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Autore: RanmaFanwriters    18/09/2022    6 recensioni
“Si troverà sempre una cosa nell’ultimo posto in cui la si cerca.”
(Arthur Bloch, Il secondo libro di Murphy)
Akane e la ricerca dell’amore. Tre atti per tre autrici: Natural love di Giorgi_b, First love di Moira78, Perfect love di TigerEyes.
Buona lettura!
Genere: Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Akane Tendo, Ranma Saotome, Soun Tendo, Tofu Ono
Note: Raccolta | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Natural love
 
di Giorgi_b

 


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Glossario:
 
Fusuma: pannelli verticali rettangolari che scorrendo ridefiniscono la struttura delle stanze, o fungono da porte, all'interno delle abitazioni tradizionali.
Engawa (o en): una stretta veranda che corre intorno agli edifici tradizionali giapponesi.
Kata: nelle arti marziali giapponesi sono una serie di movimenti codificati che rappresentano varie tecniche di combattimento, in modo da evidenziarne i principi fondanti e le opportunità di esecuzione ottimali.
Karategi: kimono indossato dai praticanti del karate.
Otōchan: papà.
Okāchan: mamma.
Kitsune: significa volpe e nella mitologia giapponese appartiene alla categoria degli yōkai, spiriti demoniaci.
Kunoichi: ninja di sesso femminile.
Aikidoka: praticante dell’aikido.
Hina: bambole ornamentali tradizionali che vengono regalate alle bambine e tramandate di generazione in generazione dalle donne di famiglia. Le più pregiate e costose sono di porcellana dipinta a mano.
Shin-yuu: amico fraterno.
Ki (o Qi): è il nome dato all'energia interna del corpo umano ma non solo: esprime il concetto delle energie fondamentali dell'universo, di cui fanno parte la natura e le funzioni della mente umana. Nelle arti marziali giapponesi ed orientali, l'essere umano è vivo finché è percorso dal ki dell'universo e lo veicola scambiandolo con la natura circostante: privato del ki l'essere umano cessa di vivere e fisicamente si dissolve.
Dō: significa letteralmente “ciò che conduce” nel senso di “disciplina” vista come “percorso”, “via”, “cammino”, in senso non solo fisico ma soprattutto spirituale. È un suffisso usato spesso nelle arti marziali giapponesi per significare l'evoluzione dell'arte marziale da pura e semplice tecnica di combattimento a disciplina formativa volta a realizzare nel praticante un'elevazione di tipo spirituale ed esistenziale, utilizzando la tecnica marziale come strumento di perfezionamento delle abilità e delle capacità psicofisiche del praticante.
 

- § -



Akane si svegliò poco dopo l’alba, nell’ora magica che tinge tutto di rosa, con un sogno ancora tiepido impigliato tra le ciglia come un pesce in una rete. 
Sbadigliò seguendone i contorni confusi che si affrettavano a sbiadire: giocava insieme a lui rotolando su un prato, i vestiti profumati di erba appena tagliata, le dita tra i capelli corvini, guance e labbra irritate per i baci sfregati su un principio ispido di barba. Poi il rifugio sicuro di un abbraccio, il naso affondato nel suo collo caldo, pelle d'oca e sussurri - la mia preferita sei tu, Akane - solletico e risate e carezze e coccole. Un bel sogno. 
Si stiracchiò stropicciandosi gli occhi.
Il silenzio della casa ancora assopita, intanto, amplificava i piccoli suoni promuovendoli a rumori: cinguettii, sgocciolii, scricchiolii e ticchettii rivendicavano la propria esistenza alzando la voce, in un concerto per piccole cose di cui Akane era l’unica spettatrice.
Tra un fruscio, un ronzio e un sogno già dimenticato, le arrivarono lontani i tonfi ovattati di piedi sul pavimento del dojo. Si alzò di scatto dal letto, corse alla finestra e vide le fusuma della palestra spalancate. Come ogni mattina, lui era lì. 
Con il cuore e i capelli scarmigliati, pigiama e occhi ancora abbottonati, uscì in tutta fretta dalla stanza, si sedette sul corrimano delle scale e scivolò veloce fino al pian terreno. 
Attraversò il giardino e, discreta come un’ombra, strisciò in un angolo della stanza senza riuscire a trattenere un sorriso. Akane sapeva che lui l’aveva percepita, eppure, senza un fremito di ciglia, senza il minimo cenno, proseguì concentrato i suoi kata a occhi chiusi. 
Si incantò a guardarlo con la bocca leggermente socchiusa e un’espressione ammirata: fendeva l’aria con fluidi movimenti decisi e rapidi, talvolta lenti e leggiadri, i gesti delle mani come merletti leziosi. Akane non si lasciò ingannare dalla grazia con cui li eseguiva, pur trovandosi a debita distanza, poteva sentire il violento spostamento dell’aria sulla pelle e sui capelli; la forza e l’energia che si propagavano da quella danza erano frustate millimetriche di artigli affilati. Come faceva? Come riusciva ad emanare un’aura al tempo stesso magnifica e letale?
Si librò con grazia un metro sopra lo sguardo ammirato di Akane, sfidando la gravità volteggiò nell’aria imitando un petalo di sakura al vento, mentre i lunghi capelli neri, in contrasto con il candore accecante del karategi, si avvitavano intorno al suo corpo assecondandone le movenze eleganti, in un passo a due preciso e armonioso.
Akane attese il sorriso che lui le rivolse dopo aver raccolto l’asciugamano da terra per detergersi la fronte e, a quel punto, finalmente, gli corse incontro con una risata argentina. Lui la fece roteare per la stanza tenendola saldamente per le mani, poi la sollevò in alto, ridendo felice con lei e guardandola con tutta la tenerezza del mondo. La testa le girava mentre brividi e solletico rispondevano alla scia di piccoli baci che le lasciò dal ventre fino al collo facendola scivolare piano contro di lui finché non si trovarono occhi negli occhi e continuò a girarle quando, cullandola tra le braccia, le accarezzò una guancia con il pollice e con leggerezza posò le labbra sui suoi occhi e sulla punta del naso.
Intanto, le cicale già cantavano lo struggimento dei propri sensi e una brezza leggera alitava nel dojo il profumo intenso dei tigli bagnati di rugiada. Akane chiuse gli occhi inebriandosi di quell’odorosa carezza estiva, si rannicchiò ancora di più tra le sue braccia e pensò che non sarebbe mai stata più felice di così.
In quel momento di pura estasi fu folgorata dalla consapevolezza di amarlo alla follia e, in cuor suo, promise solennemente: da grande sposerò il mio papà.
Aveva cinque anni, due sorelle maggiori, due genitori e le era appena caduto un dente. 
 
«Otōchan non può sposarti, baka, è già sposato con okāchan!». Nabiki sedeva sul letto con le gambe incrociate e il mento poggiato sulla mano mentre Akane, alla scrivania, cercava di colorare dentro gli spazi la figura di un gattino sul suo libro di scuola. 
«Lo so che è sposato con okāchan», le disse piccata «e comunque baka sarai tu!» sputacchiò dal buco del dente mancante. «Quando lei diventerà brutta, vecchia e rimbambita, lui cercherà una moglie più bella e intelligente e allora sposerà me!» concluse con un’espressione soddisfatta.
Nabiki affilò un sorriso perfido: «Sì, può darsi. Ma vorrei ricordarti che Kasumi è la figlia bella e io sono quella intelligente. Non credi che sceglierebbe una di noi prima di te? Ammettiamolo, tu sei la figlia di scorta!».
Il pastello nero nelle mani di Akane continuò la sua strada solitaria ben oltre il bordo delle orecchie del gatto lasciando una riga scura lungo tutto il foglio.
Diamine! Nabiki aveva ragione! Qual era il proprio ruolo in quella famiglia? Ma soprattutto, qual era il suo posto nel cuore del padre?
«Otōchan, mi vuoi bene?!».
Aveva corso a perdifiato per le scale ignorando le proteste di sua madre, aveva attraversato il giardino come un proiettile ed era entrata nel dojo ansimante interrompendo le lezioni della Scuola di Lotta Indiscriminata Tendo. Lui si era voltato sorpreso poi, scioltosi in un sorriso, l'aveva presa in braccio e, facendole il solletico con i baffi, le aveva mormorato all’orecchio: «Sei la mia bambina preziosa, come potrei non volerti bene?».
Lì per lì, la risposta l’aveva tranquillizzata, ma, seduta sull’engawa del dojo con le gambe che penzolavano fuori, mentre continuava a guardarlo in tralice, maestoso e fiero, impartire lezioni ai suoi allievi, Akane rifletté accigliata che avrebbe dovuto faticare parecchio per sbaragliare la concorrenza di femmine perfette che circondavano suo padre.  
Divorata dalla gelosia, passò mentalmente in rassegna le rivali. 
Kasumi, quasi nove anni, era la classica principessa di papà; lo viziava e lo coccolava in ogni modo possibile. Braccio destro della mamma, era imbattibile in ogni attività casalinga ed era sempre gentile con tutti. 
Nabiki, sei anni e mezzo, furba come una kitsune e ossessionata dalla ricchezza, passava molto tempo con suo padre a giocare a shogi e, sebbene fosse ancora solamente una bambina, lo aiutava a tenere in ordine i registri del dojo
Digrignò i denti e si accigliò. Accidenti, quelle due erano davvero straordinarie. Il cuoricino infantile di Akane faticava ad identificare i sentimenti contrastanti che provava nei loro confronti, perché se da una parte era talmente orgogliosa delle sorelle da vantarsi ai limiti dell’antipatia con i suoi compagni di scuola, dall’altra era capace di pensieri davvero truci e capricci nefandi ogni qualvolta la eclissassero dall’attenzione paterna.
Un canto familiare la distrasse dai suoi pensieri. Sua madre stava innaffiando i maestosi cespugli di ortensie azzurrine a ridosso del muro della casa, un grande cappello di paglia la proteggeva dal sole estivo.  Fiore tra i fiori, alzò i suoi begli occhi color miele e la salutò con la mano con un gesto buffo e dolce. Akane rispose a quel saluto con un enorme sorriso sdentato, poi tornò a guardare dentro il dojo e colse suo padre immobile con un’espressione da ebete a bearsi della vista di sua moglie. 
Akane alzò gli occhi al cielo sospirando. Inutile girarci intorno, a una spanna sopra di lei, Nabiki e persino Kasumi, c’era l’imperatrice incontrastata del cuore di papà: okāchan
Secondo il suo giudizio da bambina, nonostante avesse un’età indefinita - che Akane aveva catalogato come “da mamma” - una fisicità nella media - appunto, “da mamma” - e fosse sempre accurata nell’abbigliamento e nel trucco - ancora: “da mamma” - insomma… nonostante fosse una donna assolutamente normale, Akane dovette ammettere con un sentimento confuso di invidia mista ad orgoglio che fosse di gran lunga la più bella, buona, intelligente e dolce di tutte le madri di sua conoscenza e quindi, in realtà, piuttosto eccezionale.
Il sorriso era il suo asso nella manica, aveva qualcosa di magico, ipnotico. Lo aveva capito dalle reazioni di suo padre ogni volta che okāchan arricciava le labbra, da come lasciasse frasi a metà indugiando sui denti candidi quando si scoprivano all’improvviso o da come rimanesse senza fiato irrigidendosi e trasformandosi nell’ago di una bussola che tendeva sempre in un’unica e sola direzione: lei
Incrociò le braccia abbandonando il mento sul petto e sospirò, laconica. 
Ora che ci rifletteva, Akane stessa era spesso vittima del sorriso di sua madre; quante volte si era ritrovata a riordinare la propria camera o a finire tutti gli edamame, senza un lamento e senza rendersene conto, a causa di quell’arma terribilmente dolce e persuasiva? Come diamine faceva quella donna? Li ipnotizzava?! Era forse una yōkai incantatrice? Per un attimo la certezza di conquistare suo padre vacillò, già sentiva le lacrime pizzicarle gli occhi. Invece fece un respiro profondo e un cipiglio battagliero si affacciò sul suo volto infantile e paffutello. 
D’accordo, okāchan era okāchan, ma non c’era da scoraggiarsi. Akane lavorava sulla lunga distanza, aveva tutto il tempo per diventare grande e scalzarla dal cuore di suo padre. Contro le sorelle, invece, poteva farcela, partiva in ritardo ma combatteva ad armi pari. 
Cosa posso fare per avere otōchan tutto per me? 
Si voltò a studiare il suo obiettivo stringendosi le ginocchia al petto. 
Suo padre era un uomo piuttosto affascinante, senza dubbio il più bello che avesse mai visto, aggiunse fiera tra sé. Alto e atletico, aveva lunghi capelli corvini che okāchan spesso si divertiva a intrecciare come quelli dei guerrieri cinesi. Ultimamente si era fatto crescere due folti baffi per dimostrare qualche anno in più, ma ad Akane non piacevano particolarmente perché le pizzicavano la pelle. Quando sarebbe diventata sua moglie glieli avrebbe fatti tagliare.
Aveva una voce profonda e calda, perfetta per raccontare le storie rocambolesche di gioventù degli anni di addestramento; ogni tanto beveva troppo sakè liberando una personalità stupidina che la divertiva ma la metteva anche un po’ a disagio. 
Non si arrabbiava mai, l’aveva visto infuriato solo una volta che era tornata da scuola con un ginocchio sbucciato perché, durante un litigio, un compagno di classe l’aveva fatta cadere con una spinta. Allora Akane l’aveva visto trasfigurarsi in un oni e ne aveva avuto timore; poi okāchan era intervenuta con un sorriso strategico rassicurandolo sul suo perfetto stato di salute ed era tornato il solito otōchan, seppur molto rabbuiato. 
Per concludere, Soun Tendo era un sensei molto amato e rispettato e questa, secondo lei, era indubbiamente la caratteristica principale di suo padre. Akane era affascinata dalla pazienza con cui impartiva gli insegnamenti, innamorata dell’autorevolezza che emanava, incantata dalla saggezza dei consigli che dispensava e, purtroppo, gelosissima anche delle attenzioni che aveva nei confronti dei suoi allievi. 
Sospirò esasperata, non poteva farci nulla, era più forte di lei e non ne andava fiera. La brama dell’esclusività dell’affetto di otōchan e la conseguente gelosia erano bestie nere che le mordevano le viscere trasformandola in una versione cattiva e irrazionale di se stessa; bastavano però una carezza e una rassicurazione di suo padre per farla sgonfiare come un palloncino e tornare ad essere la bambina adorabile e allegra che era. Per sfortuna sua e del suo equilibrio, otōchan era circondato da pretendenti; certo, nessuno tanto pericoloso quanto la madre e le sorelle, ma quel nugolo di discepoli scodinzolanti non andava sottovalutato.
Improvvisamente arrivò l’illuminazione: come aveva fatto a non pensarci prima?! 
Non appena gli ultimi allievi si congedarono, Akane gli corse incontro, lo guardò con un’espressione seria e determinata, si inginocchiò solennemente ai suoi piedi e, portando la fronte sulle mani poggiate sul pavimento, declamò con voce ferma: «Otōchan, sensei, insegnami! Voglio diventare come te: sarò l’erede della Scuola di lotta indiscriminata Tendo!».
Nel lungo silenzio che seguì, Akane aprì gli occhi e sbirciò i piedi nudi di suo padre, immobili sul pavimento del dojo. Ansiosa di cogliere la sua reazione, salì con lo sguardo alle caviglie, le ginocchia, poi, sempre più in fretta, cosce, ventre e, infine, il volto. 
Gli occhi di otōchan erano fiumi in piena di lacrime silenti. Si alzò di scatto preoccupata di aver detto qualcosa di sbagliato, invece lui la abbracciò stringendola forte e tra i singhiozzi le sussurrò: «Oh, bambina mia, non sai quanto mi rendi felice!».
Era fatta! Se Kasumi era la figlia bella e dolce, Nabiki quella scaltra e intelligente, lei sarebbe stata la guerriera forte e coraggiosa.
A partire dal giorno dopo, Akane si allenò insieme a suo padre ogni giorno, mattina e sera; passava ore di grazia da sola con lui, i suoi occhi e la sua attenzione puntati su di sé, si beava dei suoi sorrisi e dei suoi complimenti, ma anche dei suoi rimproveri, perché otōchan era un sensei eccezionale: severo e giusto, gentile e fermo. Kami, quanto lo ammirava! 
Ciò che quel giorno aveva detto di impulso per convincerlo ad allenarla si trasformò ben presto in una grande verità: Akane voleva davvero diventare come lui, voleva volteggiare leggiadra nel vento, emanare forza e grazia, essere magnifica e letale, dominare i segreti del ki
Purtroppo, nonostante la sua ferrea buona volontà, si manifestarono piuttosto presto in lei una robusta goffaggine e una forza fisica davvero fuori dal comune. Un’accoppiata micidiale. 
Akane si ritrovava spesso a pensare che forse la grazia di Kasumi o la furbizia di Nabiki sarebbero state più adatte alle arti marziali… allora sprofondava in una spirale di pensieri cupi e negativi immaginando che, presto o tardi, anche suo padre avrebbe tratto le stesse conclusioni iniziando ad addestrare le sorelle ed escludendola dal ruolo che si era ritagliata. Invece, quando tra i pensieri di Akane si facevano strada immagini di Nabiki versione kunoichi e Kasumi aikidoka, lui sembrava percepire la nuvola nera che la avvolgeva e con un abbraccio, un sorriso e le parole giuste la faceva di nuovo sentire unica, indispensabile e insostituibile.
Succedeva spesso che durante l’esecuzione dei kata più semplici, affiancata da suo padre, un calcio incontrollato o un pugno vagabondo colpissero otōchan che, mai come in quell’anno di allenamenti con lei, sfoggiò così tanti lividi e occhi neri. Quando a cena Nabiki non mancava di fare qualche battuta velenosa sulle sfumature cromatiche degli ematomi paterni, un nodo si stringeva intorno alla gola di Akane e le lacrime cominciavano a sgorgare, allora lui la consolava promettendole allenamenti più consoni alla sua personalità. 
Padre e figlia impararono presto che spaccare tavolette di legno a mani nude era senza dubbio la sua specialità e nei pochi mesi che seguirono in casa Tendo ben pochi oggetti domestici sfuggirono all’entusiasmo traboccante della forza di Akane: la scoperta del suo talento si tradusse in tavoli incrinati con le zampe riparate grossolanamente, doghe del parquet sostituite, mensole cadute e rimontate storte, gradini della scala sfondati; persino la tradizionale vasca da bagno di legno non fu risparmiata e fu prontamente sostituita con una più resistente in gres.
Eppure, otōchan non si arrabbiava mai, la guardava divertito con infinita benevolenza e sotto quello sguardo Akane si sentiva potente, fiera, invincibile. 
Prima di addormentarsi si ritrovava a pensare che, tutto sommato, le dispiaceva un po’ per Kasumi e Nabiki: del resto era ormai evidente che, tra loro, fosse lei la preferita! Quando poi otōchan si fosse stancato di okāchan - si augurava il più tardi possibile per quella poveretta di sua madre - Akane lo avrebbe sposato e insieme avrebbero condotto la Scuola di Lotta Indiscriminata Tendo, felici e contenti.
Un giorno di aprile, poco prima delle vacanze primaverili, tornando da scuola insieme a Kasumi e Nabiki, trovò la casa deserta, il dojo chiuso e freddo e un misero biglietto sul tavolo della cucina.
Siamo usciti. Torneremo”. 
Si passarono in silenzio le scarne parole tra le mani scritte velocemente con la grafia di otōchan senza sapere bene come interpretare quell’assenza. Quando poi le prime lacrime cominciarono a sgorgare dai suoi occhi, le sorelle fecero a gara per farla smettere convincendola che certamente i genitori avevano avuto una commissione improrogabile da svolgere e che banalmente avessero dimenticato di avvisarle prima. Forse erano andati a una di quelle noiose e lunghe riunioni dell’associazione di quartiere di cui otōchan era membro onorario. Sì, decise che era certamente così; si asciugò gli occhi e spostò la propria attenzione sulle sue consuete attività pomeridiane: compiti, merenda, giochi. 
Più tardi, poco prima dell’ora di cena, quando di solito si allenava con suo padre, Akane riprese a piagnucolare e Kasumi la consolò preparando un brodo di miso, riso e wurstel bolliti a forma di polpo, i suoi preferiti. Mangiarono in un mutismo carico di angoscia. Akane sentiva l’amaro delle lacrime mischiarsi al sapore del cibo. Dove erano finiti otōchan e okāchan? Perché non tornavano? Le avevano abbandonate? Si lasciò distrarre dalle storie buffe raccontate da Nabiki e per un po’ pensò ad altro.
Più tardi sistemarono dei futon in soggiorno e si addormentarono in silenzio, mano nella mano.
Fu svegliata da suo padre quando il buio aveva già inghiottito ogni cosa. Non riuscì a vedere l’amato volto di otōchan, più scuro dell’oscurità della notte, ma le si ghiacciò il sangue nelle vene sentendo la sua voce grave, vuota e spaventosa raccontare assente, a lei e alle sue sorelle, come quella mattina qualcosa all’improvviso si fosse rotta dentro okāchan
Come lui avesse chiamato l’ambulanza quando l’aveva trovata incosciente riversa sul pavimento della cucina. 
Come si fosse spenta lentamente tra le sue braccia in ospedale senza mai riprendere coscienza.
Senza nemmeno concedergli un ultimo saluto.
Akane non capiva niente. Rotta? Riversa? Spenta? Immaginò una bambola hina con le fattezze di sua madre cadere e andare in mille pezzi, il suo bel volto chiaro sfregiato da crepe, le braccia strappate, i capelli scollati. Pensò al suo sorriso che illuminava le stanze. Guardò dentro suo padre e trovò solo una bussola impazzita. 
«Ma… ma quindi la ripareranno?» chiese confusa e spaventata con un filo di voce. Nessuno rispose.
Non ricordava molto delle ore successive al fatidico annuncio, non ricordava le persone che erano venute a stringere le mani a suo padre, che avevano dato un buffetto affettuoso a loro tre, inginocchiate immobili alle sue spalle. 
Ciò che invece non avrebbe mai dimenticato era il volto di cera di suo padre quando, al rientro dalle funzioni funebri, disse solo tre parole: «Sono molto stanco». Fece scorrere dietro di sé la fusuma della propria stanza e non varcò quella soglia per settimane. 
La casa, allora, si immobilizzò in un silenzio di pietra e anche le piccole cose persero l’audacia di far rumore. 
Fuori, l’arroganza della primavera che sbocciava, delle ortensie che fiorivano, dei sakura che tappezzavano di prepotente bellezza il giardino intorno allo stagno. Dentro, invece, l’inverno. 
Akane si sentiva terribilmente sola, le sue sorelle erano diventate ombre che si fondevano nel buio: Kasumi, posseduta dallo spettro gentile di sua madre, scivolò senza alcuna esitazione nel ruolo vacante di angelo del focolare e Nabiki si indurì, affilando gli occhi ed i suoi aculei, perdendosi nei libri contabili del dojo
Col trascorrere immobile delle ore, dei minuti, dei secondi, l’aria prese la stessa consistenza del silenzio. Ad Akane sembrava di respirare sassi. 
Quando la nostalgia e la solitudine si facevano insopportabili, si sdraiava davanti a quella fusuma chiusa e con le orecchie tese cercava di carpire i respiri, i sospiri, i gemiti sordi che riempivano la stanza. 
Per quanto si sforzasse non percepiva più nulla di quella che era stata la forza di suo padre, ciò che c’era dall’altra parte della porta la terrorizzava. Avrebbe voluto entrare e dirgli: “Non preoccuparti, otōchan, tra qualche anno sarò grande abbastanza per sposarti, Kasumi si prenderà cura di noi e Nabiki penserà ai conti del dojo. Saremo con te per sempre!”. Ma quella pozza putrida e stagnante di dolore le faceva paura, così rimaneva fuori a sperare che suo padre prima o poi uscisse di nuovo sorridente, amorevole e spensierato.
Qualche volta raschiava con l’unghia sulla carta tesa dell’anta scorrevole e piagnucolava piano: «Otōchan, vieni a insegnarmi?». Dopo un tempo indefinito misurato in clessidre di lacrime, una voce flebile e rotta rispondeva: «Un’altra volta, Akane», oppure: «Aspettami nel dojo, arrivo tra poco». E lei, fiduciosa ed emozionata, aspettava, aspettava, aspettava. 
Lo aspettava fino a saltare la cena, fino ad addormentarsi per terra ma lui non arrivava mai, e lei, senza perdersi d’animo per quell’ennesimo rifiuto, tornava a cercarlo sdraiandosi ancora davanti alla sua stanza. Kasumi provava a smuoverla spedendola in giardino a giocare, ma appena sua sorella si chiudeva in cucina, Akane tornava lì, dal suo amato otōchan.
Non lo avrebbe lasciato solo, non gli avrebbe permesso di rarefarsi e sparire.
Spesso faceva un incubo ricorrente che la portava a infilarsi nel letto di Nabiki o Kasumi nel bel mezzo della notte; nel sogno c’erano i suoi genitori inginocchiati di spalle, okāchan canticchiava pettinando otōchan come l’aveva vista fare tante volte e, nonostante la piega innaturale del collo di sua madre e la voce piatta e cantilenante la spaventassero, la voglia di abbracciarla era più forte e così, un piede dietro l’altro, Akane cercava di avvicinarsi. Tuttavia, per quanto si sforzasse, non riusciva a muoversi di un passo e l’angoscia che già serpeggiava nel suo petto si tramutava presto in panico e disperazione. A quel punto, richiamato dal suo pianto e dalle grida terrorizzate, otōchan si alzava in piedi, si voltava verso di lei e in quel momento Akane si rendeva conto con orrore che il suo adorato padre si era tramutato in una gigantesca e grottesca bambola hina. Senza poter fare nulla lo guardava inciampare e cadere e ogni volta si svegliava urlando, giusto un istante prima che toccasse il pavimento, prima che si rompesse esplodendo in un milione di pezzi. 
Un pomeriggio, mentre scimmiottava a memoria i kata che aveva visto eseguire centinaia di volte da otōchan, lo squillo del telefono risvegliò il suo interesse. Sentì la voce gentile di Kasumi rispondere e facendosi tutta orecchi uscì dal dojo per ascoltare meglio. 
«Buongiorno, piacere di conoscerla! Io sono Kasumi, la figlia maggiore». Il tono cordiale ed educato fece accrescere la sua curiosità e aumentare il passo mentre si avvicinava quatta alla casa. 
«La ringrazio, sì, è così… ci manca davvero molto, specialmente a lui». Akane sentì nelle parole della sorella la venatura appena accennata di un lamento, poi Kasumi si schiarì la voce e tagliò educatamente la conversazione: «Vedo se può prendere la telefonata. Un momento, prego». 
Akane si infilò nell’ingresso, seguì il lungo cavo telefonico che si srotolava nel corridoio sinuoso come un sottile serpente d’acqua e, dopo pochi passi, sentì otōchan singhiozzare con una voce arrochita per il troppo silenzio, ma commossa, calda, vibrante: «Oh… shin-yuu! Che bello sentirti!». Sbirciando dallo spiraglio lasciato aperto, fece appena in tempo a verificare che quell’uomo scosso dai singulti, scarno, scarmigliato, sdraiato sul tatami con la cornetta all’orecchio fosse proprio otōchan, che Kasumi aveva già chiuso la fusuma, escludendola dalle emozioni di suo padre e rendendola gelosa di quel telefono più di quanto già non fosse. Urlò e batté i piedi per la frustrazione.
«Akane, dove ti eri cacciata? È ora di fare il bagno, che ne dici?» disse sua sorella con un tono dolce che però non ammetteva repliche.
«Con chi sta parlando, Kasumi?» chiese prossima al pianto, divorata dalla curiosità. Chi era lo shin-yuu che aveva bucato il muro di gomma dietro il quale si era rifugiato suo padre? Chi era lo sconosciuto che era riuscito dove lei aveva fallito?
«Non ho capito bene il nome, la linea era molto disturbata. Chiamava dalla Cina, pensa! Mi ha detto che è un vecchio amico di otōchan, un compagno di addestramento che voleva fargli le condoglianze. Ora fila a farti il bagno!»
La mattina dopo suo padre non era più nella propria stanza. Akane trattenendo il respiro emozionata lo trovò con le gambe e le braccia incrociate seduto sull’engawa a osservare il giardino. Si avvicinò cauta e si accorse che stava bisbigliando qualcosa; arrivata alle sue spalle colse poche parole: «…sta addestrando il suo unico figlio tra il Giappone e la Cina. Amore mio, so che non sei d’accordo, ma fidati di me, è l’unico modo per salvare il dojo e la scuola. Andrà tutto bene, vedrai, ci siamo fatti una promessa solenne e intendiamo mantenerla». 
Quando otōchan si accorse della sua presenza sussultò e tacque; poi sorrise e le fece cenno di avvicinarsi. Mentre gli si accoccolava in grembo come fosse un gattino, Akane ignorò la propria voce interiore che le domandava allarmata come mai lui non l’avesse percepita poco prima. Che fine aveva fatto il suo ki, la sua energia magnifica e letale?
«Con chi parlavi, otōchan?». Lui non rispose e si irrigidì.
Akane alzò gli occhi e lo trovò invecchiato: le guance scavate, mal rasate, i capelli spettinati con qualche filo argentato e cerchi scuri che gli ingoiavano gli occhi. Deglutì intimidita. Che ne era stato del suo imperturbabile sensei, del suo bellissimo otōchan? Strizzò gli occhi, si fece coraggio e subito partì all’attacco: «Andiamo ad allenarci? Sai che l’altro giorno con un colpo sono riuscita a incrinare un mattoncino? Guarda, non mi sono quasi fatta niente!». 
Lui prese delicatamente la manina graffiata che gli veniva sventolata sotto il naso e la strinse tra le sue sospirando corrucciato, poi baciò i tagli e i piccoli lividi che si erano formati dove la destra si era accanita contro il mattone. 
«Akane, piccola mia, non devi più allenarti, non pensare all’eredità del dojo e della Scuola di Lotta Indiscriminata, sono solo sciocchezze! Da oggi in poi non sarà più una tua preoccupazione: ho sistemato tutto io!»
«M-ma… ma a me piace a-allenarmi…» “con te” rimase lì, a galleggiare sulle sue lacrime, sospeso tra loro come un palloncino, sebbene fosse pesante come un macigno. «Io… s-sono la figlia forte e co-coraggiosa…» la sua voce si spense guardando l'espressione di suo padre; nella limitata esperienza da bambina quale era, Akane non avrebbe saputo darle un nome, se non profonda tristezza. 
Lui sospirò e fece un sorriso stanco, le posò una mano sulla testa scompigliandole i capelli e sussurrò con voce rotta: «Sei così determinata, forte e testarda… se fossi nata maschio saresti stata l’ometto di casa, un eccellente artista marziale, l’erede perfetto…» 
Akane era confusa, non sapeva se rallegrarsi o rattristarsi. Cosa significavano quelle parole? Forse che dal momento che era una femmina non era una degna erede? Che in un bambino quelle che erano qualità, in una bambina erano difetti? Non le voleva più bene? Lui sembrò quasi leggerle nella mente e la abbracciò: «Akane, lo sai che ti voglio bene, sei e sarai sempre la mia bambina preziosa. Potrai diventare certamente una brava artista marziale, ma vedi…» la voce perse risolutezza «Io non sono più… da quando okāchan… diciamo… diciamo che ho smarrito la mia forza vitale. Non riesco più… Non posso più insegnarti il . Almeno non adesso» tagliò corto. 
Akane sentì crollarle il mondo addosso e lui dovette intuirlo perché continuò con dolcezza, accarezzandole i capelli: «Bambina mia… non sei tu il problema, sono io. Lo capisci?» 
No, non lo capiva. E forse non voleva nemmeno capire. Cosa pretendeva da lei, aveva appena sei anni! Correndo tra le lacrime in camera sua, sapeva solamente che avrebbe continuato ad allenarsi, che sarebbe diventata brava quanto e più di quel figlio maschio che - ora lo sapeva - otōchan avrebbe voluto al posto suo. Ma poi cosa avevano i maschi più delle femmine? Lei li odiava i maschi! 
Akane si guardò dentro e vide un gigantesco buco nero a forma di suo padre. Lui, che aveva riempito e addolcito ogni giorno della sua vita fin da quando aveva memoria, con poche parole affilate come rasoi si era tagliato fuori dal suo amore, incurante del buio in cui la lasciava.
Ardendo di volontà, con il cuore infranto e la faccia affondata nel cuscino inzuppato di lacrime, Akane giurò a se stessa che sarebbe diventata una grande, fiera e invincibile artista marziale anche senza l’aiuto di suo padre. Anzi, senza l’aiuto di nessuno: lo avrebbe fatto da sola, perché lei era la figlia forte e coraggiosa, l’unica, insostituibile, indispensabile, imprescindibile erede della Scuola di Lotta Indiscriminata Tendo.

 
 


Non so se sia vero, ma c’è quel luogo comune che dice che ogni donna sia perdutamente innamorata di suo padre e che, nel bene e nel male, per tutta la vita cercherà qualcosa di lui negli uomini che incontrerà. Con TigerEyes abbiamo convenuto che, in effetti, Soun, Tofu e Ranma abbiano parecchie caratteristiche in comune e allora perché non raccontare Akane e la sua ricerca dell’amore in una raccolta in tre atti? Quando anche Moira78 ha detto di sì, non potevo crederci: è stato un sogno che si avverava! (Grazie ragazze, vi amo!)
Un ringraziamento e un abbraccio come sempre a voi lettrici e lettori per essere arrivati fin qui, spero vi sia piaciuta, fateci sapere cosa ne pensate!
A presto,
 
Giorgi_b

 
   
 
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