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Autore: S iberia    07/09/2022    0 recensioni
"Adesso vi ho capito" disse lei, come se si svegliasse da un lungo sonno profondo.
"Ah sì?" le chiese il marito, la coppa rossa di vino sollevata a mezz'aria, il tono noncurante.
"Sì." disse lei, spandendo intorno uno sguardo languido, "Vi piace farvi chiamare Architetti, ma in Verità non costruite nulla. Non potete. Distruggete. Distruggete l'Uomo, ne corrompete la Natura, calpestate la Civiltà, vi ci pulite sopra le suole delle scarpe." Il volto le era cambiato, non esisteva più la sua dolcezza infusa di candida innocenza, ma piuttosto un'alterigia che non aveva a che fare con nulla di umano.
Suo marito sorrise, ed anche lui aveva qualche cosa di inumano, l'amarezza della smorfia delle labbra sottili come una lama. Tra le dita roteava la coppa, il vino si mesceva ai riflessi delle candele, tutto ruotava in un'apparente indifferenza, come indifferente ruotava la Galassia intorno a loro.
Lei lo guardò, le palpebre pesanti ed un sorriso sfrontato: "Ma tu stai tranquillo. Non ti lascio. Sono rimasta con te sino a questo punto, perché dovrei andarmene?"
Per la prima volta il serpente sobbilante nella fucina di pensieri di suo marito non aveva saputo che cosa dire.
Genere: Angst, Generale, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza | Contesto: Il Novecento
- Questa storia fa parte della serie 'Gli Occhi Bistrati del Secolo'
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PROLOGO

Le Mani Del Padrone



Per lei era tutto cominciato da quelle mani, e molto prima della notte in cui il freddo bisturi dello sguardo di lui la vivisezionò mentre il gelo delle sue pallide dita, lunghe ed affilate, passava come un brivido sul declivio del monte di venere e saggiava nella nudità nascosta tra le sue labbra virginali la maturità dell’ imene.

Era cominciato quando si erano visti per la prima volta.

Sonja chiude gli occhi e dietro alle palpebre, in un vibrare di ciglia scure, si addensa un ricordo: la prima volta che aveva visto la mano di suo marito era sulla ringhiera della scala della casa paterna, sfiorava il corrimano con una delicatezza che altro non era che dissimulato disgusto; non era nulla di notevole, era anzi un dettaglio quasi puerile tanto pareva sottile e debole nella figura di un giovane uomo così distinto.
La pelle diafana, infusa di una sfumatura azzurrognola dove in trasparenza si poteva seguire il corso di alcune vene, s’articolava in un fitto sistema di secche incisioni che davano l’idea di un vago ma costante tormento, come la lieve desquamazione tra le nocche proprio all’ingiunzione delle dita. Intorno alle unghie arcuate come mezzelune perfette, bianchissime e sottili - un’immagine di sterile pulizia che aveva un accento maniacale- s'infiammava un'aureola rossa.
Suo marito, nello sguardo artico non aveva nulla di vulnerabile, tutto anzi sul suo volto lasciava intuire una certa insolenza nei confronti della Vita stessa, ma quella mano che continuava ad indugiare sul corrimano attirava l’attenzione di Sonja come un dettaglio rivelatore: la pennellata incerta in un’opera superba che solo il tempo avrebbe rivelato nella sua fallacia, crepando la patina della vanagloria per mostrare sotto alla nuda luce le deformità nascoste dalla lusinghiera vernice della giovinezza.

Lei l’aveva guardata bene quella mano, rapita, e le era sembrata improvvisamente spaventosamente indifesa, tanto che con una stretta alla bocca dello stomaco aveva sentito lo schiudersi di una gemma di Pietà in petto. Un sentimento tanto sterminato da paralizzarla lì, in fondo alle scale, davanti a quell’uomo che la fissava con labbra mute.

Aveva sentito salirle agli occhi le lacrime ma non aveva pianto davanti a lui, per delicatezza, per non annunciare al mondo che lei l'aveva scoperto con un solo sguardo, per non infrangere il perfetto distacco ch’egli rimandava agli astanti come se quel suo corpo afflitto, di cui le mani erano all’epoca l'accusa più eclatante, non fosse fuori posto tra le belle figlie del Vrač Njebomirov.
Non aveva pianto nemmeno quando aveva intuito Marfa, Pelageja e Vera scambiarsi un giro di sguardi ridenti nascoste nelle ombre di una complicità derisoria.

Le lacrime erano cadute poi, e vibrano le ciglia mentre Sonja ricorda ad occhi chiusi: il vento che ululava in mezzo ai roseti spenti dall’Inverno, la neve pesante e bagnata che costellava i suoi soffi flagellanti e che s’ammucchiava e si scioglieva nelle cornici dei vetri della serra, che le s’impigliava tra le volute sconvolte dei capelli e sul collo di pelliccia che brillava perlaceo intorno al volto di gesso di Vera; ricorda come avesse gridato nella voce profonda del vento contro le sue sorelle – perfide!- ed il loro sguardo sgomento, la violenta repulsione davanti a quella sua confessione. I pugni serrati di Marfa, quel sussulto incredulo e furioso all’angolo della bocca -Non ci credo! Te ne sei innamorata? Sonja, non ci credo, mi hai sentito!?!

Si era spezzato il cielo nel rombo abissale di un tuono, ed una raffica pesante di pioggia era precipitata come un’esecuzione sul suo capo - cadeva quel giorno proprio come cade ora oltre le pesanti tende tirate sui vetri, oggi è l’esecuzione di qualcun altro, pensa Sonja ritraendo lentamente i piedi dal tepore che irradia dal camino.

L’orologio sgrana i minuti che mancano alla mezzanotte nel suo angolo distante, tra le ombre incombenti di quella cupa stanza.
Non fosse per l’amica presenza del Fuoco e delle sue lingue sussurranti, quella stanza sarebbe buio e silenzio, una tomba perfetta, constata mentre senza volerlo gli occhi seguono il richiamo dell’odore del Sangue.
Proprio davanti al camino, a pochi passi da sé, vede ancora sul pavimento la macchia che è stata già pulita.

Guarda allora suo marito, per scoprire se anche lui non sia turbato da quel miraggio, ma egli siede alla scrivania, un’opulenta opera di cesellatura pesante e nera, ebano lucidissimo che sorge intimidatorio nel mezzo di quella stanza grande come una cattedrale, e scrive, concentrato, scrive con la mano sinistra mentre la destra giace appoggiata al bracciolo del suo scranno. I tendini in rilievo ed inquieti tradiscono cosa stia accadendo sotto le ceneri di quella calma illusoria.
A volte, senza che debba sforzarsi per vederlo, Sonja segue il serpente che striscia lungo la spina dorsale di suo marito e che si arrovella, vertebra dopo vertebra, fino ad insidiarglisi nel cranio per bere il mercurio che anima quella sua materia grigia prodigiosa e spaventosa. Vede il serpente alimentare la fornace dei suoi pensieri, sibilando consigli, producendo apparizioni fugaci come lampi e che hanno il sapore remoto delle illuminazioni.

E mentre anche lei striscia sul tappeto trascinandosi nella veste di seta che le fluttua intorno, sui palmi delle mani e sulle ginocchia, fino a giungergli vicino, vede l’indice della sua mano destra che si solleva e si tende, un riflesso inconscio che le ricorda il movimento delle zampe d’un ragno che saggi i fili della tela per conoscere i turbamenti che gli si svolgono intorno.
Sonja tocca la punta di quel dito teso, nella calda infusione del Fuoco si vede il freddo pallore del polpastrello. Suo marito è turbato, non riesce a venire a capo di qualche cosa ed il serpente nella fucina del suo cranio gli rallenta il Sangue per far udire i suoi sussurri sibillini, gli instilla nella coscienza il veleno di immagini fatte di schegge che lo attirano in profondità inarrivabili per lei. Egli diviene un entronauta che si lascia alle spalle il grossolano, lento corpo per inseguire idee distanti come stelle fatue.

Posa le labbra sulla punta di quel dito – che il serpente produca immaginifiche visioni che siano più seducenti del ricordo del bacio di sua moglie, della devozione di sua moglie, se ne è capace!- poi più giù, sul dorso screziato della mano così arida e fredda da sembrare il freddo di casa sua.

E bacia il pollice - Spokojnoj Noči Roza.

“Io non credo voi vogliate la stessa cosa. Non credo cerchiate la stessa cosa, Sonja, e non mi riferisco ad un piano strettamente personale.” Roza si era appoggiata i ferri da calza in grembo con aria turbata.“Lui non ha la Verità, lui non ha le risposte che cerchi. Lui non-” sembrava essere sul punto di dire qualcos'altro ma poi aveva taciuto, guardando la figlia Irina sul tappeto davanti ad un tomo ricco di Costellazioni che aveva alzato gli occhi brillanti di gioia immacolata su di loro, con un sorriso sdentato. “Valuta con molta attenzione.” Era tutto quello che aveva detto poi, per sancire la fine della discussione prima di riprendere in mano il suo lavoro.

Bacia l’indice – Spokojnoj Noči Liza.

“Come puoi anche solo porti la questione!?! Una persona che persino l’acqua brucia come fosse il fuoco dell’inferno, non merita la tua compassione!!! Che cosa c’è che non va in te, per volerti perder sino a questo punto?!?” Liza aveva pestato in terra il piede come se volesse schiacciare tutti i demòni del sottosuolo in un colpo solo, i pugni chiusi lungo i fianchi scossi da ondate di rabbia rossa come il sangue che le martellava le tempie. Negli occhi, oltre le lacrime, brillava un lucore di selvaggia inarrendevolezza.“Che marcisca all’Inferno, ma senza portarti con lui!!!”

Bacia il medio – Spokojnoj Noči Polja.

“Ahi, Sonja, ma che ti passa per la testa? E’ appena primavera per te, potresti solcare tutte le più grandi scene d’Europa padrona di te stessa, ed invece preferisci trascinarti dietro a quel truce figuro mentre lui risplende e tu fai la dama da trofeo?” Polja aveva guardato la sorella con tiepido compatimento. Imbracciando la faretra l’aveva squadrata un’ultima volta prima di trafiggerla, letale come le frecce che scoccava dal suo arco, con una delle sue disinvolte sentenze: “Sei troppo giovane per lui. Guarda che appassirai in fretta, standogli appresso!” Era poi sparita in direzione dei boschi, libera.

Bacia l’anulare – Spokojnoj Noči Rimma.

“Vorresti dei bambini?” Il ventre di Rimma era rotondo come la Luna nel cielo di quelle notti, profumava di Rose come il piccolo Vasja sonnolento tra le braccia, appoggiato al suo seno. I fianchi floridi sotto alla veste dondolavano come il riflesso d'una falce di Luna su acque inquiete mentre lo cullava: “Non credo lui voglia fare il padre...o il marito, se è per questo. Forse non è nemmeno solo una questione di volontà ma proprio di impossibilità. Non è nemmeno da fargliene una colpa, chissà, dopotutto.” qualche cosa di triste nel suo sospiro aveva incupito l’atmosfera, le sue labbra un arco di Luna calante scolorito. “Certe persone non ci sono tagliate Sonja, e non c’è amore sufficiente al mondo per commuoverle e rettificarle.” aveva concluso, lo spettro dell’ultima immagine di Konstantin, il suo venerato Kostja, uscito da una ferita nei suoi occhi.

Bacia il mignolo – Spokojnoj Noči Verulja y Marfa.

“Guardati da coloro che sono sfregiati nel fisico sin dalla nascita, anche se hanno ricevuto in dono un acume affilato come un diamante.” Vera aveva congiunto piamente le mani in grembo, ma un lampo di assoluta perfidia negli occhi neri e liquorosi le aveva acceso di vita il viso altrimenti smunto.“Stai dicendo che l’Altissimo abbia sbagliato a dargli la grazia di una tale intelligenza, Verusja?” aveva chiesto Marfa, con un guizzo di malizia cospiratrice negli occhi, i riccioli ramati che le crepitavano intorno al volto vivo d’un’ ilarità insinuante.“Sto dicendo che coloro che per l’Altissimo si siano sprecati a creare gli uomini, per pura carità hanno voluto dargli una possibilità. E sto dicendo che lui è un essere umano ingrato, che non merita nulla, non certo l’ulteriore grazia di sposare nostra sorella.”

Il tocco della penna sulla superficie liscia della scrivania è una vibrazione quasi impercettibile, ma non sfugge all’orecchio in attesa di Sonja.

Non è mai una sensazione piacevole ma somiglia a Casa ed alle prime tormente di novembre quando nel vento le unghie del ghiaccio ti graffiano, ogni volta che come ora, suo marito fa scorrere le dita tra le brune ciocche della sua chioma, e si sofferma sulla guancia scarna, rossa e bruciante di desiderio.

Non è mai una sensazione gradevole, ma Sonja vorrebbe piangere di sollievo.

Con un sospiro sottile suo marito si lascia andare contro l’alto schienale della sedia, in un movimento calmo, misurato ma lievemente rigido; egli è così, fragile come il vetro ed altrettanto tagliente. Una presenza limpida ch’illude le si possa leggere attraverso, che non abbia misteri, che sia innocua perché lo spigolo capace di squarciarti l’Anima e cavarti il sangue si nasconde bene all’occhio incauto e superficiale.
“E’ ora di ritirarci.” non è un ordine ma la schiena di Sonja si raddrizza istantaneamente, lo osserva con sguardo fremente d’attesa sperando che si alzi in fretta perché le ginocchia ossute, senza più il tappeto a proteggerle dalla durezza del pavimento, cominciano a dolerle.

Ma non osa muoversi sino a che lui non si solleva piano, la mano che di nuovo segue il cammino tormentoso trai suoi capelli, e che si sofferma sulla guancia...lo seguirebbe anche in ginocchio, e vorrebbe piangere di gratitudine per quel tocco come più tardi, nella distesa sconfinata del letto, vorrà rompere in singhiozzi disperati per la sua assenza, perché ogni volta che spenta la luce suo marito le dà la schiena Sonja si sente precipitare nel sarcofago buio in cui l’abbandona ed in cui s’è abbandonata quando ha ucciso tutto quello che c’era prima di lui.
È un luogo senza 'dove' che olezza della carcassa del Dio che ha ucciso quando s’è sposata, e di tutto quello che con lui ha seppellito; un luogo che dura per tutta la notte modellato dall'insonnia, ed a cui non può sottrarsi nemmeno quando stremata sprofonda nella palude del sonno ottuso dei vinti.
Resuscita solo al mattino, quando il gelido tocco delle mani di suo marito le scorre tra le chiome, si sofferma sulla guancia.

Non è mai una sensazione piacevole, ma sa di casa ed ogni mattina, al risveglio, Sonja vorrebbe piangere di disperazione e gratitudine.


*


Brevi note: non sono sicura la sezione ‘storica’ sia la più adatta per postare questa storia, perché è il mero racconto di una relazione, di un matrimonio, di una manipolazione, ma d’altronde siamo anche -principalmente- nel 1916 tra Impero Russo ed Europa. Inoltre i personaggi che compaiono nel prologo e su cui ruoterà l’intera vicenda appartengono a questa storia qui e, almeno uno, Spieler, si è già palesato sebbene in maniera ancora molto schiva, mentre sua moglie viene nominata solo di sfuggita ed in maniera molto indefinita proprio da quest’ultimo.
E' necessario leggere la storia principale per 'capire' questa? No.
Questo racconto, breve e per lo più gestito come una raccolta di episodi, è più un divertissement, un luogo dove poter approfondire alcune figure dell'altra vicenda in maniera del tutto svincolata ed attraverso circostanze che non avrebbero trovato posto altrove. E' un lavoretto che vorrebbe cominciare a sbrogliare un poco la matassa di questo sodalizio oscuro e straniante, e rispondere ad una domanda che più di un personaggio nella storia principale si pone: come caspita sia possibile che Spieler sia sposato.
  
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