il volo a dorso di corvo si era trincerata dietro un mutismo tale da credere che avesse perso la voce, finché a quel capolinea non lo aveva salutato con un freddo inchino, le mani strette saldamente alle bretelle dello zaino, ringraziandolo per tutto ciò che aveva fatto per lei in quegli anni, ma guardandolo a mala pena negli occhi. Ciò che non aveva visto nel suo sguardo era bastato a fargli comprendere che era venuto il momento di lasciarla andare. Così si era limitato a ricambiare l’inchino, sperando in cuor suo che un giorno le tenebre venissero spazzate via dalla luce che aveva sempre animato quelle splendide iridi dorate.
Un tuono deflagrò proprio sopra la sua testa facendolo trasalire e poco dopo una pioggia scrosciante ma per fortuna breve lo infradiciò dalla testa ai piedi.
“Kraaaaa! Kraaaaaaaaaaaa!”.
Col suo verso il corvo gigante a cui ancora non aveva dato un nome – tanto se lo sarebbe scordato – sembrava volerlo esortare a tornare alla capanna il prima possibile, anziché restare lì come un fesso col braccio ancora sollevato.
“Ma porca la miseriaccia!”.
Shinnosuke aggirò l’ingombrante pennuto e scorse una ragazzina dai capelli fiammanti che si palpava il seno infagottata in abiti troppo grandi per lei: i pantaloni erano scivolati attorno alle caviglie.
“Ehi, ti serve aiuto? Hai perso il pullman?”.
Quella alzò gli occhi su di lui e Shinnosuke per poco non arretrò: mai gli era capitato di vedere uno sguardo più omicida di quello che lei gli rivolse. Un attimo dopo raccolse rapida i pantaloni da terra e se li tirò su fino in vita, ma senza smettere di scorticarlo vivo attraverso le fessure degli occhi.
“Kraaaaaaaaaa!”.
La ragazza spostò le iridi di un blu intenso sul corvo, poi le puntò di nuovo su di lui e il suo sguardo mutò in un battito di ciglia in quello sfarfallante e lacrimoso di una donzella in pericolo.
“Hai proprio ragione, ho perso la corriera, sono arrivata troppo tardi! Come farò adesso? Sono tutta sola in questo posto sperduto, il mio povero nonnino dipende da me, siamo soli al mondo, gli avevo promesso che sarei tornata a casa entro stasera!”, piagnucolò coprendosi il viso con ambo le mani.
“Oh, mi dispiace…”, commentò Shinnosuke comprendendo sin troppo bene la situazione di quella poveretta. “Dove abiti? Forse posso darti un passaggio col mio corvo…”.
Lei abbassò un poco le mani e lo squadrò di sottecchi.
“Vivo a Nerima, la conosci?”, gli chiese lei con la sua vocina disperata ma speranzosa.
Non poteva crederci, che fortunata coincidenza! Avrebbe potuto rivedere comesichiama un’altra volta!
“Sì, certo che la conosco!”, esultò Shinnosuke stringendole di slancio le mani tra le sue. “Ti porterò da tuo nonno in men che non si dica!”.
La ragazzina si ritrasse come disgustata, per poi profondersi in un sorriso che, tuttavia, gli parve parecchio forzato.
“Oh, grazie mille, mio salvatore, te ne sarò eternamente riconoscente!”, lo ringraziò sfarfallando di nuovo le ciglia sugli enormi occhi da cucciolo indifeso, le mani giunte ai lati del viso.
Shinnosuke salì in groppa al corvo e poi tese una mano alla ragazza, ma quella saltò agilmente sedendosi dietro di lui e incrociando le braccia al petto.
“Beh, che aspettiamo?”.
Un po’ perplesso da quei repentini cambiamenti di umore, Shinnosuke si rivolse al suo pennuto, gli parlò amorevolmente carezzandogli le piume sulla testa e poi gli impartì l’ordine di spiccare il volo
“Kraaaaaaa!”, rispose la bestiola dispiegando le ali, mentre Shinnosuke si volgeva a guardare la ragazzina. Ma prima che potesse suggerirle di aggrapparsi a lui per non rischiare di cadere, qualcosa lo colpì in testa così forte da fargli perdere i sensi e l’equilibrio, scivolando nell’incoscienza mentre scivolava al suolo.


“Grazie del passaggio, idiota!”, rise sguaiata Ranko dopo che Shinnosuke, caduto a testa in giù, aveva sbattuto la cocuzza sul selciato della piazzola dei pullman, le mani che facevano inspiegabilmente le corna.
Finalmente se l’era levato di torno, ora poteva allontanarsi in groppa al corvo di quel cretino mentre passava più e più volte le dita aperte sull’happi di quel deficiente per togliersi di dosso la sensazione delle sue mani sulle proprie. Bleah! Non vedeva l’ora di tornare a Nerima, anche solo per strapparsi di dosso quelle vesti e gettarsi in una vasca per lavarne via il puzzo, che schifo! Intanto, però, era fondamentale non perdere di vista la corriera sulla quale stava viaggiando Akane: era certo che quella fedifraga di sua moglie si sarebbe precipitata innanzitutto nella sede della Fenice Bianca a reclamare il suo premio, maledetta! E lui non vedeva l’ora di romperle le uova nel paniere.


- § -


Seduta nell’ultima fila di sedili, le gambe raccolte al petto, la fronte poggiata contro il vetro gelido e il mondo che si appannava a ogni sospiro, Akane stringeva i vestiti di Ranma a sé come se, dentro quegli indumenti impregnati del suo odore, ci fosse ancora lui. Ne aspirò l’aroma e dovette serrare gli occhi per impedire ai ricordi di tracimare oltre la diga delle ciglia. Se solo avesse avuto ancora un’occasione... Una sola, sarebbe bastata. Per spiegargli, per dimostrargli quanto si fosse sbagliato su di lei. Per sentire di nuovo la sua voce, fossero pure insulti e accuse. Per abbracciare altro che un ammasso di brandelli. Per sentire ancora il calore delle sue labbra sulle proprie.
Perché doveva finire così? Perché? Era unicamente colpa sua, tutta colpa sua! Lei aveva fatto in modo che Ranma la inseguisse per intrappolarlo e adesso lui non c’era più… Non lo avrebbe mai perdonato per quel che le aveva fatto, era vero, ma non lo avrebbe mai nemmeno dimenticato, non importava quanti sforzi avrebbe compiuto. Sostituirlo, poi, era impensabile, lo aveva ribadito anche a un disperato Shinnosuke che prima di lasciarla salire sulla corriera le aveva afferrato una mano supplicandola di tornare a trovarlo, un giorno. Forse, col tempo, io potrei… No, Shinnosuke, gli aveva risposto troncando sul nascere ogni speranza, nessuno può prendere il suo posto. Aveva ringraziato ancora una volta con un inchino il suo amico d’infanzia e gli aveva voltato le spalle senza più guardarsi indietro, senza nemmeno accennare un saluto dal finestrino del pullman, mentre lui la seguiva con lo sguardo di un cagnolino che vede il padrone abbandonarlo per sempre in una piazzola semibuia. Eppure era sempre stata chiara: fra loro non poteva esistere nient’altro che un’amicizia, non doveva sperare in nulla di più.
Le prime luci di Tokyo, in lontananza, le suscitarono tutt’altro che gioia: in una sola giornata aveva perso Ranma e un caro amico. E ora che faceva ritorno a casa, non solo avrebbe dovuto comunicare a tutta la famiglia la perdita di… suo marito, ma prima ancora avrebbe dovuto recarsi alla sede della Fenice Bianca per riscattare Kasumi e il dottor Tofu.
La vita di Ranma per la loro.
Chiuse gli occhi con forza e si rannicchiò ancora di più sul sedile, quasi in posizione fetale, mentre una voce registrata annunciava le prossime fermate prima del capolinea: ancora tre soste e avrebbe dovuto scendere sotto una pioggia che si faceva sempre più intensa man mano che si avvicinava al proprio quartiere. Non aveva l’ombrello, ora che le sovveniva, lei che non mancava mai di averne con sé almeno uno pieghevole per riparare Ranma dai temporali improvvisi.
Serrò di nuovo a forza le ciglia sugli occhi e colpì il vetro con la fronte. Una volta. Due. Tre.
Concentrati su Kasumi, accidenti, concentrati su Kasumi! Basta pensare a Ranma e comunque non dimenticare che ti ha tradito e voleva disfarsi di te. Non merita le tue lacrime.
Eppure non poteva fare a meno di piangerlo, perché dietro le palpebre abbassate i due anni e mezzo trascorsi tra battibecchi e sorrisi, litigate e riappacificazioni scivolavano come una valanga lungo i pendii della memoria, arricchendosi sempre più di particolari nella loro folle corsa verso il fondovalle della disperazione.
L’annuncio della sua fermata la strappò a ricordi diventati dolorosi. Akane si asciugò le ciglia, si alzò per afferrare lo zaino e quando il pullman si fermò scese sotto una pioggia battente, avviandosi correndo e saltando di tetto in tetto verso la dimora dei Miyakoji.
Quando giunse al portone della villa protetto da una tettoia e mostrò alle due guardie della sicurezza il contenuto del proprio zaino spiegando il motivo della sua visita, uno dei due gorilla pigiò il tasto dell’interfono alle sue spalle e una videocamera la inquadrò zoomandola, prima che una delle ante del portale venisse aperta a sufficienza da lasciarla passare. Akane corse allora a perdifiato verso l’ingresso principale della residenza, dalla quale proveniva della musica e un allegro chiacchiericcio.
“Mi congratulo con te per il successo della missione, ragazza, ma da qui non puoi passare”, la frenò Shika sotto il portico opponendole il palmo di una manina rugosa. “La famiglia Miyakoji sta festeggiando la ritrovata armonia con la famiglia Nakamura e prendendo nuovi accordi per la data delle nozze tra Satsuki e Keizo, non puoi vedere la capoclan in questo momento!”.
“Ma io devo riscattare mia sorella e mio cognato!”.
“Adesso non è possibile, dovrai aspettare domattina! E comunque non puoi presentarti in queste condizioni!”, disse arricciando disgustata le labbra avvizzite.
“Ho perso mio marito poche ore fa!”, urlò senza alcuna intenzione di contenere la voce. “Cosa volete che m’importi di come sono conciata! Adesso mi restituite mia sorella, o giuro che sfascio tutto!”.
“E cosa ti fa credere che tua sorella e suo marito siano qui?”, mise in dubbio Shika incrociando le braccia al petto.
“Che… cosa?”, balbettò lei flebile dopo alcuni istanti di sbigottimento. “Ma… ma la capoclan ha detto che sono vostri ospiti…”.
“Appunto, ha detto che sono nelle mani della Fenice Bianca, non che li teniamo prigionieri qui nella residenza principale: hai idea di quante residenze secondarie possiede la famiglia Miyakoji?”.
Akane spalancò la bocca e quasi si accasciò sulle assi di legno del portico.
Che stupida era stata… che monumentale stupida…
“Suvvia, non fare quell’espressione afflitta”, continuò Shika con tono di sufficienza. “Dato che hai portato a termine la missione e ti sei precipitata qui nonostante la pioggia, ti consentirò di entrare dall’ingresso posteriore per poterti fare un bagno caldo e cambiarti: oggi è Halloween, per cui la festa di stasera è in maschera. Ti farò preparare un costume, così potrai presentarti come si deve alla capoclan e partecipare alla festa. E poi chissà, magari a fine serata potrebbe perfino concederti di raggiungere la tua famiglia… Avanti, seguimi”.
Rinvigorita da un barlume di speranza, Akane seguì la vecchietta sotto il portico, ma quando si trattò di lasciare lo zaino fuori dalla sala da bagno, Akane faticò a staccarsene, giurando a se stessa che non avrebbe consegnato alla capoclan tutto ciò che aveva recuperato del vestiario di Ranma, qualcosa lo avrebbe trattenuto per sé.
All’uscita del bagno, dopo aver asciugato rapidamente i capelli, trovò abiti da sera in stile anni Venti e le tornò in mente quando Nabiki, mesi prima, le aveva rivelato che il tango stava diventando di moda tra i giovani giapponesi, convincendola a prendere lezioni per non sfigurare con la Fenice Bianca, nel caso glielo avessero richiesto per una missione. Doveva ammetterlo: Nabiki sarebbe stata una spia migliore di lei…
Indossò i collant, l’abito scintillante con le frange che arrivava fino alle ginocchia, le scarpe col tacco e quella specie di cerchietto con la piuma sulla testa: per fortuna aveva già l’acconciatura adatta o sarebbero stati capaci di tagliarle i capelli in fretta e furia. Shika, però, le porse anche una giarrettiera ordinandole di infilarla sui collant perché, dopotutto, era pure sempre una spia e avrebbe potuto tornarle utile. Non riusciva a capire cosa c’entrasse un indumento simile col suo incarico, ma obbedì. E anche se non aveva alcuna voglia di truccarsi, lasciò fare alle cameriere, rendendosi conto solo allora che il fagotto coi vestiti di Ranma era stato posto di fianco al suo zaino.
“Porterai con te gli abiti di tuo marito e li mostrerai alla capoclan quale prova della riuscita della tua missione”, le rispose Shika quando chiese spiegazioni. Akane si alzò allora per aprire l’involto e tra i pochi frammenti di casacca ricomposti prelevò il colletto.
“Almeno questo lasciatemelo”.
“Potrai riprenderti tutto, a breve, noi non ce ne facciamo nulla”, affermò Shika prima di darle la schiena.
Akane rimase per un momento immobile a guardarla allontanarsi, mentre poco a poco fioriva in lei un sentimento nuovo. Avversione. Per quel mondo, quella casa, quelle persone, mentre incedeva dietro la vecchina controvoglia e sempre più disgustata: i brandelli del suo cuore, per i Miyakoji, erano solo spazzatura. E lei non era disposta a perdere un’altra persona amata.
Forse era venuto il momento di mettere fine a quella… collaborazione.


Appollaiato su un ramo, Ranko aveva osservato sua moglie con molta attenzione. Come aveva mostrato ai gorilla sotto la tettoia i propri vestiti strappati affinché la lasciassero passare, la sua folle corsa fino all’ingresso principale della villa dei Miyakoji – dove era stata fermata da una delle vecchiette al soldo della capoclan della Fenice Bianca – e infine il tragitto sotto il portico verso l’ingresso posteriore. Più che comprensibile, visto che dalla residenza provenivano melodie antiquate e i rumori di una festa e lei non era di certo stata invitata. Gli sovvenne solo in quell’istante che quella era la notte di Halloween, la festa quindi doveva essere in maschera. Ottimo.
Comunque non aveva perso tempo, la maledetta, a far ritorno all’ovile: l’unica cosa che le premeva era dimostrare quanto prima ai Miyakoji di averlo tolto di mezzo. Anche lui avrebbe fatto lo stesso, ma lui aveva un motivo valido, almeno. Così adesso non solo lei, ma anche la Fenice Bianca lo avrebbe creduto morto, il che giocava ancora di più a suo favore, visto che voleva introdursi nella villa: con un travestimento sarebbe passato ancora di più inosservato.
Si diresse verso l’ingresso posteriore facendo il giro dell’isolato, constatando così che era aumentata non solo la sorveglianza, ma anche le telecamere e i quattrozampe con le zanne. Dovette attendere parecchio il momento favorevole per saltare sul muro di cinta nell’unico punto cieco della videosorveglianza e da lì sulle tegole del tetto più vicino, ma da quel punto in poi fu tutto in discesa: Ranko si ritrovò infatti nel bagno della villa, saturo di umidità e avvolto nel buio. Akane doveva averlo usato da poco per rendersi presentabile agli occhi della capoclan e lui avrebbe voluto sfruttarlo a sua volta, fradicio e infreddolito com’era, ma si limitò a strapparsi finalmente di dosso quegli abiti orrendi, gettarli in un secchio e spruzzarsi addosso acqua calda, giusto per recuperare il suo vero aspetto. Il tempo di passarsi velocemente un asciugamano sui capelli e uscì da lì, più nudo di un pollo spiumato, usando l’Umisen Ken per intrufolarsi nelle stanze al piano superiore. Sperava di trovare qualcosa di adatto da indossare per la festa, ma in un guardaroba s’imbatté solo in un completo da uomo a righe e alcune maschere bianche riposte su un mobile che celavano appena metà volto. Pazienza, si disse nascondendo il codino sotto il colletto.
Usando di nuovo l’Umisen Ken, scese le scale fino al pianterreno e aprendo una doppia porta fece il suo ingresso trionfale in una grande sala gremita di invitati vestiti in stile anni Venti, tra i quali scorrazzavano camerieri travestiti da pinguini con vassoi colmi di bicchieri o tartine. Nel centro del salone, alcune coppie si esibivano in balli risalenti a sessant’anni prima. Per una volta, doveva ringraziare quel plantigrado di suo padre che lo aveva obbligato a prendere lezioni di ballo perché non si sa mai, figlio mio, potrebbe tornarti utile per la tua professione. Lui aveva creduto fossero lezioni di tango artistico marziale, invece era il tango vero.
Una noia letale.
Afferrò al volo un calice per meglio mimetizzarsi tra gli invitati e finse di sorseggiarlo, mentre scandagliava con lo sguardo l’intera sala alla ricerca di lei, ma stranamente non la vide da nessuna parte. Increspò la fronte. Forse non avrebbe partecipato alla festa? Forse la capoclan la stava ricevendo in disparte? Sgranò gli occhi, si bloccò quasi nel mezzo della sala dandosi dell’imbecille e pian piano si defilò tornando da dove era venuto, deciso a perlustrare le altre stanze del piano terra… appeso al soffitto del corridoio per evitare le guardie di ronda, anche se il completo da uomo non lo agevolava per niente, così come il fatto di dover tenere le scarpe con una mano.
Solo quando udì delle voci sommesse provenire da una stanza, scese di nuovo a terra e, guardando attraverso il buco della serratura, scorse sua moglie di profilo, le mani raccolte in grembo e lo sguardo basso. Immediatamente uccise sul nascere il pensiero che, conciata a quel modo, togliesse il fiato: il vestito anzi le cadeva male, evidenziando i fianchi larghi e il seno piatto. Era ridicola, ecco cos’era. E in ridicolo l’avrebbe messa davanti a tutti, prima di portarla di peso dalla Tigre Nera soffiandola da sotto al naso alla Fenice Bianca.
Lei, frattanto, si era inginocchiata e inchinata quando da un’altra porta aveva fatto il suo ingresso una vecchia bacucca – quasi una fotocopia della nonna di Sentaro – cui un’altra vecchietta stava mostrando qualcosa avvolto in un fazzoletto. Quella che doveva chiaramente essere la nonna di Satsuki scoccò un’occhiata al contenuto del pacco – i propri vestiti cinesi a brandelli – e si complimentò con Akane, che tuttavia a mala pena fece un cenno col capo. Strano. Subito dopo, però, notò sua moglie artigliare la gonna del vestito, mentre sembrava supplicare il clone mal riuscito della nonna di Sentaro, che tuttavia scosse la testa a quella che doveva essere stata una richiesta e con una mano la congedò. Ma Akane, anziché inchinarsi, balzò in piedi coi pugni stretti e osò minacciare la capoclan, o così gli parve: nel momento stesso in cui aveva osato reagire, le tre repliche di Ume, Matsu e Take si erano frapposte brandendo contro Akane giganteschi strumenti per la cerimonia del tè e urlando di allontanarsi.
Sua moglie non chinò nemmeno la testa: diede loro le spalle e avanzò verso la porta a passo da battaglia.
Ranma fece appena in tempo ad aggrapparsi di nuovo alle assi sporgenti del soffitto, prima che le ante venissero spalancate da un’Akane imbufalita che, quasi correndo, si diresse verso la sala dove si teneva il ricevimento.
Perfetto.


Akane spalancò le ante della porta ed entrò come un uragano nella sala dove si stava svolgendo la “festa della riconciliazione”, come i Miyakoji l’avevano definita. Qualche invitato di ambo le famiglie si voltò a guardarla con aria sconcertata o di sufficienza e lei dovette fare buon viso a cattivo gioco ingoiando il magone che stava rischiando di strozzarla.
Maledetta Fenice Bianca. Non solo la capoclan non aveva alcuna intenzione di liberare Kasumi e il dottor Tofu a fine serata, ma aveva anzi intenzione di trattenerli ancora chissà dove finché non avesse avuto la certezza che gli indumenti devastati che le aveva consegnato appartenessero realmente a suo marito.
Dopo tutto ciò che aveva fatto per l’organizzazione, non si fidava di lei per il legame che aveva avuto con Ranma. E adesso la costringeva perfino a partecipare a quella stupida festa per tenerla d’occhio.
Si sedette a un tavolo rotondo defilato da dove una coppia si era appena alzata per andare a ballare e scansando uno dei tanti posaceneri di pesante cristallo si lasciò sfuggire un sospiro affranto. Poteva solo sperare che quello strazio terminasse al più presto, ma la serata era iniziata da poco e lei si ritrovò a contare i minuti che la separavano dalla fine, augurandosi che nessuno la importunasse. Stare da sola era tutto ciò che desiderava, almeno questo dovevano concederglielo.
Neanche il tempo di formulare quel pensiero, mentre si sosteneva disperata la fronte con le mani, che le dita di una vennero afferrate con la rudezza di un gorilla. Akane sollevò il viso spiazzata, ma anziché vedere in faccia chi si era permesso una tale confidenza, vide solo la nuca del maleducato, che la tirò con forza per il braccio senza neanche voltarsi a guardarla, costringendola addirittura ad alzarsi per seguirlo. Ma come si permetteva questo cafone?
“Ehi, lasciami andare! Mi senti? Lasciami subito! Cosa credi di fare?”, ringhiò facendo resistenza senza riuscire tuttavia a liberarsi – incredibile ma vero – da quella morsa. Stava allora per caricare un pugno, infischiandosene del luogo, quando l’orchestra iniziò a suonare le prime note di un tango: il tizio si bloccò al centro della sala, si voltò a fronteggiarla rivelando una maschera bianca e con uno strattone la costrinse ad avvicinarsi a lui. Lei premette d’istinto la mano libera contro la sua giacca cercando di respingerlo, ma l’aspirante suicida si spinse ancora più in là, arrivando a spingerla contro di lui con una mano premuta contro la propria schiena per costringerla ad aderire al suo torace. Come osava trattarla in modo tanto possessivo, come se fosse un oggetto di sua proprietà?! Voleva Ballare? Benissimo, lo avrebbe fatto ballare lei con un pugno che lo avrebbe spedito in…
“Ti hanno conciata per bene, mogliettina, quel trucco ti rende quasi guardabile”.
Akane spalancò tanto la bocca che per poco con le cadde la mascella nella scollatura e lasciò ricadere il pugno che aveva caricato, mentre… mentre… suo marito abbassava lo sguardo su di lei sfoggiando il sorrisetto strafottente che la mandava in bestia e il mare agitato delle sue iridi che la mandava in deliquio. Com’era che si respirava? Lo aveva dimenticato, perché lui… lui era vivo… era vivo! Oh, grazie ai kami, Ranma era vivo e la stava stringendo a sé! Avrebbe voluto saltare di gioia e lasciarsi andare a un pianto liberatorio, invece di stare lì a trattenere le lacrime mentre poggiava la mano libera sulla sua spalla! Che felicità, non l’aveva perso, quell’idiota monumentale era ancora vivo!
“Ti hanno anche insegnato a ballare? Oppure ti muovi sempre come un tricheco spiaggiato?”.
Oh, dèi del cielo, che gioia sentire ancora le sue braccia, il suo respiro, il suo odore, la sua vo…
Eeeehhh? Che sta blaterando?
“Sorpresa, eh?”, le chiese sarcastico lui, mentre lei, seppur rabbuiata, eseguiva come un automa i primi passi di danza, anche se più che guidarla, Ranma la stava strapazzando come una bambola di pezza. Un momento… sapeva ballare? Lui?! “Davvero pensavi che bastasse un mucchietto di piume per mettermi fuori gioco? Sei sempre la solita ingenua”. Il sorriso di Akane si affievolì sempre più, mentre la fronte si aggrottava perplessa. “Ho lanciato i miei vestiti a quelle bestiacce appena sono atterrato in quel dannato nido, così, mentre loro se li litigavano, io sono saltato giù”.
Akane chiuse gli occhi per un istante.
Stupida cretina deficiente. Come aveva potuto essere tanto cieca? Alla vista di quegli indumenti lacerati si era disperata al punto che non si era soffermata nemmeno per un secondo a pensare al fatto che mancasse all’appello un dettaglio fondamentale: il sangue.
Aveva consegnato alla Fenice Bianca solo un mucchio di stracci.
“Scommetto che ti stai dando della stupida cretina deficiente. Beh, è quello che sei, oltre che traditrice consumata”, l’accusò lui stringendole ancora di più con rabbia la mano ostaggio della sua.
“Che cosa?!”, sbottò lei spalancando le ciglia furiosa, mentre con l’altra mano artigliava la spalla di Ranma sperando di trapassarla da parte a parte. “Sei tu il traditore, non io!”.
“Ah sì? Sono stato forse io a fare gite di nascosto a Ryugenzawa per ben due anni? Il nonno di quello scemo ti ha definita la sua ragazza, che facevate in quei boschi da soli, eh? Sei ancora peggio di quel che pensassi”, osò affermare prima di farla volteggiare come una trottola, farle urtare un tavolo e poi strattonarla ancora per il braccio costringendola di nuovo a stargli appiccicata addosso.
“Macheaccidentivaiapensarebruttoimbecille! E io che ho persino versato lacrime per te!”, sibilò pestandogli un piede con un tacco così forte da costringerlo a trattenere un urlo.
“Le immagino, le lacrime di gioia per esserti sbarazzata di me! Smettila, Akane, ormai ti vedo per quella che sei veramente. E voglio più che mai il divorzio”.
Tu vorresti il divorzio? Tuuu?!”.
Brutto pallone gonfiato. Imbecille di un baka con una faccia da calci sui denti. Sì, era stata una stupida cretina deficiente a non aver controllato che fosse morto sul serio. E poi a non averlo ammazzato con le sue mani. Ma poteva ancora rimediare.
“Lo avrai, sta’ tranquillo, stasera stessa!”, ruggì senza smettere di sfidarlo con occhi di brace, mentre la mano aggrappata alla sua spalla si chiudeva a pugno e saettava verso la sua faccia. Ma Ranma gliel’afferrò al volo e torcendole il braccio la costrinse a tenerla dietro la schiena. E questo significò finirgli spalmata addosso.
“Vuoi combattere qui, davanti a tutti, mostrando alla tua organizzazione di essere stata un’imbranata? Guarda che non chiedo di meglio”, la provocò fermandosi di colpo per costringerla a piegarsi all’indietro in un casquè, mentre la mano che un attimo prima le bloccava il polso adesso tastava la schiena in cerca di chissà cosa, per poi spostarsi sui fianchi. Dove si soffermò un po’ troppo.
“Non nascondo armi addosso, pervertito, non ho mai avuto bisogno di farlo!”, protestò tornando eretta e cercando stavolta di colpirlo con un pugno a un fianco, ma Ranma le sollevò una gamba e percorrendo con dita sensuali la calza, le scoprì la coscia fino a rivelare la giarrettiera.
“Ah no? E questo cos’è?”, le chiese sfilando via un cucchiaino per la cerimonia del tè nascosto tra il pizzo, lanciandolo attraverso la sala con due dita neanche fosse una shuriken e infilzando lo schienale di una sedia.
Maledetto. Lui e le sue manacce.
Sicura che anche suo marito nascondesse qualcosa e decisa a non essere da meno, finse di voler continuare a danzare con la gamba avvinta alla sua, ma in realtà tastandogli i pett… lo smoking. Non trovando nulla, lasciò che le facesse fare una piroetta che le permettesse di scivolare poi ai suoi piedi in modo da tastargli per bene anche le gambe. Ma il nulla cosmico trovò, a parte il sorrisetto a mezza bocca e il sopracciglio inarcato sopra l’occhiata di intesa che un Ranma compiaciuto stava lanciando a una coppia di vecchietti, mentre lei gli palpava i fianchi.
Ma brutto cretino deficiente!
Furibonda, lasciò che l’afferrasse per i polsi per rimetterla in piedi e sfidarla a sua volta con uno sguardo penetrante da aggrovigliarle le viscere.
“Non troverai nulla, io non ho bisogno di armi per batterti, Akane. Ma tu tasta pure quanto vuoi, è l’ultima occasione che hai per farlo”, le mormorò divertito a un soffio dal suo viso mentre la danza riprendeva. Era una sua impressione o l’idiota stava sudando? Le sembrava che fosse perfino arrossito, altro che fare lo spavaldo!
Dato che non riusciva a colpirlo, decise di condurre lei le danze prendendo l’iniziativa con dei passi rapidi, decisi e allungati, fino a spingerlo verso un pilastro, contro cui Ranma sbatté la testa.
“Ballo abbastanza bene, per te? Se vuoi, ti do lezioni di danza, maritino…”.
Lui trattenne un insulto e la spinse indietro facendola piroettare finché non urtò un invitato, per poi essere di nuovo strattonata verso di lui. Tentò allora di pestargli di nuovo un piede e poi di mollargli un calcio a uno stinco, ma Ranma dapprima scansò il suo affondo e poi bloccò la sua gamba con la propria, mentre Akane cercava di colpirlo con le dita tese ai punti vitali sul torace, ma ogni volta il deficiente riusciva a bloccarle le dita e ad allontanarle da sé costringendola ad assumere la posa di una ballerina, finché col fondoschiena non urtò un tavolo.
“Sei appena passabile, Akane, come sempre…”, la irrise lui. E lei, di colpo, ne ebbe abbastanza.
Era sollevata che fosse vivo, i kami le erano testimoni, ma non era cambiato nulla, fra loro. Se non altro adesso aveva la possibilità di fargli vedere chi era. Perché nemmeno Akane Tendo si tirava indietro di fronte a una sfida. E qualcuno doveva ancora pagarla molto cara.
“Hai fatto un grosso errore a presentarti qui stasera, avresti dovuto rimanere a Ryugenzawa, perché piuttosto che sopportare un secondo di più la tua vicinanza…”.
“…cosa? Vuoi davvero far sapere a tutti che hai fallito miseramente la missione, maschiaccio?”, la sfidò sicuro di sé a fior di labbra. Quelle labbra che si stavano chinando sulle sue, facendo vacillare la sua determinazione, mentre tastava alla cieca il tavolo alle sue spalle in cerca dell’unica arma disponibile e realmente efficace.
“Esatto!”, gridò afferrando un posacenere di cristallo e colpendolo così forte in testa da farlo volare per tutta la stanza tra gridolini di stupore, finché Ranma non si schiantò contro un muro. Di più: ci rimase incastrato di faccia a testa in giù, le mani che facevano le corna, tra una miriade di crepe che si diramavano tutt’attorno e la gente che scappava inorridita.
La musica cessò di colpo e l’intera sala si fermò ammutolita a guardarli, facendo subito il vuoto attorno a loro, mentre Ranma scivolava lentamente a terra nella stessa posizione in cui aveva incontrato la parete. Ma dato che si trattava di lui, si rialzò in piedi in un battibaleno massaggiandosi l’enorme ficozzo che spuntava dalla vaporosa chioma.
“Ehi! Potevi ammazzarmi con quello, razza di scema!”.
“Impossibile, perché hai la testa vuota, idiota!”.
“Che succede qui?!”, urlò Shika irrompendo nella sala.
“Succede… che mio marito è ancora vivo!”, annunciò Akane tra i mormorii stupiti che presero a serpeggiavano tra gli ospiti.
“Allora è come temevamo!”.
“È una faccenda tra me e lui, nessuno intervenga!”, minacciò senza smettere di scorticarlo con gli occhi mentre lanciava via le scarpe, per poi strappare un lato del proprio vestito così da potersi muovere più agilmente. “Ora basta giocare, combatti maritino! Non vedo l’ora di frantumarti quella faccia da traditore!”, lo provocò piegandosi sulle gambe ben distanziate per mettersi in posa da combattimento.
Ranma sfoggiò un sorriso divertito e sfilò via la maschera quasi con indolenza gettandola sul pavimento, mentre le guardie della sicurezza sbucavano dalla folla degli invitati per circondarli, ognuno con un’arma marziale diversa tra le mani, chi il nunchaku, chi il suruchin, chi il tekko, chi i tonfa, chi un paio di sai. Ranma si tolse allora anche la giacca, il farfallino e rimase con la sola camicia, tirandosi su le maniche fino ai gomiti.
“D’accordo, allora”, rispose mettendosi in posa a sua volta. “Attaccatemi pure tutti insieme. Sono pronto”.






Note:
Nunchaku: due brevi bastoni uniti da una catena.
Sai: coppia di punteruoli con sporgenze laterali che ricordano dei pugnali.
Suruchin: catena con due pesi alle estremità.
Tekko: simile al nostro pugno di ferro.
Tonfa: bastoni con impugnatura laterale.

Scusate se ci ho messo tanto ad aggiornare, sono imperdonabile, lo so, ma lavoro a parte, all'ispirazione non si comanda: o si fa viva o latita, anche quando hai già in testa la scaletta del capitolo. Ringrazio per questo Tillyci che mi ha aiutato a tirar fuori le idee e me ne ha suggerite tante, grazie carissima! E grazie in anticipo a chi vorrà farmi sapere che ne pensa di questo capitolo, alla prossima!

   
 
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