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Autore: Nina Ninetta    25/06/2024    5 recensioni
Mattew Stewart è un agente immobiliare del Missouri che viene mandato dal suo dispotico capo a concludere un affare in Texas. Mattew non è contento del suo lavoro, aspira a qualcosa di meglio, ma proprio nel piccolo paesino texano la sua vita cambia radicalmente, quando a bordo dell'auto si ritrova una pistola puntata alla nuca e una sconosciuta che siede sui sedili posteriori, stringendo a sé una misteriosa custodia grigia. Gli ordina di accompagnarla fino a Washington DC, un viaggio lungo circa settecento miglia... Ma chi è veramente la clandestina che si fa chiamare Sarah? E cosa nasconde nella custodia, dalla quale sembra dipendere la sua intera esistenza?
Storia partecipante al contest “Continenti” indetto da mystery_koopa sul Forum di EFP.
Genere: Azione, Introspettivo, Thriller | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Ciao a tutt*
Prima di lasciarvi al gran (?) finale, ci tenevo particolarmente a ringraziarvi per essere arrivate fin qui (siete tutte donne, credo, incredibile, no?). Quando ho scritto e pubblicato questo racconto, non avrei scommesso un centesimo sulla buona riuscita. Invece, non solo sembra abbia riscosso consensi, ma mi ha permesso di conoscere nuove autrici che credo non abbandonerò più (sì, è una minaccia muahahaha)!

Con affetto e gratitudine,
Nina^^
 



Epilogo.

Quando tutto finisce



Mattew chiese di essere spinto fino al letto su cui Sarah era distesa. Sapeva che quello non era il suo vero nome, ma ormai si era abituato a pensare a lei in quei termini e si sa: le abitudini degli uomini sono dure a morire.
Sarah dormiva serenamente. Il chirurgo che l’aveva operata gli aveva assicurato che era fuori pericolo e tra poco si sarebbe dovuta svegliare, eppure, vederla distesa in quel letto asettico, coperta da un lenzuolo bianco fino alla curva del seno, con un paio di lavaggi nelle vene e la spalla ferita bendata, gli fece un certo effetto. Era così piccola che in mezzo a tutto quel cotone bianco e macchine che la monitoravano quasi scompariva. I capelli erano sciolti e si disperdevano sul cuscino, lisci e castani, un po’ unti, certo, era normale dopo tutto ciò che aveva passato. Le occhiaie sotto gli occhi tendevano al grigiastro e la pelle del viso aveva perso il bel colorito ambrato che aveva avuto la prima volta che l’aveva vista in macchina. Nonostante ciò, l’espressione era distesa, rilassata.
Mattew adagiò la sua mano su quella di lei, aveva le dita così affusolate da ricordare quelle di un pianista. Non ci aveva mai fatto caso, in realtà. Che sapesse suonare il pianoforte? In fondo, non sapeva niente di lei, assolutamente nulla.
Si chiese come potesse una donna così mingherlina possedere tanto coraggio. Lui, grande e grosso, se lo sognava…
I tre agenti che erano a andati a fargli visita gli avevano raccontato tutto. All’inizio, Matt si era spaventato, credendo che fossero lì per lui, che volessero arrestarlo o chissà cosa. Invece, l’avevano ringraziato per aver reso un grande servigio al Paese e l’America non l’avrebbe dimenticato.
Quando il ragazzo di St. Louis aveva domandato di cosa stessero parlando, l’agente Lauren era rimasto interdetto: credeva che lui sapesse tutto. E invece non sapeva niente. L’altro aveva disteso le labbra in una specie di sorriso – da brividi! – apprendendo che la loro collega Sarah non si era fatta scappare neanche un accenno sulla sua missione segreta.
«Tipico di lei» aveva concluso Lauren, con aria soddisfatta e cercando l’appoggio degli altri due agenti che non mancò. «Sarebbe capace di morire pur di non mettere in pericolo un’altra persona.»
Lauren allora aveva trascinato fino al fianco del letto una delle due poltroncine sotto la finestra, si era messo comodo e aveva iniziato a raccontargli ogni cosa. Diceva che, dopo quello che era accaduto, meritava di conoscere la verità.
Il vero nome di Sarah era Lucìa Jimenez, agente segreto della CIA. Da mesi era infiltrata nel più pericoloso e potente clan della mafia colombiana per sgominare la loro attività illecita. Ossia, compravendita illegale di organi infantili.
A Mattew era venuto un fortissimo senso di vomito.
Da anni l’investigazione segreta mondiale era a conoscenza dei traffici di questa banda, ma non erano mai riusciti a capire in che modo avvenissero gli affari o chi fossero i maggiori clienti. Sarah – Lucìa – però, ci era riuscita. Non era stato per niente facile per lei, sia perché la merce che i malviventi trafficavano non era semplice droga, sia perché per mesi aveva vissuto in un vero bunker sotterraneo, senza alcun contatto con il mondo esterno. Era diventata una di loro a tutti gli effetti, aveva lavorato tanto per fare in modo che si fidassero di lei e ci era riuscita. In quei giorni, aveva filmato ciò che accadeva nei tunnel, il modo in cui avveniva lo scambio, i bambini che…
A questo punto, Matt aveva interrotto il racconto mostrando un palmo in segno di STOP, non voleva sapere di più.
Lauren aveva tossicchiato e compreso il disagio del giovane, perciò aveva saltato quella parte ed era andato avanti. Sarah – Lucìa – aveva anche registrato le conversazioni intrattenute con i criminali e tra criminali. Se con questi ultimi avesse dovuto intrattenere anche relazioni di altra natura, Lauren non lo sapeva ma non poteva escluderlo. Di fronte a quest’affermazione Matt aveva sgranato gli occhi e il senso di nausea era aumentato, così come la rabbia provata. L’agente speciale aveva fatto spallucce, sostenendo che un bravo soldato deve essere pronto a tutto.
In ogni caso, tutti quei video e quei dati sensibili, ogni notte, Sarah/Lucìa li caricava sul tablet che aveva protetto con tanto ardore pur di non perderlo. Quando fu certa di aver prove a sufficienza per fermare quell’indegno massacro di bambini, i quali venivano venduti dalle famiglie al prezzo di pochi spiccioli, e aver compreso di essere arrivata al limite massimo di sopportazione, era scappata. Ma qualcosa era andato storto: l’avevano beccata e inseguita. Nessuno, infatti, avrebbe mai potuto lasciare il bunker senza il permesso dei capi superiori, pena la morte.
Lauren aveva concluso il racconto affermando che il resto lo conosceva benissimo.
«Perché non c’era nessuno di voi ad attenderla?»
«Non sapevamo quando avrebbe deciso di tornare. Non c’era una data di scadenza.»
«E se fosse morta lì sotto?» Mattew cominciava ad agitarsi, ancor di più quando l’altro non rispose alla sua domanda. «Se fosse morta lì sotto, Agente Speciale Lauren, cosa avreste fatto per salvarla?»
«L’agente Jimenez conosceva i pericoli della sua missione.»
«Wow! Che gran risposta del cazzo!»
«Lo sceriffo Brown ha contattato la polizia di stato dopo aver visto le immagini sul tablet e siamo intervenuti noi.» L’agente della CIA batté un paio di colpi sulla valigia di pelle scura, lasciando intendere che adesso le immagini registrate da Sarah/Lucìa erano al sicuro lì dentro. Quindi si alzò in piedi e tese una mano verso Mattew per salutarlo, quest’ultima gliela strinse, chiedendo:
«Cosa succederà adesso?»
«Niente di particolare, signor Stewart. Lei tornerà in Missouri, mentre l’agente Jimenez sa dove trovarci e come funzionano queste cose.» I tre uomini fecero per uscire dalla stanza, prima che Matt aggiungesse:
«In che senso?»
«Buona vita, signor Stewart!» L’agente Lauren si era congedato da lui con un mezzo sorriso, non più tardi di un’ora fa.


Adesso, Mattew teneva il palmo della mano sul dorso di quella di Sarah/Lucìa ed era in attesa che aprisse gli occhi. Era incredibile la storia che gli aveva raccontato Lauren, soprattutto immaginare come fosse riuscita a non scappare all’istante dal bunker sotterraneo, circondata da delinquenti senza scrupoli, che avrebbero potuto ammazzarla o abusare di lei da un momento all’altro e senza motivo. Mentre pensava a tutte quelle cose, la ragazza aprì gli occhi lentamente, sbattendo un paio di volte le palpebre per mettere a fuoco e capire dove fosse.
«Ehi!» Mattew le accarezzò la testa e lei si voltò a guardarlo, stupita di vederlo lì e forse di essere ancora in vita.
«Rosso… sei ancora qui?» biascicò, la gola secca e la bocca asciutta. Matt l’aiutò a bere un goccio d’acqua, inumidendole le labbra con i polpastrelli.
«Stai bene?»
«Cosa è successo?» Domandò la giovane, notando i lavaggi e i vari fili collegati alle macchine che ronzavano alle sue spalle. «Il tablet! Oddio, il tablet!» Si agitò, ma subito Mattew la calmò:
«È tutto ok! Stai tranquilla, è in mano a chi dovrebbe essere… Agente Jimenez» sorrise.
Lucìa sgranò gli occhi e finalmente parve rilassarsi.
«Allora sai tutto» tornò a sdraiarsi, voltando lo sguardo oltre la finestra, sebbene le tende fossero ancora chiuse e non si vedesse nulla. Si vergognava. «Mi dispiace per non averti raccontato niente, ma non potevo. Era qualcosa di troppo grande e pericoloso e se quei pezzi di merda ci avessero preso, ti avrebbero torturato per farti parlare. Invece, se davvero non avessi saputo niente... ho sperato ti lasciassero andare.» Una lacrima le scivolò lungo una guancia, ma si affretto ad asciugarla. Mattew non aveva smesso per un solo istante di accarezzarle i capelli.
«L’ho capito. Ci ho messo un po’, ma l’ho capito.»
«Davvero?» Lucìa si girò di scatto a guardarlo, perplessa.
«Certo. Sarò anche un semplice agente immobiliare, e non un agente dei servizi segreti, ma non sono così tonto, sai?!» Le sorrise e lei ricambiò.
«Lo so che non sei tonto. Lo so bene. E so che sei anche coraggioso!» La ragazza avrebbe voluto aggiungere che non avrebbe potuto sperare in un compagno di avventura migliore di lui. Se ci fosse stato un altro al suo posto, forse a quell’ora sarebbe già al Creatore, invece era lì, viva e vegeta. Ammaccata, sicuramente, ma in vita.
«Sarah… ehm, scusami, Lucìa. Sì, Lucìa...» Matt sorrise imbarazzato. «Perdonami, devo solo abituarmi», si schiarì la voce. «L’agente Lauren ha detto che tu sai come funzionano queste cose e che sai dove trovarli. Cosa voleva intendere?»
«L’agente Lauren ama parlare per enigmi» ci scherzò su la ragazza. «Semplicemente che posso decidere cosa fare adesso della mia vita. Continuare a lavorare per loro o congedarmi. In questo caso, mi darebbero una nuova identità e potrei vivere il resto dei miei giorni in santa pace, ovunque voglia. Certo, la Colombia sarebbe meglio evitarla, ma in linea di massima non la sceglierei mai come luogo in cui rifarmi una vita.» Spiegò, accennando un sorriso sull’ultima frase che voleva essere una battuta ma che evidentemente Mattew Stewart non comprese.
«È davvero così facile? Voglio dire, sei un’agente della CIA, sei a conoscenza di segreti che potrebbero sconvolgere il mondo intero e ti lasciano libera di girovagare ovunque tu voglia?»
Lucìa Jimenez si sforzò di mettersi seduta e quando il ragazzo tentò di aiutarla gli mostrò il palmo, a dimostrazione che poteva farcela benissimo da sola. Con la mano destra si tirò su il lenzuolo per coprirsi il seno nudo.
«Vedi Matt, quando porti a compimento una missione suicida come lo è stata la mia, sei libero di decidere il tuo destino. Hai rischiato la vita per un bene più grande e se torni vivo, nessuno può darti più ordini. È come quando sopravvivi a un cancro particolarmente aggressivo o a un incidente aereo. Dopo, sei padrone di te stesso.»
“Padrone di te stesso” quelle parole rimbombarono nella testa di Matt per diversi secondi, gli piacevano.
«Perché hai accettato quella missione, Sar… Lucìa? Sapevi a cosa andavi incontro?» Chiese poi.
«Ovviamente. Ho lavorato al progetto per anni, non è stata una scelta superficiale. Ho pianificato ogni minimo dettaglio per la sua riuscita e la mia incolumità. Peccato che alla fine mi abbiano beccata, proprio quando credevo di essere in salvo.» Fece spallucce. «Ho abbassato l’attenzione e per poco non mi hanno fatta fuori.»
«Sì, ma perché hai accettato di farlo?»
L’agente segreto Jimenez voltò nuovamente lo sguardo sulla finestra chiusa. Le sarebbe piaciuto vedere oltre, chissà che tipo di panorama c’era al di là della tenda spessa dell’ospedale.
«Perché qualcuno doveva pur farlo, prima o poi. Tutti quei bambini trucidati, Matt, venduti per pochi pesos da famiglie così povere che pur di mangiare e nutrire gli altri figli, o gli anziani di casa, si vendevano uno di loro, a seconda della richiesta. È stato straziante.» Scoppiò in lacrime e d’istinto Mattew si alzò dalla sedia a rotelle – prassi ospedaliera per i degenti che si spostano da un reparto all’altro – per abbracciarla. «Nessuno dovrebbe vendere un figlio per sopravvivere. Nessuno. Neppure le bestie!»
«Hai ragione! Hai perfettamente ragione!»
«Non voglio più farlo, Matt. Sono stanca, sono così stanca di fingermi chi non sono. Voglio un’identità vera, mia. Voglio essere io.»
Matt la guardò negli occhi color cioccolato, tenendole il volto fra le mani.
«Tutto quello che desideri. Ti meriti ogni bene! Vuoi che ti accompagni a Washington, al quartier generale della CIA, per parlare con chi di dovere? Ti accompagnerò!»
Lucìa Jimenez sorrise, mentre aveva le guance ancora bagnate di lacrime.
«È ancora valido l’invito a cena, Rosso?»
Mattew Stewart abbassò il capo e tirò via le mani, imbarazzato. Quando era a disagio la pelle lentigginosa si colorava di un rosso acceso, tanto che a scuola lo sfottevano “lampadina”.
«Te lo ricordi, allora?»
«Assolutamente sì...» la ragazza allungò le dita libere e gli sfiorò la guancia sinistra. Lui avvertì la freschezza dei polpastrelli e fu un vero sollievo per la sua pelle in fiamme.
«Certo che è ancora valido. Lo sarà sempre per te, Sarah… ehm, Lucìa. Scusami, prima o poi imparerò a chiamarti con il tuo vero nome.»
«Sarah va benissimo. È il mio nuovo nome».



 
Ƒine
  
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