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Autore: Rumyantsev    26/05/2024    1 recensioni
Raccolta di racconti di vario genere che hanno in comune elementi sovrannaturali/horror/fantastici e affini. Precisazioni su genere e avvisi sui contenuti saranno forniti prima di ogni racconto.
Aggiornamenti irregolari.
Incipit dei racconti:
1. "Mia madre è morta da due settimane. Da due settimane non sono più in grado di dormire."
2. "Ti seguo mentre corri nella foresta. Tu scivoli tra i rami come una goccia di pioggia, mentre io striscio i miei ginocchi di corteccia e batto i palmi sulla terra."
3. "Le dissero: non passeggiare nel giardino di notte, in ogni angolo nero c’è una mano che si allunga per prenderti."
Genere: Angst, Dark, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Generi: introspettivo
CW: body-horror 
 
Mia madre è morta da due settimane. Da due settimane non sono più in grado di dormire.
Non intendo dire che dormo poco o male: mi sdraio sul letto e subito sento il materasso tremare. Le vene nelle gambe mi prudono, pulsano. Nella coscia destra sento come se qualcuno mi abbia cucito nella carne una corda infuocata. Ho pensato: è psicosomatico, non ci devo dare troppo peso o peggiorerà.
Non importa cosa faccia per calmarmi, il sonno non arriva.
Ho cercato su internet cosa succede se non dormi per lunghi periodi. Ridotte funzioni cognitive, indebolimento del sistema immunitario, allucinazioni e deliri. Non ho trovato informazioni riguardo all’aspettativa di vita di qualcuno che non dorme mai; l’unico riferimento è il record del 1986 di un tale Robert McDonald, un californiano che non ha dormito per più di diciotto giorni. Allora io so che per altri quattro giorni posso sopravvivere. Dopo, cos’accadrà?
                                            
Avevamo appena fatto installare l’aria condizionata. Mia madre si era sempre rifiutata, prima.
Il salotto, la stanza verde, era il suo santuario. Niente che fosse lì dentro era stato sostituito, aggiunto o spostato dal 2001, l’anno in cui morì mia nonna.
Nel salotto tutto è verde. Il pavimento, il soffitto, le tende, persino i mobili e ogni singolo soprammobile. C’è una civetta di porcellana colorata di verde nella cristalliera, ricostruita mettendo assieme i pezzi con l’attak. Quando ero bambina la presi per giocarci, una volta che nonna l’aveva tirata fuori assieme a tutti gli altri oggetti, per spolverare. Mi stava nel piccolo palmo della mano, lucida lucida, mi faceva pensare alle cose sconosciute fuori dalla casa, cose che, credevo non avrei mai visto dal vivo. Mi scivolò tra le dita sudate e cadde a terra. Il rumore di porcellana infranta fece sussultare me e mia nonna e i nostri sguardi si incrociarono. Io piccola e ossuta, la nonna che sembrava una torre pronta a crollarmi addosso. E lo fece.
Venni picchiata così forte che il giorno non potetti andare a scuola, non mi era possibile sedermi.
Morta mia nonna, mia madre prese il suo posto come custode della stanza verde. Non solo questo: mia madre si fuse con la stanza verde. Per vent’anni non l’ha lasciata che per andare in bagno. La ricordo sempre così, d’allora, sdraiata sul divanetto verde. Quel divano era lei. Quel divano aveva accolto le sue vene come un terreno le radici, che si erano allungate per tutta la stanza ad irrorare ogni cosa. Cambiare l’arredamento sarebbe stato come riorganizzare gli organi interni nel suo corpo, come asportarli, come introdurne di estranei senza preoccuparsi se l’organismo li possa accettare oppure no.
Dunque per avere l’aria condizionata ho dovuto aspettare che lei stesse male, così tanto da non sentire più niente nella carne, e nella stanza.
Certo non sapevo che quell’aria condizionata, pochi giorni dopo l’installazione, avrebbe tenuto al freddo il suo corpo esposto nella bara al centro della stanza verde, in attesa del funerale. Era pieno agosto e fuori c’erano trentadue gradi.
 
Da ieri ho un dolore al centro della schiena. È arrivato nella notte mentre già soffrivo per le mie gambe senza riposo. Iniziato come due punture da spillo parallele tra le scapole, è cresciuto fino a diventare lancinante. Sembra che qualcosa spinga contro i miei muscoli per uscire. Mi sono guardata allo specchio ma non c’è nulla. Non un rossore, non un gonfiore. Forse sta accadendo perché oggi è il diciannovesimo giorno.
Mi vesto e vado a lavoro. In queste settimane ho zoppicato un po’ per il fantasma del fastidio notturno nella mia coscia, oggi sono anche ingobbita sotto questo nuovo dolore.
 
Sono diventata infermiera a ventitré anni, quando ancora era un diploma. Lo sono diventata perché mia madre pensava che il titolo mi sarebbe stato utile per quando avrei dovuto assistere lei e mia nonna.
Non amo il mio lavoro. Più di tutto odio fare i prelievi. Più della merda che devo pulire, delle ferite che devo vedere, dei pianti e degli insulti che devo subire. Cercare le vene più facili da penetrare tastando il sito coi polpastrelli, e poi stringere il laccio emostatico.
Odio il sangue che risale la siringa. Devo lottare con me stessa per non re-iniettarlo laddove deve stare. Vorrei vomitare ogni volta.
Amavo invece molto mia madre, e dunque, nonostante tutto, ho continuato a lavorare. Anche se l’ospedale è in un’altra città ed ero costretta a lasciarla sola tutti i giorni, per più di dieci ore al giorno. Io impazzivo a tirare il sangue ai pazienti mentre immaginavo lei, sola, nel silenzio assoluto della casa. Lontana da lei ho sempre patito, boccheggiato come un pesce fuori dall’acqua. Forse le sue vene irroravano anche me.
 
Il mio corpo è un ladro. Mi ruba le emozioni prima ancora che sia in grado di provarle. Si stringe la tristezza nello stomaco, l’ansia nella gambe, la tensione sulle spalle, l’angoscia in petto. Io ormai non so più niente di me, si è preso tutto lui.
Questo corpo è un estraneo. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco. Più mi guardo e più mi sembra che la persona nei miei occhi non sia io. Cosa fa questa faccia quando non la vedo?
Questo mio povero corpo non è fatto per contenere tanto dolore. Io sto scoppiando.
 
La stanza in cui sono è la camera da letto. Quando erano vive e io ero bambina, in questo letto dormivamo in tre: io, nonna e mamma. Io stavo in mezzo ai loro corpi grassi, schiacciata, sentendomi finalmente al mio posto. Era come se il sistema solare, o l’intero universo, ruotassero attorno a me. Le loro braccia e gambe contro il mio corpicino ci facevano sudare; più crescevo e più ci appiccicavamo. Estate e inverno così, soffocate l’una nell’altra in un letto a due piazze.
Dormivo come appoggiata su una nuvola. Chiudevo gli occhi sul soffitto azzurro e non c’era che la perfezione di un’asincronia di respiri, il leggero russare di qualcuno. Pensavo che volessero proteggermi.
Quando mia nonna è morta e mia madre mi ha abbandonata per dormire sul divano ho finalmente capito. Nessuna cosa era per me. In quel letto non ero il nucleo, ero l’intoppo. Come la ciglia nell’occhio. Il corpo estraneo, l’ostacolo.  
Sono sola nel letto e nella casa. Ora sono il centro di me stessa.
 
Ho guardato la mia schiena nuda e ho trovato qualcosa che non so spiegarmi. Dove era il dolore sono sorti due bozzi scuri. Ho visto qualcosa di simile sul corpo di qualche paziente in ospedale, o almeno così mi sembra. Accade quando un pelo si incarnisce e non viene tirato fuori per lungo tempo. Il pus continua ad accumularsi sottopelle finché non viene inciso il sito, poi ne fuoriesce un batuffolo di pelo e materia puzzolente.
A me però è accaduto nell’arco di ventiquattr’ore in due punti paralleli. Ora devo uscire, ci penserò stasera.
 
Ho incontrato una mia ex compagna di scuola delle medie in fila alle poste. Straripava dai suoi pantaloncini di jeans, sudata, con due bambini al seguito.
Mi ha detto che sono dimagrita. Ha detto che sembro un morto ed in effetti è così, lo riconosco. Da quando non dormo non riesco a mangiare granché. Le guance sono state risucchiate dentro la mia bocca, la mia pelle sembra di gesso. Sotto agli occhi ho coperto le occhiaie viola con un correttore, ma la zona è così gonfia che non fa nessuna differenza. Ho cominciato anche a perdere i capelli. Il mio corpo è tutt’ossa. Le spalle ancora più spioventi ora che non c’è carne a nasconderle, e i miei dolori mi fanno piegare su me stessa. Lei che, pur nei suoi cinquant’anni, sembra il soggetto di un quadro preraffaelita mi vede come un personaggio di un film horror. Non le serbo alcun rancore.
Non provo neanche invidia per lei. Ho sempre intimamente creduto che, se fossi stata bella come ora lo è lei, mia madre mi avrebbe amata. Ma tanto ormai che mi importa?
 
Ho preso un coltello da cucina, l’ho riscaldato sul fornello e ho inciso uno dei bozzi. Non so come spiegare cosa è accaduto dopo, dunque lo scrivo e basta. La carne si è aperta, un rivolo di sangue e pus è scivolato giù per la mia spina dorsale e dalla ferita si è liberata una piuma. Non c’è alcun dubbio. L’ho pulita spruzzandoci l’acqua ossigenata e l’ho ispezionata. È proprio una piuma, lunga circa una decina di centimetri, di color marrone.
Non ricordo che reazione ho avuto. Sicuramente ho lanciato il coltello nel lavandino del bagno, perché è lì che poi l’ho ritrovato. Mi sono rivestita.
È notte. Non so ormai da quanti giorni non dormo. Credo di essere in preda a un delirio allucinatorio.
Ora mi toglierò la maglietta e scatterò una foto che riguarderò domattina per controllare se quello che ho visto è vero oppure no. Dovrei chiedere un secondo parere, ma non ho confidenza con nessuno. Per quanto folle, dovrò bastare a me stessa.
 
È proprio una piuma. Ancora lì, attaccata alla mia schiena. Cosa devo fare? Nell’altro bozzo ce n’è un’altra?
 
A lavoro ho provato una stanchezza indefinibile. Ero preoccupata, nonostante fosse impossibile intuire sotto al camice il bozzo e la piuma, che qualcuno scoprisse il mio segreto. C’è anche la possibilità che mi stia immaginando ogni cosa. Che mi sia aperta una ferita nella schiena sana, o che l’intera scena di me che mi contorco per operare dietro alle mie spalle a favore di specchio sia falsa.
Ma non è questo il problema, ora. Non il principale. A lavoro ho rischiato d’addormentarmi per la prima volta dopo forse un mese di veglia. Mi sembrava di essere in caduta libera e dovermi riacchiappare ogni secondo.
Sono tornata a casa di sera sperando di poter finalmente dormire, ma il sonno non viene più. In compenso ho fame, così tanta fame che ho finito qualsiasi cosa avessi in casa ma non mi basta. Non avevo granché da mangiare, perché da quando mia mamma è morta ho fatto solo la spesa di cui sentivo il bisogno. C’erano in casa un pacco di cracker, un barattolo di pesto pieno e del salame a fette. Ho avvolto i cracker nel salame e li ho intinti nel pesto. Mangerei anche le gambe del tavolo se potessi. È mezzanotte e non so dove trovare altro cibo.
 
Stamattina ho ancora fame. Durante la pausa ho lasciato l’ospedale e sono corsa al supermercato. Ho comprato di tutto: ogni tipo di carne, pesce, mollusco, affettati, biscotti secchi, biscotti morbidi, pane, pasta, torte, gelati… Più di duecento euro di spesa, i sedili posteriori della mia auto sono invasi di cibo.
Cosa ancora più strana: con le prime luci dell’alba è tornato il sonno. Un sonno magico, come l’incantesimo di una fiaba. Ho dormito due ore prima che la sveglia suonasse alle sette. Quando ho riaperto gli occhi non avevo più dolori. Mi sento una creatura nuova.
 
Ho aperto tutte le finestre il balcone della casa. Sono seduta sul pavimento della stanza verde, nuda dalla vita in su. Tutt’attorno a me una disfatta di confezioni di cibo vuote. Ho mangiato tutto.
C’è un venticello fresco che gonfia la tenda di fronte a me e mi accarezza mentre mi guardo le gambe alla luce della luna. Non sono soddisfatta di questo pasto smisurato, ma per ora me lo faccio bastare. Qualcosa fuori mi chiama, qualcosa in questo vento, in questa luna… Non posso ancora rispondere, sento, non sono ancora pronta. Attendo l’alba per addormentarmi.
 
Questa domenica ho dormito tutto il giorno. Mi sono svegliata la notte e ho guardato la mia schiena allo specchio. L’altro bozzo si è schiuso rivelando una piuma nuova, stavolta bianca, ma ne stanno sorgendo tanti altri. Sono soprattutto sulla nuca, su parte delle spalle e della schiena.
Ho assunto una strana deformità che non so spiegarmi. Mi sembra che le gambe si stiano assottigliando, mentre la pancia e il petto crescono. Non è il seno che s’ingrossa, anzi, quello diminuisce in volume. La cassa toracica sembra essere invece levitata. Le mie unghie dei piedi si stanno inspessendo e scurendo. Mi sono passata una mano tra i capelli e un ciuffo mi è rimasto tra le dita. Allora li ho pettinati: ne ho persi così tanti che sono pelata a chiazze. Mi sono esaminata il viso allo specchio e ho visto che sto perdendo anche ciglia e sopracciglia. Allora mi sono tolta le mutande: stessa sorte hanno avuto i miei peli pubici. Per vedere tutte queste cose non ho necessità di accendere la luce perché al buio vedo più che bene.
Ho capito che non posso più andare a lavoro. Se qualcuno mi vedesse avrebbe paura di me, vedrebbe un mostro. Io non so cosa vedo in me, non so se non mi piace, ma non ho più paura.
 
Mia madre diceva che ho la faccia da topo. Per un difetto delle ossa il mio muso è allungato e ricorda quello di un topolino. Certo, se lei non me l’avesse ripetuto tante e tante volte forse non ci avrei fatto caso. Adesso questa mia caratteristica sta mutando. Ho la faccia ricoperta da bozzi e le ossa del viso si stanno proiettando verso l’esterno. All’inizio sembravo una strana caricatura di me stessa, ancora più topo del solito, ma è qualcos’altro. La parte inferiore della mia faccia si inarca, diventa affilata. Gli occhi rientrano invece nel cranio e s’ingrandiscono. La pupilla si allarga e ingloba il castano. Capelli non ne ho più.
Il mio corpo è interamente ricoperto di bozzi e piume. Restano liberi solo i piedi che cominciano a non sembrare più piedi. Le dita si sono fuse, poi separate in quattro, lunghe, corredate di artigli neri. Quando mi sposto per la casa lascio graffi sul parquet.
 
Il mio vecchio corpo non lo capivo. Questo è semplice. È chiaro quando ha fame, sete, sonno. È un copro che ha un collegamento diretto con il mio cervello e non gli ruba più nulla. Regala anzi sensazioni che non ho mai provato. Mi arrivano rumori mai sentiti primi. Voci che sussurrano nelle case vicine, insetti che volano vicino alla finestra, i piccoli animali che si muovono nel parco.
 
Ora sono in grado di studiarmi tutta ruotando solo la testa. Mi guardo le ali che ancora non so usare bene. Ho fatto qualche esperimento nella stanza verde e ho rotto la cristalliera. L’ho urtata per errore ed è cascata al suolo con un boato. Si è rotta la vetrina, frantumati piatti e bicchieri, distrutti tutti gli oggettini in porcellana. Resta integra solo la piccola civetta, che pure era più debole di tutti. Ma non mi importa. Questo corpo è troppo semplice per provare senso di colpa e la casa ormai non è che un carapace abbandonato, una scorza vuota. Io sono qui dentro che aspetto di sentire se qualche vicino si è svegliato per il frastuono. Sento dei passi nella casa di fronte, il clic di una luce che si accende, pipì che colpisce l’acqua del water, poi il mio vicino torna a letto. Ricomincio a battere le ali.
 
Stanotte ho fame. Non sono più potuta andare al supermercato ed è passata ormai una settimana dall’ultima volta che ho mangiato. Fuori una leggera pioggerella batte sul tetto e so che oggi uscirò. Il balcone è aperto. Anche se coperti dal rumore delle gocce, riesco a sentirli: un nido di topini sotto un albero nel parco. Io li caccerò, li agguanterò con i miei artigli e li mangerò interi. Così mi dice questo corpo, e io sono con lui, non dentro ma insieme.
Non tornerò mai più in questa casa morta, mamma. Non sono più tua. Appartengo alla notte e col buio volerò via da te.
   
 
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