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Autore: Milly_Sunshine    23/11/2022    0 recensioni
Aurora, giovane professoressa di matematica, viene invitata a trascorrere un weekend a casa di un'amica di famiglia. Oscar è il figlio della padrona di casa, è un giornalista che ha lasciato il lavoro per inseguire il sogno di diventare scrittore. Tra i due c'è una forte attrazione e, senza ombra di dubbio, un'eventuale relazione tra i due sarebbe accolta positivamente da parenti e amici. Tuttavia, non sempre la realtà è facile come la si immagina e a volte basta poco perché vecchi segreti che dovevano rimanere tali possano venire alla luce: nel passato di Oscar ci sono ombre sulle quali Aurora vuole fare luce. // Contesto "persone adulte che vivono negli anni '80/90" non esiste come opzione, quindi vada per contesto generale/ vago, l'unica che può essere adatta. //// IN CORSO DI STESURA, NON CI SONO GIORNI FISSI PER LA PUBBLICAZIONE (OBIETTIVO 2 O 3 CAPITOLI ALLA SETTIMANA).
Genere: Drammatico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
Capitoli:
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Esplode la tempesta
Poco dopo le nove,
Chissà se mi pensi
Intanto che piove,
Chissà se mi sogni
In una sera sprecata,
Oppure vuoi fuggire
Dalla vita incantata
Di poeti maledetti
E insegnanti avvenenti,
Chissà se andrai via
Coi tuoi sorrisi ridenti.



Aveva diluviato sia nel corso della notte sia nelle prime ore del mattino. La spiaggia era ancora deserta, nonostante il sole iniziasse a filtrare tra le nubi. Anche sul molo c'erano solo un paio di pescatori. L'aria era ancora fresca, ma presto la temperatura sarebbe salita.
Aurora fu scossa da un brivido mentre camminava accanto agli scogli. Non le piaceva stare dall'altro lato, più esposta al vuoto. Le probabilità di inciampare e scivolare in mare erano minime, ma preferiva sentirsi sicura. Non era molto brava a nuotare e, soprattutto, non l'aveva mai fatto in situazioni in cui non potesse, in caso di necessità, mettere i piedi sul fondo. Ripensava, frattanto, agli stupidi versi, ma tracciati da una grafia elegante, che aveva trovato sotto la porta quella mattina, e a quanto non fosse stata una buona idea accettare l'invito, partendo per quella vacanza.
"Per fortuna domenica arriverà presto."
Era già venerdì mattina ed erano passate già più di dodici ore dal suo arrivo. Aveva cenato in un bar, durante il tragitto, mentre fuori scoppiava il temporale. Negli ultimi chilometri aveva guidato sotto al diluvio, più concentrata sulla strada che sulle persone che avrebbe incontrato.
Zia Luisa non le aveva detto esplicitamente che anche Oscar sarebbe stato presente, ma Aurora l'aveva sospettato fin dal primo minuto. Si erano incrociati solo di sfuggita, scambiandosi solo un rapido saluto. Si era detta che evidentemente aveva dimenticato cosa fosse accaduto tra di loro due anni prima - e non le sarebbe dispiaciuto affatto trovarne una conferma - ma era molto probabile che, proprio in quel momento, il figlio della padrona di casa fosse già al lavoro su qualcosa con cui stupirla.
"E di sicuro non mi ha sorpresa in positivo. Da uno scrittore pubblicato, mi aspetterei qualcosa di meglio che quella poesiola da ragazzino."
Stava riflettendo sul fatto che, tutto sommato, non le dispiacesse più di tanto essere definita "insegnante avvenente", quando all'improvviso, dietro di lei, qualcuno le posò una mano su una spalla, facendola sussultare.
«Disturbo?» chiese una voce che Aurora conosceva fin troppo bene.
Si girò lentamente e subito domandò: «Che cosa ci fai qui, poeta maledetto?»
Oscar sfoggiò uno dei suoi irritanti mezzi sorrisi.
«Potrei farti la stessa domanda. Non sei tu quella che ha detto che non le piace il mare?»
«Ho detto che non mi piace prendere il sole» puntualizzò Aurora, «Che non mi piacciono il tanfo delle creme solari, la pelle arrossata, le scottature, la sabbia che si infila dappertutto... Qui è bellissimo. E poi anche tu hai sempre detto che non ti piace il mare.»
«Non mi piace andare in giro per la spiaggia in mutande e ciabatte di plastica» chiarì Oscar. «In fondo siamo simili, io e te, anche se tu non te ne sei ancora accorta.»
Aurora alzò gli occhi al cielo, sospirando.
«Certo, io non mi accorgo di niente. Stai per caso pensando di essere in dovere di spiegarmi come si sta al mondo? E perché, poi, questa pretesa? Perché scrivi poesie da decerebrato e me le fai trovare sul pavimento della mia stanza?»
«Ehi, prof, non c'è bisogno che ti scaldi tanto» ribatté Oscar. «Io non ti insegno a vivere e tu non mi insegni a scrivere. Mi sembra una buona proposta, tu cosa ne dici? Accetti?»
«Ho una proposta ancora migliore» replicò Aurora. «Fai dietrofront e te ne torni da dove sei venuto.»
Oscar le indicò un uomo di mezza età seduto sugli scogli con la lenza in mano, a pochi metri di distanza.
«E se invece volessi rimanere qui e chiedere a quel tizio come va la pesca?»
«Non penso che ti interessi davvero» sbottò Aurora. «Comunque fai quello che vuoi, basta che mi lasci in pace!»
«Okay, come vuoi» disse Oscar, in tono arrendevole, ma solo prima di afferrarla per un braccio e di trascinarla con di sé.
«Ehi, che cazzo fai?» esclamò Aurora, cercando di liberarsi con uno strattone.
«Cosa sono queste parole, prof?» ribatté Oscar, in tono beffardo, lasciandola andare. «Hai ragione, a me non interessa cosa sta pescando questo signore, ma magari a te sì.» Fece qualche passo, avvicinandosi al pescatore. «Scusi, buon uomo, la mia amica vuole sapere se i pesci abboccano.»
Aurora avvampò, mentre l'uomo si girava verso di loro. «Se ne intende di pesca, signorina?»
«Mi scusi, non volevo disturbarla» si giustificò Aurora. «Purtroppo il mio... ehm... diciamo amico, solo perché in alternativa mi vengono in mente solo termini offensivi, è una persona invadente. Non è stata una mia idea quella di disturbarla.»
«Si figuri, nessun disturbo.» Il pescatore la squadrò con attenzione. «A proposito, lei è una parente della signora Molinari, vero?»
Aurora annuì.
«Sì, più o meno. Zia Luisa», l'aveva sempre chiamata zia anche se era solo un'amica di famiglia, «è la mia madrina.»
«La conosco di vista, la signora Molinari» le raccontò il pescatore. «Trascorre qui quasi tutta l'estate, ogni tanto mi capita di vederla. Sembra così tanto una brava donna, eppure dicono che abbia un figlio così scapestrato. Mi pare scrivesse per un giornale, ma sembra che abbia lasciato il lavoro e non si sa esattamente che fine abbia fatto.»
«Proprio uno scapestrato, il figlio della povera signora Molinari» convenne Oscar, in tono divertito. «Anch'io ho sentito parlare molto male di lui. Meno male che la signora Luisa ha delle parenti acquisite a modo come la signorina qui a fianco.»
Aurora fu costretta a uno sforzo per non scoppiare a ridere.
«Il figlio di zia Luisa ha pubblicato un romanzo, che io sappia» disse, rivolgendosi al pescatore. «Ad ogni modo non vogliamo disturbarla con le nostre chiacchiere, quindi la lasciamo alla sua pesca e ce ne andiamo.»
Salutarono l'uomo e tornarono indietro. Aurora continuò a trattenersi ancora per parecchi metri, poi finalmente si fermò e si lasciò andare a una risata.
«Cosa ti diverte, prof?» scherzò Oscar. «L'idea di andartene in giro con un giovane scapestrato ti fa ridere?»
«Avresti potuto dirgli che lo scapestrato in questione sei tu» ribatté Aurora. «È stato così... surreale, diciamo.»
«Surreale, buona definizione» replicò Oscar. «Te la cavi piuttosto bene con le parole, per essere una che ha sempre a che fare con noiosissimi numeri e insopportabili radici quadrate.»
«La matematica è qualcosa di concreto. Sono certa che quel pescatore apprezzerebbe il mio lavoro.»
«Io non ne sono tanto sicuro. Sai, sono in pochi ad apprezzare il lavoro di voi insegnanti, qualunque sia la materia.»
«Me ne rendo conto. La metà dei miei studenti non ha la benché minima voglia di ascoltarmi, ma è la strada che ho scelto e gradirei che almeno tu, che ti sei diplomato da quindici anni, non infierissi.»
«Avevo diciannove anni quando mi sono diplomato. Ne sono passati sedici. Devo insinuare che non ti ricordi la mia età, oppure che non sai fare trentacinque meno diciannove?»
Aurora sbuffò.
«Non sei divertente.»
«Nemmeno tu, prof!»
«Sono un'insegnante, dopotutto. Il mio ruolo non mi chiede di essere divertente.»
«Adesso, però, sei in vacanza e, nello specifico, stai passeggiando insieme al discendente scapestrato di una brava donna che ha un sacco di soldi.»
«Nello specifico siamo fermi, non stiamo passeggiando.»
«Allora facciamo un giro lungo la spiaggia. Non passerà molto che si riempia di gente priva del benché minimo senso del decoro.»
«Di che decoro parli?»
«Di quello che manca alla gente che gira in mutande e mette in mostra pelo arruffato.»
Aurora ridacchiò.
«Da come ne parli, sembra che le spiagge siano tunnel degli orrori.»
«E allora facciamoci una passeggiata nel tunnel degli orrori» la esortò Oscar. «Ormai il molo non è più il posto che fa per noi, ci sono troppi pescatori che potrebbero indignarsi, se sapessero chi sono e che sto cercando di corrompere una brava ragazza come te.»
«Le brave ragazze come me non si lasciano corrompere» rispose Aurora, avviandosi verso la spiaggia, «Ma sono ben disposte a fare due passi insieme a te.»
Oscar la seguì, rimanendo il silenzio per qualche istante. Infine le domandò: «Cosa ne è stato di te in questi due anni?»
«Niente di che» ammise Aurora. «Non c'è niente di particolarmente interessante nella mia vita. Continuo a insegnare, sperando di riuscire a rimanere nella stessa scuola, ogni tanto do lezioni private, poi quando capita vado al cinema oppure a ballare.»
«E quel fidanzato che avevi?»
«L'ho lasciato. Non lo vedo più. Penso si sia trovato un'altra.»
«E tu?»
«Io cosa?»
«Pensi di trovarti un altro fidanzato oppure no?»
Aurora alzò le spalle.
«Se capita.»
«Ma frequenti qualcuno?»
«Mi stai chiedendo se scopo con qualcuno con cui non sono fidanzata?»
«Attenta a come parli, prof. Cosa direbbero i tuoi studenti se ti sentissero in questo momento?»
Aurora scoccò a Oscar un'occhiata di fuoco.
«Non ci sono buone ragioni per cui i miei alunni dovrebbero sentirmi mentre parlo della mia vita sessuale... e ringrazia di non essere uno di loro. Sarà da dieci minuti, al massimo ub quarto d'ora, che ci siamo incontrati. In questi dieci minuti, ti avrei già spedito dal preside minimo venti volte.»
Oscar ammise: «So di potere essere irritante, ma per fortuna non sono un tuo studente. Mi posso permettere qualche libertà in più.»
«Oppure» replicò Aurora, «Potresti raccontarmi cos'hai fatto tu in questi due anni. Perché le domande devono essere a senso unico?»
«Ti ha già detto tutto quel tipo che pescava, non c'è molto altro da sapere» puntualizzò Oscar. «Ho lasciato il giornale e adesso sono uno scapestrato che rovinerà il buon nome della propria famiglia.»
«Come ti è venuta l'idea del romanzo?»
«Ci lavoravo già da un po'. Da quando ho lasciato il giornale, sono riuscito a mettermi a scrivere sul serio.»
«E l'editore? Come l'hai convinto a pubblicarti?»
«L'editore lo conosco da anni. Ho già pubblicato con lui, ma mai con il mio vero nome.»
«Interessante. Cos'hai pubblicato?»
«Raccolte di poesie.»
«Con quale pseudonimo?»
Oscar scosse la testa.
«Questo non credo di potertelo dire.»
Aurora obiettò: «Perché no?»
«Perché ti metteresti a ridere.»
«È un nome così ridicolo?»
Oscar sbuffò.
«Va bene, come vuoi. Olivia Passante.»
Aurora spalancò gli occhi.
«Olivia Passante?!»
«Olivia Passante» ripeté Oscar. «L'editore pensava che i miei testi fossero adatti a un pubblico prevalentemente femminile, che non avrebbe letto volentieri poesie d'amore scritte da un giornalista di cronaca.»
«Perché hai scelto un nome da donna?» volle sapere Aurora.
«È stata una scelta condivisa, venuta fuori quasi per caso. La segretaria dell'editore ha letto alcuni miei testi e ha detto che le sembravano scritti "da una donna romantica e non da un uomo arrapato". Quindi è venuta fuori Olivia Passante.»
«Che tristezza.»
«No, non è un problema. Mi piace chiedermi come scriverebbe Olivia, di tanto in tanto. È un po' come se fosse un'amica immaginaria.»
«Che tristezza non potere essere chi siamo davvero solo perché qualcuno ci etichetta in modo strano» spiegò Aurora. «Perché un uomo non dovrebbe potere scrivere poesie d'amore?»
«E perché dovrebbe essere uno scapestrato solo perché scrive opere di fantasia invece che articoli di giornale?» ribatté Oscar, prima di abbassare lo sguardo. «Comunque, se ti può consolare, quel pescatore non ha tutti i torti. Ho combinato un po' di casini, in questi ultimi due anni.»
Aurora sorrise.
«Quindi sei davvero un poeta maledetto.»
Oscar non replicò. Continuarono a camminare, in silenzio, l'una accanto all'altro. Si fermarono solo quando giunsero nei pressi di uno stabilimento balneare.
«Torniamo indietro?» suggerì Aurora. «Non vorrei che tu fossi infastidito dalla vista di uomini senza decoro in mutande e ciabatte di plastica.»
«Torniamo indietro» concesse Oscar. «Non vedo persone interessanti nei paraggi.»
«Che genere di persone interessanti?»
«Non so, venditori ambulanti abusivi con cui scambiare qualche parola.»
«Per trovare spunti?»
«No, semplicemente perché potrebbero avere storie interessanti da raccontare. Per oggi dovrò accontentarmi di professoresse di matematica che girano per la spiaggia in abito a fiori e scarpe di tela.»
«Noi professoresse di matematica in abito a fiori e scarpe di tela non abbiamo molto di interessante da raccontare.»
«Noi poeti maledetti, invece, di cose da raccontare ne avremmo tante, ma rimanere in silenzio è l'unico modo che abbiamo per non far scappare a gambe levate le professoresse di matematica.»
Aurora azzardò: «E se noi professoresse di matematica fossimo più maledette di voi poeti?»
Oscar ribatté: «Tu non sei per niente maledetta, prof. Sono sicuro che arrossisci ancora al pensiero di avere fatto sesso con me due anni fa, allo stesso modo in cui a suo tempo arrossivi quando mi raccontavi di non averlo mai fatto prima.»
Aurora avvampò.
«Perché hai tirato fuori questo discorso?»
«Per farti arrossire.»
«Sei un cretino!»
«Vorrà dire che, quando torneremo a casa, ti concederò di mettermi in punizione dietro la lavagna.»
«Non ci sono lavagne a casa tua, che mi risulti.»
Oscar precisò, secco: «È casa di mia madre, non casa mia. Anzi, è una delle sue case.»
«A proposito, com'è casa tua?» gli chiese Aurora.
Oscar si fermò di scatto.
«È mia madre che vuole saperlo, vero?»
Aurora aggrottò la fronte.
«No, di cosa parli?»
La tensione che aveva colto sul volto di Oscar e nel suo tono svanì subito, mentre replicava: «No, niente, pensavo che fosse lei a volerlo sapere.»
«Non l'hai mai invitata a casa tua?»
«No, e non lo farò.»
«Posso chiederti, almeno, dove abiti?»
«Da quello che ho saputo, al massimo a quindici chilometri di distanza da te. Però, se vuoi chiedermelo, non inviterò nemmeno te.»
Aurora gli strizzò un occhio.
«Non ti ho chiesto di essere invitato a casa tua. Sono certa che tu abbia compagnie femminili migliori di noi professoresse in abito a fiori che arrossiamo ancora pensando ai nostri... ehm... trascorsi erotici.»
Oscar chiarì: «A casa mia non ho nemmeno un letto matrimoniale, non è il luogo più adatto per portarci le mie donne. Non lo faccio nemmeno adesso, che sono da solo.»
«Avevi una compagna?» azzardò Aurora. «E dove la mettevi a dormire?»
«Avevo un coinquilino» rispose Oscar, «Ma non voglio parlarne. O meglio, se vuoi sapere dove dormisse, dormiva nel suo letto e io nel mio. Però non ti dirò altro. E adesso torniamo a casa, prima che mia madre o mia zia pensino che ti ho rapita. Sono un cattivo ragazzo, dopotutto. Nemmeno una prof graziosa come te potrebbe salvarmi.»
«E se invece di salvarti volessi diventare una cattiva ragazza io stessa?»
«Potrei baciarti, se vuoi provare questa ebbrezza.»
«Ho ventotto anni. Ne sono passati almeno quindici da quando pensavo che essere baciata fosse un comportamento da cattiva ragazza. Dovrai inventarti qualcosa di meglio se vuo-...»
Le parole morirono in bocca ad Aurora, mentre Oscar scattava verso di lei e si avventava sulle sue labbra.
Quando qualche istante più tardi si allontanò, le assicurò: «Farò molto di più, se lo vorrai.»
   
 
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