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Autore: J85    14/09/2022    0 recensioni
Quinto ed ultimo capitolo del pentagono di racconti con protagonista Sara Silvestri.
Nello specifico, si tratta di una mia personale rivisitazione del manga "Cyborg 009", in cui la storia è stata decisamente modificata.
Inoltre, questa storia a capitoli servirà ad esplorare il mio personale universo narrativo, sviluppato durante tutti questi anni di passione per tutti questi anni di scrittura e immaginazione.
Per uno strano scherzo del destino, nove persone, di varie nazionalità e professione, si ritrovano con la propria vita totalmente stravolta dall'essere stati trasformati in mutanti, ognuno con un suo potere specifico.
Ad aiutarli, arriverà proprio la nostra Sara che li addestrerà per affrontare al meglio l'organizzazione criminale nota come Spettro Bianco, in tutta una serie di avventure, compresi what if e crossover.
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: Cross-over, Raccolta, What if? | Avvertimenti: nessuno
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HUMANA




CAPITOLO 1

9 vite”




Siberia


Fredda e grigia si preannunciava la giornata. Con il bianco della neve che ti circondava, da qualsiasi parte tu guardassi. Tutto il suolo ne era pesantemente ricoperto. Gli alberi, anch’essi bianchi, osservavano silenziosi la natura intorno a loro. Permettendo difficilmente al sole di posare i propri deboli raggi per terra. Il suo unico alleato era l’improvviso vento che, ad intervalli totalmente irregolari, squassava le enormi piante. Provocando, quasi sempre, la caduta verticale di misere quantità di neve.

Era questo lo scenario in cui percorreva i suoi pesanti, dato che in certi punti riusciva a sprofondare nella neve ben oltre il ginocchio, passi il giovane Igor Wansa. Nonostante la sua giovane età (all’incirca sugli 11/12 anni) il ragazzino attraversava la foresta in piena tranquillità. In fondo erano quelli i paesaggi in cui era nato e, relativamente, cresciuto. Ben lontani dalla capitale Mosca, la sua famiglia era da decenni che abitava in quella zona impervia della Russia. Dentro una solida casa in legno con una logora stufa, che veniva alimentata dallo stesso legno che il piccolo russo stava andando a procurarsi.

Suo padre gli aveva spiegato chiaramente il luogo in cui aveva abbattuto l’ultimo albero. Inoltre si fidava ciecamente di suo figlio, sapendo perfettamente l’elevata conoscenza che il giovane aveva ormai acquisito del territorio.

Fischiettando un antica filastrocca sovietica, insegnatagli dalla nonna materna, Igor era finalmente arrivato nel suddetto luogo. Tentò di caricarsi sulle braccia piegate più legna possibile, impresa che non era certo facilitata dall’ingombrante, ma assolutamente necessario, giubba adatta per mantenere un sufficiente calore corporeo anche a quelle latitudini. Anche le stesse gambe non erano facilmente piegabili, data l’elevata rigidità degli stivali che portava ai piedi.

Quando si ritenne comunque soddisfatto del suo operato, il ragazzino diresse il suo volto, caratterizzato da capelli di un castano indeciso tra il biondo e il moro e da occhi verdi scintillanti, verso la direzione di casa, di cui si poteva anche intravedere leggermente la sagoma, tra la selva. Purtroppo quello che vide non gli dette la stessa tranquillità che poteva ricevere con una visione della propria abitazione.

Un enorme sagoma nera si stagliava di fronte a Wansa. La prima cosa che venne in mente al ragazzo era la possibilità di trovarsi davanti un orso, dato che non era certo il primo bambino sbranato da un orso da quelle parti, ma poi si accorse delle sembianze tipicamente umane dell’essere. Le sue intenzioni furono però presto rivelate.

Subito l’uomo protese le sue grandi braccia nel tentativo di afferrare il piccolo siberiano. Ma grazia proprio alla sua statura minuta, Igor riuscì ad evitare l’attacco diretto, rischiando quasi di rimanere strozzato dalla propria sciarpa rossa, ricordo di sua madre, che rimase tra le mani dell’aggressore.

Il ragazzo si liberò immediatamente del carica di legno che portava con se e cominciò una disperata corsa verso casa. Purtroppo però le leve dell’uomo erano nettamente superiori ed in un attimo gli fu nuovamente addosso.

Il ragazzo sì senti pizzicare al collo e, reso rabbioso da ciò, si liberò dell’oppressione dell’uomo e ripartì nella sua fuga. Qualcosa però in lui non andava. Aveva perso completamente il senso dell’orientamento e le gambe si erano fatte estremamente pesanti. In più le comprensibili lacrime che gli uscivano dagli occhi non facilitavano di certo la sua visuale.

Percorse qualche metro in direzioni sparse e poi, d’un tratto, cadde esanime sul suolo ghiacciato.


Londra


Adorava la sua dimora. Ed ancora di più adorava la sua camera da letto. Difficilmente si sarebbe potuto trovare in tutta Londra, e perché no anche in tutto il mondo, una tale poetica unione tra classico e moderno.

Un originale orologio a dondolo del ‘700 che scandiva le ore della giornata, per molti il suo suono era solo fastidio mentre per Jack era talmente suadente. Il suo enorme letto matrimoniale, nonostante la sua decisa scelta di stato civile single, adornato da fiocchi di seta blu e onde di velluto sulle coperte. Le pareti viola erano riempite da quadri di qualsiasi misura. Alcuni erano ritratti di parenti antichi quanto la tela su cui erano raffigurati, altri straordinari scenari campestri con figure equestri. Librerie in noce con lunghi scaffali occupati da enormi quantità di libri, la maggior parte di essi rilegati in oro e provenienti dalla migliore letteratura classica britannica. Sulla sua scrivania vi si potevano trovare particolari sopramobili come teschi di cristallo, uno splendido esemplare di topazio, calamaio con penna d’anatra appartenente alla sua famiglia da generazioni e generazioni ma, a sorpresa, il suo personal computer, che utilizzava proprio per acquistare quei particolari utensili di cui andava matto. Tutto questo scenario era pervaso da un denso odore di rose.

Ora lo stravagante Jack Lincon era pensieroso con lo sguardo oltre la finestra, che aveva le esatte sembianze di un oblò da nave da crociera. L’unica pecca di tale paradiso era proprio quello: ciò che si vedeva oltre il vetro.

La strada era di certo una delle più aristocratiche della capitale inglese ma anche una delle più noiose in assoluto, sempre per i particolari gusti di Jack, allietata soltanto dal canto di qualche uccello canterino.

“Ufff… che tristezza!” dichiarò il giovane mentre osservava, con aria decisamente disinteressata, un bobbie che proseguiva la sua ronda sul marciapiede dal suo lato della strada.

Jack era un bel ragazzo di 25 anni, nonostante il suo stile di vita o forse proprio grazie ad esso. Era alto 1 metro e 85, capelli indecisi tra il castano chiaro e lo scuro, occhi indecisi tra il marrone e il verde e uno stile di vita indeciso tra la nobiltà e la depravazione. Se c’era una cosa di deciso nella sua esistenza era la sua passione innata per i vini.

“Una rinfrescatina alla gola mi sembra alquanto adeguata…” osservò il ragazzo prima di incamminarsi verso una scala a chiocciola blu che lo portava direttamente al piano subito inferiore a quello in cui si trovava finora.

Il giovane inglese indossava una classica morning cloat di velluto rosso, con pantaloni di eguale tessuto e colore e delle scarpe in pelle scure. Procedeva lentamente ma con uno stile elegante discendendo i gradini della scala. Ogni tanto si beava passandosi la mano tra i capelli lunghi poco oltre le spalle.

Sceso l’ultimo gradino si trovava finalmente davanti alla sua meta: La sua personale cantina, arricchita da una preziosa collezione di vini degna del miglior sommelier. Mr. Lincon camminava ora, sempre con passo elegante, davanti ai vari raccoglitori in legno che presentavano in essi varie bottiglie in vetro. Dalla forma ricordavano tanti castelli medievali.

“Château laFitte… Château Chasse-Spleen… Gran Vino…” li nominava ad uno ad uno. Sempre più annoiato anche solo dalla scelta di un vino da sorseggiare. Con sua enorme sorpresa trovò una bottiglia senza alcun tipo di etichetta, sopra un tavolo lì vicino. La aprì, sentì che l’aroma era ottimo e quindi si decise ad assaggiarne un sorso. Recuperò da un’elegante credenza lì vicino un fine bicchiere di vetro, ne versò giusto un dito dentro la coppa, lo assaggio inizialmente con l’olfatto ed, infine, con il gusto.

Poi la stanza cominciò a girare, mai una così minima quantità alcolica gli aveva fatto quell’effetto. Tutto si fece più buio e al dandy parse, stranamente, di udire anche dei passi prima del collasso.


Parigi


Silenzio: quel silenzio assordante, un attimo prima che parta la musica. Il cuore inizia a battere più velocemente.
Silenzio di un attimo che sembra interminabile… ed ecco la prima nota della canzone.
Inginocchiata, la testa verso il basso sale di scatto, esce verso l’esterno il braccio destro, poi il sinistro e si uniscono a completare un por de bras, accompagnando verso l’alto il movimento del corpo che torna poi nella posizione iniziale.
Con la gamba sinistra che si allunga lentamente verso dietro, compie una spaccata, porta la gamba destra verso la sinistra e si spinge lentamente a terra, supina. Si gira prona e con una spinta sulle braccia, si inginocchia e si alza lentamente, lo sguardo al pubblico.

La ballerina compie 3 passi avanti, porta il piede sinistro in cupè sul tallone, altri 3 passi verso dietro e cupè sul collo del piede. Si sposta verso destra, il piede sinistro chiude sulla caviglia del piede destro in cupè laterale, apre morbida in battement alla II e richiude. Braccio destro accompagna apertura e chiusura della gamba. Compie una piroette, si ferma, scende quindi in spaccata e ritorna in ginocchio, gira sulle ginocchia e si rialza.
La musica lentamente finisce e inizia la risposta del pubblico: applausi. La ballerina inspira, alza il braccio destro e scende con il busto e il braccio, in un profondo inchino."

“Li ho resi felici anche stasera…” pensa la giovane artista mentre ansima silenziosamente nel riprendersi dalla fatica della sua ultima perfomance.

Si chiude il sipario.

Ancora con i vestiti di scena addosso, Frédérique Arone, prima ballerina francese con i capelli castani chiari agghindati in un elegante chignon e gli occhi del medesimo colore pieni di soddisfazione, si avviava verso il suo camerino personale. Possederlo non gli era mai piaciuta come idea. Preferiva molto di più condividere la sua esistenza con i suoi colleghi anche fuori dal palcoscenico.

Era a poco più di metà del suo percorso quando ecco che comparve il direttore del teatro che ospitava la sua compagnia ormai da cinque settimane “Straordinaria Frédérique! Riesci sempre a farci emozionare tutti! Fantastica, davvero fantastica!”.

Le parole erano sempre più o meno le stesse, ma Frédérique sorrideva sempre dolcemente, magari evitando le mani del suo interlocutore che provavano ogni qual volta a toccare il suo corpo.

“Grazie a lei messieur Gérard per l’opportunità che sta dando a me e a tutta la compagnia” rispose ai soliti complimenti la ballerina.

“Questo e altro per la bella arte!” s’inchino l’uomo.

“Ora mi scusi ma devo andare a cambiarmi, grazie ancora messieur Gérard ” si congedò lei.

Finalmente raggiunse la sua meta: il solitario camerino della prima ballerina.

Il sistema di interfono per ascoltare quello che succede sul palco, l’armadio corredato di diversi appendiabiti con annessi vari costumi di scena, il manifesto dell’opera rappresentata “”, la porta che dava sul suo bagno personale, lo specchio contornato da due file di lampadine disposte verticalmente, che poi si riunivano sul lato orizzontale superiore, che dava direttamente sul tavolo per il trucco. Sopra di esso, oltre ai vari cosmetici presenti di norma, vi trovava spazio anche un fastoso mazzo di rose. Non era chiaramente il primo che la donna riceveva, ma era sempre un piacere trovarne di nuovi in camerino. Questo però, piuttosto stranamente, non presentava alcun tipo di biglietto, ma allo stesso tempo questi fiori scarlatti avevano un così dolce profumo. Frédérique si allungò per afferrarli e porgerli il più vicino al suo piccolo naso. Lasciò però subito la presa. Un suo dito cominciava a sanguinare. A quelle rose non era stata tolta alcuna spina.

“Ma è possibile?” si chiese la giovane tra sé e sé, mentre con lo sguardo controllava la sua ferita, poi l’intero camerino cominciò a roteare sempre più velocemente e tutto si fece buio attorno a lei.


Trento


“Bene figliolo, va e rendimi fiero di te!”.

Questo era tutto quello che il signor Alberti aveva da dire a suo figlio, Andrea, mentre si apprestava a lasciare case per effettuare il servizio militare.

“Come vorrei riuscire a rendere fiero me stesso invece” pensava il giovane mentre si apprestava a salire sulla camionetta militare, che di lì a breve lo avrebbe condotto al campo di addestramento assegnatogli.

Il viaggio ovviamente non presentava particolari comfort in generale. Inoltre la compagnia presente non suscitava spontaneamente grande euforia. Tutti fieramente convinti della scelta di vita che avevano preso. O almeno così doveva trapelare. In particolare, molti entusiasmavano l’autorità del loro futuro maggiore, il comandante Rossi.

Il ragazzo, che teneva i suoi capelli castani chiari, quasi biondi, ben nascosti sotto il berrettino mimetico, aveva appena socchiuso i suoi occhi altrettanto chiari quando una buca, presa a quanto pare ad una velocità piuttosto elevata, lo riporto al triste stato attuale della sua esistenza. Decise che era decisamente meglio sognare. Tanto qualsiasi cosa avesse incontrato nel regno di Morfeo, sarebbe stato sicuramente migliore rispetto a quel grigio ambiente spartano.

Il giardino era quello di casa sua, non poteva sbagliarsi. Il tempo atmosferico era ben diverso da quello che aveva lasciato nel mondo reale. Il grigiore di tristi nubi aveva lasciato il passo allo splendore di un sole abbagliante.

Il ragazzo percepì il sentore di voltarsi, come capita nei sogni dove ognuno è il regista, per trovarsi di fronte la propria ragazza. Francesca.

Questa lo accoglie immediatamente con uno dei suoi ipnotici sorrisi. Gli si avvicina e gli sussurra qualcosa all’orecchio.

“Non arrenderti”.

Nonostante i sensi siano più attenuati nel mondo onirico, il giovane comprende perfettamente le parole della sua amato, purtroppo non decifrandone perfettamente il significato.

“Che cosa stai dicendo amore?” chiede a lei in attesa di capire.

La donna apre leggermente le proprie carnose labbra dalle quali però non uscirà alcuna parola.

Andrea spalanca gli occhi. L’ambiente è tornato ad essere tetro come prima. Questa volta però si presente completamente sottosopra. L’uomo allora cerca subito di focalizzare la sua attenzione, notando immediatamente i suoi compagni nella sua medesima situazione, alcuni ridotti in stato di incoscienza. Poi cominciano ad arrivare delle voci lontane.

“Non muovetevi…”.

“Vi tiriamo fuori noi…”.

“Fate piano…”.

Ad un certo punto Andrea percepì, in maniera sempre molto ovattata, di essere trascinato fuori da quella trappola di lamiere.

“Come ti senti figliolo?”.

“Secondo lei come dovrei sentirmi dottore?” fu l’unica risposta che il futuribile soldato riuscì soltanto a pensare.

Purtroppo lo stato di torpore, dovuto ad un dormiveglia ancora attivo, non gli permetteva di percepire con esattezza, tramite le sensazioni di dolore, quale punto del suo corpo era particolarmente lesionato e, soprattutto, di quanto era lesionato.

D’un tratto cominciò ad essere circondato da persone avvolte in candidi camici bianchi. Questi, che sembravano molto più silenziosi rispetto al loro precedente collega, cominciarono ad applicare sulla sfortunata vittima dell’incidente dei bendaggi medici.

Il ragazzo accusò inizialmente un momentaneo senso di sollievo, successivamente la sua condizione peggiorò. In un attimo la sua testa iniziò a vorticare senza sosta, portandolo inevitabilmente alla perdita dei sensi.


Columbia Britannica


Tutta la gloria della sua tribù, proveniente da un radioso passato, era ora racchiusa dentro quel misero camper, nella zona resa famosa soltanto dalla presunta presenza della creatura denominata Ogopogo. Geran Giunan, nerboruto indiano d’America, si trovava proprio dentro di esso, con gli occhi chiusi per contemplare tutto ciò.

Il suo era il popolo degli Shoshoni, conosciuti anche come “popolo del serpente”, ed originariamente erano situati nell’attuale Idaho. Dopo quello che verrà ricordato come il massacro di Bear River, in un epoca in cui lo stesso Giunan non era ancora nato, iniziò la loro lunga e faticosa migrazione.

L’odore d’incenso che si espandeva per tutto l’abitacolo permetteva a Giunan, ormai entrato in stato di trance, di rivivere quei cruenti momenti. Nonostante le dure battaglie con altre tribù come i Cheyenne, i Crow, i Lakota ed i Piedi Neri, niente li avrebbe potuti preparare per quel massacro.

Quel giorno, gli stessi cervi e le loro amiche marmotte furono sorpresi dal repentino attacco delle truppe americane, tanto non fare in tempo ad avvisare gli unici che potevano aiutarli: Gli umani dalla pelle rossa. Quest’ultimi già avevano perso la loro fiducia verso i bianchi, dopo l’invasione nei loro territori di caccia, vedendo gran parte della proprio cacciagione depredata dagli invasori. A comandare i nemici vi era il colonnello Patrick E. Connor che, nonostante non potesse contare sull’appoggio dei mormoni, aveva riunito sotto di sé un discreto esercito. Non lo fermarono nemmeno le potreste di alcuni ufficiali, i quali consideravano la contea di Franklin facente parte dello stato dello Utah e non dell’Idaho. Ma gli Shosoni non fuggirono dalla lotta. Lo dovevano ai loro antenati. Lo dovevano per vendicare l’impiccagione di Pugweenee. Allo stesso tempo i soldati dovevano, dalla loro, vendicare quello che viene ricordato come il massacro nei pressi di Fort Hall. Questa battaglia presentava un particolare significato anche per l’indiano Acqua Che Scorre, combattere contro quella stessa razza che lo aveva abbandonato quando era ancora in fasce. Vicino a quello stesso fiume che avrebbe conservato i corpi di quattro guerrieri shoshoni per un mancato riscatto. Gli stessi pesci presenti nel fiume adiacente si ritirarono per lasciare spazio all’immane tragedia. Tra i Toquashes, la parola che gli shoshoni utilizzavano per riferirsi ai soldati, vi era stato anche un piccolo ammutinamento. Quelli rimasti a loro volta furono divisi in due gruppi, il terzo reggimento fanteria volontari della California e il secondo reggimento cavalleria volontari della California, per pattugliare a rotazione le zone di conflitto. I primi ad accorgersi di loro furono tre compagni che stavano trattando dei sacchi di grano da un cittadino. Fortunatamente i tre riuscirono a scappare, anche se furono costretti ad abbandonare i loro rifornimenti per essere più leggeri nella fuga a cavallo. Capo Orso Cacciatore insieme agli altri capi shoshoni, tra cui vi era Capo Serpente Pazzo, antenato dello stesso Geran, erano pronti a difendersi a tutti i costi, compreso l’uso di armi da fuoco venute in loro possesso. Ciò sorprese i soldati che furono respinti, nel loro primo attacco frontale, da una pioggia di piombo. Purtroppo, dopo circa due ore dall’inizio della battaglia, le munizioni, da parte degli Shoshoni, terminarono. Fu allora che si scatenò la furia omicida dei Toquashes. Nonostante i valorosi guerrieri indiani erano armati dei loro fidati tomahawk e di archi e frecce, nulla poterono contro le bestie che avevano contro. Purtroppo la loro follia non risparmio le donne ed i bambini. Le prime furono violentate ed uccise, oppure viceversa. Ai secondi fu riservato un trattamento anche peggiore: come fossero panni sporchi, furono afferrati per le caviglie e violentemente sbattuti su tutto ciò che di solido trovavano nei paraggi. Alla fine di ciò fu dato fuoco a tutto l’accampamento degli Shoshoni. Un fuoco che sembrava bruciasse ancora attorno all’indiano.

Di colpo Giunan spalancò gli occhi e vide che realmente l’ambiente intorno a lui stava bruciando. D’impulso, l’energumeno scattò verso l’uscita, afferrando la maniglia della porta. Per un attimo ritrasse la mano sentendola bruciare a contatto con essa. Poi, con una potente spallata, piombò all’esterno tossendo anche l’anima, per via del molto fumo nocivo che aveva respirato all’interno.

“Tranquillo ci siamo noi” la voce di un uomo prima dello spruzzo su di lui di un estintore. La schiuma sul suo corpo possente ebbe inizialmente un effetto rinfrescante. Subito dopo, iniziò a sentirla frizzare sulla sua pelle, per perdere definitivamente conoscenza.


Pechino


“Benvenuti! Un tavolo per due?”.

La giovane asiatica salutò i clienti appena entrati nel ristorante come gli era stato insegnato.

Uno dei due, entrambi coperti da un lungo impermeabile marrone, rispose “Sì, grazie”.

La cameriera li accompagnò al loro tavolo per poi dirigersi a procurargli il menù del locale.

“Onorevole Chang… Onorevole Chang…” bisbigliava mentre già aveva in mano ciò che era venuta a cercare.

Una finestrella, situata nella parete dietro la scrivania della cassa, si aprì di colpo, facendo fuoriuscire da essa una buffa testa tonda.

“Cosa c’è Nikki? Perché mi disturbi mentre sto lavorando?” chiese l’ometto che a malapena arrivava all’apertura.

“Sono appena entrati due tipi sospetti… secondo me”.

Il cuoco si issò ancora di più per squadrare meglio i due interessati.

“Sciocchina! A me sembrano apposto. Sbrigati e porta loro due bicchierini di sakè”.

“Ma è sicuro Onorevole Chang?”.

“Muoviti e non discutere!” e con questa il proprietario chiuse definitivamente l’argomento, insieme alla stessa finestrella.

Subito dopo la cinese poggiò davanti ai due clienti i due aperitivi esclamando “Omaggio del ristorante! Eccovi anche i menù”.

Questa volta a parlare fu il secondo uomo “Non occorre signorina, ci porti due porzioni di ravioli al vapore e altre due di involtini primavera”.

“Bene due ravioli al vapore e due involtini primavera” ripeteva l’ordinazione la graziosa cameriera “E da bere?”.

“Ci porti una bottiglia di acqua naturale”.

“Bene grazie signori!” si ritirò la donna per andare immediatamente a bussare alla stessa finestrella di poco prima.

A comparire da essa fu nuovamente lo stesso buffo ometto di prima “Che c’è ancora?”.

“Ecco l’ordine dei due loschi figuri Onorevole Chang”.

“Ancora con questa storia! Torna subito a lavoro!”.

In breve tempo, anche i due nuovi arrivati furono serviti. Poco dopo però richiamarono l’attenzione di Nikki Peng.

“Scusi signorina…”.

“Sì ditemi che succede?”.

“Possiamo parlare con il cuoco?”.

“Come mai?” domandò allarmata la cinesina.

“Questo cibo ha un sapore strano…” spiegò uno dei due.

In un lampo la morettina andò a chiamare la persona richiesta. Chang Yu, questo il suo nome, finalmente mostrava per intero il suo corpo corto e rotondetto.

“Cosa c’è che non va Onorevoli signori?” chiese agli interessati, mentre si lisciava con le dita i sottili baffi che presentava sopra il labbro.

“Si tratta di questi ravioli, hanno un sapore decisamente strano…” iniziò l’individuo più vicino.

Il cinese aveva già molti anni di esperienza alle spalle, nel campo della ristorazione, e per questo sapevo come trattare con qualsiasi tipologia di clienti, anche i più furbi.

Dopo aver assaggiato egli stesso la pietanza da lui preparata, e non avendo riscontrato alcun tipo di gusto anomalo, concluse “Non vi preoccupate, Onorevoli signori, vi preparo subito un'altra portata e, in omaggio, vi porto anche due biscotti della fortuna!”.

Tornato a brevi ma rapidi passi in cucina, il cuoco soffocò un inizio di imprecazione per rimettersi subito ai fornelli, per un’ordinazione di riso alla cantonese.

Poi il buio gli velò la vista sul lavoro culinario, facendolo cadere a terra come un sacco di patate.


Città del Messico


“Signore e signori siamo finalmente arrivati al main event della serata!” tornò a parlare l’urlante ring announcer “E si tratterà niente meno che di un trios match, tre contro tre, valevole per il Titolo Internazionale Trios” il pubblico si esalta sempre di più ad ogni parola, nonostante bastasse leggere i cartelloni della serata per sapere di cosa si trattasse, “Andiamo ora a presentare i campioni in carica: El Dios!”. All’annuncio del suo nome, il luchador salutò il pubblico alzando un braccio in un boato generale. “El Demon!”. Qui invece la reazione della gente fu totalmente diversa, data la natura di rudo, ossia di cattivo, di questo lottatore. “Ed infine El Dragon!”. Mentre in molti ancora mal digerivano l’accostamento tra i due precedenti atleti, questo giovane ragazzo, proveniente dal Giappone, stava dimostrando un gran potenziale come tecnico. “Dunque ora passiamo agli sfidanti…” proseguì l’uomo vestito elegante mentre, con la mano libera dal microfono, indicava altri tre luchadores mascherati.

Tra il pubblico quella sera vi era anche un trentenne messicano, di nome Bernardo Borghi. La sua occupazione attuale non era ben chiara nemmeno a lui, tranne che per essa aveva parecchi creditori sparsi per tutta la capitale. Nonostante ciò, l’unico vizio a cui non voleva assolutamente rinunciare era una serata di lucha libre. Mentre attendeva il suono del gong per l’inizio della sfida, l’uomo, dai corti capelli scuri e con baffetti sottili sul labbro superiore, continuava a mandare rapide occhiate a tutto l’ambiente intorno a lui.

Purtroppo, mentre El Dios partiva all’attacco, Bernardo si accorse di essere a sua volta sotto attacco. Uomini di cui non era a conoscenza del nome, ma di cui conosceva molto bene le facce, lo stavano cercando in tutta l’arena. L’unica sua possibilità era la fuga immediata. Nel metterla in atto, Borghi cercò di rimanere più abbassato possibile, mentre passava davanti a gente furibonda per la sua temporanea presenza nel proprio campo visivo. Intanto il fuggitivo continuava a tenere d’occhio le sue minacce, mentre sul ring El Demon applicava sul suo avversario una tapatia, conosciuta anche come Romero Special.

Forse proprio distratto da questa mossa di sottomissione, il messicano batté con il ginocchio contro una mano che stava afferrando un taco, facendolo ovviamente cadere.

“Figlio di puttana hai visto cos’hai fatto al mio taco!” s’infuriò lo spettatore offeso.

“Mi scusi signore non vo…” Bernardo s’interruppe bruscamente appena notò che i suoi cacciatori lo avevano notato.

Subito si tuffò in una fuga disperata che, dato l’enorme frastuono del pubblico, passava quasi inosservata. Finalmente riuscì a raggiungere le scale di fuga, appena in tempo per accorgersi che, di fronte a sé, stava sopraggiungendo velocemente un suo possibile assalitore.

Quasi come avesse le ali ai piedi, saltò quasi un’intera rampa, mentre ancora sentiva provenire dalle sue spalle le minacce scurrili della gente che lo stava inseguendo. In un attimo raggiunse l’androne per avviarsi verso l’uscita principale, mentre El Dragon si apprestava ad effettuare il volo dalla terza corda per lo schienamento decisivo.

Una volta fuori dall’impianto, Borghi proseguì la sua fuga senza meta sui marciapiedi della città. Di colpo si sentì strattonare da una mano e tirare lateralmente. Non ebbe tempo nemmeno di fiatare che qualcuno gli tappò la bocca.

“Fai silenzio” disse una voce.

Dopo qualche secondo di silenzio, l’uomo braccato osservò, da dietro quello che gli sembrava un semplice cespuglio, i suoi aguzzini che correvano veloci verso quella che doveva essere la sua stessa direzione. Dopo ciò, la mano si levò dalla bocca.

“Chiunque tu sia, grazie amigo per avermi aiutato…” ma nuovamente il messicano s’interruppe quando, voltandosi per conoscere il volto del suo presunto salvatore, iniziò ad avere la vista offuscata dall’oscurità, notando appena un guanto nero che stringeva una salvietta bagnata da un liquido misterioso.


Kinshasa


Ai confini della foresta pluviale, un giovane del posto cerca di mimetizzarsi il più possibile con l’oscurità che lo circonda. Tale impresa gli era resa ancora più semplice dato il colore naturale della sua epidermide. Solo una cosa stonava visibilmente su di lui: un piccolo vezzo rappresentato da capelli biondo platino.

“Eccoli quei bastardi!” bisbigliò tra sé e sé il ragazzo.

Nel suo campo visivo si materializzò uno degli spettacoli più barbari. Una jeep con a bordo quattro o cinque uomini stava inseguendo un elefante che, disperato, barriva nella notte africana. I bracconieri iniziarono a sparare dei colpi con dei fucili in loro dotazione. La fuga dello sfortunato pachiderma si arrestò di lì a poco, con il rovinoso crollo a terra dell’animale. Il nero Juna digrignava i denti dalla rabbia mentre sentiva gli uomini bianchi complimentarsi a vicenda. Decise di passare all’azione, purtroppo armato soltanto di furia cieca e qualche sasso.

“Sporchi demoni bianchi! Avete rubato i nostri diamanti, non farete altrettanto con il nostro avorio!” inveiva urlando e lanciando le pietre verso di loro.

Questi ultimi, constatato la realtà pericolosità del loro avversario, imbracciarono nuovamente le loro armi da fuoco.

Col primo sparo, la rabbia che offuscava la mente dell’attentatore svanì. L’uomo appartenente alla tribù Teke tentò una ritirata disperata, con le pallottole che gli sibilavano pericolosamente vicine.

“Oh signore ti scongiuro salvami!” pregava mentre proseguiva la sua corsa.

Preghiere che si realizzarono una volta raggiunto un fiume lì vicino. Juna, dopo aver dato prova di ottimo corridore, si ripeté in veste di nuotatore, attraversando in un attimo il corso d’acqua.

“Anf… grazie a dio… anf… sono salvo” constatò mentre riprendeva fiato.

Clic.

Un suono talmente singolare che fu subito riconosciuto dal fuggitivo. Voltato lo sguardo, si trovò di fronte la fredda canna di una pistola.

“Cosa dicevi del tuo avorio?” gli chiese sarcastico il suo probabile assassino.

Dopo poco anche gli altri cacciatori raggiunsero il loro collega e, sorprendendo lo stesso uomo di colore, decisero di legarlo ad un palo ben conficcato al suolo.

Il prigioniero, nonostante la situazione disperata, continuava ad opporre resistenza, se non altro verbale “Io sono nato in questo paese quando ancora si chiamava Zaire e, vi giuro, il nostro popolo non si sottometterà a voi luridi uomini bianchi!”.

Dopo questa ennesima ingiuria, uno dei bracconieri puntò pericolosamente la canna del fucile verso di lui “Ti conviene stare zitto, muso nero, altrimenti i tuoi parenti fang dovranno preparare una scatola cilindrica per il tuo cranio!” minacciò senza mezze misure l’uomo, dimostrando tra l’altro una certa conoscenza artistica della nazione.

“Dici che possa andare per il capo?” domandò uno degli altri individui, mentre era disteso sulla sabbia.

“Immagino di sì…” fu la risposta sbrigativa.

“Allora posso procedere?” chiese un terzo soggetto, alle spalle di quest’ultimo.

“Certo”.

Detto questo, quello che sembrava il coordinatore del gruppo, ritirò l’arma dal fuoco dal viso del giovane e si fece da parte. Dietro di lui, un nuovo cacciatore gettò una secchiata contro il nero.

“Che cos’è?” interrogò i suoi carcerieri sulla natura del liquido il prigioniero, dato che non sembrava affatto acqua.

Ma questi non gli diedero risposta, dato che la loro attenzione fu attratta da altro.

“Chi è là?”.

“Oh merda! È quel supereroe: è Black Congo!”.

“Forza figli di puttana sparategli!”

Ma gli echi degli spari erano sempre più lontani per Juna che aveva infine perso i sensi.


Indianapolis


“… Da quando l’Indianapolis Motor Speedway è tornato a far parte della rosa dei circuiti per il mondiale di Formula 1, mai un americano era riuscito a condurre in testa questa gara sicuramente diversa dalle classiche che si svolgono qua dentro, su tutte ovviamente la 500 miglia di Indianapolis. Ma quest’oggi si sta scrivendo la storia grazie al giovane Johnny Wayne…”.

Nel frattempo, nell’abitacolo della monoposto in testa, il pilota al volante, appena menzionato con enfasi dal telecronista, riversava la più assoluta attenzione all’asfalto che gli scorreva veloce davanti agli occhi.

“Già essere arrivato prima nelle qualifiche mi sembrava di per sé un mezzo miracolo, ma ora si fa dannatamente sul serio!” pensava il ragazzo che, all’esordio tra i grandi, una volta tolto il casco protettivo dalla testa, sfoggiava una capigliatura caratterizzata quasi totalmente da un biondo acceso.

Fino a metà gara non si erano verificati particolari incidenti, se non qualche ritiro per guasti tecnici, ed il Gran Premio degli Stati Uniti si stava svolgendo nel migliore dei modi. Purtroppo l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Una delle vetture nelle retrovie, mentre percorreva le curve 12 e 13, per intenderci le uniche che vedono coinvolto il famoso ovale utilizzato per la NASCAR o la Indy, perse dell’olio dal retro del motore, finendo poi in testacoda.

I giudici di gara furono subito pronti a far entrare in pista la Safety car, comunicandoli immediatamente alle scuderie ancora in corsa. Purtroppo però l’auricolare che Johnny aveva in dotazione per parlare con i box era stranamente silenzioso. Arrivando a tutta velocità nel tratto interessato, si accorse troppo tardi dei cartelli esposti dai commissari di percorso con su scritto “SC”.

“Oh cazzo!” furono le sue ultime parole, quando si accorse della macchia d’olio sul cemento. La macchina rigirò di colpo su se stessa per poi impennarsi, facendo leva sul musetto, e rimbalzare pericolosamente su tutto l’anello. In tutto quello che viene denominato “The racing capital of the world” il pubblico trattene il fiato, in totale silenzio. La vettura concluse la sua folle corsa ribaltata.

In pochi secondi, tutte le procedure di emergenza si attivarono. I medici si precipitarono in pista accorrendo il pilota, che in quel momento si trovava ancora a testa in giù. Velocemente lo tirarono fuori dall’abitacolo, sempre con il rischio che la macchina prendesse fuoco.

“Mi senti figliolo? Sei cosciente?” domandò una voce indistinta al pilota, mentre gli veniva tolto il casco che, fortunatamente, aveva retto all’urto.

“C-che… è successo?” biascicava Wayne mentre tentava di mettere a fuoco, con i suoi occhi castani, il mondo attorno a lui.

Un’altra voce si fece spazio tra le altre, mentre la gara era momentaneamente sospesa.

“Lasciate fare a me, questo lo aiuterà”.

Il biondo si sentì tirare su la manica della tuta e, successivamente, penetrare la pelle dell’avambraccio da quella che sembrava una punta di siringa.

“Ehi, aspetta un attimo, ma tu fai parte dello staff?”.

“Giusto! Dov’è il tuo badge?”.

“Agenti fermate quell’uomo!”.

Tante voci che turbinavano nella testa del giovane, mentre il mondo si faceva sempre più scuro. Solo un’ultima frase arrivò alle orecchie della nona vittima, da quella che gli parse essere una voce femminile.

Ok ora basta, raduniamoli tutti!”.

  
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